Racconti Fantacomici


Dependence Day     L'Ira di Q    





















Dependence Day

 

 

 

 

 

 

 

 

Il tempo vola e noi no.

Strano sarebbe se noi volassimo e il tempo no,

il cielo sarebbe pieno d’uomini con l'orologio fermo.

Alessandro Bergonzoni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La prima cosa che deve imparare un buon agente segreto è che tutto dipende, solo ed unicamente, dal denaro. E in seconda battuta dai burocrati d’ogni etnia e nazione.

Frank Boll lo sapeva bene.

Qualsiasi domanda si rivolgeva a un politico la risposta era sempre la stessa: "Dipende…"

Ed era così da migliaia di anni.

 

Dalle fessure delle persiane verdi entravano schizzi di luce che rimbalzavano sulle pareti, come quando si mettono a fare i pop-corn in una pentola. Ma il super agente segreto Frank Boll ancora dormiva beatamente. Anni di duri allenamenti alla meditazione Tibetana estrema l’avevano abituato alla concentrazione in qualsiasi situazione. Insomma riusciva a dormire anche con la luce, e addirittura anche con il canto dei gabbiani artificiali, che affollavano il laghetto di plastica liquida davanti alla sua casa.

All’improvviso una sua palpebra iniziò a muoversi ritmicamente, era il vibracall, lo stavano chiamando.

"Pro… prooonto?" sussurrò, con una specie di rantolo animalesco.

"Agente Frank Boll, sono il tuo capo, Olo Grammo!"

Frank sgranò gli occhi doloranti. Una fitta lancinante gli squarciò la schiena, la notte brava con tre miss mondo lo aveva duramente provato.

"Oh! Comandi boss Olo. Cosa è successo?"

"Codice rosso, Frank. Codice rosso!"

"Oh merd! Ma proprio rosso rosso?"

"Sì, il momento tanto temuto è arrivato: gli alieni Nãti ci stanno per invadere."

"Oh mamma mia!"

Frank usava il training autogeno per controllarsi, ma purtroppo aveva un piccolo tic che in certe situazioni gli faceva tremare entrambe le gambe. Quella era una delle situazioni.

"Boll, tu sei un esperto mondiale in ufologia e in armi speciali di difesa, devi venire subito qui, al quartiere generale. Tra un’ora ci sarà una riunione con i rappresentanti di tutti i paesi industrializzati: ossia saremo in due, noi americani e la madre Russia."

"O.k. boss Olo, in dieci minuti sarò lì! Passo e chiudo." Si tirò il lobo dell’orecchio sinistro, procurandosi una forte fastidio, per abbattere la telefonata crittografata.

 

La perfetta macchina da agente segreto era posteggiata davanti alla Banca Governativa, l’unica banca che serviva tutto il globo e i satelliti artificiali abitati, tra cui la Luna.

Frank premette leggermente la sua finta fede del dito anulare per sbloccare la chiusura dell’auto.

Il sistema di difesa del mezzo era stato progettato per resistere a un attacco di forza nove: una deflagrazione nucleare. I normali ladruncoli non avevano la minima possibilità nemmeno di scalfirla un po’.

Nel momento in cui si stava alzando la portiera olografica ad alta energia, una macchina scalcinata si mise in doppia fila bloccando l’uscita a Frank.

"Scusi signora, forse non ha notato che sto per uscire."

Dal catorcio uscì, faticosamente, una donna grassa, come Frank non aveva mai visto nella sua breve ma tormentata vita, che con sguardo annoiato gli si parò davanti.

"Senta sto andando un attimo in banca, aspetti dieci minuti!"

"No, non ci siamo capiti! Io devo andare via urgentemente!"

"Sì, sì, adesso ritorno."

La balena, con una borsetta troppo piccola per lei, entrò nel metaldetector organico e sparì alla vista del super agente invincibile.

Frank imprecò in tutte le lingue del mondo: ossia una, l’inglese - americano. "Ma come ca##@ è possibile. Ma guarda sta st##+@!"

Mantenne il sangue freddo e rifletté sulla soluzione da adottare. In pochi nanosecondi vagliò più di cento alternative: vaporizzare il rottame, vaporizzare il rottame e la signora, vaporizzare la banca con all’interno la cicciona, speronare il catorcio con la super macchina, annichilire tutto l’isolato, e così via.

Alla fine decise di andare a prendere la metro a lievitazione che passava proprio lì vicino. Si sentiva molto buono quel giorno. Probabilmente, pensò, proprio nei momenti in cui l’umanità è in grave pericolo di sopravvivenza si sente di più l’amore verso il prossimo. Anche se potrebbe trattarsi di un amore immotivato, non corrisposto, come in quel caso.

Il cancelletto, dotato di riconoscitore delle rughe della fronte, scannerizzò le sue grinze e registrò il pagamento sul suo conto personale, poi lo lasciò passare.

La banchina era affollata di derelitti umani che andavano a far finta di lavorare in qualche ministero statale.

Frank ebbe un senso di ribrezzo nei confronti delle loro vite insulse. Lui non sarebbe mai riuscito a condurre una vita così grigia. Lo stress e il panico erano i naturali condimenti della sua giornata.

Passarono i minuti ma la metro non arrivava.

Frank cercò un addetto delle ferrovie per chiedere informazioni. Ne scorse uno in tuta blu che raccoglieva cicche con una scopetta. Tuttavia erano anni che era stato tassativamente vietato di fumare in qualsiasi luogo aperto o chiuso.

"Mi scusi buon uomo, sa dirmi, per caso, se c’è qualche problema per cui stiamo accumulando tutto questo ritardo?"

L’omino bluastro squadrò il super agente, e poi gli disse: "Ragazzo, io non ho mai accumulato niente nella mia vita. Al massimo debiti e malattie. Ritardo? Ritardo rispetto a cosa? Nella vita è tutto relativo. E’ inutile correre tanto, comunque la nostra fine è segnata."

A Frank sembrò d’impazzire. Con tutto il personale che lavorava in quel posto doveva proprio andare a beccare un filosofo rimbambito!

"Grazie, molto gentile." disse con una smorfia di disgusto sul viso.

Ne scorse un altro, e riprovò. Questo stava vicino ai tornelli, come se volesse controllare i biglietti, ma erano centinaia di anni che si usava il metodo di riconoscimento a scanner.

"Mi scusi, sa dirmi se la metro è in arrivo?"

"E perché mai dovrei saperlo? Lei sa dirmi cosa mi aspetta dietro la prossima curva? E’ per caso in grado di prevedere il futuro? Io no!"

Frank non rispose nemmeno. Il suo grado di depressione era arrivato al massimo stagionale.

Finalmente la metro arrivò.

Salì al terzo piano per trovare un posto a sedere, o meglio sdraiato, se fosse stato ancora disponibile.

Lo trovò e si addormentò.

Un forte brusio ridestò i suoi sensi, si accorse che tutti stavano scendendo. Guardò fuori dal finestrino. Stavano alla fermata subito dopo quella di partenza. Ma come era possibile?

Intravide un controllore cyborg.

"Mi scusi, posso sapere cosa è successo?"

"Certo che può saperlo."

Non seguì alcuna precisazione. Boll ci riprovò: "Non mi ha risposto…"

"Come no? Lei mi ha chiesto se fosse stato possibile sapere cosa è successo. Io le ho risposto di sì."

A Frank comparve l’immagine mentale di un caterpillar che schiacciava tutti i robot del mondo. Stupide e inutili macchine del cavolo!

"O.k., brutta ferraglia, la seconda domanda è: mi descrivi cosa è successo?"

"Si è rotta la macchina generatrice di lievito che serve a far lievitare il convoglio. Tutte le metro sono ferme, e lo rimarranno, fino a domani. Non è possibile nemmeno fare la pizza e il pane."

"Oh porc…! Grazie, comunque. Vado a prendere un autobus a idrogeno."

"Signore," aggiunse ancora il cyborg, con la sua aria altera, "da circa tre minuti è iniziato lo sciopero dei bus. Adesione stimata: 110%."

"Ma che sfiga! Va bene, vado a prendere il taxi. Mi costerà un occhio della testa, però è l’unica soluzione."

 

I taxi erano, ormai da anni, guidati da I.A. che poi giravano tutti i loro guadagni ai padroni umani dell’automobile.

Erano dei mezzi veloci ma poco affidabili. Per risparmiare, tutti usavano il ‘Propulsore d’Improbabilità Infinita’. Aveva costi zero ma ogni tanto faceva i capricci. Era stato inventato dal grande scienziato genialoide Adams Douglas; che in proposito amava dire: "La Propulsione d’Improbabilità Infinita è un metodo nuovo e meraviglioso per attraversare le enormi distanze interstellari in un nientesimo di secondo."

I vari tassisti di origine napoletana avevano convertito quel ‘interstellari’ in ‘urbane’ e così il gioco era fatto: stessi guadagni ma spese zero.

"Buongiorno. E’ libero?"

Il tassista, con al collo una decina di chili di bigiotteria, voltò la testa quadrata appoggiata su un collo taurino.

Frank, grazie al suo spirito d’osservazione allenato, notò immediatamente che non si trattava di un cyborg ma del padrone del mezzo. La cosa gli puzzò subito. ‘Occhio Frank!’, si disse mentalmente.

"Io non sono l’autista. Questo taxi è fuori servizio, mi dispiace."

"Ma io ho urgentissimo bisogno di raggiungere il palazzo governativo. La prego!"

"Dipende…"

"Dipende?"

"Dipende da quanto può pagare."

Frank s’immaginò di mettere le mani attorno a quel collo da mucca e strizzarlo come uno straccio bagnato.

"O.k., quello che vuole… merd!"

"Bene. Dove la porto?"

"Il più veloce possibile in via Fax, 12."

Il taxi partì con un accelerazione di otto G. Le guance di Frank finirono, provvisoriamente, dietro la nuca, e le orecchie al posto del naso. Non si sentì troppo bene per un po’.

Dopo un breve tragitto, il toro con la patente bloccò l’auto.

Merd, pensò Frank, questi motori del cavolo, si deve essere rotto!

"Cosa è successo?"

"Siamo arrivati signore, sono 30 denari."

"Guardi che manca ancora tanto a via Fax!"

"Lo so signore, ma da qui in poi è zona interdetta. C’è una manifestazione pacifista."

"Una manifestazione pacifista? Ma se è da anni che non ci sono più guerre, sono completamente sconvenienti a livello economico. Lo sanno tutti, pure i bambini clonati!"

"Lei ha ragione, capo, ma qui si tratta di una protesta contro la volontà del governo di entrare in guerra contro gli alieni Nãti."

"Ma sono loro che ci attaccano! Ma porc… put##@@!"

"Arrivederci signore, buona fortuna."

 

Il super agente segreto, Frank Boll, decise che non aveva altre alternative se non quella di coprire a piedi il tratto di strada rimanente. Grazie al suo grande training psico/mentale sarebbe sicuramente riuscito nell’impresa.

Bestemmiando s’incamminò a passo di marcia militare.

Quasi subito incontrò i manifestanti urlanti. In quella situazione di ‘Codice rosso’ non veniva attuata nessuna forma di repressione, la polizia era occupata in faccende più importanti . In condizioni normali sarebbero stati tutti bruciati dall’elicotterone lanciafiamme. La cenere veniva usata per riempire materassi e cuscini, ce n’era sempre bisogno al mondo d’oggi.

Si vedevano cartelli con slogan di ogni tipo: ‘Alieni siete i nostri fratelli belli!’, ‘Ci sentiamo tutti alieni Nãti ma stonati!’, ‘Pace, sesso e alien’roll’, ‘Nativi + Nãti = Mondo più Bello!’, e così via, in un crescendo di banalità.

Frank aveva appena attraversato il mare di folla e svoltato per un vicoletto, quando si accorse di essere seguito da due energumeni. Affrettò il passo.

Intanto richiamò mentalmente, dalla sua banca dati installata alla base del collo, il programma di arti marziali letali.

I suoi tendini si tesero fino allo spasmo. Si tolse gli occhialetti con visore tridimensionale satellitare incorporato, e si slacciò l’ultimo bottone della camicia antiproiettile. Era pronto.

Si girò di scatto.

I due loschi figuri continuarono ad avanzare.

"Ha da accendere, capo?" chiese il più brutto dei due, ostentando una finta sigaretta tra le dita. Sicuramente, pensò Frank, era un mini mitragliatore russo da tasca, un successore del vecchio Kalashinkov.

Non gli lasciò il tempo di sparare.

Con una velocità sub luce gli mollò un pugno sulla trachea, l’individuo cadde a terra stecchito come una falena su una lampada incandescente. Quasi contemporaneamente si girò su se stesso caricando la gamba destra e sferrò un calcio girato sulla base del naso dell’altro delinquente. Anche quest’ultimo piombò a terra senza vita. E senza testa.

Frank si richiuse il bottone, si rimise gli occhiali, e si avvicinò ai due cadaveri. "Ma porc pu##@+azza. Mannaggia S.Crispino!"

Accostandosi ai due si era accorto che la sigaretta era una sigaretta. E che forse non avevano nemmeno un’aria così cattiva.

Probabilmente, pensò Frank, doveva essere stato qualche bagliore di luce a ingannarlo. Comunque erano sicuramente dei comunisti, giacché manifestavano, quindi aveva salvato un po’ di bambini da una fine da bistecca di ‘vitellino’.

Rassicurato da quell’ultima pensata si compiacque del suo genio e della sua magnanimità. Come diceva il suo boss Olo, tutte le azioni che un uomo compie non sono mai solo cattive o solo buone, dipende dalle circostanze in cui la persona si è venuta a trovare.

Dipende…

Coprì il percorso rimanente in un nientesimo infinitesimale.

 

Aveva percorso la via più breve secondo la sua mappa mentale, eppure gli sembrava di aver allungato un po’ facendo tutte quelle ‘scorciatoie’. All’uscita dell’ennesimo vicolo, davanti a lui comparve il palazzo governativo: il Grande Dox.

Era bellissimo, un grattacielo immenso, barocco, ridondante, autocompiacente, autoreferente e, soprattutto, brillante.

Sfavillava di luce propria, come una stella accesa da poco.

Il Grande Dox era l’Aleph del nuovo mondo. Il simbolo della potenza divina in Terra, e viceversa.

Frank lo sapeva, e stava godendo di quella vista come se avesse raggiunto trenta orgasmi simultanei.

 

 

 

 

 

 

 

*****

 

 

 

 

A forza di seminare banane, prima o poi ci si scivola.

Proverbio Uruguayano

 

 

 

 

 

 

 

 

"Buongiorno signor agente speciale Frank Boll. Benvenuto al palazzo Governativo. E benvenuto, anche, alla Banca Governativa. Siamo qui per servirla. Dipende solo da lei."

La segretaria al piano terra del Grande Dox era molto, ma molto carina, ma era anche sullo scemo andante. Ormai erano dieci anni che Frank lavorava lì, ma ogni santissima mattina Sissy, così si chiamava, ripeteva la solita tiritera. La sera cambiava solo il benvenuto con l’arrivederci ma il resto rimaneva invariato.

"Buongiorno mia cara Sissy!"

Frank non poté fare a meno di notare il canyon naturale formato dalle due enormi poppe. Per un attimo i suoi occhi viaggiarono in quella galleria senza uscita. E senza aria. Una goccia di sudore comparve sulla sua fronte. Frank l’asciugò con il polso della manica e s’incamminò, con aria indifferente, verso l’ascensore senziente.

"Signore," disse la voce metallica, "è pregato di inserire il naso nell’apposita fessura. Grazie."

Frank eseguì. Come ogni giorno, o comunque ogni spostamento di piano, veniva fatto il riconoscimento delle persone autorizzate ad accedere ai vari livelli riservati.

Il computer faceva la foto attraverso le narici, così mappava le prime cellule neurali che si trovavano subito sopra il naso, e poi la confrontava con i campioni precedentemente archiviati.

"Grazie signore. Piano?"

"Sala conferenza!"

"E’ sicuro? Conferma? L’accendo?"

La sala conferenza si trovava nella parte super segreta del palazzo che, come tutte le cose segrete, era ubicata molto in profondità. Così in basso che, in quei piani, faceva molto caldo anche con tutta l’aria condizionata al massimo: la vicinanza del nucleo caldo della Terra si faceva sentire.

"Confermo. Giù!"

L’ascensore ci mise una mezz’ora prima di raggiungere il livello sotterraneo prescelto. Ormai i nuovi motori ‘quasi-luce’ facevano miracoli.

 

La sala convegni era affollatissima: un brusio investì Frank appena varcata la soglia, sembrava di stare in un termitaio di insetti logorroici.

Intravide il suo capo, gli si avvicinò.

Sullo schermo ultrapiatto al plasma, super raffreddato dall’elio liquido, c’era l’enorme faccione del premier russo: Sputtinik. Dietro le sue spalle si notavano le montagne cineree della Luna.

Da quando c’era stato Gorbaciov, dopo la grande rivoluzione per l’aria gratis, si era deciso di spostare il governo russo sulla Luna per motivi di sicurezza. Ovviamente lo sfondo lunare era artificiale, perché come tutti i posti segreti doveva essere sottoterra, ossia, in questo caso, sottoluna.

Il boss Olo fece cenno a Frank di avvicinarsi.

Gli sussurrò a un orecchio: "Insomma Boll, è da più di tre ore che ti stiamo aspettando! Dove ca##+ eri finito?"

"Mi scusi signore ma ho avuto dei piccoli inconvenienti, prima una portaerei di donna mi ha… lasci stare, è una storia lunga. Un giorno scriverò un libro per raccontarla tutta."

"O.k. però la copia dovrai rendermela scontata."

"Va bene."

"Allora ti perdono!"

"Grazie, lei è troppo buono!"

"Allora Boll, cosa ci consigli di fare con questi Alieni Nãti? Tieni conto che hanno già distrutto le nostre postazioni di frontiera attorno a Plutone e Urano. Sembra che sia iniziata una battaglia nelle vicinanze di Io, la luna di Giove."

"Uhm, boss Olo, possiamo parlarne un attimo fuori? A che punto del discorso si trova il premier Sputtinik?"

"Sta ancora al fatto dell’Apollo 11. Ci sta accusando di falso, che non è vero niente, che è stata tutta una finzione da studio cinematografico, gli americani non sono mai stati sulla Luna, ecc. Dovrebbe ancora avere due ore di chiacchiere."

Uscirono a braccetto dalla sala.

"Signore, sarà stata una buona idea quella di aver ridato potenza alla Russia che ormai, politicamente ed economicamente, non esisteva più?"

"Frank Boll tu sei troppo giovane per ricordare. Esisteva un periodo in cui i soli oppositori dell’America erano quattro arabi da strapazzo. Le nostre industrie belliche stavano fallendo, e la nostra economia stava raggiungendo il minimo storico. Mandammo uno dei nostri migliori agenti segreti per insegnare loro come muoversi. Le cose migliorarono un po’ ma poi…"

"Scusi se la interrompo, boss, come si chiamava quell’agente super mega segreto?"

"Uhm, mi pare si chiamasse Osanna Bidè Ladren, o qualcosa di simile. Un bravo ragazzo che aveva la passione del modellismo: costruiva aerei di linea e grattacieli gemelli… e poi li smontava."

"Ah!"

"Insomma, dopo vari tentativi di questo genere, loro continuavano con i vecchi metodi dei kamikaze imbottiti di tritolo, e tu capisci che non potevamo far campare solo le industrie che fabbricavano dinamite. Siamo stati costretti a spazzare quei pellegrini e ridare credibilità al nostro vecchio nemico/amico la madre Russia."

"Ah…"

"Ed eccoci qua, con l’ennesima invasione di questi deficienti budinosi verdi a sei zampe. Che ci consigli?"

"Uhm… avete provato con le armi sfottòniche?"

"Sì, gli facevano il solletico."

"E con i boli laser alle frattaglie?"

"Non gli scalfivano nemmeno la chiglia della nave."

"Uhm…" Frank si carezzò il mento pensoso.

"A questo punto disperato direi che possiamo provare l’ultima invenzione in fatto di armi spaziali. Del resto siamo all’ultima spiaggia…" quell’espressione l’aveva sentita in un vecchio film, faceva molto figo.

"Sarebbe?"

"Il grande Chewing Gum frattale relativistico. Si spara un’enorme palla, di dimensione paragonabile a quella della Terra, contro le loro astronavi. Con il calore dei loro motori a fusione il Chewing Gum dovrebbe mollarsi e avvolgerli completamente fino a imprigionarli. Rimarrebbero bloccati in uno schifo di gomma sciolta e masticata."

"Bleah! E quanto costerebbe una cosa del genere?"

"Parecchio, circa un tribillione di denari…"

"Ma porc pu#+#+#ola!" Olo si contorse in uno spasmo di dolore.

"E’ l’unica soluzione possibile?" chiese a Frank quasi piangendo.

"Sì lo è, mi dispiace."

"No, va bene, tu fai il tuo lavoro. Ora io dovrò fare il mio e far digerire una cifra del genere alla Banca Governativa."

"Ma non saranno i due premier a decidere?"

"Loro daranno il consenso ufficiale, ma chi prende la decisione è la Banca. Dovresti saperlo Boll!"

"Sì, ma…"

"Coraggio, io rientro ad esporre la soluzione. Ci proverò con tutte le mie forze. Tu aspetta qui fuori. Vatti a prendere un caffè. Ci vediamo tra un po’."

"Auguri bosso Olo!"

"Ma porc tr###ola! Quante volte ti ho detto che non si fanno gli auguri!"

"Pensavo valesse solo per la pesca, ma ormai è da tanto che ci sono pesci artificiali e quindi… mi scusi."

Il boss Olo rientrò nella sala governativa con un passo da funerale, testa bassa, mani incrociate dietro la schiena. Frank lo capiva, eccome se lo capiva.

 

La macchinetta del caffè era di ultima generazione: la psico-caffettiera. La pensata, di qualche cervellone del governo, era che quando un dipendente va a prendere una bevanda, non ha bisogno solo di quella, ma vuole anche scambiare quattro chiacchiere con qualcuno che lo comprenda.

Frank avvicinò la fronte allo scanner per l’addebito, su carta di credito, del cappuccino che stava per prendere.

Subito comparse dal nulla una voce mielosa: "Salve bell’uomo. Sei proprio sicuro di volere il cappuccino? E’ la scelta migliore che puoi fare in questo momento?"

"Sì!" disse Frank deciso, con quelle macchine bisognava farsi vedere molto risoluti.

"Lo sai quante calorie ha un cappuccino? E quanto ci vuole per smaltirle?"

"Sì, ma non me ne frega niente!"

"Sei a conoscenza della pericolosità della mistura del latte con il caffè? Potrebbe crearti un’acidità di stomaco che comprometterebbe la tua giornata lavorativa ed affettiva."

"Continua a non fregarmene niente. E poi ho uno stomaco di ferro."

In parte era vero, Frank aveva subito un trapianto di stomaco artificiale, dopo che gli avevano fatto ingerire dell’acido muriatico in una missione in India.

"Sei informato sulla dose massima di caffeina da assumere quotidianamente? Una quantità eccessiva potrebbe danneggiare irrimediabilmente il tuo giovane cuore!"

"Oh merd! Me lo vuoi fare questo cappuccino, sì o no?"

"Per la tua salute preferirei di no. Ma la decisione finale spetta a te, tutto dipende dalla tua coscienza…"

"Ma vai a farti fo++###e!" sognò di avere a portata di mano un nebulizzatore istantaneo, per far scomparire nel nulla quella scatola blaterante.

Frank, arrabbiatissimo, si allontanò da quell’aggeggio infernale. Un caffè l’avrebbe innervosito molto meno.

Gli venne anche il sospetto che tutta la storia delle bevande fosse falsa. Quella macchina era solo un maledetto ammasso di molle che pontificava e, in realtà, non avrebbe mai preparato alcuna bevanda per chi che sia.

Si ripromise di chiedere al suo capo se fosse mai riuscito a trangugiare qualcosa da quella ferraglia che non fossero state prediche.

 

Dopo parecchie ore, stravolto, uscì dalla porta il suo boss.

L’espressione stampata sulla faccia non prometteva niente di buono, sembrava che avesse avuto un incidente frontale con un astronave cargo.

Frank era cosciente che da quella decisione, quel giorno, dipendeva la sorte dell’umanità.

Si ricordò che c’era un vecchio, e brutto, film su un argomento simile: ‘Dependence Day’; D.D. secondo la pubblicità dell’epoca.

"Boss Olo! Com’è andata?"

"Di merda! La Banca Governativa, dopo una litigata di ore con i due premier, non ha voluto sobbarcarsi la spesa. Preferiscono soccombere al nemico che difendersi. La Banca dice che in questo caso è più conveniente perdere."

Frank per un attimo ebbe come uno svenimento, la testa gli girava come una trottola giroscopica impazzita.

"Ma come è possibile? Scelgono la sconfitta, la sottomissione agli Alieni Nãti? Non ci posso credere…" Frank si prese il cranio tra le mani, una lacrima gli solcò il viso stanco.

"Boll, non fare così. Cerca di affrontare da uomo questa emergenza. Lo so, è dura. Tieni, prendi il fazzoletto. Vuoi che ti chiamo tua madre al telefono?"

"No, grazie. Ormai sono adulto e devo affrontare la realtà, per quanto crudele mi possa sembrare. Sono loro che comandano. Tutto dipende dalla convenienza economica, lo so bene."

Rimasero così, per qualche manciata di minuti, vicini, mano nella mano, cercando di consolarsi a vicenda. Non sapevano dove andare, non sapevano cosa fare.

Non sapevano cosa stesse succedendo al di là della porta.

Tuttavia stavano accadendo molte cose interessanti.

 

All’improvviso, quando ormai sia Frank che il bosso Olo, si erano quasi addormentati sulle sedie, sconvolti dalla fatica, la porta della sala convegni esplose vomitando decine di persone impazzite.

C’era chi rideva, chi piangeva. La maggior parte saltava come se stesse attraversando i carboni ardenti. Qualcuno faceva delle capriole e delle ruote a ripetizione. Un consigliere si era tolto la giacca e l’usava come una banderuola facendola ruotare sopra la testa. Un altro mimava uno spogliarello.

Olo e Frank si guardarono esterrefatti.

Il boss Olo fermò uno degli indemoniati per chiedere lumi: "Ma cosa cavolo è successo, cosa avete da festeggiare?"

"Olo, non c’eri dentro? Gli alieni si sono ritirati! Stanno tornando a casa loro. Abbiamo vinto!"

"Ma se, se…" balbettò Olo, "se… abbiamo deciso di non difenderci, come è possibile che abbiamo battuto i Nãti?"

Frank non ci stava capendo niente, non sapeva se doveva essere felice o scontento.

Sapeva solo che l’emicrania gli stava aumentando spropositatamente.

"In questi giorni, mentre ci stavano attaccando, il loro governo ha subito un ribaltone. La nuova maggioranza non ha voluto stanziare i necessari soldi per continuare l’offensiva contro di noi. Capite? Anche per loro tutto dipende dal fattore economico!"

"Anche gli Alieni Nãti avranno la loro Banca monopolista, e quindi…" la voce di Olo si spense pian, piano, come una radio che aveva finito le batterie nucleari a fissione.

Il boss Olo girò gli occhi e cadde a terra svenuto con un tonfo sordo.

Frank era come impietrito, troppe cose erano successe in poche ore per non provarlo duramente. Certo, era super allenato a qualsiasi tipo di stress, ma quello era stato troppo anche per lui. Rimase così, immobile, per un’oretta. Immobile a parte quel lieve tic alle gambe…

 

Il giorno dopo Frank si trovava nel bellissimo ufficio del suo boss Olo. C’erano quadri cangianti sulle pareti trasparenti, legno autentico incastonato nel soffitto, e le sedie erano di pelle vera artificiale. Un lusso per quell’epoca di ristrettezze. Ma forse, rifletté Frank, i sacrifici erano richiesti solo a una parte della popolazione, come sempre. La Storia insegna.

Riparlarono dei fatti incredibili che erano accaduti, bestemmiando e ridendo nello stesso tempo.

Alla fine della chiacchierata Frank chiese: "Signor boss Olo avrei bisogno di andare in ferie, che ne pensa?"

"Frank, dipenderà dagli avvenimenti dei prossimi giorni. Vedremo."

Dipende, pensò Frank, tutto dipende da qualcos’altro.

Questo Frank Boll lo sapeva bene…