Dopo di me il diluvio

di Giuseppe Lippi

 

I film del genere fantasy si svolgono, in buona parte, prima del Diluvio universale. Esso fu lo spartiacque (è il caso di dirlo) fra due mondi: quello dell’umanità incontaminata e pura delle origini e le età sempre più cupe che sono venute dopo, dal bronzo al ferro fino all’èra atomica, la più pericolosa di tutte. Gli uomini primordiali si distinguevano per varie caratteristiche: non nascevano dai travagli del parto ma dalla morbida terra di Attica, dall’argilla del giardino di Eden, dai denti del drago seminati da Cadmo; non erano moltitudine, ma pochissimi individui che avevano ereditato dagli dèi il mondo intero.. Allora era possibile incontrare gli esseri divini, uccidere i mostri (che rappresentavano l’ostacolo ancora superabile della Morte), rapire i defunti all’oltretomba o assurgere al cielo come premio della virtù.. Tutti questi eventi, benché non proprio all’ordine del giorno, non erano eccezionali: facevano parte della vita, e il compimento delle grandi imprese si concludeva spesso con matrimoni celesti, o con la fondazione di una città e una stirpe. Gli ateniesi discendevano da Cecrope ed Eretteo, come i tebani da Cadmo e i troiani dall’eroe Ilo, padre di Laomedonte, durante il regno del quale la città venne fortificata da Poseidone e Apollo in persona.

Definiamo heroic fantasy un certo genere di racconti (e di film) perché i suoi protagonisti sono eroi o semidei. Il loro modello è l’antica mitologia nordica o mediterranea, ma le storie precedenti il diluvio vengono, in gran parte, dal bacino in cui sorsero gli antichi imperi d’oriente. Gilgamesh fu l’eroe per due terzi divino e un terzo umano che volle conquistare l’immortalità: nel corso della missione si imbatté in Utnapishtim, l’unico uomo scampato al diluvio universale, ma storie simili si raccontavano a proposito di re ed eroi del Popol Vuh o del Genesi ai tempi di Noè.. In tutti questi racconti si parla della costruzione di un’arca e della successiva inondazione, perché era venuto il tempo in cui gli uomini, moltiplicatisi, si erano fatti sempre più arroganti e crudeli, decisi a sostituirsi agli dei. Era il tempo delle città corrotte, degli idoli d’oro, di Deucalione e Pirra ultima coppia pia in un mondo di sacrileghi. Di fronte a tanta empietà Zeus si adirò, Jahvè si adirò, Adad il dio babilonese del tuono andò in collera: il vecchio mondo sarebbe perito, tranne pochi meritevoli destinati a salvarsi per ripopolare la terra dopo il disastro. Ma il mondo del post-diluvio, benché ancora frequentato da eroi e semidei, non sarebbe stato più lo stesso: era cominciata un’età d’argento.

In quell’epoca di poco meno splendida sono ambientate le storie del péplum: film in costume che si rifanno più o meno infedelmente alla mitologia greca e romana, mettendo spesso tra parentesi il rapporto filiale degli eroi con la divinità. Fa benissimo questo libro ad annoverarli tra gli antenati e i parenti prossimi del cinema d’heroic fantasy; essi ne costituiscono la versione mediterranea, la "sword & sorcery" del Mare nostrum che infatti si chiamò "sword & sandal": sandaloni del sabato pomeriggio, cibo per le seconde visioni dalla fine degli anni Cinquanta in avanti. In questa ricca produzione di cui pochi – a parte Goffredo Fofi – si sono occupati seriamente, Ercole compì un imprecisato numero di fatiche, gli dei greci furono invariabilmente latinizzati (per cui Zeus diventò Giove una volta per sempre), mentre nuovi eroi cristianeggianti si affacciarono sulla scena di Cinecittà per volere della DC. Abbiamo avuto Ursus e lo spurio Maciste, inventato da D’Annunzio ai tempi di Cabiria ma ripreso nel cinema a colori dal muscleman Mark Forrest – lui che era stato incarnato da Bartolomeo Pagano e Primo Carnera! Abbiamo assistito al formarsi di leghe dei supereroi: Ercole e Maciste contro Ursus e Sansone, Steve Reeves e Gordon Mitchell nell’apoteosi della forza buona.

Ma anche l’età eroica di Eracle, Teseo e i Titani era destinata a tramontare. Quando Atreo figlio di Pelope fece mangiare al fratello Tieste i resti dei suoi figli, Zeus decise che l’umanità si era fatta di nuovo troppo crudele e bisognava spezzarle la schiena. Ordì perciò la complessa serie di eventi che, cominciata con la nascita di Elena in casa di Tindaro e proseguita con la gara della mela d’oro (consegnata da Paride ad Afrodite), sarebbe sfociata nella guerra di Troia. Come più tardi la saga bretone di Merlino, re Artù, Morgana e Mordred, anche la guerra di Troia prelude a un nuovo declino dell’umanità: il tramonto dell’età eroica. Dopo Achille e Odisseo non vi saranno più semidei sulla terra, ma neppure eroi "con la forza di dieci uomini dei nostri giorni" come Diomede, gli Aiaci ed Ettore troiano. Virgilio ci racconta di Enea, ma anche lui apparteneva a quell’ultima generazione.. I discendenti di Enea e di suo figlio Iulo si faranno chiamare ancora una volta dei ed eroi: Romolo, Cesare, Caligola, Nerone, Commodo… Ma questa temporanea resurrezione di antichi numi per auto-acclamazione, non impedirà ai seguaci di un altro predicatore, nato a Betlemme, di diffondere nell’impero tutt’altro messaggio. Includeremo nel filone fantasy i kolossal dedicati ai profeti e a Gesù? I dieci comandamenti di Cecil B. de Mille, Ecce Homo di Ferdinand Zecca, Il re dei re sempre di De Mille (1927) ma rifatto da Nicholas Ray (1961), e ancora Barabba, La più grande storia mai raccontata (il curiosissimo film di George Stevens che ambienta il racconto dei Vangeli nello sterminato paesaggio roccioso del Nordamerica), fino all’attuale impietosa Passione di Cristo di Mel Gibson… Non raccontano, tutti questi film, le imprese del nostro uomo-dio, l’unico esempio di eroe celeste sceso in terra dopo il tramonto dell’età classica? (Per tacere di una contaminazione come Gesù contro Maciste, soggetto inedito di Laura Serra e di chi scrive in cui il Figlio dell’Uomo e il campione degli Esseni si scontrano sul set di un film abortivo a Cinecittà..) Il libro che avete fra le mani, tuttavia, ha deciso di tracciare una netta linea e di non valicarla, escludendo Gesù: Borges l’avrebbe pensata diversamente, poiché "la religione è un ramo della letteratura fantastica", ma a ciascuno il suo. A questo volume spetta un altro compito: parlare dei film fantasy nel senso comunemente accettato, che include la mitologia degli altri ma esclude la mitologia nostra, in quanto tuttora oggetto di fede.

Fuori dell’ambiente mediterraneo, il grande ciclo epico-fantastico è quello dei racconti arturiani: si veda in particolare il film di John Boorman Excalibur, una delle poche opere coscienti di operare nel mito e anzi, di ricrearlo ancora una volta sotto i nostri occhi. La mitologia tedesca ha l’equivalente nel ciclo del crepuscolo degli eroi: Wagner lo ha portato a teatro con la tetralogia dell’Anello del nibelungo, Fritz Lang al cinema con il kolossal muto I nibelunghi, storia delle imprese e della morte dell’eroe Sigfrido. Il signore degli anelli di J.R.R. Tolkien deriva dai miti arturiani e germanici fusi in una composizione inedita: anche qui il tema è il trapasso dall’età aurea – in cui il divino entrava a far parte dell’eserienza degli uomini – a un’epoca nuova in cui il principio del male è sconfitto, ma la magia lascia il mondo, gli elfi devono scomparire e Frodo e Gandalf partono per una Terra dell’Aurora che è simile all’Isola dei Beati in cui si erano già rifugiati Achille e re Artù alla fine delle loro imprese.

Nell’età di bronzo che segue la caduta, c’è posto ormai soltanto per eroi sui generis: personaggi del tutto umani, uomini di spada a volte collerici e vendicativi, di cui il barbaro Conan è buon esempio. Modellato sulla figura di "un vero eroe della mitologia nordica che oggi combatte e soffre", domani si tuffa di nuovo nella mischia e nell’amore (come lo ha ben descritto Fritz Leiber), Conan ha il privilegio di vivere in un ambiente dal quale l’incantesimo non è scomparso del tutto. E’ un tentativo di recuperare il mito di Atlantide, l’impero esistito prima del diluvio, e in questo senso si colloca al centro dell’operazione tentata dalla fantasy: risvegliare il sogno di un’età migliore. Naturalmente, l’Era Iboriana in cui agisce Conan non è un mondo aureo e non è neppure, forse, la Terra di Mezzo di cui parla Tolkien: ma è un ambiente cavalleresco, la versione violenta e democratica delle leggende sui paladini. E’ anche una sorta di utopia platonica: l’impero della giustizia e quello dell’iniquità si scontrano, Acheron s’inabissa con i suoi maghi, sorge orgogliosa Aquilonia come un’Atene di dodicimila anni fa. Un giorno, certo, i regni iboriani sprofonderanno nel mare, come secondo Platone fu sommersa l’Attica antica (al punto che gli ateniesi di oggi non ricordano nulla di quei prodigiosi avvenimenti); ma proprio questo ci convince che siamo sulle ultime spiagge del mito e che l’età di bronzo, per certi aspetti, conserva un pizzico del fascino dei tempi primordiali.

Arrivando, attraverso l’età di ferro, al mondo moderno così poco pio, così povero di dei e creature mitiche, cosa ci resta da sperare? Quale destino toccherà a noi, uomini dell’era atomica? Con un rigurgito di orgoglio e di ottimismo potremmo rispondere: l’odissea nello spazio. Il dominio sulla materia. Il nostro futuro mitologico è già popolato di robot e androidi, lunghe astronavi e vergini pianeti, stelle lontane e creature d’altri mondi. Questa materia affascinante è cantata, dai nostri aedi, in altri due libri indispensabili: Il grande cinema di fantascienza – Da 2001 al 2001 e Il grande cinema di fantascienza - Aspettando il monolito nero (apparsi presso lo stesso editore). Il cerchio si chiude perché non c’è epoca dell’uomo senza miti, come non c’è Metropolis senza Superman e i nuovi figli degli dei sono già in mezzo a noi, fingendosi cronisti del "Daily Planet".