Società future

Non tutti i futuri sono frutto di catastrofi, atomiche o naturali. Molti film parlano del futuro dell'uomo e della società, e di come essi si sviluppano a seguito del progresso, o almeno indipendentemente (quelli ambientati in futuri lontanissimi) dalle catastrofi eventualmente verificatesi. Visioni del futuro che appartengono alla parte più rilevante della fantascienza cinematografica.

Il primo film a porsi una serie di interrogativi sul futuro è proprio il primissimo capolavoro della fantascienza cinematografica, il Metropolis* di Fritz Lang (1926). Nella pellicola, inserita perfettamente nella corrente dell'espressionismo, ci sono una serie di istanze che vanno dall'erotismo alla psicologia, al ruolo della scienza nella società (che sono affrontate in altre parti di questo volume), ma soprattutto c'è una visione del futuro che è esattamente quella che ci si poteva aspettare da un "comunista" che viveva nella Germania pre-Hitleriana. Metropolis* mostra la divisione in classi della società, con i proletari poveri e ignoranti sfruttati da un bieco dittatore, che si contorna di una aristocrazia ricca di potere ma vuota di sentimenti e, oltre a detenere la proprietà dei mezzi di produzione, ha al suo servizio anche la scienza: un perfetto compendio delle teorie marxiane! La rivoluzione che scoppierà, sebbene provocata dall'opera sobillatrice del robot "doppio" della proletaria Maria, sarebbe esplosa ugualmente e sarebbe finita – come finisce, in un finale socialmente consolatorio – con una riappacificazione tra i lavoratori, che ottengono delle concessioni, e il potere, costretto a mitigare il suo ruolo senza peraltro perdere il controllo. Il film di Lang, un vero kolossal con scenografie imponenti e notevoli scene di massa, è caratterizzato anche dalla visione positivista della tecnologia e dall'evoluzione del modello di città (probabilmente ripreso dall'opera degli urbanisti americani) che sarà ampiamente sfruttato nel successivo cinema di fantascienza.

Due anni prima di Lang, il regista russo Protazanov aveva anche lui dato

la sua visione di un futuro tecnologico e urbanisticamente imponente (nonché addirittura sfarzoso nei costumi) nel suo Aelita*, tratto da un romanzo di

Alexej N. Tolstoi. Anche in quest'opera troviamo un regime totalitario, retto da Aelita, regina di Marte, sebbene le motivazioni socioeconomiche non siano così evidenti come in Metropolis* (anzi, il regime sembra di origine feudale più che capitalistico). E anche qui troviamo una rivoluzione, chiara metafora della rivoluzione russa che aveva spazzato via lo zarismo.

Una misconosciuta (almeno in Italia) pellicola americana del 1930, I prodigi del 2000, di David Butler, affronta il tema della società futura al ritmo di musical, con una palese influenza da Metropolis* (grattacieli altissimi, aerei al posto di autovetture, tubi pneumatici che servono bambini appositamente ordinati): il film è una commistione tra una commedia musicale e una love story a lieto fine ambientata nella New York del 1980 e non stona affatto a livello di resa visiva accanto a Metropolis* e al successivo La vita futura*.

Un altro film a proporci un'inquietante visione del futuro è Fahrenheit 451* (1966) di François Truffaut, tratto dal romanzo omonimo di Ray Bradbury. Qui non ci sono particolari teorie politiche da confutare o da abbracciare: Bradbury, senza analizzare per nulla il tipo di totalitarismo che domina il suo futuro, si focalizza su un solo punto: l'avversione che la società (o meglio: di coloro che la reggono) ha nei riguardi del libri. Avversione che arriva al punto di bruciare in pubblici roghi tutti i libri che vengono ritrovati, nelle case dei disobbedienti (e magari anche i proprietari, se dai libri non vogliono separarsi), operazione che viene compiuta dal corpo dei pompieri, qui appunto utilizzati per bruciare i libri anziché per spegnere gli incendi. Come avviene ogni volta che c'è un regime, anche il mondo bradburiano ha i suoi dissidenti, un gruppo di persone che per tramandare la cultura impara a memoria i libri (e Truffaut, che ha operata una splendida riduzione per lo schermo del romanzo, rende un piccolo omaggio a Bradbury facendo dichiarare a un suo protagonista che il libro che egli ha imparato è Cronache marziane). Tra di essi approderà Montag, il pompiere che per amore comincia a trafugare i libri e a leggerli. La parabola di Bradbury – e di Truffaut – è chiara e tesa a illustrare i pericoli di massificazione della cultura, oltre tutto in un momento storico nel quale non era ancora chiaro lo strapotere che sarebbe stato assunto dalla televisione: il film è del 1966, ma il romanzo da cui è tratto risale al 1953.

Ritroviamo un'altra dittatura in un film ancora di un grande regista francese, Jean-Luc Godard, che nel suo Agente Lemmy Caution: missione Alphaville* (1965) presenta uno scienziato che usa un cervello elettronico per mantenere il dominio sugli abitanti della città di un’altra galassia. Lemmy Caution, agente già protagonista di gialli sia sulla carta che sullo schermo, viene inviato a risolvere il problema e alla fine riuscirà a liberare Alphaville dalla tirannia, ritornando sulla Terra con la figlia dello scienziato. Anche qui c'è un monito da parte del regista, che vede un pericolo nell'eccesso di tecnologia che minaccia la creatività della razza umana, che rischia di perdere la sua fantasia e si riduce ad agire con gli schematismi della fredda razionalità.

Ma il testo più famoso sul tema dei regimi dittatoriali è il 1984 di George Orwell, la più famosa antiutopia, ed era inevitabile che venisse portata sullo schermo, anche più volte: il film Nel 2000 non sorge il sole* che qui trattiamo è preceduto da una riduzione televisiva della BBC del 1954 (con Peter Cushing) e sarà seguito proprio nel fatidico 1984 da Orwell 1984 di Michael Radford, entrambe migliori del film di Anderson, di cui comunque è da segnalare l'ottima interpretazione sia di Edmond O'Brien che di Michael Redgrave.

Sostanzialmente antiutopico è anche il film di George Pal L'uomo che visse nel futuro* (1960), trasposizione per il grande schermo di uno dei più celebri romanzi di Wells, La macchina del tempo: il lontanissimo futuro della Terra su cui giunge il Viaggiatore è infatti preda di una società divisa in caste, l'una solare e filosofica, l'altra tetra e brutale. Quest’ultima cerca in ogni modo di sopraffare la prima e riprendersi ciò che le spetta, giungendo a cibarsi degli eletti ma abulici giovanetti di superficie.

Wells aveva preso parte alla sceneggiatura di uno dei primi film della fantascienza sonora, La vita futura* (1936) di Cameron Menzies, sostanzialmente fosco affresco del futuro della nostra civiltà, probabilmente influenzato pesantemente dagli eventi internazionali di quegli anni, disperato appello contro la follia della guerra, ma anche contro la civiltà delle macchine e i pericoli che essa comporta. Quasi luddista nel suo messaggio di fondo, il film di Menzies è uno dei più compiuti dei primi decenni della fantascienza, e la società futura che esso immagina lo mette accanto a Metropolis* e a pochi altri in una ristretta elite del cinema di anticipazione.

Concludiamo con un film senza dubbio ai margini del genere, ma che proprio per questo e per il fatto di essere ambientato pochissimi anni avanti nel futuro risulta ancora più inquietante (oltre che anticipare per qualche verso la tematica di Arancia meccanica di Kubrick). Privilege (1967) di Peter Watkins racconta dell'ascesa e del successo di un cantante pop (Paul Jones), che però viene subito strumentalizzato dal governo per fini politici e usato a scopo propagandistico. E se la trama vi fa venire qualche sospetto sulla situazione politica attuale (e sui rapporti tra il mondo dello spettacolo, quello economico-finanziario e quello politico) non possiamo che dire: la fantascienza lo aveva già pensato, prima.

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