Racconti Omelas


La Consegna     Battaglia Eterna     Alternative     Non Moriremo Mai    





















 

 

La Consegna

 

 

 

 

 

"Guardai con occhi estasiati

il cielo fuori dalla mia finestra,

guardai stupito la Via Lattea

e sognai che lei stesse facendo

i miei stessi sogni .... "

( Tagore )

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Imputato Shap Novarius, in piedi! Ha qualcosa da dire in sua discolpa prima del giudizio della Corte Suprema?"

"Sì!"

"Ha tre minuti per l’esposizione, proceda." L’avvocato dell’accusa, sigillato nella sua nera divisa marziale, mi guardava con un ghigno di derisione. Tutto era già stato deciso.

La stanchezza, anziché anestetizzarmi, graffiava la mia anima come carta vetrata.

"Signori, sono colpevole di tutti i crimini che mi avete attribuito." Dissi con la bocca impastata come se avessi ingerito del mastice. "Però sono contento di esserlo, perché essere distante dalle vostre tetre macchinazioni è per me motivo di grande onore. Spero che questa condanna serva a spezzare le catene del tradizionalismo cieco che annebbia le vostre menti. Spero che questa mia ribellione devii il fiume dell’orrore che ha governato questo mondo per secoli." Sentivo il brusio crescente dietro le mie spalle.

"Sogno di avervi inoculato un virus mortale che vi porti alla distruzione assoluta. Mi auguro che si trovi un’altra via, un altro modo. Sono colpevole e spero che presto lo siano anche gli altri miliardi di persone che soggiogate ogni giorno."

"…come se sapesse che la vera forza che governa la vita degli uomini non è la coercizione ma la comprensione… e la capacità di sognare…"

Mi svegliai all’alba, dopo una notte agitata e piena d’incubi inenarrabili. Il lenzuolo era madido di sudore.

Il sole era appena sorto: un’enorme arancia galleggiante in un mare viola, perfettamente calmo.

Il secondo sole, quello più piccolo, stava emergendo lentamente e le ultime stelle luccicanti sparivano timidamente nel cielo fucsia. C’erano delle nuvole allo zenit, sembravano dei velieri. I bastimenti erano rosso sangue.

Per noi, la mia famiglia, era il giorno della "Consegna".

Avevo lo stomaco dolorante, come se qualcuno lo stesse attorcigliando su se stesso, girando sempre di più. Non riuscii a mangiare nulla.

Mia moglie, anche lei reduce da una notte insonne, si trascinò fino alla cucina. Aveva il viso cinereo.

"Ciao Shap, si è svegliato Mathius?"

"No, Theorin, la sua cameretta è ancora tranquilla," dissi con un filo di voce tremolante.

"Lo so, è dura per noi oggi. Ma dobbiamo essere fieri di essere stati sorteggiati. Mathius è il prescelto, l’uno su un miliardo. Ne abbiamo già parlato tanto in questi giorni." Abbozzò un sorriso, che era più simile a una smorfia.

"Non voglio sacrificare il mio primogenito. Non lo porterò al Palazzo Governativo, da quei pazzi!"

"Shap! Sono secoli che si compie questo rituale. Sai benissimo che dobbiamo ringraziare i dieci Vecchi per la pace che ormai regna duratura su questo pianeta. Quanti morti ci sarebbero stati se la loro saggezza non ci avesse guidato per tutti questi anni?" Disse urlando. Il collo gli era diventato rosso e una vena pulsava vistosamente.

"Conosco la storia e le tradizioni, amore mio, ma non voglio far morire nostro figlio per dare l’immortalità ad un Vecchio."

Theorin mi volse le spalle e iniziò a singhiozzare.

"Tu non comprendi" – mi disse – "anch’io soffro, che credi? Ma rispetto le regole scritte centinaia d’anni fa."

Uscì sbattendo la porta. E chiudendo a chiave il futuro di Mathius.

Lo so, lo so. Ma le cose non dovrebbero andare così. Le regole devono essere cambiate. Ci deve essere un altro modo. Non posso accettare questa pace eterna in cambio di mesi d’agonia del mio Mat. Il futuro non è prefissato, non c’è destino tranne quello che costruiamo da noi stessi.

Mi sentii tirare il pantalone del pigiama: era Mathius; assorto nei miei pensieri non l’avevo sentito avvicinare.

"Ciao Mat, come stai stellina?"

"Bene, pa. Fame!" Aveva tre anni, e io dovevo decidere se quello sarebbe stato un altro giorno da "libero" oppure il suo primo giorno di una lenta tortura che lo avrebbe portato alla morte dopo un anno esatto.

"Tieni la scodellina, ti vado a prendere i biscotti con gli orsetti. Siediti qui, intanto."

Mi ricordai quando il mio vicino di casa fu deportato al Palazzo. Io avevo dieci anni e lui tre. Feci la lagna per mesi con mio padre per poter andare a trovarlo.

Sì, i bambini della "Consegna" erano visitabili in certe ore della settimana. La tortura era di dominio pubblico e un vanto per le famiglie coinvolte. I genitori si consolavano pensando ai loro pargoletti come eroi della patria, pietre miliari della non belligeranza. Che assurdità.

Non scorderò mai quella prima visita ai sotterranei governativi. La stanza era enorme e divisa in due da una parete a contenimento energetico. In fila, messi in verticale, come prigionieri pronti alla fucilazione, c’erano i cinquanta sarcofagi di vetro contenenti i bambini. Tubi e fili di sonde penetravano quei corpi inermi. Una macchina piena d’indicatori e schermi luccicanti raccoglieva tutte le terminazioni e preparava, riversandolo in una grossa ampolla, il siero dell’Immortalità. Era come se succhiasse linfa vitale per donarla ai Vecchi. I bambini sarebbero appassiti come spugne al sole dell’equatore.

Gli occhi erano sbarrati, bianchi. La bocca cangiava in varie tipologie di smorfie. Stavano urlando, ma le varie membrane protettive che li separavano da noi non facevano udire niente. Sembrava un film muto dell’orrore di qualche millennio fa.

Gridai io per loro; così forte che mio padre mi dovette trascinare fuori in tutta fretta.

Rimasi per mesi scioccato e poi, con l’aiuto di assistenti psicomentali, superai l’impasse rimuovendo tutto il possibile. Tutto il nostro lato oscuro. La zona nera della nostra società. Che ora stava riaffiorando prepotentemente.

"Papà, mi stai portando alla festa che mi ha detto mamma?"

La sua manina si perdeva nella mia e mi accorsi che la stavo stringendo troppo, allentai la presa.

"Sì Mat, stiamo andando a una bellissima festa mascherata."

Alla fine del lungo viale alberato c’era il Palazzo Governativo, si sentiva una musica di banda in lontananza. Già immaginavo tutta la gente ammassata di fianco alle scalinate come avvoltoi sulla carcassa della preda. Vi odio tutti.

Tirai Mathius, quasi sollevandolo da terra, per svoltare in un vicolo laterale. Il mio piano di fuga stava iniziando. E, probabilmente, stava finendo la mia libertà.

"Ma pa … Non andiamo dalle maschere? Dobbiamo andare dritti per di là!"

"No, adesso papà ti accompagna in una bella macchina volante, ti mette a ninna e quando ti sveglierai, io e la mamma, saremo lì con te per fare un bel viaggetto. Contento?"

Brividi profondi giocavano a rimpiattino lungo la spina dorsale, ma la mia anima non si era mai sentita meglio, leggera come uno strato monomolecolare di Carbox.

Arrivammo all’hangar dove avevo messo la mia piccola nave con propulsione al plasma, I.A. di VI generazione: "L’Aleph".

"Nave, apri la porta!" L’intelligenza artificiale, basata su moduli ottici quantistici, dopo il riconoscimento dell’impronta vocale, aprì una fessura nello scafo di lega di Carbox.

"Buongiorno Shap, comandi?" La voce calda, di sesso indefinito, risuonò nel ventre della navicella. Sarebbe stata la sua caverna protettrice per un po’ di tempo.

"Piano A, codice 265342X, start adesso."

La parte superiore della crioculla si alzò automaticamente.

"Mat, adesso fai un po’ di sonno, papà resta qui con te."

"Ma io non ho sonno! Festa! Andiamo festa!"

"Dopo, se fai il buono e ti metti sdraiato qui, andiamo dalle mascherine, va bene?"

Qualche giorno prima, in un barlume di lucidità, avevo programmato l’Aleph per lasciare il bambino in uno stato di criosonno e disporsi in un’orbita stabile attorno alla seconda luna Titus. Fino a nuovo ordine.

Mi sanguinava il cuore a vedere il mio bambino così, ma era meglio quella culla fredda che il sarcofago delle torture.

Mia moglie era all’oscuro di tutto, la colpa doveva ricadere solo su di me.

La navicella pennellò, sul cielo turchese, un arco di vapore perfetto. Sparì alla vista in pochi secondi, nascondendosi nell’oblio della volta celeste. Lassù nel firmamento, mio figlio era la nuova stella nascente della speranza planetaria.

I Tarek, la guardia scelta nazionale, mi trascinarono fuori dal tribunale e mi spinsero verso la nave di traduzione.

Guardai le tre lune allineate nel cielo arancione, per un’ultima volta. Titus mi aspettava impaziente. Non avrebbe atteso a lungo. Il piano per la seconda fuga, la mia, sarebbe iniziato a breve. Il mio amore mi aspettava, in un sonno pieno di sogni bellissimi di un futuro ancora non scritto. Nessuno ha il diritto di decidere la vita e la morte di un qualsiasi essere vivente. Nemmeno io per mio figlio. Nessuno.

"…Io penso che la vera forza che governa la vita degli uomini sia l'amore…"























 

Battaglia Eterna

 

 

 

 

 

 

"Benvenuto all'assurdo macello, nella trincea come un animale.

Ti hanno descritto il nemico cattivo, come un feticcio da trucidare.

Ma l'ho visto voltare nel fango per sopravvivere e disperare.

Abbiamo occhi, braccia ed orecchie, la stessa bocca per parlare."

'Carne da cannone' - Cisco e la casa nel vento

 

 

 

La navicella si muoveva sopra il suolo lunare bucando silenziosamente l’universo stellato. Visi cerei guardavano dagli oblò, scorgendo solo le montagne slavate ma cercando delle forme che ricordassero qualche fisionomia familiare. Crateri naturali e non, si alternavano con valli di silicio immacolate; all’orizzonte la vecchia Terra stava sorgendo ancora una volta.

"Come lo vuoi il panino Vladimir?"

Guardai costernato gli occhi del mio compagno, non capivo che importanza avesse il sapore del cibo in quella circostanza. E’ come quando disinfettano l’ago dell’iniezione letale per il condannato a morte. Pura pazzia delirante.

"Al prosciutto va bene, grazie", dissi con un filo di voce. I miei pensieri erano tutti verso i miei cari: mia moglie e mio figlio Stanislao.

"Non partire amore mio, non partire!" Lacrime bagnavano la sua guancia e il mio collo. Mi stava stringendo in un modo che non avevo mai sentito. Il mio cuore, se ancora batteva, si era ridotto a una castagna rinsecchita. Mi sentivo spaccato in due come se fossi stato colpito da un fulmine implacabile. Il mio stomaco e l’intestino si erano ripiegati insieme a formare un tutt’uno. Non avevo parole, non avevo forza per piangere, non avevo forza per consolarla. Non avevo più una vita mia, una speranza nel futuro che era diventato improvvisamente nero. Una spirale senza fine mi stava per risucchiare dentro le sue fauci inclementi e io sarei precipitato giù nell’oblio per sempre.

"Avevi promesso di portarmi sempre ed ovunque con te. L’avevi promesso quella sera, quella sera…"

"Amore, lo sai che per noi Carbo non c’è altra possibilità. Il nostro destino è stato scritto tanto tempo fa, quando i Cyb ci hanno sopraffatto. Se vado ho qualche speranza in più. Loro non hanno pietà per chi diserta." Le dissi, senza guardarla in quel mare salato in cui galleggiavano due vivaci occhi verdi. Non avevo coraggio d’incrociare la sua anima supplicante.

Non disse niente, sentii solo che singhiozzava sempre più forte. Ormai la mia maglietta era completamente bagnata come la miccia della mia storia futura.

La porta si aprì: due Cyb in tenuta da polizia si precipitarono davanti a noi senza convenevoli, senza nessuna umanità.

"Dobbiamo andare, Carbo Lem Vladimir!" Dissero con la loro classica voce metallica e senza un briciolo d’intonazione. Le loro pupille d’acciaio mi fissavano senza un minimo tremito, a differenza delle mie, in preda a un ballo Parkinsoniano.

Mia moglie si avventò contro il primo Cyb: "Bastardi, vi odio! Perché volete il mio uomo? Perché? A cosa serve questa guerra eterna sulla Luna? Volete ammazzarci tutti, volete estinguere il genere umano!" Con i pugni chiusi batteva sul petto metallico del Cyb che non la degnava nemmeno di uno sguardo. Loro volevano me.

"Ci vediamo presto, stai tranquilla, ritornerò. Dai un bacio a Stan. Ti amo e ti amerò sempre, qualsiasi cosa possa accadere. Per sempre." Il cuore, così mi parve, si fermò per qualche secondo.

"No, no!!!" Mentre i Cyb mi trascinavano fuori, mia moglie si era avvinghiata a me. Cadde, ma continuò a stringere una mia coscia, poi un mio piede. Perse la presa. Persi il mio amore, la mia famiglia. Persi tutto per andare a combattere contro altri uomini come me. A combattere per i Cyb perché pensavano che, visto il nostro passato cruento, fosse il modo migliore di tenerci occupati. Forse non avevano tutti i torti.

Arrivammo alla base Omega della prima linea, Coalizione Blu. L’altra era la Coalizione Rossa. I Cyb erano stati infantili nella scelta dei nomi o probabilmente, se ne erano capaci, nascondevano un forte senso dell’ironia.

La navicella si portò sulla piattaforma dell’edificio principale e iniziò a scendere dolcemente, guidata magistralmente da un’intelligenza non umana.

Il mio turno in trincea era appena iniziato. Oggi dovevamo fronteggiare un tentativo d’attacco, abbastanza violento, della Coalizione Rossa. La mia visiera si appannava continuamente, non so se per la paura o per qualche problema nel mio casco pressurizzato. Era difficile, in quelle condizioni, tenere sotto mira il terreno davanti a me. Gocce di sudore mi scendevano lungo le tempie. Il mirino elettronico inquadrava, come fosse una televisione, un rettangolo di Luna: montagne, mari, polvere, tutto rigorosamente bianco. Di un bianco accecante. All’improvviso un’ombra entrò nel mio campo visivo artificiale. Feci fuoco una prima volta, mancando la figura che si stava muovendo a zig zag. Feci fuoco una seconda volta e vidi il corpo ripiegarsi su se stesso per poi accasciarsi al suolo alzando una nuvoletta di polvere. Un brivido attraversò, gelido, la mia schiena.

"Bravo Vlad, bel colpo!" Era il mio tenente: un tipo che si ergeva a capo carismatico ma era un poveraccio strappato dai suoi affetti, come me. E come quello che avevo appena ucciso. Mi girai fissando il tenente negli occhi, distolse lo sguardo.

Che sei solo come me, lo so dagli occhi.

"Dai Vlad, è il nostro lavoro e dobbiamo farlo bene. Solo così avremo delle possibilità di ritornare a casa per una licenza premio. Lo sai che loro ci osservano." Nei caschi avevamo installata una piccola telecamera, per il loro divertimento. Ognuno aveva il suo ruolo, ben delineato, da svolgere diligentemente.

Non feci in tempo a rispondere: un lampo di una qualche arma al plasma squarciò il cielo. Vidi esplodere il suo casco con una piccola fiammata. Improvvisamente si stagliò davanti a me la sua faccia nuda, bruciata, senza capelli e sopracciglia. Fu un attimo, anche quella deflagrò sparando pezzi di cervello e sangue da tutte le parti. Una parte del suo encefalo si spiaccicò sulla mia visiera. Urlai e caddi all’indietro terrorizzato. Aprii gli occhi: stava ancora lì. Pulii la visiera con il guanto e mi rizzai in piedi. I miei compagni stavano cercando di respingere l’ennesimo attacco. Facevo fuoco sul nemico e pensavo alla moglie del tenente, alla moglie di quelli cui sparavamo, a mia moglie.

Una pattuglia di soldati nemici, non so come, penetrarono nel nostro schieramento. Uno di loro, l’ebbi improvvisamente addosso. Cercai di sparargli, ma lui con un calcio mi fece volare il fucile. Mi tuffai, disarmandolo a mia volta. Tirò fuori un coltello, lo bloccai al polso. Rimanemmo così per alcuni istanti, poi, riuscii a piegargli il braccio fino a recidere la sua tuta all’altezza del collo. Sentii un sibilo amplificato dal microfono esterno. Le nostre visiere si toccarono: i suoi occhi erano spalancati, la bocca semiaperta in una smorfia di stupore.

Che sei solo come me, lo so dagli occhi.

La sua paura defluì attraverso i suoi occhi nei miei facendomi indietreggiare di un passo. L’uomo si portò le mani al collo e poi, probabilmente congelato, cadde all’indietro e rimbalzò su una roccia.

Mi accorsi che anche i miei compagni erano impegnati in simili corpo a corpo. Mi mossi verso quello più vicino per aiutarlo.

Una granata Sartor si insinuò nel nostro bunker: il tempo si fermò. Vidi chiaramente le facce costernate dei miei compagni; non credevano che la morte potesse avere quella forma, che lasciasse un microsecondo dilatato all’infinito per riflettere sulle proprie vite. Increduli che tutto potesse finire il quel modo, senza parole di commiato, baci ai familiari e preghiere a un Dio qualsiasi disponibile in quel momento.

Fantasmi si agitavano davanti a me, tendendomi la loro mano immateriale. Io cercavo di afferrarla e cadevo in un pozzo senza fine e pieno di cadaveri vestiti tutti di rosso o tutti di blu.

Avrei voluto saltare fuori, scappare, muovermi in qualche modo. Ma le mie gambe erano pesanti come macigni di piombo: era come vivere in un fermo immagine. Non lo guardavo da fuori ma ne ero dentro. Dentro fino al collo. Nella pupilla del soldato di fronte a me vidi la mia faccia riflessa, vidi la mia bocca spalancata e il terrore che mi invadeva. Vidi delle sagome dietro di me che sghignazzavano divertite, tenendosi per mano. No, non erano umani come me, ma Cyb.

Poi, all’improvviso, tutto diventò luce e calore, e il buio calò sopra di me.

 

 

***

 

 

 

 

 

 

"Ti permetterò d'essere nei miei sogni se io posso essere nei tuoi."

Bob Dylan

 

 

Il lampadario della mia camera da letto, un Cyb, mia moglie e mio figlio. Ancora buio.

"Vladimir, Vladimir amore mio!"

Il lettino era diventato troppo stretto per me. Api colorate, guidate da una musica dolce, danzavano sopra la mia testa. La mamma mi carezzava delicatamente i capelli e io ridevo. Un pioppo, reso d’oro dal sole, ondeggiava al vento lieve della primavera. Dalla finestra entrò una piuma bianca, sembrava un fiocco di neve.

"Vladimir! Vladimir, svegliati!"

Al funerale di nostra madre mio fratello non venne. Non poteva, essendo morto un mese prima in guerra. Una madre non dovrebbe mai sopravvivere ai propri figli. Mio figlio Stan, come sta mio figlio Stan?

"Vladimir, amore mio, mi senti?"

Vedevo mia moglie ma non riuscivo a profferire parola. Il letto sembrava un’enorme calamita che bloccava le mie mani e i miei piedi. Mio figlio aveva una faccia triste e imbronciata. C’era anche un Cyb, sembrava un MedCyb. Stava dicendo a mia moglie: "Signora, suo marito è stato gravemente danneggiato a livello cerebrale. Noi l’abbiamo curato per quanto di nostra competenza." Il Cyb guardava un punto imprecisato della parete.

"Con questa medicina si riprenderà e potrà vivere una vita normale. Ma la somministrazione dovrà essere continua e massiccia. Purtroppo voi unità Carbonio siete fatti molto male, non avete elementi di autoriparazione. Non siete ridondati come noi in ogni parte funzionale, compreso il cervello." Il suo sguardo impassibile parve esprimere un senso di pietà, ma fu solo un istante. Solo un’illusione.

"Grazie dottore, mi dia la medicina e vada via."

Il MedCyb, senza battere ciglio, posò il flacone sul comodino e uscì dalla porta della camera da letto.

"Moglie", dissi con un rantolo.

"Amore!" Mi strinse così forte da farmi mancare il mio già debole respiro e mi baciò in tutti i punti liberi da garze, pochi in verità. Ero tornato a casa.

"Ma che ti hanno fatto quei bastardi? Li voglio vedere tutti fusi! Schifosi!"

Mio figlio si avvicinò timidamente ai bordi del letto e mi prese la mano. Non lo vedevo bene ma sentivo il suo calore.

"Stan, come tai… stai? Papà adesso à bene, andrà sempre meglio, steffina… stellina mia." Gli strinsi la mano e mi accorsi che era diventato un uomo.

"Papà, mi porterai ancora a pescare? Andremo insieme?"

"Certo Stan, io e te", feci una pausa per prendere fiato.

"E tornere…mo con una bella trota gigante da far cufinare alla mamma." Risero e mi abbracciarono, baciandomi sulle guance. Avrei voluto che quell’istante durasse per sempre.

Due mesi dopo eravamo sul bordo del fiumiciattolo dietro casa. Con i nostri stivaloni, le canne da pesca, le esche e il cestino di vimini per il ‘bottino finale’. A pensare che tanto tempo fa quella situazione sarebbe stata ordinaria mi veniva da piangere. Avevamo sprecato tutto. Ora eravamo sottomessi da pezzi d’acciaio con le gambe, che ci stavano facendo ammazzare tra noi come cani rabbiosi.

Gli arbusti che affioravano lasciavano una scia a forma di freccia nell’acqua giallastra che scorreva lentamente. Una papera con quattro piccoli anatroccoli disegnava delle curve a serpentina risalendo la corrente. Sembravano legati da un filo invisibile come perle facenti parte di un'unica collana.

La luce del crepuscolo del mattino si faceva strada tra gli alberi di Eucalipto illuminandoli di rosa. Dal Sole sembrava che partissero dei raggi laser che ritagliavano i profili dei tronchi.

"Papà torniamo dalla mamma, tanto oggi non è giornata."

"E’ vero, dai prendiamo le nostre cose e incamminiamoci." Gli detti una pacca sulla spalla immaginando la sua delusione; spesso le cose troppo attese si rilevano inferiori alle aspettative.

"Vladimir, Stan! Meno male che siete tornati!" Mia moglie era visibilmente sotto shock: aveva i capelli in disordine e non riusciva a stare ferma un attimo.

"Cosa è successo?" Dissi con le tempie che mi pulsavano violentemente.

"Ha telefonato il MedCyb, non ti daranno più la medicina. Io glie l’ho detto, gli ho spiegato… ma non c’è stato niente da fare. Vedrai faremo …"

"Moglie!"

"Faremo in qualche…"

"Moglie! Stai calma, lo so che non è colpa tua. Calma. Ti hanno spiegato il motivo per cui sospendono la cura?"

"Sì, dicono che è passato troppo tempo e non vogliono più spendere soldi e tempo per te: un semplice e imperfetto Carbo. Amore, come faremo?" Disse, tirando su con il naso per trattenere l’imminente pianto.

"Non lo so, non lo so." Mi sentii mancare. Sapevo che per me quella era la fine. Mi era andata troppo bene fino a quel momento: avevano curato la bestia da ‘circo’, ma ora si erano stufati del gioco. La mia vita non valeva il costo di quel flacone di pasticche.

Mia moglie e mio figlio si strinsero a me e il pianto comune diventò un’onoranza funebre, il mio requiem privato.

Passarono i giorni e la mia salute peggiorò progressivamente fino ad allettarmi nuovamente. Non sentivo più le gambe, e le mani mi tremavano come pennini di un sismografo scossi da un terremoto interno. La mia vista si era annebbiata, ma ero ancora lucido.

"Amore come stai oggi?" Disse mia moglie con un viso che sembrava improvvisamente invecchiato di quindici anni.

"Bene, bene." Dissi poco convinto e con strane farfalline che giocavano al girotondo sulle mie retine. Musiche arcaiche affollavano le mie orecchie ma non c’era nessun riproduttore musicale in azione, la musica era vietata in quel tempo.

Ero preoccupato per mio figlio, e per tutti i figli del mondo. La loro comune fine era già stata scritta da un’altra razza ‘superiore’: i Cyb. Li avrebbero trucidati tutti, senza pietà e senza rimpianti. Bisognava fare qualcosa. In passato si era già tentata una rivolta che era finita in una carneficina in cui furono coinvolte anche donne e bambini. Però così non poteva andare avanti, si doveva tentare.

"Stan."

Sentii i suoi passi affrettati sul pavimento del salone.

"Sì papà?"

"Avvicinati Stan" , gli feci segno con la mano.

"Senti figlio mio, tu sai che prima o poi ti chiameranno per la ‘battaglia eterna’ sulla Luna."

"Sì, lo so pa’."

"Quando quel giorno arriverà dovrai consegnare dei documenti segreti, contenuti in un microfilm, alle persone che adesso ti dirò. Devi imparare i nomi a memoria e il microfilm lo nasconderai con un impianto sottocutaneo."

"Ma papà …"

"Stan! Devi farlo. Per te stesso e per i tuoi figli. Devi garantire loro un futuro che io non ho saputo donarti. Dobbiamo cercare un dialogo con i Cyb. Per creare una democrazia ci dobbiamo mettere sullo stesso livello; colloquiare guardandoci negli occhi con la giusta empatia."

"Va bene pa’, spiegami tutto. Non capisco ma sono pronto."

Ormai riuscivo a muovere solo la palpebra sinistra. E con quella mi facevo capire: chiusa ed aperta una volta, sì; due volte, no.

Mi stavo esaurendo come una vecchia pila non ricaricabile; sentivo la vita uscire da me come fa l’aria da un palloncino di gomma. Sì, la parola giusta per definire il mio stato era proprio quella: mi stavo ‘svuotando’.

Mia moglie ogni qual volta entrava nella stanza si metteva a piangere ma cercava di nasconderlo il meglio possibile. Quando sei nelle mie condizioni, le persone, anche le più care, tendono a sottovalutare la tua capacità di comprensione.

Lei aveva fatto di tutto per farsi ridare la medicina ma non c’era stato niente da fare: i Cyb erano stati ancora una volta insensibili.

Mi sentivo, ogni ora che passava, una foglia sbattuta dal vento e sempre in procinto di cadere, di volare altrove. Comunicai a mia moglie, con la palpebra, la mia precaria situazione.

"No amore mio, no! No! Resisti non morire, forse domani riesco a farmi dare la medicina da un mercato parallelo. Resisti!" Disse con gli occhi pieni di lacrime.

Feci segno di sì.

Ora ascoltavo solo la sua voce perché non riuscivo più a vederla. Solo una sagoma indistinta con i contorni tremolanti. Scorgevo un fuoco su cui era stato deposto un cadavere: un antico rito pellirosse o qualcosa di simile. Sentivo il calore, vedevo le scintille incandescenti che zampillavano come lapilli da un vulcano. Qualcuno mi stava contemporaneamente schiacciando il petto con un macigno e tappando la gola con uno straccio caldo. Aiuto! Aiutatemi per l’amor di Dio…

"Vladimir, amore mio!"

Tutto diventò luce e calore, e il buio calò sopra di me.

Bussarono alla porta di casa. Stan aprì e si trovò davanti due Cyb.

"Carbo Lem Stanislao, devi venire con noi!"

"Perché, cosa volete da mio figlio?"

"Signora, è arrivato il momento della partenza per la guerra extramondo."

"No, anche mio figlio no, no! Ha solo sedici anni. Prendete me, vi prego!"

Stan si preparò come sapeva e come doveva. Gli insegnamenti del padre non sarebbero andati persi. Per l’ultima volta guardò negli occhi la madre. Lei, ormai disperata, ricambiò lo sguardo. Il tempo sembrò fermarsi per sempre.

Che sei sola come me, lo so dagli occhi.























Non Moriremo Mai

(This is not Italy!)

 

 

 

 

Non moriremo mai,
il senso è tutto qui,
mi piace quest'idea
di eternità... non verità
colora le mie mani
come se tu fossi il mio domani,
allora sì, come un fiore,
buttato lì sul tuo cuore,
io resterò con amore.

Mango

 

"Ci troviamo ora di fronte al fatto che domani è già oggi..."

Martin Luther King (1929 - 1968)

 

 

 

 

 

Sono morto il 2 marzo 2054.

‘Criosospensione’ è il nome tecnico del mio decesso. In poche parole mi hanno fatto perire nella speranza di una cura per il mio tumore all’encefalo.

Aspettavo, sospeso, nel regno dell’Ade, nel mio sonno senza sogni. Immerso in una culla del tutto simile a una bara, tenuta a una temperatura vicina allo zero assoluto.

Gli anni sfilavano via come pali della luce visti dal finestrino di un treno. Semplicemente scorrevano via, tutti uguali per me. E con loro i miei affetti, le persone cui avevo voluto bene.

Sfilavano via…

 

13 aprile 2143 – Roma, Nuovo Ospedale Gemelli.

"Buongiorno, come si sente signor Liegi?"

La luce mi accecava. L’unica cosa che ricordo bene del mio risveglio è il bagliore che investì i miei occhi ormai abituati all’oscurità da quasi un secolo. Lame di luce sezionavano il mio cervello inerme, come un prestigiatore trapassa, con rasoi d’acciaio, la soubrette rinchiusa in una scatola.

Ero troppo confuso per replicare a quella domanda. In quel momento era un quesito troppo difficile a cui, in ogni caso, avrei potuto dare solo una risposta surreale. Non mi rendevo conto se quella ‘luce’ era un qualcosa di divino, come quella che tante persone che erano state in coma asserivano di aver visto, oppure un faro puntato sulle mie palpebre consumate dal tempo.

Forse nessuna delle due cose. Mi limitai a un grugnito, che voleva far intendere che avevo sentito, ero cosciente, ma non avevo ancora la forza e la voglia di parlare. E questo valeva sia per un possibile Dio che per una qualsiasi infermiera premurosa.

 

Feci tre mesi di terapia riabilitativa.

All’inizio dell’autunno ero ritornato come ‘nuovo’. Non sentivo più quel sapore metallico in bocca, né quell’emicrania che sembrava spingere i miei bulbi oculari in fuori quasi fossero cubetti di ghiaccio da versare in un drink.

"Signor Liegi," mi disse il dottore che aveva seguito il mio decorso, "lei è sulla via della guarigione. Dovrà avere pazienza solo per altri sei mesi, durante i quali, una volta a settimana, sarà tenuto a presentarsi in questo reparto per la terapia genetica. Dopo questo periodo, prendendo regolarmente a vita un farmaco antiricaduta, si potrà considerare guarito."

Il medico aveva un bell’aspetto, come del resto tutte le persone che avevo incontrato dopo la mia risurrezione. In quegli anni la terapia genica doveva essere molto migliorata e faceva miracoli sugli esseri umani. Io ero uno dei miracolati.

La sua pelle era liscia come quella di un bambino, e aveva capelli in abbondanza che gli ricadevano sulla fronte con un ciuffo alla Elvis. Non vidi mai un uomo con problemi di calvizie. Il mondo doveva essere drasticamente migliorato.

"Dottore mi spieghi meglio in cosa consiste la terapia genetica a cui dovrò sottopormi."

Il medico si fermò un attimo come per riassumere i concetti nella sua testa, si appoggiò al comodino con le mani e mi disse:

"Vede, in poche parole, si tratta di una tecnica di interferenza con l’RNA, funziona eliminando dei geni chiave nel virus del papilloma umano, l’HVP, che è la causa della grande maggioranza dei tumori cerebrali. L’HPV produce proteine che sopprimono l'attività di alcuni geni che proteggono dal cancro. Normalmente, infatti, il nostro corpo è in grado di individuare l'esordio del cancro in una cellula e stimolarne l'apoptosi, il suicidio cellulare. Quando questo meccanismo si inceppa, la cellula può dividersi dando origine al tumore vero e proprio. E quindi…"

"Basta così dottore, per carità! Intuisco il concetto." Dissi flettendo le mani in avanti come per fermare il flusso prorompente di termini scientifici incomprensibili.

"Grazie di tutto allora. Ci vediamo la prossima settimana."

"Sa dove risiedere, vero? Le hanno spiegato?"

Il dottore assunse un’espressione preoccupata ma il suo viso sembrava una maschera di cera plasmata male. Aveva qualcosa che non andava, non sembrava sincero, come se stesse pensando ad altro. ‘Mi dispiace per la morte di suo figlio…’ mentre in realtà pensava: ‘stasera c’è la partita, mi devo sbrigare a liquidare questo qui.’

"Sì, ho tutto, grazie. Arrivederci."

 

Non sembrava così diverso il mondo.

La piazza davanti al Gemelli pareva sempre la stessa: buche, cartacce, e insegne delle fermate degli autobus tutte imbrattate da sedicenti artisti di strada.

Le automobili avevano una forma strana, sembravano delle lumache d’acciaio, ed emettevano un ronzio da zanzara imprigionata in un megafono. Dovevano essere elettriche o qualcosa di simile; ricordavo che c’erano studi sulle macchine a idrogeno nel mio periodo. Non avevano sterzo ma solo una cloche tipo playstation, un videogioco dei miei tempi.

La gente indossava abiti orientali: camice con colletti tipo prete, pantaloni a tubo con tagli sulle caviglie, scarpe basse o sandali con l’infradito.

Presi un taxi automatico a filobus e mi recai al mio alloggio.

 

Era a dir poco spartano: uno stanzone quadrato con un lato per la cucina, uno per il bagno, separato dal resto della stanza da un divisorio a tendine, un lato con il letto e l’ultima parete con una libreria incassata nel muro. Al centro c’era una poltroncina con un tavolino basso, stile giapponese. Un fiore finto pendeva da un vasetto di bambù come il braccio di una persona addormentata. La luce proveniva da lampade, inglobate nel soffitto, di tecnologia a me sconosciuta, una via di mezzo tra il neon e le alogene del mio vecchio mondo.

Al posto del frigorifero e del forno c’era una tastiera, su cui, digitando la pietanza desiderata, si otteneva un piatto che scivolava fuori da una bocca meccanica. Una specie di linguaccia robotica. Non capii mai se era un meccanismo che funzionava in locale, all’interno della casa, o se esisteva una rete di tubi, tipo la vecchia posta pneumatica, in cui richieste insolite e piatti stravaganti si incrociavano senza collidere.

Dopo uno spuntino, in cui la pasta aveva lo stesso sapore della macedonia, decisi di andare dove ero nato, nel quartiere EUR, nella zona sud di Roma. Era una decisione coraggiosa, non sapevo cosa mi aspettasse di bello. Ma sicuramente sapevo cosa attendermi di brutto: i miei genitori già da qualche tempo morti, la mia ex ragazza morta o comunque ormai bisnonna, i miei amici scomparsi.

Presi la giacca, tipo kimono da Judo, e andai verso la metro.

 

Il verde, come ben ricordavo, dominava tutto. Anche se sarebbe stato più giusto, vista la stagione, parlare di giallo e rosso.

Camminai per le strade ampie del quartiere ripercorrendo gli itinerari della mia scorsa vita: il barbiere, al suo posto c’era un McDonald; la libreria, al suo posto un centro estetico genico.

Tutto scorreva come il tempo: ogni cosa, per quanto insostituibile per noi, era rimpiazzata con una facilità disarmante. Panta rei, tutto scorre, come dicevano i saggi greci.

Dopo un po’ mi sedetti su una panchina davanti al laghetto artificiale. C’era qualcosa che frullava nel mio cervello e mi inquietava. Cercai di concentrarmi sulle cose che avevo visto fino a quel momento, per capire.

Bambini con maglioncini colorati giocavano a nascondino sfruttando i tanti luoghi occultati che offriva il parco: siepi, sassi, pioppi e…

Colorati…

Certo! Le mie sinapsi ritrovarono l’elasticità di un tempo, anche se mi sembrava di essere ancora sotto l’effetto di qualche anestetico.

Ovvio! Mancavano totalmente persone di colore: africani, indiani, filippini. Il laghetto era sempre pieno di filippini in libera uscita, con i loro bambini, il loro chiasso allegro, il vociare in una lingua esotica.

Uhm, non era possibile, dove erano finiti tutti quanti?

La mia ex era di colore: la mamma era nigeriana e il padre indiano. Gli avevo voluto molto bene, credo. Quando capii che dovevo morire gli sostenni che stavo partendo per gli Stati Uniti e non volevo più continuare il rapporto con lei. Avevo scelto la carriera all’amore. Già, proprio io che avevo messo sempre in primo piano la persona amata. Un cambiamento repentino quanto inspiegabile per lei.

Fu come sparargli con un fucile a pallettoni. Gli aprii una ferita tale che ancora adesso, dopo un secolo, mi veniva da piangere solo a pensarci. Ma era stato necessario. Gli avevo sempre detto tutto, però questa volta la verità sarebbe stata troppo cruda.

Era una persona splendida, dentro e fuori.

Un viso stupendo, un fisico flessuoso, ben proporzionato con tutte le curve al punto giusto. E poi la sua dolcezza, una meringa ricoperta di miele, semplicemente deliziosa, avvolgente come una stola di velluto. Per non parlare della sua simpatia, parimenti disarmante quanto la sua intelligenza.

Ritornai indietro nel futuro, la mia lei si dissolse come neve al sole e il panorama dei giardini riempì un’altra volta i miei occhi increduli.

E ora? Dove erano finite tutte le persone di colore?

La mia mente rifiutava qualsiasi soluzione azzardata.

Vidi un vecchietto su un’altra panchina. Mi avvicinai a lui.

"Posso sedermi qui?" Gli chiesi indicando il pezzo di marmo bianco libero accanto a lui.

Alzò gli occhi dal giornale elettronico che stava leggendo e mi osservò sospettoso.

"Sì certo, le panchine sono di tutti."

"Grazie. Io mi chiamo Roberto, piacere."

La panchina era gelida, il sole non era ancora riuscito a riscaldarla adeguatamente.

"Donato, piacere mio." Mi disse stringendomi la mano con poca forza e ritirandola subito con un gesto rapido.

"Mi scusi volevo farle una domanda, solo una, poi non la distoglierò più dalla sua lettura. Posso?"

"Sì, se posso esserle d’aiuto. Parli." Disse abbassando il libro e posandolo successivamente nella borsa che aveva a tracolla.

"Io sono un ‘crio’ morto nel 2054 e resuscitato da pochi mesi…"

"Ah!" Il vecchio assunse un’espressione di maggiore interesse, o forse solo di sorpresa. I suoi occhietti parvero scrutarmi con maggiore attenzione. Gli occhiali, nessuno portava più gli occhiali, nemmeno gli anziani.

Continuai: "Nei miei primi giri fuori l’ospedale ho notato una totale assenza di persone di colore, invece ricordo che…"

"Sono stati tutti rinchiusi in apposite riserve. Non hanno più il permesso, pena la morte, di girare liberamente per le città dei ‘bianchi’."

"Co-come?" Balbettai, "tutti imprigionati? Ma è assurdo, follia allo stato puro. Mi dica che sta scherzando…"

"No, ragazzo. Devi sapere che circa un’ottantina di anni fa c’è stata una gravissima epidemia mondiale di vaiolo. Morirono milioni di bambini bianchi. Come ricorderai, già nella tua epoca, nell’occidente non ci si vaccinava più contro questa malattia ormai debellata. Ma dei portatori, dei negri, hanno infestato tutto il mondo causando una strage di proporzioni bibliche."

Iniziai a capire, ma non comprendevo lo stesso che senso avesse rinchiudere degli esseri umani in campi di concentramento a causa di un’infezione.

"Insomma, quando riuscimmo a uscire, faticosamente, da quella tragedia, tutti i governi dei paesi industrializzati decisero di bloccare le immigrazioni, e di rinchiudere i ‘colorati’, già presenti nella nazione, in apposite riserve, isolate dal resto della popolazione bianca."

"Ma è assurdo! Ma che senso ha un’azione del genere?" Dissi con una paura che mi montava dentro in maniera incontrollabile.

"Ragazzo, non so se ha senso, ma da quel giorno non si ebbero più casi di contagio. Così le azioni intraprese furono confermate dai fatti. Ormai è diventata una cosa normale."

"Una cosa normale? Vi sembra giusto trattare delle persone in questo modo? La storia: il nazismo, gli ebrei, i campi di concentramento tedeschi e russi, non vi hanno insegnato niente?"

"Ragazzo non te la devi prendere con me, lamentati con il governo!"

"E sì, ma chi lo ha votato il governo attuale? E poi, se non si è d’accordo con le politiche si può sempre scioperare, spero che il dissenso sia ancora consentito!"

"Il dissenso è autorizzato ma nessuno ne ha voglia né motivo. Quando vedi morire tuo figlio neonato non hai nessuna pietà verso gli untori. Nessuna pietà. Il mio bambino è morto così!"

"Ma… capisco la rabbia e la tristezza, però questa è caccia alle streghe! Siamo regrediti al medioevo, quando si scaricavano le paure dell’umanità su povere donne che avevano la colpa solo di essere diverse? A questo punto siamo regrediti?"

Il vecchio non mi rispondeva più, era diventato un mio monologo contro il mondo.

"Io non riconosco più questo paese. Una volta era democratico! Questa non è l’Italia!"

Mi sembrava di vivere in un incubo.

Dovevo fare assolutamente qualcosa. Qualsiasi cosa…

"Nelle vicinanze c’è una riserva di questi poveri Cristi?"

Il vecchio, che aveva riniziato a leggere il digigiornale, alzò gli occhi, e con aria scocciata, strascicando le parole come palline di carta che rotolano su una superficie collosa, mi disse: "Sì, uno dei centri più grandi lo può trovare a Spinaceto, quel quartiere sulla Cristoforo Colombo che …"

"Lo conosco, grazie e arrivederci." Gli dissi, interrompendolo con veemenza.

Presi il primo filobus in arrivo per quel quartiere e sfruttai il tragitto per pensare a cosa fare, e come farlo nel modo migliore possibile. Una vecchia canzone dei Police recitava: ‘When the World is Running Down You Make the Best of What's Still Around’, ‘Quando il mondo sta andando a pezzi devi fare il meglio che puoi, nonostante quello che ti circonda.’ Sante parole, magari ci fosse stato qualcuno a cantarle anche oggi.

Avrei voluto vedere una luce rischiarare l’oscurità della paura. Una candela nella notte dell’ignoranza umana.

 

Il posto mi ricordava i campi degli zingari che affollavano Roma tanti anni fa. Una baraccopoli riconoscibile, anche da un cieco, per l’olezzo di fogna che si poteva tagliare con un coltello.

Notai la tripla recinzione: quella esterna con filo spinato e cartelli intimidatori, quella media con la corrente ad alto voltaggio con tanto di teschi di avvertimento, e la più interna, molto lontana dalle altre due, con ancora filo spinato quasi fino al cielo.

L’ingresso era vigilato da militari. Mi fermarono.

"Buongiorno, dica."

"Buongiorno, devo entrare all’interno. Sono un medico."

"Motivo?"

"Visita di controllo di un gruppo appena arrivato."

"Ha un passi?"

"No, mi sono scordato di prenderlo."

"Ah, capisco. Nome?"

"Roberto Liegi."

"Attenda un attimo per favore."

Il militare con i capelli a spazzola e una cicatrice sullo zigomo scomparve nella garitta. Riapparve dopo pochi secondi, armato.

"Lei non è autorizzato. Lei non è un medico, è un crio appena risvegliatosi. Le ripeto pazientemente la domanda iniziale: cosa vuole?"

Con voce meno sicura dissi: "Voglio solo entrare per dare un’occhiata a questa povera gente."

Lo sguardo del soldato divenne torvo, e subito dopo sulle sue labbra strette comparve un ghigno.

"Sappia che qualunque bianco entri nella riserva, all’uscita si dovrà sottoporre a un periodo di quarantena, ossia a una serie di fastidiosi esami clinici. Il limite di entrate annue è uguale a tre."

"O.k., per me va bene!"

"Si ricordi che lo fa a suo rischio e pericolo. Nella riserva non facciamo opera di polizia. Le nostre leggi non superano quel recinto di filo spinato. Questo è tutto. Mi dia il braccio sinistro."

Con una specie di pistola mi fece un’iniezione sottocutanea, sentii un lieve bruciore.

"Cosa mi ha iniettato?"

"Un chip che registrerà tutti i suoi movimenti: entrate, uscite e spostamenti in genere. Non faccia cose insensate, le ricordo che nei campi vige la legge marziale e il coprifuoco dopo le ventidue. Buona fortuna."

I suoi occhi freddi e immobili, come due fari di un’automobile parcheggiata, mi fissarono per qualche secondo, poi con la mano fece un cenno al collega per farmi aprire il cancello blindato.

Passando sotto una sorta di metal detector sentii un clac che fece aprire la porta di vetro blindata. Il mio chip aveva fatto il suo lavoro.

Piantato in mezzo alla terra c’era un cartello con caratteri enormi:

CAMPO DI CONTENIMENTO

ROMA SUD

3000 UNITA’

REGIME DI CORTE MARZIALE

Sotto c’era anche una cartina con un ‘voi siete qui’ che aiutava ad aumentare il disorientamento.

Mancava solo l’avvertimento Dantesco: ‘Lasciate ogni speranza o voi che entrate’, così il quadretto sarebbe stato completo.

Imboccai la strada principale, o almeno a me così sembrava per la sua ampiezza e per il fatto che era dritta e lunga, non se ne scorgeva la fine.

Catapecchie si alternavano su entrambi i lati come catarifrangenti su una strada di notte.

Sulle vetrate di fronte l’uscio varie etnie mi guardavano con aria stizzita. Vidi un’intera famigliola seduta davanti una casa verde menta, mi diressi verso quella parte.

Non feci in tempo a mettere il piede sul primo dei tre gradini, che mi avrebbero portato sul portico, che la visione che avevo un attimo prima esplose in una bolla di mille colori, e un dolore immenso dietro l’orecchio destro si espanse sul mio corpo come un formicaio impazzito.

Caddi in avanti e sbattei il viso su un asse di legno consumato. Potevo scorgere ogni singola scheggia della porzione di gradino vicino al mio occhio. Mi girai faticosamente su me stesso come uno scarafaggio sulla sabbia. Feci in tempo solo a vedere un pugno nero che s’ingrandiva velocemente fino a deflagrare sul mio mento. Questa volta divenne tutto buio, c’erano solo stelline policrome che giravano senza riposo.

Sentivo delle voci.

"Sporco bianco di merda! Cosa ci fai qui? Che vuoi?"

E poi un’altra voce più cavernosa: "Sei tutto solo eh? Bravo, adesso hai trovato compagnia. Adesso te la facciamo vedere noi! Brutto bastardo!"

Seguì uno schianto nei lombi. Pensavo che ero stato proprio uno stupido a non prevedere quell’odio verso la mia razza. Un ingenuo che si meritava quello che stava avvenendo. Un altro scoppio.

Persi i sensi.

 

La prima cosa che riuscii a distinguere fu il viso di una bella ragazza mulatta. Percepivo le sue mani che mi passavano qualcosa sul viso, forse una pezza umida, tiepida.

Il mio centro di gravità si doveva essere drasticamente modificato. Era come stare sdraiato su una trottola appena lanciata da un bambino giocoso. Gli angoli del soffitto si curvavano per la velocità, stavo all’interno di una palla di mattoni.

Il contatto con la realtà era intermittente. Riapparve il viso, mi stava dicendo qualcosa.

"Cosa ci fai qui, non lo sapevi che è pericoloso per voi gen venire nella riserva?"

Mi tirai un po’ su puntando i gomiti sul cuscino.

"Noi chi? Gen? E che vuol dire?"

"Gen, voi genetici! Dai, adesso riposa, sei ancora sotto shock."

Capii che la terapia genica non veniva effettuata su di ‘loro’. Incredibile! Ancora speravo di trovarmi in un incubo generato dalla criosopensione. Ma ero anche cosciente che in quello stato non si sogna. Mai. Forse un sogno ossessivo generato dalle droghe che mi avevano somministrato, forse mi trovavo ancora nel letto d’ospedale. Forse.

Passarono altre ore in cui dormii in un dormiveglia semi comatoso.

Quando mi ridestai ero più lucido ma anche più cosciente di tutti i dolori che assillavano il mio corpo, mi sentivo come se fossi stato immerso in una vasca ricolma di piranha.

Mi trovavo in una stanza che odorava di pulito ma era molto semplice. L’unica mobilia presente consisteva in delle mensole di plastica e una specie di tenda trasparente cubica che conteneva dei vestiti riposti ordinatamente. Sul comodino, che era praticamente una cassetta di frutta verniciata al contrario, si trovava una foto di una famiglia felice. Una famiglia di colore.

Mi sedetti sul bordo del materasso, la testa mi girò subito, violentemente, pareva un pianeta impazzito. Un conato di vomito crebbe come un vulcano in eruzione nella mia gola. Non ne uscì niente, solo dolore.

La porta si spalancò, sull’uscio comparve, con un’espressione preoccupata, la ragazza dei miei sogni.

"Cosa è successo? Ti senti male? Perché ti sei alzato?"

Nel frattempo mi aveva raggiunto e con una mano stava tastando la mia fronte.

"Non ho più la febbre." Gli dissi con una voce roca che non riconoscevo. Mi sentivo come uno strato d’asfalto appena schiacciato da un cartepillar.

Sul suo viso riapparvero dei lineamenti rilassati, più dolci. Mi ricordava troppo la mia ragazza dell’altro secolo, me ne stavo già innamorando. Sentii un eccesso di flusso sanguigno sulle mie guance, un brivido mi fece inturgidire i capezzoli del petto.

La violenza del ricordo mi fece provare una vertigine momentanea. L’effetto non fu fisico, non fu simile a un pugno al mento o a uno schiaffo. Fu piuttosto analogo a quell’inquietante sensazione del rovesciarsi del tempo su se stesso che, in mancanza di una definizione migliore, la gente chiama déjà vu.

L’avevo già sperimentato, ma mai in maniera così vibrante e sconcertante. Per un istante o due sostai immobile sentendomi letteralmente perso nel tempo, dubitando della mia età: avevo trentacinque anni o centotrentacinque?

Mi ridestai improvvisamente e senza motivo come quando ti suona la sveglia al mattino e i sogni svaniscono come burro su una fiamma.

"Grazie di tutto. Come ti chiami? Io, Roberto."

"Carla."

Parlammo un po’, raccontandoci le nostre vite e le nostre speranze.

Carla mi sembrava sempre di più una ragazza molto interessante. L’aumento di conoscenza faceva salire il mio gradimento per lei come le notizie positive sull’economia facevano andare su esponenzialmente la borsa di Wall Street. Le sue azioni erano in crescita.

"Vuoi venire fuori con me, facciamo una passeggiata?"

"Fuori? Non si può, è vietato. Il mio mondo è questo. Qui ho la mia famiglia, i miei amici."

"Ma non hai voglia di vedere cosa c’è all'esterno? C’è così tanto da imparare, tanti posti da visitare…"

"Sono abituata al campo. La riserva è il mio mondo. Anche tu sei limitato se ci pensi: non ti piacerebbe vedere altri pianeti, altri sistemi solari, altre galassie? Sì? Ma non puoi. Tuttavia non te ne fai un cruccio, non ti suicidi per questo impedimento."

"Sì ma è completamente diverso, voi…"

Mi fermai per un attimo, capii che erano così immersi nella loro realtà fittizia che per loro era l’unica realtà oggettiva.

Come pesci in un acquario non vedevano il salone che li circondava. La libreria, le lampade, le poltrone, la gente che ruotava attorno… Si accontentavano del mangime e dell’ossigeno che veniva pietosamente elargito da una razza superiore.

Come pesci in un acquario…

E se avesse ragione Carla? Se anche noi fossimo i pesciolini esotici di qualche altra razza galattica superiore alla nostra? Qualcuno o qualcosa stava giocando con le nostre vite? Una civiltà razzista a livello cosmico?

Respinsi quei pensieri come si caccia con una schicchera un insetto poggiatosi sulla camicia appena lavata. Sarebbe stato solo un alibi per le nostre malefatte.

"Va bene, ne parleremo meglio. Io vorrei, anzi, voglio! cambiare questo stato delle cose."

"Sono decenni che è così, non ti permetteranno di agire in nostro favore. Lascia stare. Quando starai meglio te ne andrai da qui e dimenticherai tutto: questo posto, le botte…me."

Abbassò lo sguardo. Un velo di tristezza aveva attraversato velocemente i suoi occhi come nubi sul sole di un giorno ventoso.

"No! Non voglio scordare niente, tantomeno te, Carla." Replicai sinceramente.

"A proposito, perché sei entrato nel nostro territorio? Non sapevi che qui regnano le leggi dei colors?"

"Ehi, siamo sempre esseri umani, tutti noi! Io e te siamo uguali, il colore della pelle non conta, la differenza di cultura non ha nessuna importanza. Le nostre diversità ci arricchiscono, ci fanno crescere. Cento anni fa era così."

"Tutte belle parole ma se ti chiedessi di toccarmi non lo faresti, avresti paura di beccarti qualche sorta di virus, insomma ti farebbe schifo. Come a tutti voi!"

Ci guardammo con occhi pieni di rabbia, due aquile che si squadrano per il possesso di un unico nido.

Eravamo vicinissimi, potevo sentire l’odore della sua pelle, una fragranza inebriante tra il sandalo e il borotalco.

I nostri tratti si distesero fino a diventare suadenti. Con l’indice della mano destra gli sfiorai la tempia, poi i capelli fino all’orecchio. Seguii il profilo aggraziato del padiglione e continuai la mia corsa su un lato del collo. Mi stava sorridendo. Socchiuse le palpebre.

Le nostre labbra erano a pochi millimetri una dall’altra. Ne percepivo il calore. Io ero il pezzetto di ferro e lei la calamita. Lottai contro i miei sensi ridestati per non avvicinarmi ancora di più.

"Baciami," gli sussurrai con un filo di voce.

Mi guardò con gli occhi di chi vede la prima volta una stella cadente.

"No," mi disse, "non devi dimostrare niente, io lo so che…"

"Baciami!" la interruppi, prima che dicesse qualche sciocchezza.

Le misi una mano dietro la nuca e la tirai verso di me.

La baciai. All’inizio timidamente, come si bacia un figlio, poi sempre più appassionatamente. Sapeva di buono: di miele all’arancio, di crema aromatizzata con la cannella. Non avrei più voluto staccarmi da quel soave contatto; mi sentivo come un neonato affamato con il suo indomabile istinto di suzione.

La conoscevo appena, ma sentivo di amarla intensamente, così, d’istinto. La razionalità aveva sempre guidato la mia vita, ora le cose stavano cambiando. Era arrivato il momento di lasciar parlare anche il cuore.

Non sapevo se era un fenomeno legato alla mia precedente ragazza, anche lei di colore, o alla solitudine di un mondo nuovo, nuovo solo a livello temporale.

"Oh Roberto… è sbagliato quello che stiamo facendo, non potremmo mai stare insieme. Tu mi piaci ma sei così strano. Tutta questa storia è così strana, mi sembra un sogno. Non voglio che diventi un incubo per noi. Non voglio soffrire."

La baciai un’altra volta, e circondai la sua testa con un abbraccio. Carezzandogli i capelli crespi, gli dissi:

"L’amore è il motore degli uomini e delle donne come noi. Dovrebbe esserlo anche per il mondo, tuttavia per adesso non è così. Ora tutto è mosso da motivazioni economiche o razziali. Questa ingiustizia deve finire. Io ti porterò fuori di qui, te lo prometto."

"Non fare promesse che non puoi mantenere. Se ci provi ti uccideranno. E’ già successo: hanno simulato degli assurdi incidenti per persone che avevano provato a cambiare qualcosa. Il mio posto è qui, per tutta la vita."

"Vedrai, ti tirerò fuori, fidati."

La baciai ancora, e continuai a farlo fino a sera inoltrata.

 

Rimasi con Carla cinque splendidi giorni. Poi, con rammarico, mi forzai a uscire per effettuare la cura settimanale e per cercare una soluzione al problema che ci assillava. Avevo un’idea che mi frullava nella testa, dovevo verificarla.

Il saluto a Carla non fu facile, eravamo divenuti molto attaccati. In quei cinque giorni non c’era stato un secondo in cui non eravamo stati insieme, più uniti di due gemelli siamesi con il corpo in comune: un unico cuore, due teste separate.

Eravamo molto innamorati.

Promisi di ritornare il prima possibile e magari con una buona notizia per loro diversi.

Per noi diversi.

 

Feci la mia terapia genetica settimanale.

Il medico che mi aveva in cura sapeva che ero stato nella riserva, mi chiese lumi sulla quarantena e sulla gente di colore. Le sue domande non sembravano essere dettate da una forma di empatia ma piuttosto da una curiosità morbosa verso persone che lui considerava degli inferiori. Considerava il campo come un immenso zoo. Probabilmente non sarebbe nemmeno andato a curare dei malati, avrebbe mandato un veterinario. Per lui erano solo animali in gabbia.

Come pesci in un acquario…

Dopo la cura cercai un Internet Bar, lo trovai quasi subito. La città pullulava di quei centri di ritrovo per i giovani studenti.

Come mi avevano spiegato in ospedale, Internet c’era sempre ma si trattava di Internet5, ossia, i collegamenti avvenivano a una velocità dell’ordine dei 100 Mbps. Non tutti si potevano permettere i costi di gestione di una banda così grande, specialmente gli universitari, così i bar e i pub, con accessi alla rete compresi nella consumazione, si facevano concorrenza.

Dopo un drink incolore e insapore, e qualche nocciolina sintetica, si liberò una postazione; un ragazzo, con i capelli rasta e piercing su tutta la superficie di pelle visibile, prese la sua borsa di pezza colorata e si allontanò con gli occhi un po’ sgranati. Sembrava sotto l’effetto di qualche stupefacente.

Mi misi il casco e il guanto elettronico, e mi sdraiai.

La macchina si accorse della mia presenza. Il guanto si strinse attorno alla mia mano come un polipo appena pescato, qualcosa, spero degli auricolari, mi penetrò le orecchie come vermi striscianti.

Davanti i miei occhi si materializzò un deserto di sabbia arancione immerso in un cielo turchese. Una voce femminile, che sembrava provenire da ogni dove, sussurrò: "Benvenuto nella rete. Questo collegamento è offerto gentilmente da Coca Cola, la tua bibita preferita."

Capii perché l’immagine iniziale era quella distesa di dune: per farmi venire sete. Anche il futuro era assurdamente bombardato dagli spot pubblicitari. Se mi avessero chiesto cosa pensassi di trovare sicuramente tra cinquecento anni, avrei risposto: ‘i pubblicitari e la Coca Cola!’.

Parlai nel microfono incorporato nel casco: "Menù!"

"O.k., ma puoi essere maggiormente espansivo, se preferisci… puoi usare più parole…"

Il paesaggio subì una rapida accelerazione che quasi mi fece venire un senso di nausea, comparve un grande albero, forse un Baobab.

Ancora la voce: "Cosa ti interessa in particolare?"

"Voglio usare un motore di ricerca."

"O.k."

Sui rami degli alberi apparvero delle grosse mele verdi. C’era una scritta incisa su ogni frutto. La visione era realistica grazie alla visione in tre dimensioni, ma surreale per la possibilità di zoomare le scritte, anche se prospetticamente mi trovavo ad almeno trecento metri dall’albero. Era come se i miei occhi fossero dotati di uno zoom potentissimo.

Le scritte erano nomi di motori di ricerca. Non ne conoscevo nessuno, ne scelsi uno a caso indicandolo con la mano, che grazie al cyberguanto comparve improvvisamente nella scena.

SEGUGIO, questo leggevo sulla mela selezionata, si illuminò di una luce verde, tipo neon da discoteca. Il buongusto, anche dopo cento anni, non era ancora arrivato ai suoi massimi livelli.

"Cosa vuoi cercare?" Disse la voce.

"Uhm, non lo so bene. Vorrei trovare un contatto con un gruppo di hacker locali."

"Hacker. Ti devo avvertire che spesso sono comunità che rasentano l’illegalità. Se intraprenderai qualche attività con loro, potresti essere perseguito a norma di legge vigente."

"Sì, sì, io voglio solo un contatto." Dissi provando un certo fastidio. Il lettino della postazione sembrava essere diventato più scomodo.

Per fortuna Internet era ancora abbastanza liberalizzata, un mondo a parte, come al mio tempo.

"O.k."

La visione mutò, il deserto si sciolse come burro in una padella rovente.

Cambiò anche la mia posizione apparente: da in piedi sul terreno a una visuale aerea. Di riflesso, con la mano sinistra, strinsi il bracciolo del lettino per attenuare la sensazione di caduta. Stavo sorvolando una specie di atollo polinesiano colmo di piccole isole lussureggianti.

Ogni isola aveva delle insenature di sabbia, in cui una barca che mi ricordava lontanamente un caicco, ondeggiava con un ritmo pulsante. Sulla chiglia di ogni imbarcazione c’era una scritta, che invece di essere il nome della stessa era un puntatore sul sito trovato dal motore di ricerca.

I battelli erano migliaia. Mi girò la testa, un po’ per "l’altitudine" e un po’ per l’impossibilità di scegliere razionalmente. Troppe scelte erano equivalenti a nessuna scelta, il cosiddetto rumore nell’informazione.

Ripetei il ragionamento precedente: scelsi a caso. Ero stato attratto dalla conformazione dell’isola a quarto di luna e dalla barchetta particolarmente colorata.

Caddi in volo libero fino a un metro dal battello selezionato. Il cuore mi si fermò per un attimo. Avevo alzato entrambe le gambe come per prepararmi all’impatto con l’acqua.

Dovevo ammettere che queste nuove interfacce uomo computer erano molto più divertenti di quelle che usavo io. Era come fare un viaggio in un mondo fantastico. Ma le sorprese non erano finite.

Una volta davanti alla mia scelta, mi inabissai.

La barriera corallina era un arcobaleno di colori sgargianti: rosso fuoco, giallo fosforescente, blu lapislazzuli. Pesci di tutte le forme immaginabili sfrecciavano davanti ai miei occhi, virtuali, con movimenti sinuosi. Un branco di piccoli pesci arancioni si muoveva come uno stormo di passeri al tramonto, pennellando figure geometriche cangianti.

Stavo scendendo sempre più giù. Però era come se i raggi del sole riuscissero ad arrivare senza il naturale filtro bluastro dell’acqua. Tutto era nitido, troppo. Respiravo con un ritmo innaturale come se avessi indossato le bombole con l’autorespiratore. Era solo un effetto psicologico, non dettato da un’effettiva necessità, stavo respirando sempre l’aria un po’ rarefatta e fumosa del bar. Un pensiero buffo mi sfiorò la mente: sarebbe stato simpatico riempire le bombole dei sub con aria aromatizzata con un profumo evocativo.

Arrivai fino al fondo sabbioso. Conchiglie di forma aggraziata costellavano il fondale come stelle giganti in un cielo giallo.

Sotto i miei piedi c’erano dei solchi nella sabbia, tipo quelli che si lasciano da piccoli quando si disegna sul bagnasciuga con l’indice. Erano lettere, o meglio, era il mio contatto.

"Visualizzo?" La ‘voce’ mi fece sobbalzare. Quelle visioni mia avevano già fatto dimenticare la realtà esterna. La brutta realtà esterna.

Come pesci in un acquario…

"Sì." Mi sembrò strano parlare immerso nella profondità del mare.

Tutta l’acqua svanì.

Mi trovavo in una stanza illuminata debolmente, una lastra di luce filtrava da una fessura in una persiana sbilenca. Minuscole particelle di polvere galleggiavano nel cono di luce come bollicine d’aria in un acquario. C’era una scrivania stracolma di libri, forse manuali, e strani apparecchi di cui non conoscevo lo scopo.

La ‘voce’ ruppe il filo della mia osservazione: "Sei connesso. Quello che vedi, attraverso una webcam, è l’ufficio dell’hacker da te prescelto. Devi aspettare un momento. Aspetti?"

"Sì," dissi con voce alterata. Incominciavo a non sopportare più quella presenza invisibile, aveva un qualcosa di arrogante, che mi irritava nel profondo.

Non attesi molto. Un signore di mezza età con una barbetta bianca e capelli cortissimi, una papillon giallo, e una camicia bianca ben stirata, comparve nella stanza. I suoi occhi blu ghiaccio mi guardavano severamente.

"Salve." Gli dissi abbozzando un debole sorriso.

"Cosa vuole? Chi le ha dato questo indirizzo?"

"Nessuno, ho trovato il suo link con un moto…"

"Le ho chiesto cosa vuole!" Urlò troncando la mia risposta a metà.

"Non sarebbe meglio parlarne a quattr’occhi?" Gli dissi cercando di mantenere il tono della voce calmo.

"Siamo già da soli, le do altri venti secondi…"

"Ma il computer…"

"Il motore non è cosciente, non ancora; registrerà al massimo le nostre conversazioni, ma questo succederebbe anche se lei venisse qua fisicamente. La privacy non esiste più. Lei è un crio, vero?"

"Sì." Notai che lo disse piegando leggermente un labbro, come quando si vede una scena raccapricciante in televisione.

"Vorrei mandare on air, in copertura nazionale almeno, un comunicato di pochi minuti."

"Che tipo di comunicato?"

"Una mia personale considerazione contro il razzismo esasperante di questa nazione."

Attesi, cercando di carpire la reazione sul viso del mio interlocutore, ma i suoi occhi sembravano essere congelati in uno sguardo incredulo.

"Io non ho una rete nazionale di comunicazione. Ma possiamo parlarne. Mi venga a trovare, il mio indirizzo fisico è: via Ardeatina, 254. Ci vediamo."

Non feci in tempo a rispondere che il buio invase la mia visuale.

Mi levai il casco e, come per magia, ricomparve il bar, la gente che chiacchierava con un drink in mano e la luce al neon spettrale. Odiavo quel tipo di illuminazione, faceva sembrare tutto più squallido, tutto più freddo, da sala mortuaria. Quando la sera lavoravo in ufficio, spegnevo sempre l’interruttore generale della stanza e accendevo la lampada da tavolo alogena. Il mondo è bello a colori, non può esistere solo il bianco.

Uscii di fretta da quel posto e mi incamminai verso il filobus che mi avrebbe riportato dalla mia Carla.

Pioveva forte, le gocce disegnavano, sui vetri grigi, degli intrecci di foglie di palma.

Ti porterò a vedere posti dove le palme crescono spontaneamente sulle spiagge color avorio, amore mio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

*****

 

 

 

 

 

 

 

Non esistono grandi scoperte né reale progresso finché sulla terra esiste un bambino infelice.

 

Albert Einstein

 

 

"Ai nostri più accaniti oppositori noi diciamo: Noi faremo fronte alla vostra capacità di infliggere sofferenze con la nostra capacità di sopportare le sofferenze; andremo incontro alla vostra forza fisica con la nostra forza d’animo. Fateci quello che volete e noi continueremo ad amarvi.

Noi non possiamo in buona coscienza, obbedire alle vostre leggi ingiuste, perché la non cooperazione col male è un obbligo morale non meno della cooperazione col bene. Metteteci in prigione e noi vi ameremo ancora. Lanciate bombe sulle nostre case e minacciate i nostri figli e noi vi ameremo ancora. Mandate i vostri incappucciati sicari nelle nostre case nella notte, batteteci e lasciateci mezzi morti e noi vi ameremo ancora.

Ma siate sicuri che noi vi vinceremo con la nostra capacità di soffrire. Un giorno noi conquisteremo la libertà, ma non solo per noi stessi: faremo talmente appello al vostro cuore ed alla vostra coscienza che alla lunga conquisteremo voi e la nostra vittoria sarà una duplice vittoria. L’amore è il potere più duraturo che vi sia al mondo".

M. L. KING , ‘La forza di amare’

 

 

 

 

 

 

Passai altri cinque giorni nella riserva.

Ormai con Carla era un idillio, una condivisione di anime.

Due dita appartenenti alla stessa mano: libere di muoversi indipendentemente ma unite da un legame profondo e assoluto.

Avevo conosciuto anche i suoi genitori, delle persone molto per bene, che si rammaricavano ogni volta che mi ospitavano nella loro povera casa. Si sentivano in colpa per non poter onorare a dovere l’ospite della loro figlia.

E poi c’era dell’altro… io ero sempre un bianco, quindi una persona superiore a tutti i colors della riserva messi insieme. Cercai di fargli capire che non era assolutamente così, li implorai di guardare da un’altra angolazione la cosa, li pregai di rivedere le loro convinzioni. Niente. Le loro idee erano radicate come fossili sotto strati di terra compressi dai secoli. Ci sarebbe voluto un lavoro di martelletto da geologo per levare tutte le incrostazioni causate dai pregiudizi.

 

I giorni passavano in fretta con il mio amore.

Il primo, al mio ritorno, lo passammo solo a far l’amore. La nostra intesa sessuale era così intensa che sembrava ci conoscessimo da anni. Eravamo dei musicisti instancabili, che suonavano al meglio i loro corpi tirandone fuori delle melodie celestiali. Ognuno era un virtuosista dell’altro.

L’odore della sua pelle, un odore forte, mi inebriava come se avessi bevuto un elisir d’amore preparato da un mago sapiente. Il suo corpo era flessuoso come quello di una pantera, si sincronizzava con il mio creando una risonanza di piacere.

L’ultima sera, mentre eravamo distesi sul letto, fusi in un caldo abbraccio, gli sussurrai nell’orecchio: "Carla, vorrei tanto vivere assieme a te. Vorrei… mi vuoi sposare?"

Carla si rizzò sul materasso e i suoi seni oscillarono come budini di cioccolato appoggiati su una lavatrice in centrifuga.

"Ma sei matto? Non lo sai che è vietato il matrimonio tra colors e bianchi? Non lo sai?" Dicendomi quelle parole iniziò a picchiarmi con entrambe le mani, ma senza violenza, senza forza. La guardai attonito.

"Scusami," mi disse, con le lacrime che gli colavano giù dagli occhi tristi, "anch’io vorrei dividere la mia vita con te, ma l’impossibilità di farlo mi distrugge. Non riesco nemmeno a pensarci, e quando lo faccio, mi deprimo; se non fosse per te mi toglierei questa stupida vita."

Si accasciò sul mio petto bagnandomi tutta la pelle come un panno appena tirato fuori da una lavatrice. La carezzai sulla testa e per un po’ non dissi nulla, le coccole erano la migliore medicina.

"Io ti sposerò. Vivremo qui dentro la riserva, avremo dei bambini e cercheremo di farli crescere liberi. Prima, però, devo fare una cosa, una cosa che spero cambierà il corso della storia. La storia di un paese, una volta democratico, che non riconosco più. Se fossi stato trasportato su un altro pianeta probabilmente mi sarei trovato meglio, più a casa mia."

"Ci ostacoleranno in tutti i modi, ci faranno del male. Non possiamo cambiare delle cose che sono scritte sulla pietra."

"Anche la pietra si consuma alle intemperie. Io sarò la loro pioggia, il loro vento, il loro caldo e il loro freddo. Creerò crepe nelle loro sicurezze, e ci infilerò dentro l’acqua dell’amore fraterno."

"Amore mio, sono delle belle parole, ma… come pensi di attuarle? In pratica è tutto molto difficile."

"Leggerò un comunicato alla nazione e così getterò il seme del dubbio nelle menti cristallizzate degli italiani. Incrinerò le loro coscienze assopite."

"Se lo dici tu, Roby. E quando partirai?"

Dai suoi occhi trapelava un’ansia crescente.

"Domani. Ho già un semi accordo. Ce la farò. Tornerò presto da te. E non ti lascerò mai più."

"Me lo prometti?" Disse quasi implorandomi.

"Sì, tornerò per restare. Te lo prometto."

"E la cura che devi fare?"

"Appena esco di qui vado a fare il trattamento settimanale. Poi chiederò di poterlo fare qui dentro, o comunque di usufruire di un permesso per continuare ad andare all’ospedale."

"Uhm, speriamo bene… ti amo tanto!"

Ci baciammo fino a toccare il cielo, e ancora più su.

Ci addormentammo, cullati dalla melodia delle nostre speranze adagiate sull’amaca dell’amore eterno.

Nella notte successe l’imprevedibile.

Stavamo dormendo profondamente quando un rumore forte, un tonfo sordo, ci destò. Guardai le lancette al tritium del mio orologio: le 4:15. Anche Carla aveva percepito qualcosa, ma si era solo girata su un fianco.

Aspettai, forse era solo un tuono. Forse. Il cuore mi pulsava forte come quando da bambino venivo sorpreso a fare qualche marachella.

Urla.

C’erano delle persone, parevano voci di donne, stavano gridando. Erano strilli di terrore, non avevo mai sentito niente del genere. Balzai in piedi e andai dritto alla finestra. Dalle fessure si vedeva un bagliore oscillante, come quando si guarda il fuoco acceso di un caminetto. Qualcosa stava bruciando.

"Che succede?" Carla si era svegliata e mi stava fissando con gli occhi stretti, come fessure di una buca per lettere.

"Non lo so. Sta bruciando qualcosa. Andiamo a vedere se hanno bisogno d’aiuto."

"No!" Gridò alzandosi in piedi. "No, è pericoloso. Lo so io cosa sta succedendo, sono i gen che ci puniscono. Succede almeno una volta a settimana."

"Che cosa? I gen? Punire per cosa?"

"Ovvio, per il fatto che siamo colors. Ogni volta entrano nella riserva, in tanti e ben armati, e ci massacrano di botte, distruggono le case, e uccidono. Ogni mese c’è un tributo di vite da donare a voi bianchi."

La guardai incredulo, non potevo crederci. Eravamo tornati indietro di decine di anni. Mi venne subito in mente l’immagine di M.L. King e le sue bellissime parole del discorso fatto a Washington il 28 agosto 1963: ‘I have a dream…’ In quel momento capii quale sarebbe stato il mio messaggio agli italiani: quattro minuti delle splendide parole di King.

"Carla, non mi mettere in mezzo a loro, io non sono così. Andiamo fuori e vediamo cosa si può fare. Anzi vado io, tu rimani qui."

Non disse niente, era inebetita come un animale che rimane bloccato di fronte ai fari di un’automobile. Quell’evento per lei era paralizzante.

Uscii e vidi quello che non avrei mai pensato di vedere di persona in un qualsiasi futuro civile. Pensavo che certe cose fossero ormai sepolte nei polverosi e ammuffiti libri di storia. Speravo.

Molte baracche bruciavano come arbusti secchi al vento. Delle jeep ricolme di uomini indemoniati giravano in circolo attorno a un gruppo di colors disperati.

Era una scena da film western. La rifiutavo come realtà oggettiva.

Uno dei bianchi stava puntando un fucile a pompa su un nero che gli stava minacciosamente venendo incontro brandendo un’ascia. Vidi prima il lampo e poi percepii lo sparo secco. L’uomo, colpito dalla raffica, fece una specie di salto all’indietro, e cadde a terra supino con l’intestino sanguinante che gli usciva dal ventre. La camionetta da cui era partito il colpo mortale tornò indietro con una stretta virata e gli passò sopra umiliando quel povero corpo. Una donna si precipitò vicino a lui implorando verso la jeep.

Quando capii che stava invertendo un’altra volta la direzione per investire anche la donna, mi gettai a rotta di collo verso la scena dell’efferatezza.

Il fuoristrada inchiodò a pochi centimetri dai miei piedi, una nuvoletta di polvere si alzò in aria mischiandosi al fumo che aveva già saturato tutto.

"Ehi, amico, levati da lì e facci finire il lavoretto… su, che ti sei paralizzato? Su, levati dal cazzo!"

Guardai fisso negli occhi il tizio che aveva parlato; aveva un cappello tipo John Wayne, la barba nera e un sorriso sinistro reso ancora più strano da una specie di paresi che gli deformava un angolo della bocca.

"Io da qui non mi tolgo. Loro sono come noi, sono nostri fratelli. La violenza non serve a niente!" Gli urlai contro.

L’uomo che aveva parlato scese dalla camionetta con un fucile mitragliatore nella mano destra. Si parò a pochi millimetri dal mio naso e mi disse: "Stronzetto, se non ti levi subito dalle palle, ti ammazzo; con le tue budella ci faranno gli hamburger questi sporchi negri di merda. Chiaro?"

"La vita va sempre preservata, è un dono unico e sacro. E comunque… fottiti!"

Il cowboy sollevò velocemente l’arma e mi colpì in viso con il calcio del fucile. Sentii come un’esplosione dentro la guancia, palline rosse danzavano davanti ai miei occhi come mosche su un pezzo di carne putrescente. Percepivo lo zigomo come se fosse anestetizzato, uno strano formicolio, poi una scarica di dolore si diffuse su tutto il lato della faccia. Sentivo che un liquido caldo e denso mi stava colando sul collo. All’improvviso la nausea mi assalì. Barcollai. Caddi in terra sulle ginocchia. Guardai il tipo che mi aveva picchiato, lo vedevo attraverso un velo rosa, e gli dissi: "La violenza non risolve i tuoi problemi. E’ da vigliacchi prendersela con i più deboli."

Non feci in tempo a finire la frase che mi venne rovesciata addosso una risposta sotto forma di urlo: "Va a cagare, brutto merdoso che non sei altro. Tu sei negro dentro, ecco che sei!"

Sentii le risate da iene dei suoi amici.

"Il colore della pelle non conta, siamo tutti esseri umani, sotto lo stesso cielo e con gli stessi problemi quotidiani, e…"

"Finiscila con queste cazzate! Vai dalla tua negretta e non ci rompere la minchia!"

Mi girai e mi accorsi che c’era Carla che piangeva a due passi da noi. Mi incamminai verso di lei, ma al primo passo andai giù come un sacco vuoto.

 

Non fu facile convincere l’hacker a fornirmi il collegamento per quattro minuti in copertura nazionale. Ma, dopo estenuanti discussioni, anche un po’ troppo filosofiche, ci riuscii.

Non capii se la cosa determinante per il suo sì fossero stato il mio oro o i discorsi di fratellanza universale, ma l’importante era aver raggiunto lo scopo.

L’hacker mi spiegò che appena connesso, sarebbe sparito dalla circolazione, perché, in pochi minuti, la polizia avrebbe fatto irruzione nel locale. L’importante che quei ‘pochi minuti’ fossero maggiori o uguali a quattro, gli dissi.

"Ti arresteranno, e poi ti renderanno la vita impossibile. Sappilo." Mi disse prima della trasmissione.

Stavamo per sovrapporci al segnale dell’unica televisione statale, nella fascia oraria delle 20:00, durante il telegiornale di regime, con il massimo dell’ascolto. Sarebbe stato un comunicato molto invasivo.

Come avevo già programmato modificai appena il discorso di M.L. King, ne presi alcune parti per rientrare esattamente nei quattro minuti.

 

L’hacker mi fece il segno di o.k. con la mano, non l’avrei rivisto mai più, lo sapevo.

Iniziai il mio discorso. Ero cosciente di giocarmi tutte le mie carte, forse in cambio della stessa mia vita. Forse.

"…Io ho davanti a me un sogno, che un giorno ogni valle sarà esaltata, ogni collina e ogni montagna saranno umiliate, i luoghi scabri saranno fatti piani e i luoghi tortuosi raddrizzati e la gloria del Signore si mostrerà, e tutti gli essere viventi, insieme, la vedranno. E’ questa la nostra speranza. Questa è la fede con la quale io mi presento a Voi.

Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza. Con questa fede saremo in grado di trasformare le stridenti discordie della nostra nazione in una bellissima sinfonia di fratellanza.

Con questa fede saremo in grado di lavorare insieme, di pregare insieme, di lottare insieme, di andare insieme in carcere, di difendere insieme la libertà, sapendo che un giorno saremo liberi. Quello sarà il giorno in cui tutti i figli di Dio sapranno cantare con significati nuovi: paese mio, di te, dolce terra di libertà, di te io canto; terra dove morirono i miei padri, terra orgoglio del pellegrino, da ogni pendice di montagna risuoni la libertà; e se l’Italia vuole essere una grande nazione possa questo accadere…"

Feci una pausa, staccando gli occhi dal foglio e guardando la telecamera automatica di fronte a me. Stavo fissando almeno venti milioni di persone: bambini, anziani, donne, uomini.

"…E quando lasciamo risuonare la libertà, quando le permettiamo di risuonare da ogni villaggio e da ogni borgo, da ogni stato e da ogni città, acceleriamo anche quel giorno in cui tutti i figli di Dio, neri e bianchi, ebrei e gentili, cattolici e protestanti, sapranno unire le mani e cantare con le parole del vecchio spiritual: ‘Liberi finalmente, liberi finalmente; grazie Dio Onnipotente, siamo liberi finalmente…’."

La spia rossa si era appena spenta. Mi sentivo soddisfatto come quando si riesce a creare un bel vaso da un mucchio insulso di creta.

Ma non feci in tempo a cullare i miei pensieri di gloria che una forte esplosione fece andare in pezzi la porta dell’ufficio.

Una nube di polvere, di odore acro, si propagò nella stanza come l’acqua che fluisce da un finestrino aperto in una macchina caduta in fondo al mare.

"Se aveste bussato vi avrei aperto…" Dissi ai soldati contenuti nelle loro tute ad armatura autoplasmabile.

Mi presero come se fossi stato un manichino rotto da buttare e mi portarono in un posto di polizia. Un’enorme cubo di cemento armato senza finestre o pertugi alcuni.

Senza spiragli per me…

"Lei si rende conto di quello che ha fatto?" Mi disse un funzionario con una cravatta giallo fosforescente. La stanza era spoglia: un tavolo di legno di pessima qualità, due sedie, pareti grigie e la solita illuminazione nascosta.

"Io sì, e voi vi rendete conto di quello che fate tutti i giorni?" Gli risposi con aria canzonatoria.

"Lei, caro sig. Liegi si trova in una brutta situazione. Ora ha due possibilità: o ritratta tutto subito, con un messaggio in televisione e su tutti i maggiori organi d’informazione, o passerà dei guai che nemmeno si immagina! Ci pensi!" Una vena del collo gli si ingrossò in modo preoccupante, pulsando come un cuore portato allo scoperto.

"Le posso subito dire, senza farla aspettare inutilmente, che la mia scelta ricade sulla seconda opzione. Ovviamente." Abbozzai un sorriso di scherno.

"Come vuole lei."

Si assentò per qualche minuto, poi rientrò, e restando in piedi, mi disse:

"La lasciamo libera. C’è solo un piccolissimo, e in fin dei conti, insignificante problemino…" Questa volta la smorfia di irrisione si disegnò sul suo viso.

"…lei è un crio, ed avendo violato una legge nazionale, verrà sospesa qualsiasi forma di sovvenzione pubblica. Può andare, buona fortuna."

Un brivido solcò lentamente la mia schiena come un bruco che risale un ramoscello verticale.

"In poche parole," dissi, "lei sta asserendo che non mi curerete più?"

"Perché lei era in cura per qualcosa?" La sua espressione era diventata quella di un clown con la bocca larga.

"Mi state condannando a morte, ve ne rendete conto? Sì, penso di sì, è la vostra vendetta…"

"Arrivederci sig. Liegi e buona fortuna, eh, eh."

 

Ritornai alla riserva.

Immagini di morte percorrevano le mie circonvoluzioni come macchinette su una pista a ottovolante.

Un soldato si avvicinò al lettore inserito nel mio braccio. Mi guardò con distacco e mi disse:

"Lei è la terza volta che entra nella riserva, quindi…"

Lo interruppi subito:

"Non si trattenga in lunghe spiegazioni, io non uscirò più dal campo. Contento?"

Il milite non abbozzò un minimo sorriso, mi squadrò ancora una volta, come fossi stato un alieno, e fece spallucce girando i tacchi per tornare nella garitta.

Entrai. Alle mie spalle il mondo che non volevo, ma che speravo iniziasse a cambiare. Davanti a me il mio amore, e della gente che aveva la sola colpa di essere nata con un colore di pelle diversa dallo standard.

 

"Hai rischiato troppo amore mio, non dovevi farlo per noi!"

La pelle del suo viso era liscia come un sasso levigato dal risciacquo secolare dell’acqua del mare. I suoi occhi risplendevano di una forza interna tutta da scoprire ed assaporare. La magliettina nera aderente faceva risaltare i suoi fianchi stretti e il suo seno dirompente. Un contrasto che avrebbe levato il fiato anche a un moribondo.

"Per voi, e anche per me e te. Per i nostri figli."

Se mai riusciremo a farli, o meglio se io farò in tempo, prima che…

La guardai negli occhi e poi gli sparai un bacio sulle labbra che dilatò il tempo e lo spazio attorno a noi. L’aria ci avvolgeva e ci cingeva i corpi creando un risucchio, un vuoto d’aria, che ci faceva stare appiccicati ancora di più.

"Ci sposiamo e andiamo a vivere insieme!" Gli mormorai in un orecchio.

"Ma tu ti devi curare…" Mi disse con un’aria preoccupata.

"Dai, vedremo. Tanto… tanto chi può dire quello che ci aspetta: quanti anni abbiamo davanti, quanto staremo insieme. Sono domande che si pongono tutti gli innamorati, a cui non c’è risposta. E questo vale anche per noi."

"Sì, ma nel caso nostro, tu…"

"Ci amiamo all’infinito, alla follia. Io ti amo più di qualsiasi altra cosa al mondo. Più della mia vita, amore mio."

"Sì, ma se non ti curano…"

Intonai una melodia: "Non moriremo mai, le mie labbra sulle tue, facile sincronia, sai che da un po' ti amo un po'..."

"Cos’è amore mio?"

"Niente, una bella canzone d’amore del mio tempo…"

Grosse lacrime le scesero sulle guance, rigandole come un aratro su un campo di fiori rosa.

"Carla, ci amiamo troppo, non morirò mai per te! Comunque, ti sarò sempre accanto."

La strinsi a me e posai la testa sulla sua spalla scoperta.

"Non mi lasciare sola!"

"Carla, non sei e non sarai mai sola. Mai!"

Ci abbracciammo in una stretta senza tempo.

Per sempre.

Non sarai mai sola, amore celeste.

Non moriremo mai…























Alternative

 

 

 

"Spazio, ultima frontiera: eccovi i viaggi dell'astronave Enterprise durante la sua missione quinquennale diretta all'esplorazione di nuovi mondi, alla ricerca di nuove forme di vita e di nuove civiltà, fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima."

 

 

" A tutta l'umanità!
Che non si possano trovare spazi così vasti,
pianeti così freddi,
cuori e menti così vuoti,
da non riuscire a riempirli di calore e d'amore!"

Garth, "Il sogno d'un folle", Star Trek TOS.

 

 

 

Giornale di bordo, Data Stellare 5784.1: Un segnale di SOS, proveniente dal pianeta Plinius appartenente al settore neutrale, ci ha fatto cadere in una trappola. Da quattro ore siamo in orbita senza la possibilità di prendere nessuna iniziativa: un raggio traente, di una forza straordinaria, ci tiene prigionieri. L’emissione del segnale di soccorso è cessata. Abbiamo cercato di contattare gli abitanti del pianeta usando tutte le frequenze. Nessuna risposta.

Fine del rapporto.

Capitano di vascello ‘James Tiberius Kirk’.

 

 

 

"Spock, McCoy, andiamo giù a vedere cosa succede!" disse Kirk muovendosi convulsamente sulla poltrona di comando.

"Primo ufficiale, individui un punto del pianeta Plinius in cui ci sia un centro abitato o qualcosa che gli assomigli."

"Subito, effettuo una scansione della superficie."

Il capitano premette l’interruttore delle comunicazioni che apriva un canale con tutta l’Enterprise: "Voglio subito in plancia sei uomini della sicurezza. Armati. Probabilmente troveremo una qualche ostilità negli abitanti." Non credo, pensò Kirk, che ci aspetterà un comitato d’accoglienza con la banda musicale e le ragazze pon-pon.

I nove membri dell’equipaggio: Kirk, Spock, McCoy e i sei uomini della sicurezza erano pronti in sala teletrasporto.

"Scotty, segua i nostri passi sul pianeta. Potremmo avere un urgente bisogno di risalire. Energia!"

La città, in cui si erano materializzati, era costituita da case bianche e rotondeggianti. Piccole scale e finestrelle ovali si alternavano creando dei gradevoli disegni astratti. I tetti di legno erano stati pitturati di blu lapislazzuli. Cipressi e pini scorrevano lungo il ciglio della strada, fatta di sassi piatti grigio scuro.

"Capitano c’è come un ronzio, come un…"

All’improvviso tutti si sentirono mancare: giramenti di testa, nausea e … buio.

 

Spock sollevò una mano per ripararsi gli occhi da un turbine di polvere che si era sollevato.

Proprio sopra la sua testa, le stelle tremolarono e poi scomparvero, occultate dalla sagoma di qualcosa che Spock non riusciva ad identificare.

Una luce improvvisa danzò all'estremità del suo campo visivo.

Guardò giù, lungo il pendio, verso la tomba di Kirk.

Raggi color ambra filtravano tra le pietre del tumulo austero.

Sopra il rombo di quello strano vento, Spock udì un ronzio stranamente ritmico.

La luce emanata dalla tomba del Capitano si intensificò, poi iniziò a svanire. Spock sentì chiaramente il rumore delle pietre che rotolavano una sull'altra.

La conclusione logica di quel fenomeno era inevitabile, eppure assurda.

Tra le stelle, i segni della battaglia spaziale erano cessati.

Al di sopra di Spock, ritornarono a vegliare le costellazioni e la turbolenza nell'atmosfera svanì improvvisamente, come se una nave stellare fosse entrata in velocità curvatura.

Spock sfilò una torcia d’emergenza dalla cintura e iniziò a scendere lungo il pendio, diretto verso la tomba di Kirk.

Diresse il raggio di luce sul tumulo.

Le pietre erano cadute.

La tomba era vuota.

Spock fissò le stelle.

"Jim...?" disse.

Era assolutamente illogico, ma, per un attimo, gli balenò in mente un pensiero del tutto improbabile...

Forse vi erano dei viaggi che erano destinati a non aver mai fine.

Forse c'erano sempre delle alternative...

Spock rinvenne per primo. Aveva la bocca impastata con un sapore amarognolo. L’ultima cosa che si ricordava era … un sogno, anzi un incubo: il capitano Kirk era morto e forse …

"Jim!" gridò impaurito.

Kirk, sentendo il suo nome, si ridestò improvvisamente e si alzò in piedi. Barcollò, quasi ricadde, ma alla fine riuscì a restare dritto. Si assicurò dello stato di salute dei suoi compagni e prese atto della loro nuova locazione.

Non si trovavano più nel punto in cui erano svenuti. Ora stavano in una stanza enorme, una specie di piazza, con colonne di marmo altissime e un soffitto finemente decorato con fregi e dipinti di divinità a loro sconosciute. Il pavimento era come un’enorme tela in cui figure fantasiose si contenevano a vicenda. Ma non era stoffa, bensì marmo intarsiato con varie gradazioni di verde.

"Spock, cosa è successo secondo lei?" disse il capitano ruotando il capo a destra e a sinistra cercando di scorgere qualcosa.

"Non lo so. E’ probabile che un qualcosa o un qualcuno ci abbia trasportato fin qui. Ma è illogico che non si faccia vedere o sentire."

Non fece in tempo a finire la frase che una porta nascosta nella parete si aprì. Ne uscirono tre persone, vestite con delle tuniche bianche con ornamenti rossi, e calzari che arrivavano fino a sotto il ginocchio.

"Capitano Tiberius, lei e i suoi uomini siete i benvenuti su Plinius. Io sono il senatore-capo Commodo, e loro," disse indicando gli altri due, "sono Marco e Ottaviano, miei consiglieri."

"Senatore, io sono il capitano James Kirk della nave Enterprise, appartenente alla Federazione. Questi sono il signor Spock, primo ufficiale scientifico, e il signor McCoy, il nostro tenente medico." Mentre parlava Kirk squadrava i tre personaggi cercando di intuirne gli intenti. "Le faccio notare che lei sta trattenendo la mia nave con la forza, e che poco fa ci avete stordito e trasportato qui in qualche modo. Sempre contro ogni nostro volere. Esigo delle spiegazioni!"

"Capitano, capitano. Non le dispiacerà se la chiamerò Tiberius, vero? Vede, se noi non avessimo adottato qualche stratagemma per portarla qui non saremmo a parlare in maniera amabile come invece stiamo facendo ora. Ci faremo perdonare con lo spettacolo di benvenuto che le abbiamo riservato." disse il senatore, aggiustandosi lievemente una parte della tonaca all’altezza della cintola.

"Senatore, non ha risposto alla mia domanda. Per adesso soprassediamo. Vedremo se le vostre future azioni ricalcheranno fedelmente le vostre ottimistiche intenzioni."

"Lei è molto abile nell’arte della retorica, Tiberius."

"Non quanto lei. Le sue risposte sono illogiche e fuorvianti. A una precisa domanda si deve rispondere altrettanto puntualmente. Le menti devono essere trasparenti. Solo gli uomini che nascondono qualcosa, usano giri di parole."

"Lei è il signor Spock. Ha delle strane orecchie. Ha avuto un incidente, gliel’hanno tagliate da piccolo come si fa con certi cani?" Il senatore e i due consiglieri risero puntando gli indici verso Spock.

McCoy si agitò visibilmente, il suo viso diventò paonazzo. Si avvicinò di qualche passo al senatore e, prima che potesse profferire parola, i due consiglieri, stendendo le braccia, impressero una forza invisibile verso il dottore, che rotolò all’indietro cadendo pesantemente sul pavimento intarsiato.

"Lei non può fare questo!" urlò Kirk agitando la mano destra con fare minaccioso. "E poi: dove sono andati a finire i miei sei uomini della sicurezza?"

"Stia tranquillo, li ho trasferiti in un posto più adatto alla loro bassa classe sociale." disse Commodo, facendo una smorfia di disgusto. "Basta con queste stupidaggini. Scusi i miei consiglieri, capitano, ma pensavano fosse un attacco. E ora: si dia inizio alle danze!"

Entrarono nella piccola piazza decine di bighe d’oro trainate, ognuna, da quattro cavalli riccamente adornati; giocolieri di ogni tipo e circensi con i loro animali esotici. Ballerini disegnavano astratte figure danzando ritmicamente nella grande piazza.

Lo spettacolo durò ore ma, notò Kirk, nessun segno di presenza femminile. "Senatore, non ho visto donne, e nemmeno bambine. Siete per caso una razza ermafrodita o c’è qualche altra ragione per la loro completa assenza?"

"Tiberius, le donne stanno a casa a fare i lavori domestici e accudiscono la prole. Non gli è permesso partecipare a eventi pubblici e tanto meno uscire da casa senza un permesso speciale. Ci sono delle durissime punizioni per chi disobbedisce."

"Ma è assurdo!" replicò McCoy, "Siete una razza primitiva che calpesta i diritti umani come fossero chicchi d’uva in un torchio."

"Dottore, la sua metafora è molto acuta quanto fuori luogo. Le donne sono esseri inferiori e come tali non hanno diritti e forse, come ci dice la nostra religione, nemmeno anima. I chicchi d’uva non hanno soffio vitale, e quindi lei non ha nessuna remora a spremerli per tirare fuori il mosto."

"Lei è veramente un incivile e …"

"Basta McCoy!" Gridò Kirk, gelando con un’occhiataccia il dottore. "Allora, quando possiamo andare via? Vogliamo ritornare alla nostra nave."

"Tiberius, sarete ancora nostri ospiti, vi daremo delle stanze confortevoli. Poi, nella prossima riunione del senato, decideremo quando e se lasciarvi liberi." Commodo schioccò le dita: entrarono dei soldati, "Accompagnateli nei loro alloggi."

Kirk, Spock e McCoy si guardarono negli occhi e, vista l’eloquente espressione del capitano, seguirono la guarnigione in silenzio.

"Signor McCoy, signor Spock, le mie intenzioni sarebbero le seguenti: questa notte cercheremo di evadere da qui e andremo a verificare la situazione di questa gente. Poi, insieme, prenderemo una decisione sul da farsi." Kirk guardava un punto imprecisato della parete, "Come sapete la Prima Direttiva non ci permette di modificare, o peggio, stravolgere le usanze politiche, religiose, di un popolo di un pianeta ma… ma ci sono casi in cui bisogna cambiare le regole per vincere."

"Jim, come pensi di scappare da qui?" disse McCoy.

Spock, guardando di traverso il dottore disse: "E’ evidente che non sono interessati a tenerci chiusi dentro quattro mura, visto che non abbiamo nessuna possibilità di tornare sull’Enterprise e tanto meno di comunicare con loro. La nostra vera prigione è questo pianeta."

"La sua logica non tiene conto della popolazione barbara che abita questo pianetucolo!" disse McCoy.

"Lei dottore difetta di razionalità. Si ricorderà sicuramente di un racconto terrestre attribuito alla vecchia popolazione araba." McCoy lo guardò sgranando gli occhi. Spock, ignorandolo, continuò: "Si narrava che il re Salim invase i territori di un altro re confinante, un certo Musaf. Vinse la guerra e chiuse Musaf in una prigione con mura altissime, dicendogli: ‘Da qui non potrai mai evadere, morirai di stenti dentro questa angusta stanza.’ L’altro sovrano rimase in silenzio. Giorni dopo, l’esercito del re prigioniero, si prese una rivincita e liberò Musaf; il quale, a sua volta, invase il regno nemico e catturò Salim. Lo portò, dopo giorni di cammino su dei cammelli, al centro di un immenso deserto, e gli disse: ‘Io non ho prigioni belle e possenti come le tue. Questo mare di sabbia sarà la tua prigione.’ Così dicendo lo lasciò lì. Le ossa di Salim si confusero con la sabbia rossa dell’immensa landa desolata."

"Bella storiella Spock, ma non vedo cosa centri il deser…"

"Signori!" disse Kirk "E’ tempo di agire. Usciamo da qui."

La notte avvolgeva ogni cosa con il suo pesante drappo scuro; solo qualche casetta aveva le finestre che emettevano una fioca luce giallognola. Le strade non avevano illuminazione, solo qualche fiaccola a olio sparsa, apparentemente a caso, nelle piazze più grandi.

Dopo vari giri, tra piccole abitazioni e scuderie improvvisate, raggiunsero un edificio più grande, una specie di caserma senza finestre. Aveva solo qualche piccola feritoia da cui provenivano dei lamenti strozzati, come se stessero tentando di suonare una cornamusa bucata. Kirk si fermò e si mise all’ascolto. Fecero il giro dello stabile, la porta era aperta e sembrava non ci fosse nessuno di guardia. Entrarono.

Un corridoio lunghissimo tagliava in due l’edificio, finestroni laterali si alternavano sulle due pareti grezze. Cautamente si avvicinarono alla prima finestra. All’interno si vedeva una stanza cubica su un livello più basso, riempita in parte da un liquido melmoso. C’era una donna appoggiata alla parete con l’acqua che le arrivava sopra il ginocchio, il suo sguardo sembrava indirizzato verso la finestra. Kirk e McCoy si sbracciarono per farsi notare dalla donna, ma lei non diede segno di accorgersi della loro presenza. "Sembra cieca." disse McCoy.

"No," affermò Spock, "La finestra è specchiata da una parte e trasparente dall’altra. Lei non ti può vedere."

La donna non poteva sedersi o peggio sdraiarsi, per dormire, a causa del liquido che invadeva tutta la stanza. Sarebbe morta di stanchezza in pochi giorni.

"Sembrerebbe una specie di ‘tunnel dei divertimenti’, quelli che si trovavano nei luna park del passato. Solo che lì si usavano manichini o semplici robot. Questo è un tunnel dell’orrore." disse Kirk, corrucciando le sopracciglia; piccole rughe gli si disegnarono sulla fronte come solchi su un campo arato.

"Chissà di quali colpe gravissime sarà responsabile quella povera donna: è uscita con il naso dalla porta di casa, oppure ha scoperto troppo una spalla, oppure ha osato parlare in presenza di un uomo. Jim dobbiamo fare subito qualcosa, non so cosa, ma dobbiamo sovvertire l’ordine costituito da questi pazzi."

"Dottore ha ragione, ma per adesso limitiamoci a capire. Continuiamo a esplorare questo posto e poi troveremo una soluzione."

Dalla seconda finestra, sull’altro lato del corridoio, si vedeva una giovane ragazza appesa per le braccia a una trave di legno del soffitto. Ai piedi, legati con una catena, pendevano dei pesi di ferro. Sembrava svenuta, probabilmente per il dolore dovuto alla spropositata trazione.

"Non sembrano esserci passaggi per accedere alle stanze, da questo corridoio." disse pensoso Kirk. "Forse," disse Spock "c’è un accesso sotterraneo alle stanze. Probabilmente l’ingresso è in qualche altro palazzo collegato con questo. Questa è solo una passeggiata per turisti in cerca di forti emozioni e pene esemplari."

"Sì, ci porteranno pure i bambini delle scuole in gita, è molto pedagogico," esclamò McCoy, "ovviamente solo bambini maschi." Si affrettò ad aggiungere.

Andarono avanti, lungo la parete di pietre granitiche, e arrivarono alla terza finestra. Un oblò sulle paure umane. La stanza era completamente vuota, a parte una donna che stava osservando qualcosa da una stretta feritoia orizzontale. Non si vedeva cosa lei guardasse ma si poteva intuire dai suoi gesti. Infatti si dimenava battendo i pugni contro le pareti possenti e strillava frasi incomplete: "No! Per favore no! La mia povera bambina. No, così l’uccidete. Nooooooo!"

La finestra successiva si apriva su uno spettacolo, se possibile, ancora più orripilante: un uomo con un cappuccio stava martellando un piccolo cuneo di legno sotto un’unghia di una bambina. La quale emetteva solo un soffocato rantolo, ormai sfinita dal dolore continuo: altre unghie, dei piedi o delle mani, avevano già subito lo stesso trattamento, a giudicare dal sangue che impregnava i suoi arti inanimati. Kirk sobbalzò: "Dobbiamo fare subito qualcosa! Andiamo a svegliare quel bastardo del senatore Commodo." Uscendo sentivano ancora l’eco dei lamenti della bambina. Anche i loro occhi non potevano dimenticare: sulle retine danzavano ancora quelle macabre visioni. Iniziarono a correre verso il palazzo dei senatori, sempre più forte.

"Spero ci sia un buon motivo, Tiberius, per avermi svegliato a quest’ora della notte."

"C’è un motivo gravissimo. Voi torturate e, probabilmente, uccidete delle donne e delle bambine senza nessuna ragione. Non esiste nessun motivo al mondo per fare certi gesti. Dovete bandire immediatamente queste violenze inconcepibili."

"Capitano, è da centinaia di anni che su Plinius sono in vigore queste leggi. Non vedo come lei, uno straniero, possa pretendere di cambiarle. E’ il senato che decide. Lei non si deve permettere."

"Io mi permetto e come. Voglio parlare al senato. Lei deve accettare la mia richiesta, del resto è un altro essere appartenente al genere maschile, che glielo chiede."

"Va bene, tanto per quello che potrà valere… farà solo una figura ignobile, ma l’accontenterò."

L’alba, con i suoi colori fulgidi, sorse molto presto. Il capitano Kirk fu accompagnato nella sala magna del senato. Le scalinate erano gremite di senatori. L’evento era uno di quelli da non perdere. Il senatore-capo Commodo prese la parola: "Senatori di Plinius, Commodo vi saluta e vi porge i suoi ossequi. Come già sapete, il qui presente capitano James Tiberius Kirk ha chiesto di parlarvi, e io nella mia grande magnanimità ho accettato. Ora darò la parola al nostro ospite, augurandomi che non vi tedi troppo. Tiberius, a lei."

Kirk si spostò al centro del palco e, dopo aver volto lo sguardo da sinistra a destra in maniera plateale, disse: "Signori. Senatori. Vi omaggio e mi inchino alla vostra incomparabile sapienza. Spero che il vostro giudizio rispecchi l’immanente saggezza che vi pervade." Kirk fece una pausa teatrale e poi riprese: "Su questo pianeta si compiono delle ingiustizie infamanti che non sono degne del vostro intelletto. Qui considerate le donne come esseri inferiori, e come tali le trattate. Non è così, loro sono come noi. Hanno un’anima altrettanto bella, un cuore sensibile e generoso. Del resto, potrebbe l’essere che genera i vostri figli e che ha generato voi stessi, essere inferiore al ‘generato’?" Fece un’altra pausa per dare tempo di riflettere ai senatori. "Il creatore essere inadeguato alla creazione? L’artefice essere non all'altezza dei suoi figli?" Il silenzio permeava tutto l’assemblea. "La risposta è: no! No! Voi tutti lo sapete, ed è arrivata l’ora di cambiare leggi e consuetudini primitive. Ci sono sempre delle alternative. Sempre." Kirk scese le scalette del podio e si sedette vicino Spock e McCoy, visibilmente corrucciati ma contenti del discorso del loro capitano.

Il senato votò: una risicata maggioranza dette ragione a Kirk e, di conseguenza, sfiduciò il senatore.

Commodo infuriato salì sul palco: "Signori, la mia paura è che vi siate fatti abbindolare dai sofismi del capitano Tiberius. Ma, mio malgrado, accetto il vostro voto e mi rimetto al giudizio di Zeus. Domani, nell’arena centrale, avverrà la sfida decisiva. Che la mano di Dio guidi il nostro destino."

Il capitano guardò con aria interrogativa Ottaviano, uno dei consiglieri di Commodo, il quale disse: "Lei ha fatto destituire il senatore e quindi, per le nostre leggi, lo ha sfidato a morte. Da un pubblico duello, all’ultimo sangue, uscirà il nuovo senatore-capo. Lei, come Commodo, può nominare un lottatore di fiducia in sua sostituzione. Lui lo farà, consiglio anche a lei di pensarci."

Kirk passeggiava nervosamente facendo su e giù tra una parete e l’altra.

"Jim," disse Spock, "mi batterò io. Conosco molte tecniche avanzate di combattimento. Su Vulcano ci insegnano fin da bambini l’arte della lotta."

"No. Grazie Spock, e grazie McCoy per le vostre offerte ma è una cosa che dovrò sbrigare da solo."

"Va bene ma, almeno, io cercherò di contrastare eventuali usi di forze ‘telepatiche’ esterne, che abbiamo già visto agire sul dottore." Disse Spock, che subito dopo aggiunse: "Jim, anche se è illogico e completamente ‘irrilevante’, io ho sognato che lei… che lei era morto, e io visitavo la sua tomba e… niente. Scusi capitano."

"Non si preoccupi Spock, il destino può essere riscritto. Ora dormiamo, domani ci aspetta una brutta giornata."

"Jim, se non vuoi farti sostituire almeno fammi fare il mio lavoro," disse il dottore, "ti voglio fare un’iniezione di Dopamina, domani, prima del combattimento."

"Ci vorrà ben altro ma va bene, pareggerà un po’ il vantaggio che avranno su di me. Sicuramente mi aspetterà il miglior lottatore di tutto Plinius."

L’arena era immensa: file e file di gradinate ellittiche si ergevano fino al cielo. I primi livelli erano lasciati ai senatori e ai vari nobili di Plinius. Le file più alte erano occupate da gente del popolo, ovviamente tutti di sesso maschile.

L’area preparata per lo scontro era di forma circolare ed era stata riempita si sabbia arancione. Da una parte sedeva Kirk con i suoi compagni e dall’altra il senatore Commodo con il lottatore che aveva prescelto. Una montagna di muscoli e una faccia poco raccomandabile, da killer consumato.

Una tromba risuonò in tutto l’anfiteatro, annunciava l’inizio del combattimento all’ultimo sangue. Gli ultimi ritardatari si affrettarono a sedersi: lo spettacolo aveva inizio.

I due contendenti si alzarono, Kirk guardò Spock e McCoy e si accorse che il primo ufficiale era già concentrato sul suo delicato compito d’interdizione dei poteri telepatici nemici.

L’energumeno guardava in cagnesco il capitano che ricambiò con altrettanta ferocia.

Un gong immenso echeggiò sancendo l’inizio delle ostilità.

Subito il pliniano prese per il collo Kirk, il quale con un doppio gancio gli fece mollare la presa. Il capitano tentò di colpirlo con un diretto al viso che l’altro schivò. Maximus a sua volta diede un calcio sul fianco del capitano. Kirk si accasciò a terra ma quando il lottatore si avvicinò gli spazzò i piedi con una gamba, facendolo rotolare a terra e gli fu subito sopra. Lo colpì con una serie di gomitate al volto ma l'altro sembrava non risentirne troppo. Infatti gli strinse il viso con una mano cercando di cavargli entrambi gli occhi. Kirk lo fece arretrare con una ginocchiata al basso ventre.

Il pubblico si era infiammato e faceva un tifo scatenato a favore del lottatore locale: "Maximus, Maximus, Maximus!"

Un secondo colpo di gong, questa volta più acuto, diede inizio alla seconda parte del combattimento. Nel cerchio di combattimento furono lanciati due forconi e due reti a maglia ferrata.

Entrambi i contendenti presero il tridente con una mano e la rete con l’altra, riposizionandosi uno di fronte l’altro.

Maximus tentò l’affondo verso il ventre di Kirk, il quale ruotò di fianco e gli diede un colpo alla base del collo. L’altro si rigirò stordito ma contemporaneamente Kirk aveva fatto partire la maglia verso di lui, che gli calò addosso facendolo cadere in avanti. Il capitano balzò come una pantera e in un attimo fu su di lui, fermò la punta del tridente, tenendolo con tutte e due le mani, sul collo del pliniano.

L’arena fu invasa da un silenzio innaturale. Commodo diventò cereo e iniziò a tremare visibilmente.

Maximus, con un filo di voce, disse, rivolto al capitano: "Finiscimi, per favore finiscimi. Levami da questa vergogna." Kirk che aveva la faccia contratta in una smorfia assassina, pian piano si rilassò, cambiando espressione. Guardò verso i senatori e il pubblico. Tutta la gente si alzò, e stese il braccio destro con il pollice verso: morte al perdente.

Kirk si spostò di fianco e lanciò il forcone verso Commodo. Si conficcò a terra a pochi metri da lui. Poi parlò al pubblico: "Preferisco morire. Preferisco che voi mi uccidiate, piuttosto che togliere la vita a un altro essere umano. Un altro uomo o donna come me. Tutti abbiamo il diritto di vivere. Tutti vanno rispettati per quel che sono, e va fatto di tutto per non far soffrire altre persone. Ci sono sempre alternative. Adesso, se volete, uccidetemi pure."

Dagli spalti si alzò un grido comune: "Tiberius, Tiberius, Tiberius!"

Spock e McCoy raggiunsero il loro capitano e lo abbracciarono. "Grazie Spock, per il suo aiuto telepatico." McCoy si era già chinato su Maximus per assicurarsi del suo stato di salute ed eventualmente portare le prime cure.

Commodo si avvicinò a Kirk e lo guardò negli occhi, poi gli strinse la mano e gli disse: "Mi scuso per tutto. Solo adesso ho capito, lei mi ha fatto aprire gli occhi chiusi dall’ignoranza. Per secoli ci siamo trastullati con leggi arcaiche e prive di senso. Ma la nostra inerzia mentale non ha scuse. Lascio a lei il giudizio e la condanna per me." Kirk lo guardò pensoso e poi disse: "Io non emetto sentenze e tantomeno giudizi, sarà la sua coscienza a farlo. Posso solo dirle che sono contento che lei si sia ricreduto e mi auguro che ora i rapporti con l’altra metà del cielo saranno regolati dalla civiltà e dal rispetto." Prese per le spalle Commodo e continuò: "Ora lei deve far liberare subito tutte le prigioniere. Deve far riunire il senato per cambiare le leggi restrittive sulle donne, e mi deve fare una promessa solenne."

"Mi dica, sono pronto a tutto, avrà la mia parola."

"Mi deve giurare che tutto quello che ha detto, e sentito da me adesso, lo tramuterà in azioni anche quando ce ne andremo."

"Lo giuro su tutto quello che ho di più caro al mondo, capitano."

"Suru, si ritorna a casa, rotta verso la Terra."

"Sì, capitano."

Spock si avvicinò a Kirk e gli disse: "Jim, una curiosità."

"Mi dica Spock."

"Come fa a essere sicuro che Commodo rispetterà e farà rispettare quanto detto?"

"Per vari motivi. Prima cosa: i senatori e la gente hanno aperto gli occhi e difficilmente Commodo potrà lasciare le cose come stanno. Seconda cosa: ci ha liberato e sa che possiamo ritornare, noi stessi o qualche altra nave della federazione. Terza: ho lasciato una spia, uno degli uomini della sicurezza, sul pianeta. Lui ci farà un rapporto periodico sulla situazione." Fece una pausa, si massaggiò il mento e poi continuò: "Però io ho fiducia nello spirito di comprensione dell’uomo, ed è questa la mia più grande certezza."

"Suru!"

"Capitano?"

"Facciamoci prima un giretto. Punti dritto per di là e poi la prima stella a destra."

Ci sono sempre alternative.