Fuga

Racconto spontaneo sperimentale scritto a capitoli alterni da
Laura "Gilda" Rimessi e leonardo maffi

Versione 1.1 del 21 Marzo 2004

Una tarda primavera, Stati Uniti d'Europa, Settore Italiano.

Lascio la macchina parcheggiata sotto casa di un amica, perché non si sa mai... dal portabagagli prendo la mia borsa di cuoio, che mi sono fatta costruire apposta. È come uno zaino, ma largo e piatto, e si adatta perfettamente alla schiena di un grosso animale che deve camminare sia a due gambe che a quattro.

Di qua a San Gattone, dove c'è il Centro di Detenzione Non Umani, sono un paio di chilometri, tutta campagna o quasi. Trascino la borsa in un fosso, guardando prima di non trovarci siringhe, tossicodipendenti o maniaci sessuali; mi spoglio e mi trasformo, più in fretta che posso... forse un po' troppo: la testa mi gira vorticosamente per mezzo minuto. Maledetta cervicale, devo farmi vedere da un medico, ogni volta che cambio mi pare di salire su una giostra.

Corro per i campi, a quattro zampe. Da lontano sento i campanacci delle mucche che si agitano al mio passaggio, le macchine che sfrecciano per la statale e tutti quegli scricchiolii fastidiosamente sconosciuti che fanno i boschi di notte. Il profumo che viene dalle pizzerie sparse nei paeselli qua attorno rischia di distrarmi... credo che il Piemonte abbia una quota di pizzerie pro-capite scandalosa, e questo è più che mai evidente quando hai una canna nasale lunga venti centimetri.

Di fronte a me, adesso, vedo il grosso edificio, circondato da un alto cancello metallico. Ho con me una mappa che mi hanno passato i Lupi di Torino, nel cui branco sono stata pseudo-integrata, che mi dice che lì attorno ci dovrebbe essere una piastra di pietra rotonda, tramite cui posso accedere ad un cunicolo che comunica con il carcere. Loro se ne intendono di carceri per Non Umani, nel tempo hanno imparato molte cose sullo scappare...

Apro la mappa e mi infilo sulla testa degli occhiali con un cinturino di gomma, come quelli da piscina, che mi servono per leggere (da iena sono abbastanza miope). Annusando il terreno sento chiaramente l'odore muffoso di mattoni vecchi, ed ecco che, tastando, odo finalmente suonare vuoto sotto le unghie. Trovo il bordo del piastrone, che non sembra inutilizzato da molto, infatti si alza facilmente. Beh, facilmente se sei alto due metri e mezzo, come me.

Sbatto un ciottolo sul bordo e dall'eco capisco che non è molto profondo, quindi salto giù. Atterro su una poltiglia di foglie e chissà che altro, e accendo una piccola pila tascabile... la mappa dice che devo andare di là, e poi di là...

Giro sottoterra per una mezz'ora. È un cunicolo tortuoso, ogni tanto ci sono delle vecchie porte da cui proviene un deciso profumo di salami e vino... immagino che ci sia un muto accordo tra contadini locali e Lupi, che permette agli uni di entrare e uscire dal carcere non visti e agli altri di mantenere le meraviglie delle loro cantine intonse, per cui non mi faccio adescare.

Alla fine trovo una parete su cui è incisa una scritta 'CDNU'. spengo la pila e spingo... la parete ruota, ed eccomi in un corridoio dritto, sul cui soffitto, a tastoni, sento delle tacche, una per cella. Fuoco è al secondo piano, per cui mi tocca andare fino in fondo ed infilarmi in un canalone, che da quanto ho capito è la canna fumaria di un vecchio inceneritore usato per bruciare i cadaveri, dentro cui, spingendo sulle pareti con braccia e gambe allargate, salgo. Domani avrò un sacco di acido lattico da smaltire.

Passo la prima porticina di metallo, quella in cui un tempo venivano gettati i cadaveri da incenerire, continuo a salire.

Ecco la seconda, vedo uno spiraglio di luce azzurrina che la profila. Mi fermo, ascolto... sento i Non Umani respirare, devono essere al massimo due o tre... il guardiano sta guardando la televisione, credo però che sia in un'altra stanza, perché il suono è ovattato e deve provenire da dietro un muro. Russa leggermente, okay, è il mio momento. Col naso, sempre tenendomi alle pareti (ho anche una bella paura di cadere), spingo la porticina di lato. Per fortuna la tengono ben oliata, i Lupi... ecco che scorre, senza fare tanto rumore..

Appena lo spiraglio si allarga, ci metto in mezzo la testa e lo apro del tutto. Striscio fuori dal buco, ascolto e fiuto. I non umani si agitano, spero che nessuno urli... fiuto l'odore delle ghiandole dei piedi di Fuoco, le ha attivate, è nella cella di mezzo e mi ha già sentita perché si agita, la sua dura pelliccia fruscia mentre va avanti e indietro. Mi avvicino in silenzio, e rimanendo acquattata contro la porta sibilo:

–Fuoco... sono io, Sans...

* * * *

Quindici anni dopo la rivelazione pubblica dei mannari, il governo degli Stati Uniti d'Europa promulgò la direttiva 742, che obbliga tutti i mannari che vogliono circolare liberamente a tenere sempre una targhetta metallica ben visibile all'orecchio, sulla quale è segnata una lettera o un paio di lettere che indicano la loro "specie fenotipica". Inoltre devono assumere obbligatoriamente un farmaco per tutta la vita, che inibisce e impedisce del tutto le trasformazioni in forme diverse da quella umana. Se tale farmaco viene dato ad un mannaro trasformato, esso torna quasi subito in forma umana. I matrimoni tra umani e mannari vengono fortemente scoraggiati (dato che i geni dei mannari sono dominanti, e i figli sono probabilmente mannari), ma il governo Europeo per ora permette ai mannari di avere figli tra loro. I mannari che non accettano di prendere il farmaco e di portare la targhetta vengono rinchiusi dentro delle specie di manicomi, oppure in apposite "riserve", cioè terreni selvatici circondati da recinti ad alta tensione, nei quali vivono quasi come animali.

* * * *

Sans è venuta a liberarmi! –Sono qui, vai – dico piano.

Bzzzzzz!

In pochi secondi riesce ad aprire la serratura con un apparecchietto elettrico.

Apro la porta, annuisco a Sans ed esco nel corridoio. Trotto fino alla porta della guardiola, accelero alquanto il mio tempo soggettivo, apro la porta, e prima che si sia svegliato abbastanza, lo colpisco dietro al collo. Aspetto un attimo per assicurarmi che il guardiano sia sistemato, normalizzo il mio tempo e torno alla cella da Sans.

–L'hai ucciso? – chiede il mio compagno di cella, un coyote mannaro.

–No, l'ho stordito. –

Sans è alta settanta centimetri più di me, –Come stai Fuoco, credevo di... offf! – mi alzo sulle zampe posteriori e la abbraccio forte.

Poi la libero. –Posso camminare. Grazie di essere venuta. – metto una mano sul mio collare e la guardo –Non ho cercato di evadere perché questo esplode se mi allontano dal carcere o se cerco di togliermelo. –

–Ci penso io – dice Sans.

Fa passare una scatolina vicina al collare e questo si sblocca da solo, e viene via. – Ahhhh! Grazie. – Me lo tolgo con grande soddisfazione e lo richiudo intorno ad un tubo dell'acqua.

–Perché lui non è in forma umana? – mi chiede Sans indicando il magro coyote sdraiato sulla sua cuccetta.

–È allergico al farmaco anti-trasformazione. –

–Vuoi scappare con noi? – chiedo al coyote.

–No, lasciatami stare... mi ricatturerebbero subito. Sono vecchio e stanco di scappare. Domani mi deporteranno in una riserva. – risponde.

–Ma lì morirai di fame. Il cibo naturale lì è molto scarso, il terreno poco fertile, e dall'esterno danno poco cibo.–

Ma a lui sembra che non importi, e si gira dall'altra parte.

–Andiamocene alla svelta – dico, tra poco potrebbero arrivare altre guardie. Sans fa strada verso il fondo del corridoio. Passiamo vicino ad una porta chiusa, e mi fermo un momento, nella cella c'è un altro non umano, non possiamo vederlo, ma ha un corpodore canino, –Lo liberiamo? – chiedo a Sans.

Lei per un attimo non mi risponde, ma lui ci ha sentiti, – Se non mi portate con voi mi metto ad urlare – dice.

Sans solleva per un momento il muso al cielo, poi usa il suo passe-partout elettronico per aprire la cella.

L'occupante ci saluta scodinzolando e sorridendo, è un bel morfo di cane terranova nero, alto circa un metro e novanta, cioè dieci centimetri più di me. Come al coyote anche al cane mannaro non hanno messo il collare, gli umani del carcere avevano paura solo di me, perché sono un chakasa.

Si avvicina e ci annusa le mani, poi parla, –Tu non hai quasi nessuna usta. Mi hanno arrestato oggi pomeriggio. Sono sempre vissuto come un cane in famiglie di umani. Per fortuna non mi hanno ancora dato il farmaco anti-trasformazione, me lo avrebbero dato domattina.

–Andiamo, parliamo dopo. Dobbiamo scendere da questo camino, fate attenzione – dice Sans e ci indica da dove passare. È stretto e non ho voglia di perdere tempo in contorsioni.

–Per passare cambiati in un morfo bipede – mi suggerisce il cane. Ma io mi cambio in umano per qualche istante, e passo dall'apertura. Poi torno chakasa e scendiamo giù. C'è ancora un vago odore di carne bruciata, abbastanza gradevole, se non fosse che so che probabilmente è di qualche persona. Ad un certo punto cerco di dire qualcosa, ma Sans mi zittisce subito, per non rischiare di farci sentire.

In poco più di sedici minuti siamo fuori, e senza fare rumore mi chiudo dietro una grossa piastra.

Il cane e Sans cambiano subito in una forma più quadrupede, e ci mettiamo a trottare e poi a galoppare per allontanarci dal carcere.

Dopo meno di ventisei minuti il cane non ce la fa più a correre e passiamo ad un trotto leggero.

–Avrei una macchina, ma non possiamo usarla. Dobbiamo andare a piedi. Vi porterò dai Lupi.– dice Sans.

–Mi chiamo Nero. – dice il cane. –Non mi ricordo quasi più il mio nome umano, non lo uso da una vita, e comunque non lo sento più come mio. Sono stato in forma di cane quadrupede per quasi tutta la mia vita, e anche se riesco ad assumere ancora la forma umana, continuo a comportarmi da cane. –

–Io mi chiamo Sans Souci.

–Ed io Fuocoblu, sono un Chakasa.

–Non avevo mai visto una come te – risponde Nero.

–Siamo piuttosto rare, e gran parte di noi vengono rinchiuse in centri di ricerca come fossimo animali da laboratorio.

–Perché prima non sei diventato un morfo bipede? – Mi chiede Nero.

–No, non potevo.

–E allora quale è la tua terza forma? Tutti hanno una terza forma. –

Non gli rispondo e allungo il passo, non ho voglia di fargli sapere i fatti miei. Sans allunga anche lei il passo e mi affianca, il sentiero è abbastanza largo. Neanche a lei ho mai detto quale è la mia terza forma.

Dopo un altro po' Nero mi torna vicino. –Ti hanno arrestato perché non vuoi stare in forma umana?– chiede.

–Voglio essere un chakasa libero. Su di noi il farmaco anti-trasformazione non funziona perché nel corpo abbiamo delle cose chiamati naniti che lo distruggono. Quattro giorni fa sono scappato da un centro di ricerca, sono stato tradito e catturato, e domani mi avrebbero riportato al centro.

–Cosa vogliono da te?

–Vogliono studiare i nostri naniti, per capire come funzionano. Ma io non voglio essere sottoposta a esperimenti per tutta la vita.

Passiamo vicino ad una fattoria con un pollaio all'antica, abbiamo fame e potremmo mangiare qualche pollo, ma non lo facciamo per non lasciare ulteriori tracce. Sappiamo tutti che non sarà gli difficile seguire la pista olfattiva di Sans e Nero.

Ormai è quasi sera, abbiamo attraversato molti campi e superato molti recinti per stare lontani dalle strade, i miei compagni sono abbastanza stanchi e ci fermiamo a riprendere fiato e a bere in un fosso. Mi sdraio un momento sull'erba fresca e profumata... sento due zampe sulla groppa. Drizzo le antenne. È Nero in forma quadrupede. Mi monta ed è già eretto. Mi alzo di scatto e lo rovescio a terra. Gli premo una mampa sul petto e con l'altra gli mampo i testicoli senza stringerli. Lui si immobilizza e urina qualche goccia.

Ahuu! Scusa...

– Non sono arrabbiata, ma non posso andare così veloce. Non ci conosciamo neppure.

Ha capito che sono molto più forte di lui. Lo lascio, mi sdraio a pochi metri di distanza e metto a togliere un po' del fango secco che ho tra le dita delle mampe. Forse ho perso un'occasione, non faccio sesso da ventidue mesi, ma non me la sentivo proprio. Mi sono sentita un po' aggredita, poteva almeno chiedermelo prima. E poi ho bisogno di ritmi molto più calmi, per prepararmi e raggiungere l'umore giusto. E preferisco conoscere almeno un po' il partner prima.

Non conosco gli usi dei mannari canini, forse tra loro questo è normale, ma non importa.

Dopo poco vedo che si alza, è ancora nella sua forma preferita di cane quadrupede, si scuote, e galoppa via senza voltarsi indietro.

–Ho passato quasi tutta la vita in gabbia nei centri di ricerca, e non sono sicuro di sapere come funzionano queste cose. Pensi che la mia reazione sia stata eccessiva?– chiedo a Sans.

–No. Se l'avesse fatto a me l'avrei preso come minimo a morsi.–

Ci rimettiamo in movimento, stavolta al trotto veloce. Ad un certo punto Sans mi dice che siamo obbligati ad attraversare una grossa strada, per cui ci cambiamo in forma umana e Sans mi offre degli abiti che teneva nella borsa.

Dopo averla passata camminiamo un po' e poi torniamo alle nostre forme precedenti. A me piace la mia forma umana, ma preferisco quella chakasa.

È quasi buio. Ci siamo dovuti nascondere più volte da elicotteri e altri mezzi volanti più piccoli, un chakasa non potrà passare inosservato ancora a lungo. Preferirei continuare a muovermi, ma è meglio che Sans dorma un po'. Passiamo vicino ad una fattoria tradizionale, da distanza sento l'odore di stalla e di un singola giumenta. Ci avviciniamo, anche se può essere pericoloso, e entriamo nella stalla, chiudendoci la porta alle spalle. Cerchiamo di stare lontani dalla giumenta perché se diventasse irrequieta potrebbe fare rumore e ci prepariamo un angolo dove passare la notte.

Dopo poco sentiamo rumore e ci nascondiamo.

È un umano, entra e da' del cibo alla cavalla, poi se ne va di nuovo, ma prima di chiudere la porta parla. –Vi ho visti nelle telecamere che ho nel podere. Siete i due mannari evasi, ma non preoccupatevi. Mi chiamo Aka, non apprezzo i mannari che si dichiarano superiori agli umani, ma per me siete persone a tutti gli effetti e non tollero che veniate discriminati così dal governo. Domattina andatevene. – E se ne va chiudendosi la porta alle spalle.

–Siamo stati fortunati. – dice Sans.

–È stato un caso favorevole. –

–Però poteva darci qualcosa da mangiare. – dice.

Beviamo un po', prepariamo un giaciglio per due di paglia, e Sans si sdraia subito. Nella stalla ormai è quasi buio.

–È il primo cavallo che vedo dal vero in vita mia. – dico.

–E allora come hai fatto a riconoscerne l'odore da lontano?

–Nei centri di ricerca mi hanno fatto studiare parecchio, anche per aiutarmi a passare il tempo. Mi hanno anche insegnato a riconoscere moltissimi odori, che mettevano su dei pezzetti di carta.

Mi avvicino alla giumenta, è una bellissima quarter horse, di colore bruno scuro, ben muscolosa e dalla pelliccia lucida.

–Sei bellissima.

È ancora sveglia, e sembra non avere paura di me. Mi avvicino cautamente al suo muso e lei non mi rifiuta. La carezzo sul muso, sul collo e poi le liscio la pelliccia sulla groppa, è una meraviglia. Spremo qualche goccia di dolce latteacqua nel palmo di una mano e gliela faccio leccare. Poi la bacio sulla bocca.

–Che stai facendo? – chiede Sans.

–Quando sono in forma chakasa non mi do' remore. Se fossi meno stanco forse proverei a farci perfino l'amore, ma ora devo dormire almeno tre ore. –

Sans si volta dall'altra parte, in segno di rifiuto. Io mangio un po' di biada, poi mi sdraio accostata a Sans, le metto la coda sulle gambe e mi addormento quasi subito, ma per sicurezza solo con mezzo cervello.

Alle 3:45 mi sveglio del tutto e scuoto Sans, –Svegliati, ho sentito qualcosa.

Oumf! Cosa?

–Credo dei piccoli robottini. Forse hanno seguito il tuo corpodore fin dal carcere. Se li distruggo daranno l'allarme. Dobbiamo evitarli e rendergli difficile l'inseguimento.

Ci arrampichiamo sulla scala fino al piano di sopra della stalla, quasi tutto pieno di paglia, non sono molto adatta a salire scale a pioli. Poi smonto una specie di finestra, saliamo sul tetto della stalla, clicco per ecovedere in basso, e salto giù. Mi sposto e Sans mi segue.

–Aspettami un momento qui, devo fare una cosa. – dico.

Lascio Sans, faccio un giro largo, salto un piccolo recinto e arrivo alla casa di Aka. Stordisco il cane con un piccolo colpo, in modo che non abbai. Entro da una finestra, lo trovo a fiuto e ecovedendo, sta dormendo e non mi ha sentito. Gli do' un pugno in faccia, non molto forte. Poi torno in fretta da Sans e ci avviamo al galoppo, sperando di distanziare i robottini. È notte e c'è solo una sottile falce di luna, ma ecovedo abbastanza e faccio strada a Sans, dicendole quando deve stare attenta agli ostacoli.

–Che hai fatto? – chiede.

–Ho fatto un occhio nero all'umano. I robottini hanno comunicato che noi siamo stati nella sua stalla, se verrà trovato con un occhio nero forse potrà dire che non ci ha ospitato volontariamente, e quando ci ha scoperti l'abbiamo steso.

–Secondo me è una storia che fa acqua da tutte le parti.

Sì, ma faccio quello che posso, non sono esperto in nulla, mi sento come un bambino, sono vissuto quasi tutta la vita in gabbia.

Dopo circa un'ora inizia a piovere, dobbiamo rallentare al trotto lento perché l'acqua e il rumore della pioggia interferiscono abbastanza con la mia ecovista, ma sono felice perché la pioggia lava via gran parte delle tracce odorose di Sans dal terreno. I robottini fiutatori non possono più seguirci. Ci siamo avvicinando alla periferia della città.

Il terreno e la vegetazione ora sno molto più fredde di noi, e da lontano qualche mezzo volante potrebbe termovederci, ma continuiamo a spostarci più in fretta possibile.

In altri ventidue minuti arriviamo in una periferia molto degradata, Sans mi guida dentro una grossa fabbrica abbandonata, e lì ci accolgono i Lupi. Ci sono vari branchi che convivono, e non vedo quasi nessuna persona in forma umana.

I Lupi sono abbastanza amichevoli con Sans, ma un po' freddi con me, probabilmente perché sono un chakasa, e quindi un po' alieno... Passo tra molti lupi mannari che mi guardano in modo curioso.

Lascio Sans a mangiare e giro un po'. Vedo una tizia in forma umana che salda ad arco dei pali di acciaio. Per saldare la pelliccia non è molto adatta.

Mi offrono due scatolette di cibo per cani avariato, che mangio con piacere, poi torno da Sans, che nel frattempo si è rimessa a dormire un altro po'.

All'alba ci svegliamo, mentre molti lupi si ritirano a dormire. Qui le persone diurne sono l'eccezione.

Fin dall'alba entro nel gruppo dei lupetti e mi faccio insegnare come si disabilitano alcuni antifurto da motocicletta, come si usano pistola e coltello, e un'infinità di altre cose. Sono ignorante di tutto come un cucciolo, ma posso imparare molto molto in fretta. Prima di mezzogiorno osservo i piccoli che mi circondano e rifletto un po' sul mio futuro. Comunico a Sans e al gruppetto dei mannari più amichevoli che avrei mi piacerebbe liberare un altro chakasa, di nome Tigrerossa, anche lui imprigionato nel centro di ricerca dove prima ero imprigionato io.

Alcuni lupi grigi mi dicono che sono un po' matto, perché è un'impresa difficile, ed io non so quasi come si guida una bicicletta. Tutti rifiutano di accompagnarmi, ma mi offriranno la mappa del complesso di ricerca, e quasi tutta l'attrezzatura di cui posso avere bisogno. Solo una giovane femmina, forse lievemente idealista, è ancora un po' indecisa, e forse mi accompagnerà. Io stesso devo decidere se farlo, rischio di venire catturato, ed è vero che so ben poco di come funziona il mondo reale. Se deciderò di andare mi preparerò bene prima, almeno un paio di giorni.

–Se vuoi aiutarmi lo apprezzerò, ma sei libera di rifiutare. Per me hai già fatto moltissimo... – dico a Sans.

* * * *

–Ci devo pensare... – Fuoco mi ha proposto di liberare un'altra chakasa. Mi farebbe piacere, ma ora sono a pezzi.

–Vedi, io sono una latente, e non mi posso allontanare troppo da casa per non destare sospetti. Ma tornerò a trovarti dopodomani, e ne parleremo, okay?

I latenti sono quei mannari che non sono mai stati identificati, e possono, se sono abbastanza furbi, vivere in maniera quasi normale. Nella mia famiglia non si è mai saputo dell'esistenza di altri come me, specialmente di un fenotipo così strano come una iena striata. So per certo che in Italia esistevano delle specie autoctone di iene maculate fino a circa tremila anni fa, mentre posso solo supporre che i miei geni provengano da est, forse dalla Grecia o dalla Turchia, perché le iene striate si spingono fino a lì. Può darsi che un tempo arrivassero fino all'est dell'Italia... o forse è semplicemente capitato perché ai maschi della mia famiglia è sempre piaciuto divertirsi.

Chiedo a Nova, il capo dei Lupi, di riaccompagnarmi alla macchina. Nova è un latente anche lui, e non è difficile capire come abbia fatto a tenersi nascosto, nonostante la sua famiglia abbia regolarmente nascite di licantropi: è ricco sfondato, e così è tutto più facile.

Il giorno dopo rimango a letto fino a tardi. Ogni volta che mi capita di uscire in missione mi sento poi stanca morta, e depressa. Mi capita di pensare che cosa mi sarebbe mai accaduto se mi fosse capitato di cambiare in giovane età, quando non sai controllarti bene, ed è quasi inevitabile che qualcuno ti scopra. Quante storie abbiamo sentito di ragazzini scoperti nelle loro forme animali mentre si pavoneggiavano con i loro compagni di scuola? Addirittura, quanti bambini, negli asili, hanno chiesto aiuto alle maestre perché 'succede qualcosa di strano' e si sono ritrovati traditi e soggiogati? Se lo avessero saputo, se fossero cambiati quando la loro ingenuità avesse lasciato spazio alla disillusione, avrebbero potuto essere latenti anche loro, e vivere normalmente. Sopprimere la propria forma animale è dannoso, i licantropi soggiogati non vivono mai a lungo, la parte prigioniera della loro anima avvelena il loro sangue da dentro.

Sono quasi le tre del pomeriggio, e mi alzo. Preparo una tazza di caffè liofilizzato (la macchinetta è come al solito inutilizzabile perché qualcuno ha bruciato la guarnizione) e dei tramezzini con il Philadelphia. Avrei voglia di una bistecca sanguinolenta, ma ho fatto un voto, tempo fa, di non nutrirmi di chi è geneticamente troppo simile a me

Il cellulare suona.

–Sono Laura...

–Ciao, sono Marco, Marco Sigismondi, ti ricordi di me?

–No, ma ciao lo stesso...

–Eravamo compagni alle medie, e ci siamo visti qualche volta alle feste del nostro paese... ti ricordi? Sono quello che ha quel grosso cane lupo striato... Autunno...

Autunno!

–Oh sì, mi ricordo! Come stai? E il cagnone?

–Tutti bene... senti, sei libera? Sono in zona, mi piacerebbe fare due chiacchiere... sto organizzando una... ehm... rimpatriata coi vecchi compagni, che ne dici?

Corro al bar dove Autunno mi ha dato appuntamento; poiché sono sicura che Marco sia in realtà Autunno, io non vado mai alle feste di paese...

Ci salutiamo, Marco era davvero un mio vecchio compagno delle medie, lo trovo ingrassato, per fortuna. Da piccolo sembrava una scopa.

–Posso offrirti un caffè?

–Grazie. Allora? Dimmi pure – mi guardo attorno, la gente non sembra prestarci attenzione –È successo qualcosa ai ragazzi... della comunità in cui lavori?

–No, ma è successo di peggio... mi sembra che tu non abbia aperto La Stampa oggi...

–Non ancora a dire il vero.

Mi porge una copia del giornale, nella pagina della cronaca di Torino leggo:

"Rabbia animale: nessun sopravvissuto

Orrendo massacro al Centro di Detenzione per Non Umani di San Gattone

Erano circa le 8.40 di stamattina, 25 aprile 2001, ed il secondino Aroldo Mattoni (45) si apprestava a dare il cambio al collega Ugo Famoso (51).

Stranamente, nessuno rispondeva al citofono, e Mattoni, dopo aver aperto con la sua copia di chiavi il portone principale, assisteva ad una scena orrenda. Le celle erano state aperte, le porte divelte, ed erano tutte vuote. I suoi colleghi (seguono nomi), ognuno addetto alla sorveglianza di un piano, erano stati massacrati e parzialmente divorati..."

Non riesco più ad andare avanti, e guardo Autunno. Lui mi porge un bigliettino.

–Non hai visto niente stanotte?

Io faccio segno di no con la testa. Almeno fino alle tre il signor Ugo Famoso era ancora tutto intero, e russava.

–Non ci sono state rivendicazioni?

–No.

* * * *

Mentre studio come sostituire una marmitta da un motorino, sento che qualcosa si sta muovendo. L'attività cresce in fretta, per cui smetto e pulisco le mie mani umane. Mi avvicino a dei lupi per chiedere informazioni, ma non riesco a capire cosa stia succedendo. Dopo qualche minuto capisco che è avvenuto una specie di grosso attentato o qualcosa del genere, ed i primi imputati saranno i mannari. Si stanno organizzando per una fuga in massa, dato che la polizia conosce l'esistenza di questo campo lupi, e probabilmente coglierà questa occasione per fare una retata di massa. Mi trasformo in chakasa, mi arrampico sul tetto di un vecchio fabbricato, e posso televedere che hanno già bloccato gli accessi stradali. Qualcosa mi dice che non sarà per niente facile riuscire a scappare.

Torno giù e comunico la notizia, ma pare che lo sapessero già. Sono sempre l'ultimo a sapere le cose. Vari lupi mannari si preparano al combattimento. Ma sicuramente la polizia se lo immagina e avrà delle squadre speciali, forse perfino l'esercito. Non posso fare stime, ma non credo che sia facile. La mia amica giovane lupa mi piazza in mano una specie di mazza chiodata e se ne va.

Non ho intenzione di prendere a mazzate dei poliziotti che stanno solo facendo il loro dovere. Un elicottero si avvicina, mi nascondo sotto una lamiera per non farmi vedere. Qui sono l'unico tauro e non passerei certo inosservata.

Devo fare qualcosa! Quando l'elicottero è passato corro e mi infilo nel pozzo, scendo la parete, ma poi scivolo e finisco giù di colpo, sbattendo contro il secchio e la corda. Mi concentro, Accendo la coda e mi immergo. Ci sono un paio di metri d'acqua, arrivo sul fondo, svuoto i polmoni, e in un circa un quarto d'ora mi seppellisco nel fango. Poi mi concentro e mi rilasso, per mandare il corpo in ibernazione parziale.

Dopo circa otto ore sento dei colpi, e la pressione aumenta molto, hanno buttato degli oggetti molto voluminosi nel pozzo, forse delle grosse pietre, ma rimango del tutto immobile, col metabolismo al minimo, per non produrre troppo calore che possano rivelare.

Mi sveglio molte volte, non sento alcun suono e nessuno che raccoglie acqua, vorrei andarmene, ho paura di essere stata sepolta viva, ma ogni volta mi dico che è presto, e che devo lasciar passare altro tempo, ed uscire solo quando sono sicura che i rastrellatori se ne siano andati.

Dopo una settimana di quasi ibernazione mi riattivo e trovo il coraggio di uscire dal pozzo. Ho voglia di ricominciare a respirare. Ma sono effettivamente coperta di pietre, mi muovo lentamente, e mi servono un paio di giorni di notevoli sforzi per riuscire a liberarmi, e poi altre ore per scalare con gli artigli la parete scivolosa di cemento del pozzo. Quando finalmente sono fuori vedo uno spettacolo completamente diverso. È notte, non è rimasto più nulla, non c'è nessuno, e hanno perfino abbattuto i fabbricati delle fabbriche abbandonate.

Nascondermi nel pozzo è stato più pericoloso di quanto immaginassi, potevo rimanerci sepolta... ma chissà che è successo agli altri. Mi dirigo al trotto verso la città, rimanendo sempre nascosta. Quando arrivo in periferia cerco nei cassonetti finché non trovo dei vestiti che possano coprire la mia forma umana. Trovo anche parecchie cose commestibili, che a me vanno benissimo. Mi cerco una tana, e all'alba mi nascondo e dormo per tre ore.

Quando mi sveglio assumo la forma umana, mi vesto cogli stracci, e giro per la periferia cercando di farmi vedere il meno possibile, finché non ho rubato degli abiti umili, ma un po' più decenti di quelli che ho trovato nella spazzatura, e più adatti alla mia misura.

Mi allontano ancora, poi prendo l'autobus e mi dirigo in centro. Non sono pulito, e quando mi sono trasformato in umano lo sporco che avevo sulla pelliccia mi è entrato un po' nella pelle, irritandola. Non ho pagato il biglietto e si vede abbastanza bene che sono un senza tetto o un mannaro, ma nessuno mi infastidisce o mi segnala, forse hanno paura.

Arrivo alla piazza dalla quale so che Sans passa spesso, scendo e mi fermo ad una panchina. So dove abita, ma non voglio rischiare di compromettere la sua copertura. Vengo osservato da un paio di guardie, e riesco a scappare per un baffo da una che mi ha chiesto i documenti. Passo davanti a casa di Sans-Laura, e la incontro quasi per caso.

Lei mi vede e quando mi riconosce strabuzza gli occhi e sorride, è molto felice di vedermi, ma ha il buonsenso di non dire nulla.

Annuisco, –Ci vediamo domattina alle tre, appesi sotto il ponte di ferro, proprio in mezzo – le dico, e faccio per allontanarmi, ma lei mi afferra un braccio e mi ferma.

–Non dire corbellerie. All'ingresso del mercato ortofrutticolo tra un'ora. È zeppo di gente e se parliamo mentre faccio la spesa non faranno caso a cosa diciamo.

Annuisco, –Bene. Ma tra mezz'ora. – Lei annuisce e mi allontano.

Dopo mezz'ora esatta sono all'ingresso del mercato, e dopo pochi secondi la vedo, e ci infiliamo appaiati in mezzo alla gente. Ci sono delle telecamere anti-scippo, ma in effetti è molto più comodo del ponte e nessuno fa caso a noi, possiamo parlare quasi liberamente, basta stare attenti alle parole che usiamo.

–Come stai? – chiede.

–Bene. Come al solito.

Sceglie delle arance, –Dove sei stato tutto questo tempo?

–In cantina, non ho aiutato nessuno.

–Il campeggio è stato sgombrato, tutti dentro o in paradiso. La cantina forse è stata la cosa migliore.

–Ho trovato un'agenzia per andare in vacanza. In Tibet – le dico.

Lei ci pensa un po' prima di capire che ho trovato un passaggio in aereo.

–Quando torni? – chiede.

–Forse non torno – le spiego, ci appartiamo un momento dietro una colonna, –La mia terza forma è leopardo delle nevi nonsenziente – e torniamo a fare la spesa. Lei rimane un po' silenziosa mentre sceglie delle mele, per riflettere su cosa le ho detto.

Dopo un po' mi guarda molto seria, credo che abbia capito. Quando sono nella mia terza forma non ho abbastanza intelligenza per decidere di ritrasformarmi in una delle altre due forme intelligenti, per cui mi sono trasformato in leopardo solo due volte, e entrambe le volte ai mannari che erano con me sono servite molte ore o perfino due giorni per persuadere il leopardo che ero a ritrasformarsi.

–Un pollo ruspante da ora in poi? – chiede.

–È possibile – le rispondo annuendo lentamente. Forse vivrò tutto il resto della vita come un leopardo delle nevi... una lunga vita di fuga. e mi dispiace non provare neppure a liberare Tigrerossa. Ma d'altronde in Italia non ho quasi speranza di poterla scampare. Forse potrei andare a vivere nella giungla sudamericana, un luogo classico per i mannari che vogliono vivere da selvatici, ma non sono riuscito a trovare nessun modo per arrivarci.
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