SF PLUS


SITO DI FANTASCIENZA, FANTASY E HORROR

di Roberto Chiavini e Gian Filippo Pizzo


IL CONTATTO NEL CINEMA :

UMANI RAPITI DAGLI UFO E ALIENI VITTIME SULLA TERRA

 

Roberto Chiavini / Gian Filippo Pizzo

 

Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non ci sono quasi romanzi che analizzano il tema del rapimento da parte di esseri extraterrestri, almeno per quanto riguarda gli scrittori specializzati in questo genere letterario (gli scribacchini non li consideriamo). Né sono poi tanti i romanzi sul contatto (segreto) tra esseri umani "illuminati" ed alieni, come sono rari anche quelli che considerano in modo favorevole gli alieni sulla Terra. In questo ambito, la fantascienza ha preferito il tema dello scontro con le altre razze dell’universo (oppure, se c’è un incontro amichevole, questo avviene in un remoto futuro e/o in uno spazio lontanissimo dal nostro Pianeta). Assalti alla Terra, invasioni subdole, attacchi di UFO, vampiri marziani e mostri dallo spazio sono molto più consueti dell’alieno "amico", quando non addirittura benevolo, che viene invece dipinto dai contattisti e che, in qualche caso, è a sua volta fatto prigioniero e studiato dagli uomini.

Se non sono moltissimi i romanzi di fantascienza che analizzano il dibattuto tema delle abductions, certamente possono essere segnalati a riguardo almeno un paio di film interessanti per i nostri lettori, come esempi di analisi di accadimenti reali (o presunti tali) e non semplici gigionerie spettacolari o risibilmente parodiche.

Il primo film da analizzare è Communion (1989, regia di Philippe Mora), tratto dall’omonimo romanzo del 1987 di Whitley Streiber, celebre scrittore di romanzi horror (è suo, ad esempio, il romanzo Wolfen – ed. italiana Armenia – da cui è stato tratto nel 1981 un discreto horror licantropesco con Albert Finney) che qui mise a repentaglio la sua fama nell’establishment letterario internazionale, dichiarando che il romanzo si basava su fatti a lui realmente accaduti nella sua tenuta di montagna nel 1985. Il film, sceneggiato dallo stesso Streiber, racconta in maniera confusa come la famiglia dello scrittore (interpretato sullo schermo da un Christopher Walken realmente a disagio) resti vittima durante un week-end in montagna di una visita extraterrestre e di come, almeno lo stesso Streiber, venga sottoposto ad esami da parte di questi alieni (ispirati nelle fattezze ai gray aliens della casistica dei contattisti), che non sembrano particolarmente ostili, almeno inizialmente. Con il susseguirsi delle visite, la vita della famiglia, ed in particolare dello scrittore, resta fortemente sconvolta, per l’inspiegabile comportamento tenuto da Whitley (che, per esempio, aggredisce verbalmente una bambina travestita da alieno durante la festa di Halloween) e dovrà attraversare brutti momenti, prima di un finale conciliatorio, che non risolve però alcuno dei misteri presentati nella pellicola.

Il secondo film in esame è invece Bagliori nel buio (1993, regia di Robert Lieberman), altra pellicola statunitense relativa al caso Travis Walton, presumibilmente rapito dagli extraterrestri nel 1975, mentre si trovava in una radura boschiva insieme ad altri amici taglialegna. Secondo il racconto di uno dei testimoni, Mike, il migliore amico di Travis, quest’ultimo era stato investito da un violentissimo fascio di luce che lo aveva letteralmente fatto svanire nel nulla. Dopo che sono trascorsi cinque giorni, durante i quali la polizia non ha scartato alcuna ipotesi, comprese quella del rapimento o dello scherzo di cattivo gusto, Travis ricompare, nudo ed in stato di choc e, con il tempo, ricorderà alcuni particolari del suo rapimento, la sala operatoria aliena ed il trattamento subito da alcuni altri esseri umani tenuti prigionieri dagli extraterrestri. Il film non è un fallimento come il precedente e cerca di attenersi il più possibile alle testimonianze reali della vicenda, senza eccessive spettacolarizzazioni e lasciando quindi (comprensibilmente, in un caso del genere) numerosi interrogativi sullo svolgimento dei fatti.

E’ stata invece senza dubbio la televisione quella che ha dedicato lo spazio maggiore all’abduction, in particolare con la serie X-Files, celeberrima soap-opera a sfondo cospiratorio, i cui due principali protagonisti, gli agenti FBI Fox Mulder e Dana Scully, sono loro malgrado coinvolti pesantemente in questo inquietante fenomeno. Mulder, infatti, ha avuto la sorella Samanta rapita dagli alieni in giovanissima età (non senza una qualche compartecipazione del padre, come si andrà via via a scoprire nel dipanarsi dell’intricata sottotrama del telefilm), mentre Scully è invece stata ella stessa rapita in prima persona dagli alieni che le avrebbero anche provocato un forma maligna di cancro cerebrale (geniale trovata degli sceneggiatori del telefilm che, con questo espediente riuscirono a rendere protagonista l’attrice Gillian Anderson anche durante la sua gravidanza). Ma anche molta altra parte della trama di X-Files gravita inevitabilmente attorno al problema alieno ed a quella del primo contatto.

Meno nota in Italia, ma non certo qualitativamente troppo inferiore, è anche la serie Dark Skies, altro telefilm a base di intrighi nascosti ed alieni, qui apertamente ostili, che prende le mosse dal caso Roswell per ripercorrere tutti gli avvenimenti principali della storia americana degli anni Sessanta (da Kennedy al Vietnam) visti sotto l’ottica, invero intrigante, di una mega-cospirazione per nascondere al mondo l’esistenza di alieni ostili infiltratisi nell’umanità.

A proposito del caso Roswell, venuto alla ribalta del grosso pubblico pochi anni fa, anche questo ha originato un film televisivo del 1994, diretto da Jeremy Paul Kagan, sorta di dramma documentario sul crash alieno del 1947, intitolato semplicemente Roswell.

Proprio al caso Roswell e alle sue conseguenze si lega

l’idea che alieni, vivi o morti, siano studiati in basi segretissime americane; idea presente anche altrove, anche se di sfuggita: nel film di Emmerich Independence Day (1996), nella stessa X-Files, nel fumetto di Martin Mystere (soprattutto nelle storie ambientate nella base segreta di "Altrove") e nel film di Sonnenfeld Men in Black (1997, peraltro di derivazione fumettistica). Se, infatti, il tema degli esperimenti alieni su cavie umane è sviluppato ampiamente (anche in produzioni molto diverse, quali, ancora a titolo esemplificativo, la serie televisiva Visitors, o il film parodistico Killer Klowns from outer Space [1988, regia dei fratelli Chiodo]), anche gli alieni caduti sulla Terra non hanno poi quasi mai avuto accoglienze particolarmente festose: non c’è dubbio che l’E. T. di Spielberg finirebbe sezionato su qualche tavolo operatorio, se i ragazzini non riuscissero a salvarlo e a far in modo che possa tornare al suo pianeta (idea poi ripresa altre volte, ad esempio in Uno sceriffo poco extra …e molto terrestre di Michele Lupo del 1982, ed in una pletora di film americani per ragazzi),così come accadrebbe al Jeff Bridges di Starman (1984, regia di John Carpenter), senza l’aiuto della bella Karen Allen (con tanto di rifacimento al femminile qualche anno dopo, in un inedito in Italia). Ed è comunque spiacevole (pur senza la cruenza della vivisezione et similia) la sorte che invece capita al David Bowie Uomo che cadde sulla Terra (1975, regia di Nicholas Roeg, basato sul romanzo omonimo di Walter Tevis pubblicato da Mondadori), o quella di Klaatu in Ultimatum alla Terra (1951, regia di Robert Wise). Il primo viene involontariamente accecato dagli agenti che investigano su di lui, quando gli fanno una fotografia della retina: infatti Newton (questo il nome assunto dall’alieno) portava delle speciali lenti a contatto per nascondere i suoi occhi poco umani, e queste gli restano appiccicate. Il secondo viene invece colpito a morte dalla fucilata di un soldato troppo nervoso, e buon per lui che la medicina del suo mondo permette di curare anche ferite mortali.

Abbiamo lasciato per ultimo il film che è l’indubbio capolavoro sul contattismo, una pellicola di enorme successo e che ha fatto scrivere fiumi di parole (lo stesso Ray Bradbury lo definì <<il film che abbiamo sempre sognato>>). Stiamo parlando di Incontri ravvicinati del terzo tipo di Steven Spielberg, un vero capolavoro sia per la tensione che riesce a creare sia perché rappresenta un momento di speranza e di fede per il nostro grigio mondo. Che possa essere giudicato mieloso, pervaso di buonismo, scaltro, è indubbiamente vero, ma non commettiamo l’errore di giudicare in base ad elementi extrafilmici, o per l’uso che poi è stato fatto dell’idea: sarebbe come voler giudicare il Petrarca dal lavoro dei petrarchisti (e purtroppo molti lo fanno!). In realtà, la trama è sapientemente costruita attorno alla storia di alcune persone che si sentono irrimediabilmente attratte da qualcosa che non riescono a spiegare e che le spinge a recarsi, nonostante le difficoltà, in un punto preciso del nostro pianeta, e qui il regista – complice anche la bellissima musica di John Williams – riesce a dosare sapientemente tutti gli elementi in gioco e creare nello spettatore un sentimento di attesa che continua a crescere per quasi tutto il film. La tensione si scioglie quando si arriva alla fine e si comprende finalmente la ragione di tutto, ma lascia immediatamente il posto allo stupore e alla meraviglia, con l’atterraggio della gigantesca astronave barocca descritto minuziosamente e vissuto con ansia dagli astanti (e non si può dimenticare la faccia di François Truffaut, il grande regista qui in insolita veste di attore, che riesce a compendiare tutti le sensazioni del caso). Poi, senza bisogno di parlare, senza necessità di accordi, uno dei protagonisti, evidentemente il predestinato (Richard Dreyfuss), sale a bordo della nave spaziale: il vero contatto avviene adess

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ULTIMO AGGIORNAMENTO: settembre 1999