Microracconti


2001 Odissea nello spiazzo

Danzando nell'aria, come foglie al vento, planarono dolcemente nel punto stabilito. Lui era lì a pochi minuti da loro, lo sapevano, avevano la mappa della zona. S'incamminarono con circospezione e percorsero quel breve tratto che li separava dalla Conoscenza. Un breve tragitto per loro, ma un grande balzo per la specie. Era enorme, maestoso e completamente immobile. Si fermarono inquieti: la paura, sommata al rispetto per quel manufatto, bloccò i loro passi già incerti. Il Monolito sembrava fatto di marmo nero, ma era troppo perfetto: liscio all'inverosimile, splendidamente proporzionato nelle misure 1:4:9, i quadrati dei primi tre numeri naturali. Non c'era dubbio che fosse stato costruito da qualche intelligenza superiore, illuminata da uno spirito creativo perfezionista. Iniziarono le misure e le varie osservazioni: non rifletteva luce e al tatto era gelido, ma se lo aspettavano. Emanava un qualcosa di vitale che non si poteva spiegare, era come se una moltitudine di voci fosse stata rinchiusa al suo interno. Dava un gran senso di solitudine; forse stava lì da anni, da solo, ad aspettare qualcosa o qualcuno, chi potrà mai dirlo. Decisero di girargli intorno per vederne anche l'altro lato. Sorpresa !!! L'altra faccia aveva una specie di becco argentato, con un liquido trasparente che ne fuoriusciva gorgogliante. Dopo alcuni esami scoprirono che era semplice acqua: incredibile, un generatore perpetuo di liquido vitale. Quali conoscenze tecniche avranno supportato un tale progetto? Rimasero un po' in adorazione, meditando sul significato della vita, delle loro esistenze spesso così banali, così affrettate e superficiali. Chi siamo noi, da dove veniamo, chi sono i nostri progenitori ? Forse Dei, forse alieni ? Soddisfatti, e nello stesso tempo increduli, ripresero il loro cammino verso la base operativa della spedizione. Le tre formiche lasciarono lo spiazzo, con al centro la fontana di marmo, e tornarono nella loro vicina dimora con un segreto nel cuore.





Acqua

Blu, immensamente blu, avvolgente blu. Acqua da per tutto: sopra, sotto, di fianco, nei miei occhi. Le bollicine vorticavano attorno a me danzando con dei ritmi sconosciuti. E io scendevo sempre più giù, sempre più verso il blu. Io amo questo colore, mi rilassa. Ritorno a uno stato embrionale e mi sento protetto, avvolto da un muro impenetrabile. I rumori esterni non esistevano più per me, solo dei tonfi sordi e soffocati dalla mole infinita del liquido amniotico. La pressione sui miei timpani aumentava e mi ricordava che noi non siamo pesci e il nostro ambiente naturale è un altro. Condannati a non ritornare all'acqua e al non provare il volo nell'aria celeste e leggera. Condannati a stare con i piedi per terra e portare il nostro fardello appesantito dalla gravità. Nel blu il peso non esisteva, era come volare in una picchiata costante a testa in giù. Tutte le leggi annullate o capovolte, tutto il mondo fuori. Fuori da me. Amavo quelle sensazioni. Non smetterò mai di fare tuffi dal trampolino olimpionico. Il mio corpo cerca l'acqua e vuole fondersi con essa sempre e dovunque. Io sono acqua e come ha fatto scrivere Keats, sulla sua lapide: "Il mio nome è scritto sull'acqua."





Amnesia

Mi svegliai di soprassalto, ero zuppo di sudore. Il soffitto era del colore di un televisore sintonizzato su un canale morto. Una lampada semisferica era appiccicata al soffitto come la ventosa di un polipo gigante. La luce mi violentava gli occhi impregnati di sonno; qualcos'altro, di più pesante, mi premeva sulle palpebre doloranti. Sentivo, dentro di me, che non era la prima volta che mi svegliavo in quella stanza austera. Le lenzuola odoravano di qualche sorta di disinfettante ed erano spiacevolmente ruvide. Avevo le gambe e le braccia legate al letto. Non riuscivo a muovermi. Urlai, ma dalla mia bocca non uscì nessun suono. Non riuscivo a ricordare cosa ci facessi in quel posto, dove ero e per quale motivo mi trovavo lì. All'improvviso si aprì una porta sulla parete davanti a me. Entrò un uomo in una divisa azzurra. "Come stai ragazzo oggi?" - disse, mentre controllava dei monitor di fianco a me. "Dove cavolo sono, chi sei, perché sono qui?" - strillai agitandomi dentro le fasce di costrizione. "Calma, ragazzo. Ogni giorno sempre le stesse domande, eh? Ti stanno proprio rimbambendo di droghe!" Non mi lasciò il tempo di rispondere: mi voltò le spalle ed uscì dalla porta parete. Mi sforzai per ore e l'unico risultato che ottenni fu solo un miscuglio di frammenti onirici. Sembravano degli spezzoni di un film surreale montato malamente. Ricordavo solo il passato remoto, ma niente che spiegasse la mia presenza in quel posto per me alieno. Ormai la mia unica speranza era quella di svegliarmi da un assurdo incubo in bianco e nero. Stremato mi addormentai e sognai di sognare. Mi svegliai di soprassalto, ero zuppo di sudore. Il soffitto era del colore di un televisore sintonizzato su un canale morto…





And the radio plays

L'acqua verde diventava prima azzurra e subito dopo bianca, infrangendosi sulle rocce nero seppia dove lasciava della spuma bianca, come se fosse stata panna, versata su un dolce al cioccolato da un pasticcere tremolante. Il vento mi carezzava il viso, deviando il percorso, obbligato dalla gravità, delle lacrime che mi scorrevano sul volto. Gabbiani si rincorrevano, giocando con l'aria, pennellando figure astratte nel cielo terso. La facilità con cui riuscivano a rimanere a galla nell'etere mi faceva provare invidia: io non avevo la stessa abilità con le traversie della vita, andavo sempre giù in spirale picchiata. L'altezza mi faceva rizzare i peli sulle braccia e vortici improvvisi attraversavano la mia mente dandomi un forte senso di vertigine. La linea sottile tra quello che stava sulla collina e quello che poteva cadere nel burrone era molto labile. Era come se ci fosse stata una membrana elastica che tratteneva il mio corpo, ma era molto fragile, molto. Il sole, ormai rosso sangue, galleggiava anche lui nel mare argenteo, ma già sapevo che il troppo peso lo avrebbe portato verso il fondo. Il giorno dopo sarebbe risorto come sempre: splendente allo zenith. Ripercorsi il tortuoso sentiero che mi aveva portato in cima a quella collina sulla scogliera. Le mie gambe pesavano come macigni e faticavano a seguire quello zig zag tra i piccoli arbusti e i grandi problemi della vita. Mi trascinai, arrancando come uno zoppo, fino alla macchina e misi in moto. Alla radio davano la nostra canzone. Avrei voluto cambiare sintonia, ma non ne avevo la forza. Avrei dovuto farla finita, ma non ce la facevo.





Baciami

Non potevo vivere con lei e nemmeno senza di lei. La vita è un inferno in cui ognuno di noi cerca di sfuggire alle fiammate di tristezza, che ci sorprendono nel nostro continuo oblio. Anch'io scappavo, facevo finta di non vedere, di non capire. La vita è corta, mi dicevo, bisogna viverla il più felicemente possibile. Ma è vivere questo? Per vivere, secondo voi, si deve rimandare il dolore e lasciarsi cullare da un mare apatico d'agonia ? Dovevo affrontare la realtà. L'unica realtà che abbiamo a disposizione. Non bisogna fuggire, facendo cose futili e "rilassanti"; la realtà "reale" può, deve, ed è interessantissima, piena. Più di qualsiasi fantasia. Ma esiste una realtà unica? La mia realtà è come la vostra, è come quella di lei? E' proprio questo il problema: non ci conosciamo a fondo, l'empatia ci è estranea. Ognuno vive nella sua isola e non tollera incursioni da parte di altri vascelli sconosciuti. "Sì, ti voglio ancora tanto bene, ma …" "Ma ?" mi uscì un suono stridulo, supplichevole. "Ma, non riusciamo ad andare d'accordo, non va." "Riproviamoci, diamoci un'altra possibilità, ce la meritiamo, no?" "Non so se è il caso …" Il caso. E' il caso che ci ha fatto incontrare. Siamo immersi in un universo aleatorio, tutto è caotico, l'entropia regna indisturbata, sovrana. Chissà cosa ci sarà dietro la prossima curva, per me e per te. "Non so che dire" disse. "Baciamoci !" le urlai. "Baciamoci, adesso …"





Black Out

Era ancora seduto, ma aveva la testa riversa sulla scrivania. Gli occhi spalancati, fissi. Dalla bocca aperta, in una smorfia di dolore, gli usciva un rivolo di saliva, che aveva bagnato dei fogli posati sullo scrittoio. Le braccia penzoloni come se fossero di un materiale floscio, gommoso. Vedeva tutto nei minimi particolari, quasi ingrandito. L'occhio rivolto verso il fermacarte di cuoio, ne rilevava la superficie a buccia d'arancia e non liscia, come potrebbe sembrare a una certa distanza. C'era della polvere sul tavolo: minuscoli fili spezzati che formavano una pellicola invisibile; ogni tanto qualche particella si agitava in moti vorticosi, percorrendo stranissime traiettorie, chissà a causa di quale convezione termica. Un ultimo raggio di luce della giornata, penetrava nelle tapparelle come una lama d'acciaio affilata, illuminando una penna stilografica d'argento. Il riflesso balenava nella quasi oscurità della stanza, disegnando delle stelline di luce accecanti. Sentiva un gran dolore nel petto: sembrava che qualcuno stesse tentando di separare la parte sinistra del suo corpo da quella destra. Non riusciva a muovere niente, nemmeno le palpebre. Voleva urlare, chiamare aiuto, ma dalla sua bocca non usciva alcun suono. Non riusciva a emettere nemmeno un alito, niente. Non sapeva, non riusciva a capire se era vivo o morto. Forse qualcosa di mezzo. Non sapeva se era mai esistito uno stato tra la vita e la morte, ma per lui, in quel momento, era la pura realtà. Nell'ufficio entrò l'uomo addetto alle pulizie giornaliere. Vide il corpo adagiato, senza vita, sulla scrivania. Posò i suoi attrezzi e si precipitò al telefono di servizio: "Pronto. Pronto ?" - "Sono nell'ufficio 441" - "La mia … la mia matricola è 0365/A. Senta qui c'è un problema, penso che ci sia stato un altro guasto giù alla …" - "Sì, esatto." - "Allora ?" - "Ah, come pensavo: un'altra volta !! Cristo, ancora un black out alla centrale d'alimentazione degli androidi !" - "O.k., lo rimuovo io, non vi preoccupate." L'uomo delle pulizie riprese i suoi attrezzi e continuò il giro delle stanze; sapeva che quella sera avrebbe fatto un po' più tardi.





Buon compleanno!

Correvo velocissimo sull'asfalto bagnato, tra filari di cipressi e pini. Sentivo l'aria scompigliarmi i capelli, amavo quella sensazione di libertà. M'impegnavo a centrare tutte le pozzanghere: gli schizzi d'acqua e fango mi mitragliavano le gambe scoperte, tra i calzini e i pantaloncini corti. La mamma si sarebbe arrabbiata parecchio… Ma quel giorno no, era l'unico giorno dell'anno in cui mi avrebbe perdonato tutto: il mio compleanno. Già, dieci anni, dieci bellissimi anni. Continuavo a correre, accelerando, e saltavo, come un atleta delle olimpiadi, i ramoscelli caduti sulla strada. Poi, all'improvviso, frenai sgommando ed iniziai a giocare con le foglie secche ammassate lungo il bordo della via. Ci passavo sopra godendo ogni volta che udivo quel suono scricchiolante, che solo le foglie più asciutte sapevano donarmi. Che bello! Dopo un po', stufo del gioco, cominciai a lanciare sassi verso i cipressi; la guerra con quei loschi figuri era iniziata! I loro laser non mi avrebbero colpito … La mia mamma mi svegliò dolcemente con un bacetto sulla fronte. "Auguri tesoro mio. Auguroni di buon compleanno!" "Grazie mammina." "Tieni questo è il regalo da parte mia e di papà …" Scartai il pacchetto colorato, chissà cosa poteva essere. "Oh !!! Grazie. Bacino mamma!" "Mamma, visto che è il mio compleanno ti chiedo una cosa. Mi porti in giardino subito, in pigiama, ho voglia di vedere gli alberi !" La mamma andò nella stanzetta a prendere la sedia a rotelle. Si prospettava una bella corsa, sulla strada bagnata, tra i filari di cipressi e pini.





Chinatown

Il vicolo era scuro e maleodorante, chiazze oliose lo tappezzavano come se si trattasse di un'enorme pelle di Leopardo da caminetto. I miei passi rimbombavano in quell'atmosfera umida, come farebbe una pallina d'acciaio che rimbalzasse su quelle mura di mattoni rossi. Tre loschi figuri, con gli occhi a mandorla, si misero davanti a me, improvvisamente, sbarrandomi completamente il percorso. Ci guardammo in cagnesco per un tempo indefinito, sapevo benissimo cosa volevano, ma non ero disposto a darglielo. Il più basso fece un balzo in avanti e mi sferrò un calcio verso l'addome. Ruotando su me stesso, schivai il colpo e gli tirai un diretto sulla gola, spaccandogli la tiroide. Il tizio cadde a terra annaspando, il suo respiro faceva un rumore simile a quello di un palloncino che si sgonfia. Il secondo giallo cercò di colpirmi con un sinistro, destro, in successione: presi parzialmente il primo pugno e parai il destro con il gomito, sentendo le sue nocche che si frantumavano. Con lo stesso braccio gli sferrai un colpo alla tempia e, afferrandolo per i capelli, una ginocchiata sui genitali. Una volta in terra gli detti un calcio, con il tacco dell'anfibio, sulla parte bassa del naso, uccidendolo. Il terzo mi era già addosso, mi aveva dato un calcio girato in faccia, sentivo il sapore amaro del sangue nella bocca e da un occhio vedevo con un velo rosato. Finsi un gancio e gli diedi un calcio laterale sul ginocchio, spaccandogli la gamba come se fosse stata un ramo secco. Non lo finii, doveva rimanere vivo per raccontare al suo boss mafioso quello che era successo. M'incamminai nel vicolo, zoppicando. Ormai il sole era calato, il freddo e l'umido stavano aumentando rapidamente; sentivo dei brividi che correvano sulla pelle. Era terminata un'altra giornata a Chinatown.





Come Picasso

Come Picasso nacqui il 25 ottobre nella città di Malaga. Come lui, essendo anch'io un artista, amavo il violento cromatismo e una tecnica essenzialmente "divisionista". Ho avuto il mio periodo "blu" in cui m'interessavo d'esseri miserabili che vivevano in ambienti di desolazione. E il mio periodo "rosa": saltimbanchi e tutte le persone che giravano attorno al mondo circense. Mi piaceva rompere ed incastrare i piani percettivi nella rappresentazione dello spazio tridimensionale. La mia fase cubista: frantumavo, spaccavo e chiudevo il tutto in una scatola. Come diceva il caro Pablo: "Una frantumazione prismatica dell'immagine plastica". Era bello aver raggiunto un'assoluta libertà nei confronti della materia. Una sensazione di potere, di creazione. Un Dio in terra. Sognai un Labirinto infinito. E un Minotauro che m'inseguiva ansimando. Io riuscii a scappare, come fece Dedalo. Ma avrei voluto essere Teseo per ucciderlo e farlo a pezzi. Specchi riflettevano la mia immagine moltiplicandola per tutto l'universo. Non riuscivo più a nascondermi, Minosse mi trovò e m'ammazzò. Arianna perché mi hai abbandonato? Come Picasso odiavo le donne e mi piaceva esercitare una violenza crudele sulle figure femminili: "Le donne mostro". Adoravo le nature morte e i simboli funerei del cranio e del bucranio. La cella era angusta e buia. Loro non capivano che ero un grande artista. Una vita artistica parallela a quella del "maestro". Ma loro non capivano, mi chiamavano "serial killer" invece che pittore, artista, mecenate… E allora Picasso? Anche lui un serial killer? Anche lui aveva spezzato e separato migliaia di figure umane. Quanto talento sprecato rinchiuso in questa scatola quadrata e umida. Come la dovrei chiamare, questa mia detenzione, "neocubismo"? Bestie! Capirete solo dopo la mia morte. Il mio nome rimarrà nella storia, come Picasso.





E poi il buio

Dedicato a Edoardo Agnelli

Le automobili sfrecciavano sul viadotto come api ronzanti inseguendo chissà quale nettare profumato; profumato quanto effimero. Centinaia di persone che mi vedevano per una frazione di secondo. Anime che si sfiorano per un istante e poi s'allontanano, forse, per sempre. Il ponte era alto, mi girava la testa, piccoli vortici di vento mi agitavano i capelli già spettinati dal dolore. Un salto, un solo e stupido salto e poi finalmente il buio. La pace eterna dell'oscurità. Gli occhi chiusi per sempre sulle disgrazie della vita. Scesi dal parapetto, mi girava ancora la testa ma la mia visione era chiara e nitida. Mi rimisi in moto nel flusso del traffico quotidiano dell'esistenza. Se qualcuno che conoscete, anche poco e male, avesse i miei stessi pensieri funesti, ditegli che … Ditegli che dopo la notte rinascerà sempre il giorno. Ditegli che dietro le nuvole, anche le più nere, c'è il sole caldo e luminoso. Ditegli che la vita è troppo bella per buttarla via come carta straccia. Ditegli che tutte le cose passano con il tempo e che il tempo è un'ottima medicina per qualsiasi male. Ditegli che per un sorriso di un bambino vale rimanere vivi. Ditegli che non è solo. Molti ci sono passati ed usciti e molti ci passeranno. Ditegli che non è solo. Non siamo soli.





Era una notte buia e tempestosa

L'autostrada era deserta. Davanti e dietro di me nessuno, non sapevo se ero primo o ultimo. Grandinava violentemente e grossi fulmini illuminavano a giorno la campagna, come se qualcuno stesse scattando delle foto con un enorme flash dalla Luna; che quella sera si nascondeva, pudica, dietro delle spesse nuvole catramate. All'improvviso la mia automobile ebbe un problema: si spense il motore, e con lui, i fari e le luci dell'abitacolo; un black out completo, non funzionavano nemmeno le doppie frecce d'emergenza. Cristo! Il buio mi avvolse nella sua morsa, come un mantello soffocante. Cercai d'uscire, ma le portiere erano bloccate. Non riuscivo a scorgere nulla, anche i fulmini si erano placati, non mi vedevo nemmeno le mani. All'improvviso il mio sedile diventò fluido, molliccio e ci affondai dentro un bel po'. Cercai di fare presa su quello del passeggero e sullo sportello, ma le mie mani incontrarono una sostanza gelatinosa che mi fece venire i brividi. Scalciai con forza: qualcosa stava risalendo la mia gamba sinistra. Non servì, la cosa continuò, imperterrita. Allora cercai di scansarla con una sberla: al tatto sembrava un animale peloso e con parecchie zampe… ormai ero in preda al terrore. Il panico si era impadronito di tutto l'abitacolo come fa un gas letale lasciato defluire in un barattolo. Nello specchietto retrovisore vidi due fessure bianche che mi stavano fissando e non avevano proprio niente d'umano. Non avevo più la bocca, ma dovevo urlare. Avrei voluto urlare. Sobbalzai leggermente e la coscienza rifluì in me. L'asfalto correva veloce e i tuoni rincorrevano senza tregua i lampi generatori, come fa l'ombra con il suo creatore. Cristo! Un altro colpo di sonno! Mi dovevo proprio fermare per riposare un po'.





Erba

Un manto d'erba soffice e dolcemente umido mi accarezzava la schiena, solleticandomi la spina dorsale. Il sole era già alto e stranamente piccolo: riuscivo a vederne la rotazione che lo consumava lentamente; come una clessidra, perdeva sempre più materiale al passare del tempo. Un'enorme farfalla volteggiava nell'aria e si fermava sulla testa delle persone per succhiarne il melodioso contenuto. Si posò su di me e mi guardò con quei suoi occhi enormi: un attimo, ore, giorni, mesi. E poi se ne andò, lasciandomi là con tutti i miei dolori e tutti i miei rimorsi. Quelli non gli erano piaciuti, non poteva digerirli nemmeno lei. Crepe improvvise e profonde si aprivano sotto il mio corpo. Già, spesso si sostiene che bisogna avere la terra sotto i piedi, ma si dimentica di dire che si aprono certe fenditure in cui la nostra coscienza, i nostri ricordi, defluiscono attratti dalla profondità, nera e fredda, della terra. La mente è un posto buio, umido e pieno di muffa; un posto in cui nessuno vorrebbe mai andare, un posto che io non avrei mai voluto vedere così chiaramente, così a nudo. Gabbiani dalle ali enormi, come alianti, volteggiavano nel cielo verde smeraldo e si chiamavano tra loro scandendo chiaramente il loro nome di battesimo, se mai lo avessero ricevuto. Piccoli Buddha spuntavano come funghi e mi fissavano lacrimando copiosamente. Cercavo di sfuggire ai loro sguardi indagatori, ma ne nascevano sempre di nuovi e io non avevo più posti dove rifugiare i miei occhi ormai pieni di pianto. Un cachi gigante stava rotolando giù per la collina e mi prese in pieno inondandomi della sua poltiglia flaccida e collosa. Mi leccai le labbra con la mia lingua biforcuta ed esoticamente lunga. Presi al volo un insetto e lo mandai giù con un certo gusto. La mia pelle cambiava colore al cambiare della tonalità del cielo, e io cambiavo umore con lui. Dovevo decidermi a smettere, era inutile fuggire dalla realtà. Avrei chiuso per sempre con "l'erba" che mi forniva il mio amico peruviano. Dovevo farlo, prima di giocarmi gli ultimi neuroni sani rimasti, che erano ancora pochi, molto pochi.





Fermata d'autobus

Stava lì, come tutte le mattine, racchiusa, a "doppia mandata", nel suo cappotto marrone, con un cappello di lana e una sciarpa rossa che facevano intravedere solo il nasino e gli splendidi occhi. Il freddo e la nebbia non m'impedivano di godere a quella vista, e trovare il calore necessario per sopportare l'attesa della corriera, che arrivava sempre troppo presto. Erano anni che stava lì. Erano anni che la guardavo e la desideravo senza riuscire a dire una parola, a fargli un sorriso, un gesto. Ogni giorno, uscendo dalla mia piccola casa, speravo che Lei fosse lì, che stesse bene. Il periodo peggiore era quando andava in ferie. Ora sapevo quando e per quanto, e cercavo di fare concidere le mie con le sue, ma non sempre era stato possibile. Poi passava il suo autobus e tutto finiva, tutto diventava grigio e freddo. Il mio passava dopo, ma io, ovviamente, arrivavo sempre molto in anticipo. Il sonno in meno era un sacrificio piacevole e necessario, sempre di più. Ma ora basta ! Avevo deciso: dovevo prendere coraggio e dire qualcosa per conoscerla o almeno provarci. Certo, c'era il rischio di un rifiuto che avrebbe affossato ancora di più la mia vita inutile, ma dovevo provare. Ci pensai parecchio, alla fine decisi e scelsi la cosa più banale (ma semplice!): gli avrei chiesto l'ora e poi … e poi si vedrà, speriamo bene. Quella mattina lasciai a casa il mio Omega e m'incamminai, tremando, alla fermata. Non tremavo per il freddo. Lei era lì, come sempre. Immutabile, bellissima, come una statua greca. Mi sedetti sulla panchina scarabocchiata, mi rialzai, mi risedetti. Era il momento, adesso o mai più ! La guardai e … Lei disse, con occhi dolcissimi: "Scusi mi sa dire che ore sono ?" Quel giorno non avevo l'orologio, ma sono sicuro che il tempo si fermò. Per l'eternità.





Forse sono io la nuova Marilyn

"Hey Marilyn, come stai pupa?" "Come va stasera, bella?" "Che fai sulla strada, di notte, mia Marilyn?" "Vuoi un po' di compagnia baby, sei tutta sola?" "Sei meglio della Marilyn americana, ragazza sei la meglio Marilyn di Centocelle!" Occhi bianchi, cerchiati di luce, sfrecciavano lasciando una scia evanescente nell'aria gelida. Qualcuno rallentava, mi guardava, mi parlava e poi, nella maggior parte delle volte, ripartiva sgommando sull'asfalto unto da costellazioni di macchie d'olio e di chissà cos'altro. Mi piaceva giocare con la nuvoletta di vapore che si formava davanti alla mia bocca carnosa, dipinta di rosso Ferrari. Mi piaceva giocare con quegli uomini come fa il gatto con il topo. Non so dirvi, però, chi fosse il gatto, anche se io mi sentivo e sono molto micia, come lo era la mia 'sosia' Marilyn, la grande e ineguagliabile felina Marilyn. Lei forse guadagnava di più, ma io non potevo lamentarmi: in una notte mettevo da parte più di quanto potesse un funzionario di banca, in una settimana di duro lavoro, tra le scartoffie e 'mummie' annesse. Mi mancava solo e soltanto una cosa per raggiungere, in grandezza, la portentosa Marilyn: la morte. Già la signora vestita di nero che mette fine alle nostre sofferenze, alle nostre rincorse, ai nostri debiti, alle bollette che non si riescono a pagare alla fine del mese. Solo quello, sarebbe stata la ciliegina sulla torta. Ma la notte giusta è arrivata: sono distesa sul mio letto leopardato e, per cena, mi sto pappando un bel barattolo di barbiturici. Sì, stasera sono a dieta: solo acqua e pillole. Dimagrirò molto, ma starò meglio, molto meglio. La signora sta arrivando, lo sento, e io sono pronta a ballare con la mia Marilyn preferita. Io e Lei per sempre.





Guerra

Il secondo sole, quello più piccolo, stava tramontando lentamente e le prime stelle luccicanti affioravano timidamente nel cielo fucsia. Nuvole viola, ricolme d'ammoniaca, veleggiavano tranquille in quel mare aeriforme. Stavo sdraiato nella trincea che avevo scavato con le mie mani e che, probabilmente, sarebbe diventata anche la mia fossa. La terra inumidita dalla notte che stava calando, leggera e soffice come una carezza materna rassicurante, odorava di qualcosa che le mie narici non avevano mai sentito, prima d'atterrare in quel mondo ostile. Ostile, quanto conteso da due razze, alle quali non apparteneva, e che anzi venivano da un'altra parte della galassia. Si sarebbero disintegrate una con l'altra solo per possedere quel sasso insignificante e privo di vita indigena. Io dovevo morire per un pianeta che non mi apparteneva, e uccidevo esseri di un'altra razza solo per conquistare un masso. La storia non ci ha insegnato niente, gli errori fatti si ripetono, ritornano ciclicamente come una palla che viene lanciata con un lungo elastico. Il cielo, ormai nerissimo, era pieno di stelle che disegnavano costellazioni sconosciute e misteriose. Il buio veniva squarciato da lontani lampi colorati: saette rosse ed esplosioni gialle illuminavano il terreno. Le astronavi degli alieni stavano attaccando per lo scontro finale. Per noi era finita, era solo questione di tempo. Un bagliore, una deflagrazione, un forte dolore alla spalla: mi avevano colpito. Una granata intelligente a frammentazione mi aveva scovato, la mia tuta atermica ormai non tratteneva più, come avrebbe dovuto, il calore del corpo. Ora sarebbero arrivati, con i loro corpi mostruosi, flaccidi e con delle protuberanze da incubo. Per me era giunta l'ora di conoscerli di persona. Guardai le tre lune allineate nel cielo esotico, per l'ultima volta. Uno di loro mi fu addosso, era raccapricciante: solo quattro arti, carnagione molle e di uno sgradevole colore rosa. Due dischetti verdi immersi in un contorno bianco mi fissavano e io pensavo alla mia famiglia lasciata su Altair, pensavo che per colpa di quel Terrestre non l'avrei mai più rivista. L'oscurità calò improvvisa e violenta.





India

Le loro facce pallide mi guardavano con odio, disprezzo. Qualcuno faceva finta di non vedermi affatto oppure fuggiva dai miei occhi. Ormai ero abituato a tutto: quello che mi guardava male, la vecchietta che azionava i tergicristalli, il ragazzo che mi voleva picchiare, la ragazza che sgommava in avanti per levarsi dalle mie grinfie. Capivo il fastidio che apportavo a quelle persone stanche, esaurite da una giornata di lavoro o stressate dal giorno d'ufficio che l'aspettava. Lo capivo, ma io del resto fornivo un servizio, un piccolo lavoretto che necessitava solo di un'esigua ricompensa. Esigua per loro, ma non per me. Il freddo in questo vostro paese è allucinante e in ogni caso pesantissimo per una persona di pelle ambrata come me. Nel mio paese, l'India, il caldo è soffocante, umido e s'insinua in ogni cosa e in ogni dove. La mia lontanissima terra. Mi bastava chiudere gli occhi per un momento, in quel traffico nevrotico e soffocante, per sentire gli odori di fiori e spezie sconosciute alla vostra gente. Vedevo il fiume al tramonto in cui io e tutta la mia famiglia facevamo le abluzioni come in un rito orgiastico nazionale. E le donne, sensuali, con la loro bocca carnosa che spiccava tra i veli dei vestiti voluttuosi. La pelle scura, liscia, morbida e … Un clacson mi fece riatterrare nel presente, nella mia situazione grigia e puzzolente. Non sapevo cosa stesse facendo la mia famiglia in quel momento ma sapevo cosa facevo io: l'elemosina. Tanti sogni, sacrifici, lacrime, viaggi interminabili per finire a far la vita di un mendicante. Voglio ritornare da loro, nella mia India piena di povertà e contraddizioni. E' la mia casa, la mia unica casa.





Insetti

Me li sentivo addosso, ne ero pieno. Erano circa sei ore che ero sotto la doccia, ma non era cambiato niente. Il prurito mi stava distruggendo, mi grattavo fino a farmi uscire il sangue. Non ce la facevo più. Io e Tus, il mio cane, stavamo sotto l'acqua a strofinarci con la spazzola e dei saponi particolari, ma i pidocchi non se ne volevano andare. Non sapevo se ero stato io ad attaccarli a Tus o lui a me, ma, come in un prodotto aritmetico, il risultato non cambiava. Casa era intrisa dall'olezzo del DDT, bombolette e scatole di insetticida in polvere erano accatastate ovunque, in ogni angolo delle stanze. Era una guerra senza tregua e senza regole; ma loro stavano vincendo. Sapevo, ormai, che ogni oggetto dell'edificio era una possibile tana per quegli schifosissimi pidocchi. Li avevo anche nei polmoni, sentivo un dolore che mi levava il respiro ogni volta che inspiravo aria e, sospettavo, che anche Tus ne fosse pieno, dentro. In quelle condizioni non potevamo più uscire, avere contatti con altra gente, mi facevo portare tutto a domicilio. Vedevo tutte le persone come possibili portatori sani o possibili veicoli da infettare. Dovevo vincere la mia battaglia prima di rincontrare qualche essere umano. Uscimmo dalla doccia, asciugai Tus e lo cosparsi di DDT in polvere; feci la stessa cosa con me. Quasi non riuscivo più a respirare, avevo i polmoni saturi di afidi. Mi sedetti su una poltrona, con in mano una bomboletta spray e attesi. Non tardarono molto: una nuvola nera, enorme, ci stava venendo incontro, riempiva metà della stanza e avanzava come un tornado. Io e Tus eravamo pronti per il nostro scontro finale.





La descrizione di un attimo

Smeraldi verdi mi fissano e mi sorridono. Pupille dilatate, profonde. Mi ci perdo, in un oblio infinito. Ciglia che si chiudono e si aprono velocemente. I tuoi odori, la tua anima, che si fondono con la mia. Mani che si sfiorano e s'intrecciano. E poi si lasciano. Labbra che si schiudono per emettere suoni dolci. Io bevo, tu bevi. Odore di birra e amore. E sudore. Io rido, tu ridi. Rumore di fondo ovattato che c'isola dal resto del mondo. Tu sorridi e io mi sciolgo. Io parlo e tu mi adori. Pensieri diversi ma uguali che si toccano. Esistenze che si ritrovano. Futuri possibili che escono dalla nebbia. Nebbia. Nebbia di fumo nel locale. Nebbia nel mio cervello offuscato. Ma vedo chiaramente un orizzonte nitido, nel locale buio. Già ti amo, già mi ami. In un attimo le nostre vite estranee si sono unite. Forse per sempre. Per sempre, in un attimo.





La tempesta

Lo stato di quiete era durato troppo a lungo. La calma, in quel luogo, era sempre e solo un fatto episodico. Un'isola nell'immenso mare perennemente in burrasca. Scariche elettriche iniziavano a scaldare i "muscoli". Per troppo tempo erano rimaste sopite, imbavagliate nella loro normale attività quotidiana. Lampi senza sonoro, senza tuoni, si scaricavano lungo gli assoni delle cellule neuronali. L'attività era in crescendo, generata da una reazione a catena velocissima che si propagava come olio versato sul pavimento. L'attivazione di una particolare area cerebrale determinava una circolazione di corrente all'interno dell'encefalo. Questa corrente si manifestava all'esterno creando fenomeni di tipo magnetico ed elettrico. Pochi microvolt generavano onde alfa e beta che si rincorrevano nello spazio tridimensionale come gabbiani giocosi. Si dice soffrissero di tale patologia grandi personaggi, come Alessandro Magno, Giulio Cesare, Giovanna D'Arco o Napoleone; certamente ne soffrivano Dostoiewski, Flaubert, Paganini e Van Gogh. Ma questo non lo consolava. Lo aggrediva come un uragano tropicale, un fiume in piena che ogni volta lo travolgeva trovandolo sempre senza difese. Sapeva che stava arrivando, sentiva "l'aura", ma il "grande male" non si fermava davanti al riconoscimento, il fatto di essere smascherato non lo faceva arretrare. Non conosceva timidezza o vergogna. Non c'è cura per l'epilessia, non c'è impermeabile che lo possa riparare da questa tempesta imperfetta.





Libri

L'odore. L'odore irresistibile, voluttuoso, della carta stampata. Il piacere di sfogliare delle pagine mai toccate da dita umane, di violarne il bianco candore. La sensazione di piena immedesimazione con il personaggio principale e di proiezione in una realtà alternativa, a volte migliore. Niente più rumore, problemi e arrabbiature, ma solo musica soave per la nostra mente. Una mente che, se continueremo a leggere assiduamente, ci sorriderà sempre. Libri che ci aspettano a casa come cani fedeli e ci fanno le feste quando li carezziamo sfogliandoli. Libri che non finiremo mai o che finiscono troppo presto. Libri pieni di ricordi della nostra vita non vissuta. Libri che non avremmo mai dovuto prestare, libri desiderati come una donna restia alle nostre lusinghe, libri usati solo come soprammobili. Libri accatastati sul comodino da tempi remoti, libri che si possono solo leggere al bagno, libri su cui abbiamo perso i migliori anni della nostra gioventù. Anche la nostra vita è un libro, che scriviamo ogni giorno e di cui è certo l'incipit ma non il finale. Un finale quasi sempre drammatico, e sicuramente fatale.





Non è per sempre

Ero rimasto solo a guardare il panorama dalla collina. Il sole era pallido come il mio viso stanco. Lei non avrebbe potuto resistere ancora, non per sempre. Daini maculati saltellavano, brucando ogni tanto l'erba, sul pianoro verde. Carcasse arrugginite d'automobili giacevano inerti come scheletri di soldati morti in una battaglia lontana nel tempo. Corvi neri mi si avvicinavano cercando qualche briciola di cibo, ma era da giorni che non mangiavo, sarebbe stato inutile. Alle mie spalle sentivo il silenzio assordante della città ormai fantasma. Urlavo, e percepivo solo l'eco della mia disperazione. Mura circondate dal nulla che contenevano il nulla. Erbacce rampicanti e topi da per tutto. Crepe insidiose dilaniavano le pareti sporche e la mia anima già incrinata. Tremavo. Un tremore che nasceva dalla mia anima abbandonata e dalla malattia che mi consumava velocemente come una candela che bruciasse da entrambi i lati. Non capivo, così come non avevano capito tutti gli altri. Non volevo capire. Non c'era niente da capire: la natura, alla fine, si fa giustizia da sola. L'epidemia era iniziata un secolo prima, nel 2003 d.C. Sembrava inverosimile morire per una malattia ( "kuro" ) che si era scoperta, la prima volta, nelle popolazioni antropofagi in Nuova Guinea e si era riuscita ad estirpare nel 1959 intervenendo sull'aspetto antropologico; in altre parole, rendendo illegale il cannibalismo. Ma l'ingordigia dell'uomo, cosiddetto "sapiens", aveva innescato una reazione a catena irreversibile. Il morbo di Creutzfeldt-Jakob aveva infestato tutti: uomini e bambini. E tutto: carne, latte, formaggi e i loro derivati. In sostanza ogni cosa commestibile. Io sono uno degli ultimi in vita, anche se già gravemente malato. Sono solo. Solo con la mia coscienza d'uomo e il mio dolore. Un dolore planetario che pesa come un macigno sul mio cuore. La natura si è ribellata. Abbiamo esagerato per l'ultima volta. Non avrebbe potuto sopportare per sempre. Non è per sempre.





Pesci

"Buonasera. Si accomodi pure in sala, il dottore la riceverà appena possibile". "Sì, grazie, aspetterò". Il dolore ai denti aumentava e sentivo un martello pneumatico in miniatura che mi torturava la guancia. C'erano le solite riviste da sala d'aspetto: di tutto di più, ma niente di veramente interessante, almeno tanto da coprire la mia sofferenza. Il mio sguardo fu rapito da un piccolo acquario, con dei coloratissimi pesciolini che si agitavano, sfiorandosi, come piume d'oca in un vortice d'aria. La folgorazione mi colpì, improvvisa e inaspettata. Le persone in quella stanza, che si agitavano in preda ai loro mali, non erano, forse, come i pesciolini nell'acquario? Io ne facevo e ne faccio parte? Noi tutti siamo solo immersi in una realtà fittizia costruita ad hoc per ingannarci? I pesci sembravano contenti e pareva ignorassero i confini limitati del loro spazio vitale. E' così anche per noi ? La Terra come enorme contenitore d'anime ingannate dal grande Burattinaio? E il cielo stellato? Una rappresentazione da presepe di carta colorata e piegata con gran maestria? Se così fosse, come dovremmo comportarci? Continuare a far finta di niente e recitare con professionalità la nostra particina? Mah, forse è l'analgesico che apre cassetti nascosti e remoti nella mia mente paranoica... spero. "Prego, il dottore l'aspetta". "Arrivo, grazie". Il dottore - pesciolino era pronto a perpetuare la sua bella recita quotidiana. Anche il pesce - paziente stava entrando in scena. Affiorò, nella mia coscienza ridestata, una poesia di Montale imparata a memoria alle scuole medie: 'Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi ; ed io me n'andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.'





Racconto di Natale

Nevicava copiosamente, fiocchi d'ovatta si posavano dolcemente sulle fronde dei tanti abeti del bosco. Alcuni rami, ormai appesantiti da quella coltre bianca, oscillavano come se volessero scrollarsi da dosso il peso di quel piumino candido. Conigli bianchi, protetti dalla loro soffice pelliccia, si rincorrevano tra gli arbusti affioranti, saltando come grilli e lasciando delle impronte curiose sul manto nevoso. Un ponte di legno sovrastava un fiume completamente ghiacciato. Lo strato non era molto spesso ed era trasparente: si vedevano delle piante acquatiche, incastonate nel ghiaccio come se fossero dei diamanti, e ombre filiformi, che sfrecciavano seguendo misteriose traiettorie. Apparve, all'improvviso, un cervo da dietro un abete, annusò il paesaggio e scomparve, silenziosamente, nella foresta d'alberi innevati. In lontananza, dal paese a valle, si sentiva salire un ovattato scampanio. Il fumo di un comignolo pennellava, nel cielo terso, dei batuffoletti di lana bianca. Tanti anni fa. Troppi. Ora è solo un bel ricordo sbiadito e basta. Nulla più. Fa freddo, spaventosamente freddo. L'odore sgradevole d'urina pervade tutto l'ambiente ed è, ormai, parte di me. C'è una signora che ripete da giorni, anni, gli orari dei treni e non si stanca mai. Mi giro e rigiro sotto le mie comode coperte di cartone; oggi non trovo pace, sono nervoso, come tutti i giorni di Natale. Bevo un altro sorso, senza oblio non si vive, non voglio e non devo essere lucido. E' un lusso che non posso più permettermi. La gente mi passa vicino, mi sfiora, quasi mi calpesta; mi scruta con la faccia schifata o pietosa, che, forse, è quasi peggio. E io continuo a bere questo veleno che dona l'incoscienza, narcosi necessaria per la sopravvivenza di un essere ormai senza scopo. Fra un po' verranno quelli della Caritas a portarmi il pranzo, il pranzo speciale di Natale … che bello ! Non vedo l'ora che passi anche quest'inverno, quest'ennesimo Natale. Per me gli anni sono diventati tutti uguali, non faccio più nessuna distinzione fra i vari giorni, settimane, mesi. Solo un giorno è diverso dagli altri, un giorno che odio.





Rapina a mano armata

"Lei mi sta chiedendo l'impossibile" dissi. "Tu devi farlo. Non puoi lasciarti sfuggire quest'occasione! Se dirai di no sarai un uomo bruciato, la tua carriera si arresterà drammaticamente" disse l'uomo dai capelli grigi, pettinati all'indietro, con l'aiuto della brillantina. Lo guardavo dritto negli occhi e non sapevo se colpirlo o dirgli grazie per quanto mi stava offrendo, se d'offerta si poteva parlare. "Io, non ho mai accettato compromessi. Non voglio iniziare adesso, sono e sarò coerente con i miei principi." L'uomo arricciò leggermente le labbra e mi guardò assente, i suoi occhi fissavano un punto imprecisato dietro di me. "Le persone coerenti, per tutta la vita, sono dei cretini. Nessuno può rimanere statico su un'idea per sempre, nessuno. L'elasticità mentale è sinonimo d'intelligenza. Il compromesso è un elemento fondamentale della nostra società. Se vuoi vivere bene e se vivi bene vuol dire che hai accettato dei compromessi. Noi tutti siamo figli di compromessi, anche tu lo sei!" "O.k., ci penserò e le farò sapere. Mi dia un minimo lasso di tempo per rifletterci su" dissi rassegnato. "Forse, non mi sono spiegato bene: io voglio, ripeto, esigo, una risposta subito, adesso. Chiaro?" disse, diventando rosso come un peperoncino appena staccato dalla pianta. Sentii la rabbia salire in me come lava in un vulcano in eruzione. Ma mi controllai e dissi: "Va bene, allora accetto, anche se non sono ancora convintissimo. Va bene così." "Bene, sapevo che alla fine avresti riguadagnato la ragione. Bravo!" Fuori c'era il sole e il cielo era blu cobalto; gabbiani si rincorrevano, liberi come l'aria. Già, liberi. Io, quel giorno avevo perso la cosa più importante della vita. Mi avevano derubato, rapinato, dell'unica cosa importante che avevo: la libertà.





Scarti e avanzi

"Scarti e avanzi e poi, ancora, scarti e avanzi. Chiaro?" disse l'uomo con il completo grigio e la cravatta giallo oro. "Sì, ma … non è così facile come sembra." disse il ragazzo con la maglietta e i calzoncini. "Senti, tu sei pagato profumatamente per fare solo questo e devi, ripeto, devi, farlo!" disse l'uomo. "Sì lo so, ma per voi è facile: pagate e noi, poi, dobbiamo eseguire. Vorrei essere anch'io un teorico, un filosofo, un pensatore come lei." disse il ragazzo. L'uomo si aggiustò, nervosamente, il nodo della cravatta e disse: "Non è facile pensare e non è altrettanto facile eseguire. Però ognuno ha il suo compito; nasciamo con certe cose scritte, predefinite e quindi, ti ordino" - urlò - "di scartare e avanzare. E basta commenti, Cristo Santo!" "D'accordo, d'accordo. Ma io rischio la mia incolumità fisica. Lei lo sa, che se mi comporterò così, mi picchieranno o, comunque, cercheranno di ostacolarmi in tutti i modi. Loro non guardano in faccia a nessuno. Io ho un po' paura. Mi capisca." "Non devi aver timore, il rischio fa parte del tuo mestiere, fa parte del gioco. Se non ti senti pronto dillo, ti faccio sostituire da una persona più coraggiosa e scaltra di te. Ne posso trovare a bizzeffe." l'uomo si slacciò il bottone del colletto della camicia. Il ragazzo scattò in piedi e si mise di fronte l'uomo dal colletto slacciato, guardandolo negli occhi: "Senta lei non può accusarmi di codardia, sono pronto, non dovrà sostituire nessuno. Chiaro?" "Bene." disse l'uomo un po' più rilassato. Il ragazzo s'incamminò lungo il buio tunnel che lo avrebbe portato alla sua prima partita di categoria. Non aveva più paura ma solo rabbia, tanta rabbia.





Sonno

Mio nonno era lì, disteso, immobile, calmo. Come non lo era mai stato, e sorrideva. Un sorriso appena accennato, le labbra piegate come in un disegno sfumato. Le mani erano poggiate sul suo panciotto adorato; da un taschino s'intravedeva la catenina d'argento dell'orologio a cipolla con cui avevo giocato tante volte. No, non stava affatto bene. Era di un pallido esagerato, come se l'unica fonte di luce fosse stata una debole Luna. Mia madre mi aveva assicurato che il nonno dormiva perché era molto stanco. Ma c'era qualcosa che non andava: tutti piangevano, quando mi passavano vicino mi carezzavano la testa e mi guardavano con occhi che galleggiavano nelle lacrime. Perché piangere se una persona dorme? Quando mi svegliavo nel mio lettino non avevo mai visto piangere mia madre e nemmeno il mio orsacchiotto Gimmy. Non c'è niente di male a farsi un riposino pomeridiano, no? Avevo paura, forse ogni volta che mi addormentavo, vicino al mio letto, si svolgeva quella processione di persone tristi vestite di nero. E io non avevo mai sentito niente. Ogni notte e ogni pomeriggio avevo fatto piangere tutta quella gente senza motivo. Spesso mi svegliavo con il sorriso, contento di riprendere i miei giochi, contento di ritornare con i miei genitori, contento di scappare da tutti i folletti che popolavano i miei bellissimi sogni. Da quel giorno non fu più la stessa cosa, il mio idillio con il letto cambiò radicalmente. Non volevo far male a nessuno, cercavo di dormire il meno possibile. Ogni tanto facevo finta di assopirmi, per poi aprire gli occhi improvvisamente per scovare quella processione di gente mormorante. Da quel giorno in cui mi nonno si addormentò, per poi non svegliarsi più, la paura del sonno fa parte della mia anima. Ancora oggi, mi addormento con il terrore di trasformarmi in una persona sorridente, con le mani raccolte sulla mia giacca preferita e un vecchio orologio a cipolla nel taschino





Sottosopra

Certe decisioni devono essere prese. Per farlo bisogna avere coraggio o, forse, al contrario, essere vigliacchi, cercare di fuggire dalla vita di tutti i giorni. Comunque, ormai, la scelta era stata fatta, non potevo più tornare indietro. Era tutto sottosopra: il ponte, la gente, le case e il fiume, che si avvicinava a me sempre più velocemente. Sentivo il vento che mi frustava il viso e facevo fatica a tenere aperti gli occhi, lacrimavo copiosamente. I miei capelli e i vestiti che avevo indosso avevano assunto una forma aerodinamica; prestavo la minima resistenza alla caduta e così la velocità aumentava vorticosamente. Rivedevo i momenti principali della mia vita passarmi davanti come un film montato male: a singhiozzo, senza una soluzione di continuità. Chissà perché, in questi momenti, delle frazioni di secondo racchiudono intere esistenze e, in altri casi, intere vite sembrano non bastare nemmeno per capire in che posto si è capitati. La nostra percezione del tempo è molto diversa da quella che si può riscontrare dai nostri orologi. Aveva ragione Einstein quando affermava che il tempo è una grandezza relativa. Forse anche lui si era trovato, o aveva immaginato di trovarsi, nella mia stessa situazione di "precarietà". Mancavano pochi metri all'impatto con il terreno; all'improvviso sentii uno strappo violentissimo: il mio stomaco si riversò pesantemente nella mia testa, tutto il mio corpo era andato a finire nella mia testa. Cristo che male! Feci una promessa solenne: mai più salti con il bungee jumping!





Svegliati e sogna

Sognai della pioggia, dei giardini, nel deserto di sabbia. Mi svegliai nel dolore. Sognai di un amore, che in un istante scivolò attraverso le mie mani, come sabbia in una clessidra. Sognai del fuoco, delle ombre che danzavano con i desideri umani. Le fiamme bruciavano e io compresi che niente è come sembra. Sollevai il mio sguardo al cielo vuoto, blu lapislazzuli. Chiusi i miei occhi, quel raro profumo era la dolce intossicazione del suo amore. Quel deserto di rose, ogni suo velo era una promessa segreta. Fiori del deserto, mai prima un così dolce profumo aveva torturato la mia anima. Mi svegliai di soprassalto. La suoneria del mio orologio mi fece riprendere contatto con la realtà, fredda e intorpidita, del mattino invernale della città. Aprii la finestra: il cielo era plumbeo, pioveva leggermente. La puzza di smog violentava le mie narici appena ridestate. Non è possibile vivere in un mondo del genere, quando ne esistono, nella nostra fantasia, di meravigliosi. Decisi, da quella mattina, di sognare anche di giorno. Di accendere la mia fantasia anche con gli occhi aperti. Decisi di svegliarmi e continuare a sognare. Sognai della pioggia, dei giardini, nel deserto di sabbia. Dolce deserto di rose, la memoria di un paradiso perduto ci pervade completamente. Quel raro profumo era la dolce intossicazione che portava all'abisso.





Terra

Le stelle, il Sole e la Terra ruotavano vorticosamente in una sorta di girotondo senza centro di gravità e senza bambini giocosi. Il sopra e sotto nello spazio non hanno senso ma adesso era peggio, non sapevo più come orientarmi, come stabilizzare il mio sguardo smarrito nel buio glaciale dell'universo. Era un dato di fatto: i giunti cardanici avevano ceduto in modo irreversibile e la mia navicella era completamente fuori controllo. Decisi di uscire all'esterno con la tuta e lo "zaino" EVA ( extra veicolar activity ) con i retrorazzi. Era la mia unica flebile speranza, ormai stavo agonizzando dentro una carcassa d'astronave impazzita. Schizzai dalla parte opposta della navicella girando su me stesso come una trottola giroscopica; con un po' di fatica riuscii a stabilizzarmi con l'aiuto dei piccoli razzi dello zaino. Che fare ? Non potevo chiedere aiuto, la radio del casco era solo per comunicazioni locali; non potevo rientrare in nessun modo e non c'erano altri navi spaziali nelle vicinanze. Aspettai … La Terra era enorme e bellissima da quella distanza: a pochi chilometri da me c'erano tutti i miei affetti, la mia casa, la mia gente. Avrei potuto allungare una mano per toccarla ma … come un miraggio nel deserto non potevo stringerla, sentirla sulle mie dita. Vedevo, riflessa sul casco, passare l'Africa con le sue contraddizioni: bellezza selvaggia e guerre primitive. Tutto scorreva in fretta come se fosse stato un mappamondo mosso da un folletto ansioso. Ero diventato un satellite e, come la Luna, giravo attorno al mio padrone, in un abbraccio che per me, in breve tempo, sarebbe diventato sempre più caldo e … mortale. "Terra !" - urlavano i marinai, speranzosi, dopo mesi di navigazione in alto mare. "Terra !" - gridai io, disperato, cosciente che nessuno mi poteva sentire e sapendo d'essere prossimo ad una fine molto simile a quella di una falena attirata da una trappola a fornello elettrico. "Terra !" - "Arrivo".





Una storia interrotta

Era il 26.6.2006 d.C. Il sole mattutino era splendido, una morbida carezza sul viso. Bambini giocavano nel parco dell'orto botanico. C'erano piante da tutto il mondo che la mia ignoranza non permetteva di riconoscere. Mi ero ripromesso, in un futuro prossimo, di aumentare le mie scarse nozioni di botanica. Cornacchie e merli si dondolavano sui rami schernendosi con sibilanti cinguettii. Farfalle colorate, come piccoli arcobaleni, volavano leggere in cerca di un nuovo dolce fiore. Tu ti crogiolavi nei raggi tiepidi e ogni tanto aprivi gli occhi lanciandomi languidi e pigri sguardi. Mi osservavi ma eri lontana; forse, come una gatta, già preavvertivi qualcosa. Forse già sapevi. Successe quello che non sarebbe mai dovuto succedere. Nessuno l'aveva previsto, nemmeno i cervelloni vari sparsi nel globo. Nemmeno i computer super intelligenti costati miliardi. In un attimo calò la notte, si videro le stelle, brillanti come non lo erano mai state. Una brezza gelata brandì le nostre anime impietrite. Se solo avessi saputo avrei vissuto ogni momento della vita come se fosse stato l'ultimo. Il sole si spense improvvisamente, come se qualcuno avesse soffiato sopra una candelina per la festa di compleanno. E tutto finì. Il buio prese il sopravvento finale su tutte le cose. La storia di sette miliardi di persone s'interruppe violentemente e senza possibilità di ritorno.





Vero Amore

Ho scalato montagne altissime, attraversato fiumi impervi, solo per stare insieme a Te. Ho combattuto con un branco di lupi assassini, sono stato braccato da un toro impazzito, solo per Te. Ho percorso centinaia di chilometri, ho rischiato di essere investito sull'autostrada, ho mangiato rifiuti e bevuto acqua di fogna, solo per rivedere Te. Sono stato malmenato da una banda di teppisti, sono stato ferito da una sassaiola razzista, solo per il Tuo amore. Finalmente, stanchissimo, arrivai; mi trovavo davanti al Suo uscio. Lei mi sentì arrivare e aprì la porta: "Ehi, cosa ci fai qui? Vai via non ti voglio più con me. Vattene !!! Sparisci dalla mia vista !". Mi sbatté il portone in faccia. Sconsolato, mi voltai e andai via, ma … ma volevo ammirarla per un'ultima volta: mi nascosi dietro un cespuglio e aspettai. Quando Lei uscì stava imbrunendo, il crepuscolo era appena iniziato, però la vedevo ancora benissimo: aggraziata, slanciata, si muoveva lungo il viale con una leggerezza di una ballerina, capelli color miele, occhi verdi come due smeraldi e il suo graziosissimo nasino all'insù. Sospirai. Non è vero amore questo, secondo voi ? E cos'altro potrebbe essere ? Dio, se è Vero Amore ! Mi vide, sulla sua graziosissima fronte si formarono delle piccole rughe, e iniziò ad urlare, come impazzita: "Sparisci, vattene brutto cagnaccio bastardo !!! Pussa via, smamma, cane puzzolente ! Ti ho lasciato a chilometri da qui e sei ritornato ancora. Vai via o ti prendo a pedate !". L'amavo anche quando era così arrabbiata; con la coda in mezzo alle gambe, sconsolato, mi allontanai. Spesso amore e odio sono sentimenti così vicini che si toccano, si sfiorano, e non riusciamo a capire quale dei due prevalga. Io lo sapevo bene, però, e anche Lei.





Vortici

Quello splendido catino di rame riaffiora nei miei ricordi come un tuffatore che riemerge da uno specchio d'acqua trasparente. Ricordo la foglia, spinta dal vento, che ruotando formava un mulinello perfetto. Come in un vortice i miei pensieri sprofondano nell'abisso dorato del dormiveglia. Galassie d'ovatta giocano al giro tondo e cantano insieme; un suono indefinibile che mi culla e mi porta ancora più giù. Tengo per mano il papà e la mamma, insieme corriamo vorticosamente fino a farci girare la testa. Tutto ruota: gli alberi chiomati, l'altalena, il girello rosso. Levo il tappo del lavandino e l'acqua saponata sparisce con un vortice rumoroso, e io con lei. Buio. Luci colorate mi attraggono da un lato. Una giostra con i cavallucci che si alzano e si abbassano. Non ci voglio salire, odio il circo. La foglia ruota e io con lei. Ogni tanto, in sprazzi di lucidità, riesco a mettere la testa fuori dall'oblio e vedo il mio comodino, ma Morfeo mi riafferra per i capelli e mi porta giù. Sdraiato, su scivoli ricolmi d'acqua, scendo sempre più veloce avvitandomi su me stesso. Dopo ore di discesa atterro in una piscina apparentemente infinita. Respiro sott'acqua come i pesci ma non ho branchie. Mi pare. Bolle d'aria giganti salgono verso la luce perlacea. Entro in una di queste e come in ascensore vado su. Sono su un prato, vedo uno splendido catino di rame. Una foglia si stacca da un albero e cade, ruotando su se stessa, nel catino ricolmo d'acqua. Riflessi di cime innevate s'increspano seghettando i ripidi pendii. Ora tutto gira, anche le montagne. Tutto ritorna, eternamente.





Zapping

Luisa era bellissima. Capelli neri incorniciavano uno splendido viso perlaceo. Occhi verdi che brillavano come smeraldi grezzi. Era da incanto e io ne rimasi stregato per mesi. Carla era stata la più dolce in assoluto. Comprensiva, tollerante fino al sacrificio. Insomma una perfetta Geisha, educata nel Giappone di 'qualche' secolo fa. Era contenta d'essere la mia schiava, anzi gli era necessario. Un rapporto sadico consenziente e appagante per entrambi. Marisa era un tornado, per lei il sesso era tutto. Mi lasciava senza energie. Dopo una notte passata insieme non riuscivo a lavorare per qualche giorno. Anche a pensare. Mi prendeva un'apatia devastante: stavo in fondo a un pozzo e non riuscivo a risalire. Un vulcano sempre in eruzione. Mi mancò il fiato quasi per un anno. Laura, qui davanti a me, mi guarda con aria lasciva cercando di ammaliarmi con lo sguardo. "Dai usciamo un po', non ce la faccio più a stare chiusa dentro casa. Portami a ballare !! Dai !!!" Il suo timbro di voce stava diventando sempre più supplichevole, se questo fosse stato possibile. "No, non mi va. Stiamo qui sul sofà a farci un po' di coccole. Non è un bel momento per uscire e sai che odio ballare. Odio il casino. Odio la gente." "Dai, ti prego. Dai ciccino fallo per la tua pussy pussy …" Il gesto secco del mio pollice fu improvviso quanto inaspettato per lei. La sua immagine olografica svanì come una nuvola di fumo che viene dispersa da un grosso ventilatore. Posai il telecomando sul tavolino ed andai a letto.