SF PLUS


SITO DI FANTASCIENZA, FANTASY E HORROR

di Roberto Chiavini e Gian Filippo Pizzo


(L'ARTICOLO E' ANCHE IN FORMATO ACROBAT READER)

DIECI ANNI DI "PREMIO URANIA"

Gian Filippo Pizzo & Roberto Chiavini

 

E' assolutamente indiscutibile il fatto che negli ultimi dieci anni il mondo della fantascienza italiana sia profondamente cambiato, e ciò si deve in larga parte anche al successo che ha avuto il premio annuale per un romanzo inedito bandito da Urania, la nota rivista pubblicata da Mondadori. La conseguenza più importante è stata che oggi un lettore non si meraviglia (né tantomeno si scandalizza) nel vedere una firma italiana sulla più nota pubblicazione di fantascienza del nostro Paese, anzi sempre più spesso antepone l'acquisto del romanzo italiano di turno a quello straniero. Per gli scrittori, si è rivelata una opportunità in altri tempi impensabile: non solo la possibilità di pubblicare e di vedere regolarmente retribuito un romanzo, ma soprattutto quella di potersi riproporre con successo in seguito, forti dell'esperienza acquisita, anche presso altri editori (per non dire delle edizioni straniere), e magari di vedersi richiedere articoli, cura di antologie, introduzioni, etc. Un effetto, quest'ultimo, che purtroppo altri tentativi, pur coraggiosi, non hanno procurato; e così i vari premi indetti dagli editori specializzati (una menzione speciale va fatta per il Premio Cosmo dell'Editrice Nord) non sono riusciti ad uscire dall'ambito specialistico nonostante il valore di molti degli scrittori premiati.

La prima edizione del Premio Urania, del 1989, viene vinta da Vittorio Catani, scrittore della vecchia guardia (anche se non della primissima generazione dei fantascrittori italiani) con al suo attivo già un romanzo, numerosi racconti e vari saggi e articoli (alla sua figura il Giornale dei Misteri ha dedicato l'articolo "Vittorio Catani, le molte forme della Sf" nel fascicolo 229 del novembre 1990). Il suo romanzo, Gli universi di Moras, viene pubblicato nel febbraio dell'anno successivo (Urania n. 1120. In seguito, i romanzi vincitori del Premio saranno pubblicati regolarmente in autunno).

Si tratta di un’opera complessa, che sfrutta una macrostruttura fantascientifica (quali un’ambientazione traslata in avanti di circa un secolo e la possibilità dei viaggi nello spazio-tempo), per narrare una vicenda di amore e morte, che nel suo lento dipanarsi infrange numerosi tabù dei rapporti fra i due sessi, prima del drammatico finale.

L'anno dopo è la volta di Virginio Marafante con Luna di fuoco(n. 1160, 1991). Anche Marafante, sebbene più giovane di Catani, è già noto nell'ambiente per vari racconti e soprattutto per il romanzo L'insidia dei Kryan (ed. Nord, 1979), che aveva vinto il Premio Cosmo (e l'anno dopo sarebbe stato insignito del Premio Italia); anzi, Marafante è stato finora l'unico scrittore a vincere sia il Premio Cosmo che il Premio Urania. Il suo romanzo è una classica avventura spaziale che affonda le sue radici nel sense of wonder della fantascienza degli anni d’Oro, ma con solide basi scientifiche: una spedizione mineraria terrestre su Io (la principale luna di Giove) si trova coinvolta in una drammatica lotta con una forma di vita aliena a base minerale, in un crescendo di tensione e colpi di scena, che richiamano molto (soprattutto per l’ambiente in cui si svolge l’azione) un classico come La cosa da un altro mondo di Campbell. Un romantico ritorno alla fantascienza delle origini, interpretato però con gusto abbastanza moderno.

Nel 1991 si impone Ai due lati del muro(n. 1189, 1992), opera prima del giovane messinese Francesco Grasso, che anticipa di qualche anno il filone della realtà virtuale, che pellicole come Matrix ed Existenz hanno reso popolare presso il grande pubblico. L’avventura cyberpunk di Grasso ci trasporta in un universo fatto di carceri virtuali più terribili di quelli reali, di bande di delinquenti da strada stile Guerrieri della notte e di biechi industriali senza scrupoli, pronti a tutto pur di accaparrarsi il dominio del mercato della realtà virtuale. E’ un’avventura di puro stile cinematografico, che afferra a piene mani dalla narrativa e dal cinema di genere, ma che funziona benissimo come moderna "pulp fiction".

Segue Nicoletta Vallorani con Il cuore finto di D. R. (n. 1215, 1993). La Vallorani è già presente nel campo per traduzioni dall'inglese e per un'attività di saggista che esplora soprattutto il tema delle scrittrici di fantascienza e il ruolo delle donne nella narrativa fantascientifica, ma questa è la sua prima opera narrativa. A questo romanzo ne seguiranno altri di altro genere (per Granata Press e per Marcos y Marcos), mentre nell'ambito della Sf è da segnalare Dream Box (Urania), la seconda parte delle avventure di D. R., la cyber-detective Penelope De Rossi del Il cuore finto. Il cuore finto di D. R., infatti, è un noir di pura ambientazione cyberpunk (in questo caso una Milano futura senza scrupoli e senza speranza), che anticipa più il Nirvana di Salvatores di quanto non riecheggi Blade Runner. La trama (la ricerca di una ragazza telepatica in un universo dominato dal potere dei mercanti di droghe sintetiche) è quasi un pretesto per mostrarci un mondo fatto di androidi e di umani con meno cuore di loro, fra meschini giochi di potere e l’impossibilità di esprimere sentimenti.

Il 1993 segna l'avvento di Valerio Evangelisti, con il suo riuscito miscuglio di nero metropolitano, ricostruzione storica medievale ed estrapolazione fantapolitica e con il suo personaggio-culto Nicolas Eymerich. Ad Evangelisti abbiamo già dedicato un articolo ("Eymerich, fantastico inquisitore", GdM 312) ed un'intervista (GdM 335), per cui evitiamo di ripeterci. Ricordiamo solo che il primo dei sei romanzi dedicati all'Inquisitore, quello appunto vincitore del Premio, si intitola Nicholas Eymerich, Inquisitore (Urania n. 1241, 1994) ed è oggi rintracciabile nell'omnibus L'ombra di Eymerich (Mondadori).

L'anno successivo è la volta di un outsider, Massimiliano. Pietroselli con Miraggi di silicio. (n. 1267, 1995) Lo definiamo outsider perché si tratta dell'unico dei dieci scrittori qui trattati che non era conosciuto prima e non ha più fatto altro in seguito. Il romanzo in questione è ancora una volta un’escursione nei mondi virtuali, con un intreccio giallo-avventuroso sulle multi-realtà, che vede il protagonista rendersi conto a poco a poco di vivere da sempre in un mondo creato da un computer per nascondere all’uomo la vera realtà, di un mondo ormai morente. Ci sono ampie anticipazioni di Matrix e richiami letterari intriganti (da Poe a Kafka, la cui opprimente atmosfera permea tutto il romanzo). Un esordio più che dignitoso, che segna un altro punto a favore della corrente cyberpunk (che insieme a quella della storia alternativa è fino a questo punto la predominante del premio). Curiosamente, questo romanzo ha dei punti di contatto con quello di Grasso, ed entrambi gli autori sono ingegneri di professione.

Nell'edizione del 1995 vince uno tra i romanzi più belli dell'intera storia del Premio (assieme a quelli di Evangelisti, Ricciardiello e Mongai), I biplani di D'Annunzio di Luca Masali (Urania Libreria n. 6,1996), con un protagonista, Matteo Campini, che tornerà in un paio di racconti e nel romanzo La perla alla fine del mondo (Mondadori).E’ una storia di ucronia e universi paralleli, che ha come nodo centrale quello dello scoppio della Prima Guerra Mondiale, che alcuni uomini del futuro vorrebbero impedire (nei romanzi angloamericani di solito il nodo di questo tipo di storie è costituito dalle Seconda Guerra Mondiale, dalla Guerra di Secessione o da quella d’Indipendenza). Al di là della storia, comunqua avvincente e appassionante, è indovinatissima la figura del protagonista, un triestino filo-austriaco, come nella realtà ce ne furono tanti (a dispetto di quello che raccontano i libri di storia).

Nel 1996 non c’è nessun premio: non perché non venga assegnato, ma perché la casa editrice comincerà ad indicare sulla copertina l’anno di assegnazione anziché quello del bando!.

Con Memorie di un cuoco d'astronave di Massimo Mongai, (n. 1320, 1997), la giuria dopo romanzi più "seri" (avventurosi, cyberpunk, ucronici, antiutopici) decide di premiare un romanzo dichiaratamente umoristico, genere difficile e che viene giudicato poco apprezzato dal lettore italiano. Il romanzo si richiama infatti alla tradizione comico-avventurosa di uno Sheckley o di un Janifer per le picaresche vicende del cuoco Rudy Turturro nei suoi viaggi su mondi fantasiosi, attraverso storielle a sfondo misterioso, sessuale o semplicemente esotico e curioso, sempre accompagnati dal leit motif che le unisce tutte: la buona cucina. Mongai è veramente abile e divertente nel tratteggiare la vita di bordo di un cuoco spaziale (che però riesce a risolvere casi ben più seri della semplice organizzazione del menu) ed il vero tocco da chef è l’introduzione di una ricetta "aliena" al termine di ogni capitolo del romanzo. Il quale, tra l’altro, è stato recentemente ripubblicato dalla Golosia & C. Mongai comunque dimostrerà di avere delle vere qualità narrative con il suo secondo romanzo, questo decisamente avventuroso: Il gioco degli immortali (Urania).

Dopo Ai margini del caos di Franco Ricciardiello, per il quale rinviamo al riquadro (non si tratta di una menzione speciale, ma solo di una recensione scritta a suo tempo e che non era stata pubblicata) è la volta del romanzo pubblicato lo scorso anno, l'ultimo della serie: La notte dei Pitagorici di Claudio Asciuti (n. 1375), altro personaggio attivo nel campo da diversi anni, soprattutto come saggista cinematografico, e più volte segnalato allo stesso Premio. Il romanzo di Asciuti vede come ambientazione una distopia futura estremamente negativa, in cui l’umanità è divisa, grazie ad un’operazione al cervello, in due grossi gruppi antagonisti: quello delle Camicie di Ferro (inquadrati, razionali, conformisti e padroni dei centri di potere) e quello degli Svitati (drogati, romanti, insoddisfatti, contestatori). Sostanzialmente, un’allegoria del mondo in cui viviamo.

Come si vede, i Premi Urania presentano una buona varietà di temi e argomenti, stili letterari (sono tutti scritti molto bene), e sottogeneri della fantascienza, con una leggera prevalenza – ovviamente giustificata - per le tematiche più moderne legate all’aspetto utopico/futuribile della fantascienza contemporanea. Il fatto che molti di questi romanzi abbiano poi vinto il Premio Italia di fantascienza come "miglior romanzo dell’anno" ne è una ulteriore prova. Insomma, l’esperimento è certamente riuscito!

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LA SINDROME DI BOCKLIN

"Non è Sindrome di Stendhal" dice, con la "voce stonata di un'ottava", la protagonista di questo romanzo all'amico a cui ha chiesto aiuto (p. 62). Lui invece è convito di sì, che lei "Penetra in una sorta di 'margine del caos' della coscienza, quello stesso limite che, oltrepassato da individui che si trovano in particolari situazioni psicologiche, porta alla sindrome detta di Stendhal" (p. 141). Forse ha ragione lui, perché Vic (Vittoria) cade in trance ogni volta che vede il quadro di Arnold Boecklin L'isola dei morti, un quadro dipinto in diverse versioni leggermente differenti conservate in vari musei (Basilea, New York, Lipsia). Solo che Vic, ogni volta, vive un'esperienza sconvolgente, ritrovandosi ad essere un personaggio del Terzo Reich: l'architetto Speer, il maresciallo Fegelein, persino Eva Braun. Una forma di telepatia temporale? Un viaggio nel passato? Una trasmigrazione mistica? L'affiorare di brandelli di inconscio collettivo? Il varcare la soglia di un'altra dimensione? Non anticipiamo il resto, questo romanzo di fantascienza, vincitore del Premio Urania, è troppo bello e coinvolgente perché si possano ridurne in poche righe la trama appassionante, la scrittura insieme scorrevole e accurata, l'indovinata ambientazione e la convincente caratterizzazione dei personaggi (Nico, il protagonista, è uno scrittore che fa anche il paroliere per un gruppo musicale d'avanguardia, nella Torino dei nostri giorni). L'autore è il bravo Franco Ricciardiello, il titolo Ai margini del caos.

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ULTIMO AGGIORNAMENTO: 22 marzo 2001