Racconti


Bolle Albero     Castelli di Sabbia     Viaggio al Termine del Tempo     La Piscina Segreta





















Bolle – Albero

 

 

 

 

 

 

 

 

"Non è la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte.

E' quella più' predisposta ai cambiamenti."

-Charles Darwin-

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Diario di bordo della Bolla–Albero #87, anno galattico standard 3820.10.25 12:45, rapporto del sottotenente Stan Broderick:

"Sono trascorsi esattamente cinquecento anni dalla nostra partenza. L’arrivo su Nuovomondo è previsto tra circa due mesi. Le bolle-albero che ci hanno proceduto dovrebbero essere già a destinazione.

Tutti i sistemi di sostentamento vitale sono O.k. Tutti i sistemi energetici sono sul ‘verde’. La flora della bolla è in ottime condizioni.

Dall’ultimo rapporto sono morte sei persone. Tutti, come i precedenti ottantadue, sono deceduti in maniera violenta.

Siamo rimasti in due: il sottoscritto e la mia compagna Chantalle.

Non sono riuscito a scovare ‘l’assassino’. So solo che è un ‘qualcosa’ che si nasconde e si nutre nella foresta delle conifere.

Classificazione individuo: sconosciuta.

Fine rapporto."

 

Chantalle si spostava da un albero a un altro con la leggerezza tipica delle donne bolla.

Ormai, dopo tante generazioni, il nostro fisico aveva poco in comune con quello degli antenati terrestri. L’assenza di gravità e la tipologia di spostamenti diversi ci avevano plasmato in un modo unico: alti ed esili, ossa sottili e flessibili come piccole canne di bambù, arti molto allungati e piedi prensili. A differenza dei nostri avi non eravamo più schiacciati dalla gravità, non eravamo costretti a strisciare sulla terra come vermi. Ora i nostri movimenti si sviluppavano su tre dimensioni e non più solo su una limitata superficie bidimensionale.

Su Nuovomondo sarebbe stata dura per noi. Il processo d’adattamento si sarebbe invertito un’altra volta.

"Stan! Stan, vieni qui se ci riesci!" gridò Chantalle, facendo un chiaro gesto di sfida con l’indice della mano destra.

Valutai, in un attimo, la distanza tra me e il ramo d’abete più vicino: piegai le gambe a molla e mi detti una spinta. Afferrai il ramo con una mano, ruotai due volte, prendendo velocità e mi lasciai andare in direzione della chioma di un abete rosso. La cima dell’albero, piegandosi per la spinta, mi restituì la forza necessaria per atterrare su un’altra chioma di pino strobo che toccai solo con un piede per poi finalmente atterrare vicino a Chantalle. Ma lei, rapidissima, si spostò di fianco di un non nulla e mi diede una spinta nel senso del mio moto facendomi perdere l’equilibrio già precario. Rimasi a mezz’aria tra lei e un bellissimo larice. Sembravo un coleottero rimasto sul dorso che agitava invano le sue zampette.

"Amore ti serve aiuto? Eh, eh …"

La guardai con il massimo sdegno possibile, anche se conscio del ridicolo della mia posizione. Mi sfilai la felpa e la lanciai con forza verso di lei; il terzo principio della dinamica mi venne in aiuto e, molto lentamente, mi fece avvicinare alla fronda del larice alle mie spalle.

In verità eravamo costretti, dalle leggi/bolla, a portare con noi, attaccato alla cintola, un piccolo propulsore ad idrazina per gli spostamenti d’emergenza. Ma spesso non lo prendevamo, perché pesante o perché troppo sicuri di noi. Sicuri, se non entrava in gioco qualche forza ‘nemica’ a disturbare le nostre traiettorie perfette. Inoltre, la cintura era già occupata dalla pistola Coén, ormai diventata obbligatoria a causa degli ultimi eventi sanguinosi.

Chantalle spiccò un balzo e mi venne incontro con una serie di capriole funamboliche, rese possibili solo dall’assenza di gravità.

"Amore mio!" disse abbracciandomi con forza. Per poco non ripersi l’equilibrio difficilmente conquistato. La guardai arrabbiato. Lei, per tutta risposta, mi sparò un bacio sulle labbra con uno schiocco che si perse tra la foresta immensa che ci circondava.

"Hai visto o sentito qualcosa?" le chiesi.

"No. Niente di nuovo. Ma non mi sono molto addentrata nella zona scura, ormai ho paura."

La strinsi a me cingendole la vita. Lei mi appoggiò la testa sulla spalla, inebriandomi le narici con il suo odore speziato.

"Sai Chant, guardando gli olodocumentari sulla vecchia Terra, ho imparato che i nostri antenati, per stanare le belve nella foresta o cercare dei pericolosi fuggitivi, usavano dei Canidi che grazie al loro sviluppato senso dell’odorato riuscivano, quasi sempre, ad acchiappare la preda." Mi inumidii le labbra, incrociando il suo sguardo perplesso. "Sto pensando di usare il deposito delle forme di vita per andare ad estrarre il DNA di qualche cane da caccia."

Chantalle mi guardò per un attimo, inarcando leggermente un sopracciglio e poi scoppiò in una risata fragorosa.

"Stan se tu provassi a mettere un cane in giro qui, in assenza di gravità, brancolerebbe fino alla morte nel vuoto senza essersi mosso di un centimetro." Disse sorridendo e facendo il segno con l’indice e il pollice. "Però, se vuoi donarlo come cibo al nostro caro Mostro, un’offerta alla divinità… è sicuramente una bella idea. Eh, eh, dai Stan! Un cane votivo!"

Mi sentii un deficiente, ma ero disperato e spaventato, non potevo pensare che la prossima vittima sarebbe stata scelta tra me e lei. La mia dolce Chantalle.

"Hai ragione, scusa, ma la mia lucidità se ne è andata da un pezzo. Lo sai che adesso sogno dei ricordi non miei?"

"In che senso Stan?"

"Nel senso che mi capita, sempre più di frequente, di sognare pezzi di olodocumentari. Sogni di una Terra lontana. Per noi poi, che non ci siamo mai stati, ancora più remota. Eppure sono nitidissimi e … bellissimi!"

"Stan, secondo me, vedi troppi olofilmati. Ti capisco, tu, come me, vorresti scappare da questa realtà assurda e violenta. Sono morti tutti i nostri compagni e amici, è un incubo." Mi prese la mano e iniziò a carezzarla. "Ma possiamo farcela, mancano solo tre mesi e ci riuniremo alla nostra specie. Daremo vita a una nuova era del genere umano dopo la grande catastrofe della Terra del 3200. Non faremo più gli stessi errori, non succhieremo tutta la linfa vitale dal nostro pianeta lasciandolo secco come un limone spremuto. Non inquineremo tutto rendendo impossibile ogni uso dell’acqua e di tutte le coltivazioni. Ce la possiamo fare. Alla faccia di questo bastardo che ci sta decimando senza pietà."

La strinsi ancor di più a me baciandola sulla guancia.

"Va bene, cerchiamo di essere ottimisti." Le dissi poco convinto, ma al massimo sforzo delle mie capacità recitative.

 

Fare l’amore avvolti dalle stelle era bellissimo: nebulose colorate si riflettevano nei suoi occhi neri e profondi.

Ruotavamo insieme nell’universo fino allo stremo delle forze. Contenti e sfiniti, rimanevamo abbracciati per ore cullandoci nell’infinito. Quell’oblio era dolce come un cucchiaio di miele dopo una medicina amara.

Io e lei, due anime unite in un unico ‘pianeta’ alla deriva nello spazio.

 

"Chant, è il mio turno, vado a riposare un po’, ci vediamo tra otto ore. Posso stare tranquillo, starai attenta?"

"Certo amore, non ti preoccupare, se lo vedo te ne porterò la testa!"

"No! Se lo incontri chiamami subito, non fare pazzie."

La baciai delicatamente sulla fronte e mi allontanai. Ogni volta che la lasciavo sola, per andare a dormire o fare qualche manutenzione, cadevo in paranoie maniacali. Ma la situazione assurdamente drammatica giustificava le mie momentanee fissazioni.

 

Mi legai al letto a zero g e spensi la luce. Come sempre il buio mi gettava immediatamente in un abisso: la testa mi girava e sentivo la pressione crollare a valori minimi e comunque appena sufficienti per la sopravvivenza. Un catino di rame ondeggiò davanti i miei occhi come se fosse stato reale, tangibile…

 

Quello splendido catino di rame riaffiorava nei miei ricordi come un tuffatore che riemerge lentamente da uno specchio d’acqua trasparente. Ricordavo la foglia, spinta dal vento, che ruotando formava un mulinello perfetto.

Come in un vortice i miei pensieri sprofondarono nell’abisso dorato del dormiveglia.

Galassie d’ovatta giocavano al girotondo e cantavano insieme; un suono indefinibile che mi cullava e mi portava ancora più giù. Tenevo per mano il papà e la mamma, insieme correvamo vorticosamente fino a farci girare la testa. Tutto ruotava: gli alberi chiomati, l’altalena, il girello rosso. Levavo il tappo del lavandino e l’acqua saponata spariva con un vortice rumoroso, e io con lei. Buio. Luci colorate mi attraevano da un lato. Una giostra con i cavallucci che si alzavano e si abbassavano. Non ci volevo salire, odio il circo.

La foglia ruotava e io con lei. Ogni tanto, in sprazzi di lucidità, riuscivo a mettere la testa fuori dall’oblio e vedevo il mio cubicolo, ma Morfeo mi riafferrava per i capelli e mi portava giù. Sdraiato, su scivoli ricolmi d’acqua, scendevo sempre più veloce avvitandomi su me stesso.

Dopo ore di discesa atterravo in una piscina apparentemente infinita. Respiravo sott’acqua come i pesci, ma non avevo branchie. Mi pare. Bolle d’aria giganti salivano verso la luce perlacea.

Entrai in una di queste e come in ascensore andai su. Ero su un prato, vidi uno splendido catino di rame. Una foglia si staccò da un albero e cadde, ruotando su se stessa, nel catino ricolmo d’acqua. Riflessi di cime innevate s’increspavano seghettando i ripidi pendii.

Ora tutto girava, anche le montagne.

Tutto ritorna, eternamente.

 

 

 

 

 

 

***

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"...la moralità viene solo dall'interno.

Il significato viene dall'interno.

All'esterno del nostro cranio,

l'universo è indifferente."

-Greg Egan-

 

 

 

La sveglia a luce solare mi ridestò con i suoi raggi arancioni sempre più intensi, che a breve avrebbero virato sul giallo paglierino. Faticai ad aprire gli occhi, come se qualcuno ci avesse fatto colare sopra della colla liquida a presa rapida.

 

"Chant, pronto Chant, Chant!" Spettri già visti si agitarono dentro me, scuotendo violentemente il mio stomaco.

"Chant, Chant. Chantalle!" gridai nella trasmittente inserita nella mia mascella. Ma dal micro auricolare, trapiantato dalla nascita all’interno dell’orecchio sinistro, non uscì alcun suono.

Con dei precisi comandi vocali, aumentai il volume del ricetrasmettitore ma ne ebbi in cambio solo un crescente rumore di fondo. Strappando le cinghie di contenimento, mi tuffai fuori dal letto e mi diressi, il più velocemente possibile, nel condotto che portava alla foresta di conifere, dove in precedenza avevo lasciato Chantalle.

Speravo, con tutta l’anima, in un guasto alla radio, ma la mia parte razionale era sull’allarme rosso.

Brividi mi correvano lungo la spina dorsale facendomi trasalire. Ma non era il freddo, la bolla era termo regolata molto bene dal computer centrale. Il mio midollo spinale sembrava essere diventato un ghiacciolo.

Arrivai al larice, ma non c’era nessuna traccia di Chant.

"Chantalle!!! Chantalle!!!" le mie urla echeggiavano in tutta la foresta. Di ritorno c’era solo la mia voce, nient’altro. Solo il mio richiamo modificato dall’assorbimento acustico delle piante sparse in tutta la bolla.

All’improvviso, girandomi, vidi una piccola sfera rossa e poi più in là ancora un’altra e un’altra. Sembrava una di quelle collane di perle che avevo visto in uno dei tanti olodocumentari sulla vecchia Terra. Una collana di perle rosse, come il corallo che popolava in abbondanza i mari primitivi. Sapevo benissimo cosa fosse: sangue, sangue di Chantalle.

Il filare rosso portava dietro un cedro gigante. Impugnai la pistola Coén e mi lanciai in quella direzione. Il tempo che ci volle a coprire la distanza tra un albero e l’altro mi sembrò durare un’eternità. Il mio cuore era come impazzito, l’adrenalina ormai circolava in copiose quantità nelle mie vene. La mano che impugnava l’arma mi doleva per quanto stavo stringendo con forza il manico. E tremavo, tremavo come una foglia di eucalipto al vento.

Alla fine l’ebbi davanti. Mi sentii mancare, la nausea m’invase la gola, rigettai: pezzetti di cibo svolazzarono allegramente in strane traiettorie, allontanandosi lentamente da me.

Il corpo era in parte sparito, dilaniato, come se qualcuno ne avesse strappato dei pezzi a morsi. Brandelli di pelle e vestiti, avvinghiati insieme, ondeggiavano come piccoli satelliti attorno al corpo martoriato. La testa era implosa: forse a un certo punto, venendo a mancare la parte ossea, la pelle si era ripiegata su se stessa. Una maschera di gomma floscia. Le orbite oculari vuote erano franate all’interno. Dietro la nuca c’era un foro di una qualche arma a energia. Il danno era molto simile a quello che lascia una scarica ravvicinata di pistola Coén.

"Bastardo!!! Bastardo!!! Dove sei !?! Fatti vedere! Perché non hai preso me? Perché lei? Vieni fuori vigliacco! Ti ammazzerò!!!" Lacrime si staccavano dai miei occhi solcando l’aria che mi circondava.

Rimasi in posizione fetale, con le ginocchia strette al petto, per ore. Ruotavo nello spazio come una girandola sospinta da un leggero alito di vento.

Riflettei su tutto quello che era avvenuto, cercando una via d’uscita, ma non giunsi a nessuna decisione, non sapevo cosa fare. Potevo solo aspettare, attendere l’ineluttabile.

 

Non riuscivo più a dormire. Il terrore mi faceva vedere fantasmi che si dimenavano, impersonificandosi in tutti gli oggetti comuni. Adesso ogni cosa nascondeva un significato ancestrale terrificante.

Mi fermavo sempre più spesso nella parte esterna della bolla, proprio sotto il campo a contenimento energetico, per osservare le stelle. Da lì era bellissimo: milioni di diamanti stesi su un immenso panno di velluto nero. Galassie a spirale, ammassi e nebulose dalle forme e colori più improbabili.

Ma era tutto così lontano, così freddo. Sapevo che quella stella molto luminosa, ormai ogni giorno di più, sarebbe stato il mio nuovo sole. Se mai ci fossi arrivato.

Nella bolla sentivo solo la mia voce. A volte mi sembrava di sentire qualcosa, forse la voce di Chantalle, ma era solo uno stupido eco.

Non ero più riuscito a mettermi in contatto con le altre bolle-albero e nemmeno, per il momento, con Nuovomondo. Forse era dovuto a qualche problema con la trasmittente ad alta potenza, ma non ero sicuro.

Tutto questo non faceva che accrescere ancor di più il mio senso di solitudine. Continuamente mi tuffavo negli olodocumentari per avere un po’ di compagnia, per non pensare, ma erano solo palliativi. Volevo rimandare i miei pensieri.

 

Negli ultimi avvenimenti c’erano delle cose che non mi tornavano. Innanzi tutto la ferita mortale che avevo trovato su Chant: doveva essere stata per forza causata da un’arma uguale alla mia. Il ‘Mostro’ aveva una pistola Coén; forse l’aveva rubata nei suoi precedenti assassinii?

Poi, avevo trovato una mia giacca macchiata di sangue. Una giacca che non avevo indossato quando ero andato a cercare la mia Chantalle. Qualcuno stava cercando di farmi impazzire facendomi credere che ero io stesso a commettere quegli omicidi? Voleva farmi pensare che avevo orribilmente trucidato ottantanove persone, compreso il mio ‘amore’?

Voleva farmi venire dei dubbi. Voleva che dubitassi di me. La peggiore cosa che possa accadere a un uomo, perdere la fiducia in se stesso.

Certo, il sapore amaro, ferroso, di sangue umano che avevo sentito in bocca era molto realistico, ma si sa, l’immaginazione fa vedere e sentire cose inesistenti o completamente alterate.

La paura distorce la realtà come le onde di calore deformano la visione degli oggetti distanti rendendoli tremolanti.

Prima d’ora non avevo pensato al ‘Mostro’ come un essere senziente particolarmente intelligente, adesso incominciavo a farlo. Anche se non comprendevo perché, invece di finirmi e sbranarmi come aveva fatto con gli altri, mi lasciava in vita. Forse aveva capito che era più divertente giocare al gatto e al topo, che chiudere subito i conti. Forse anche ‘lui’ soffriva di solitudine e non voleva togliere di mezzo l’ultima marionetta nelle sue mani.

 

Diario di bordo della Bolla–Albero #87, anno galattico standard 3820.12.15 04:30, rapporto del sottotenente Stan Broderick:

"Manca circa un mese al nostro arrivo su Nuovomondo.

Tutti i sistemi di sostentamento sono O.k. Tutti i sistemi energetici sono sul ‘verde’. La flora della bolla è in ottime condizioni.

Dall’ultimo rapporto stilato è morta una persona. Le modalità del decesso sono state sempre le stesse.

Non sono riuscito a individuare ‘l’assassino’. So che è un ‘qualcosa’ che si nasconde e si nutre nella foresta delle conifere.

Ho scoperto che utilizza una pistola Coén, ha un’intelligenza superiore, conosce i miei sentimenti e le mie paure.

Classificazione individuo: sconosciuta.

Al mio arrivo, dopo che sarò sceso, consiglio di distruggere completamente la bolla.

Se non dovessi farcela distruggete tutto comunque. E’ meglio perdere tutte le piante e il resto, che portarsi il ’Mostro’ nella nostra nuova casa.

Fine rapporto."

 

Nuovomondo era bellissimo: una sfera blu, con macchie verdi sparse a caso lungo la superficie. Sistemi nuvolosi solcavano il cielo del pianeta come velieri in un mare piatto color turchese.

Il ‘Mostro’ mi aveva lasciato vivo. Forse aveva calcolato male il tempo che ci sarebbe voluto per arrivare a destinazione, o forse non era così intelligente come pensavo.

In ogni modo, una volta sceso, avrei dato disposizione di far esplodere la bolla con una deflagrazione nucleare. Un’enorme purificazione ed espiazione per il maledetto assassino.

Il suo tempo era scaduto.

Ora iniziava il mio.

 























Castelli di Sabbia

 

 

 

 

 

 

L'ovvio é quel che non si vede mai, finché qualcuno non lo esprime con la massima semplicità.

Kahlil Gibran

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

‘Nodo dopo nodo, giorno dopo giorno, per tutta la vita, faceva incessantemente sempre gli stessi movimenti della mano, annodava sempre gli stessi sottili capelli.’

All’ombra di un pino della riserva naturale di Torre Astura, stavo degustando, come si fa con un vino pregiato, l’incipit del primo libro della vacanza: "Miliardi di Tappeti di Capelli" di Eschbach.

Il mare azzurro rimaneva incastonato tra i fusti degli alberi come un prezioso zaffiro. Le onde, infrangendosi sulla sabbia arancione, emettevano un canto ipnotico. Chiudendo gli occhi si poteva immaginare una sirena che cantava su uno scoglio cercando di far naufragare i marinai.

Mi sentivo come Ulisse nella sua odissea, solo che la mia nave era la sdraio con l’appoggia piedi e il mio mare un libro di fantascienza.

L’odore di resina saturava l’aria circostante come quando si cucina un pollo al rosmarino con le finestre chiuse. Il mio stomaco brontolò qualcosa. Alzai lo sguardo verso le chiome maestose dei pini secolari e mi passai la lingua sulle labbra secche. Presi la bottiglia d’acqua e bevvi un sorso.

"Quando mi potti dalla mia mamma?"

Distolsi lo sguardo dal libro e feci un sorriso a Marco, quattro anni, capelli biondo angelo e costumino rosso fosforescente. Seduto in terra sembrava ancora più lillipuziano e faceva tanta tenerezza.

"Marco, andiamo a giocare con la sabbia, prendi il secchiello e la paletta, dai."

"Voglio la mamma!" piagnucolò Marco arricciando le labbra per assumere un’espressione tormentata.

"Facciamo un bel castello!" gli dissi per distrarlo.

Lo presi in braccio e, lentamente, scendemmo insieme la duna che ci separava dalla spiaggia libera. Pochi turisti, sparsi a gruppetti come stelle alpine in un prato di montagna, si crogiolavano sotto il sole moderato di fine settembre.

La brezza increspava lievemente l’acqua conferendogli un aspetto di lino sgualcito.

"Giochiamo con le palline a cololi!"

Marco aveva già cambiato idea e voleva giocare con le biglie di vetro su una pista ‘virtuale’ di sabbia. Era un gioco che facevo anch’io da piccolo.

"Va bene, come vuoi. Aiutami a fare la pista."

Presi la paletta e, lentamente, iniziai a solcare la sabbia, mi sembrò di stare arando un deserto. Piccole conchiglie facevano capolino e venivano sistemicamente gettate fuori dal ‘circuito’.

Quando la pista fu pronta, Marco iniziò la sua gara privata con degli interlocutori fantasmi.

Andai a lavarmi le mani nel mare. Mi guardai in giro. Notai una persona adulta che stava lavorando su una costruzione di sabbia. Non sembrava ci fossero suoi figli nei paraggi. L’uomo poteva avere sui quarantacinque anni, fisico sportivo, grandi occhiali da sole e berretto da baseball sulla nuca. Il castello aveva un qualcosa di strano. Mi ripromisi di curiosare più tardi, nell’ora di pennichella di Marco.

 

Come previsto, Marco dormiva beatamente sotto l’ombrellone. Silenziosamente, come un ladro che cammina su un pavimento di cristallo, mi avvicinai al castello.

Aveva un’architettura che non avevo mai visto prima. Mi ricordava un paesaggio indiano sovrapposto a templi cinesi.

Io ero stato a Calcutta, no?

Non ricordavo bene. Mi sedetti accanto alla fortezza.

Certe volte accadeva che confondevo delle reminiscenze lontane nel tempo con i sogni. Non riuscivo più a distinguere la realtà materiale da quella onirica. Già, perché anche i sogni vanno a fare parte del bagaglio delle esperienze. Almeno per me. Se ho sognato di volare, di librarmi da terra senza l’ausilio di nessun mezzo, allora ‘io ho volato’. Però dovrei sempre essere in grado di discernere tra le due situazioni, ma in quel momento non lo ero.

Ricordavo l’odore di sandalo, la puzza di escrementi animali, gli splendidi palazzi indiani. Tutte queste cose le avevo ben stampate nel mio cervello. Ma erano come diapositive. E come si fa a distinguere una foto vista da qualche parte, dalla foto ‘scattata’ dalla tua mente. O meglio, c’è qualche differenza tra queste due cose?

Case dorate, archi dolci che aprivano la vista su giardini segreti. Odore di spezie esotiche mischiate ad aromi di cucina.

Il sole al tramonto illuminava la facciata della casa di mattocini rossi e le sue persiane accostate. Un tubo di sgocciolio per l’acqua piovana divideva in due la parete, come i galleggianti di una piscina ne separano le vasche.

I raggi caldi battevano dietro la mia nuca provocandomi un piacevole senso di benessere ed estraniamento.

"Salve, si sente poco bene?"

L’uomo con occhialoni e cappello si era seduto sull’asciugamano e, dicendomi qualcosa, aveva interrotto il flusso dei miei pensieri.

"Scusi?" gli dissi.

"Niente, volevo sapere se stava bene. L’ho vista accasciata qui sulla sabbia con un’espressione un po’ strana. Considerato che fa un po’ caldo…"

"Ah, no non si preoccupi, ero assorto nelle mie riflessioni. In ogni modo mi chiamo Adriano, piacere." Gli dissi tendendogli la mano sporca un’altra volta di sabbia.

Mi guardò perplesso e poi mi sorrise ricambiando il saluto.

"Piacere, io sono Arturo. L’ho vista mentre giocava con suo figlio, lassù sulla duna." Mi disse puntando l’indice verso l’ombrellone. Aveva un orologio dell’aeronautica al polso.

"Sì? Lei invece ha passione per i castelli di sabbia. E’ molto bello, anche se ha usato una modalità di costruzione a me sconosciuta."

Per essere precisi, pensai, una modalità ‘aliena’.

"Ma veramente li ho sempre fatti così, da quando sono piccolo. E’ mio padre che mi ha insegnato. Ora è diventato un hobby, una passione."

I miei sospetti crebbero come un geyser in fase positiva.

"In che ramo lavora?"

"Nel commercio, e lei?"

Che vuol dire nel commercio? Troppo generico. Troppo.

"Sono impiegato in un’industria. Va bene, ora vado, se si sveglia il bambino e non mi trova sono guai! Piacere ancora e a presto. Io sarò qui tutta la settimana."

"Anch’io! Allora a domani. Buona giornata."

A domani. Ti osserverò molto attentamente, stai attento!

Ritornai all’ombrellone mettendo i piedi nelle orme che avevo impresso precedentemente sull’arena. Non so perché, era una cosa che facevo da bambino. La facevo, o l’avevo solo immaginata? Avevo un gran bisogno di riposo.

Probabilmente tutti quei dubbi su Arturo erano dovuti alla mia esagerata passione per la fantascienza. La mia fantasia tendeva a galoppare come un purosangue.

Mi distesi vicino a Marco e mi addormentai. Sognai di sognare.

 

"Mamma, mamma!"

C’era una stella che stava collassando su se stessa. Il mio mondo in pericolo. Quell’astro era il mio sole. Stavamo per essere assorbiti da un buco nero enorme, maestoso nella sua immane crudeltà. Un vortice di orrore.

"Mamma!"

Dovevamo fuggire per salvarci. Con un buco nero non si può discutere, non si possono chiedere spiegazioni.

Qualsiasi forma di dialettica è bandita.

Fuggire!

Sì, ma dove?

"Mamma, dove sei?"

Era Marco che stava piangendo! Mi dovevo essere assopito profondamente.

"Marco, stai calmo, ci sono io qui." Gli dissi carezzandolo sulla testa. I capelli erano bagnati di sudore, e un po’ appiccicosi a causa della salsedine.

Mi sdraiai vicino a lui e continuai a coccolarlo. Si quietò lentamente e alla fine si riaddormentò. E io con lui.

Astronavi enormi cadevano nel buio dell’universo e, come stelle cadenti in una notte senza luna, graffiavano il cielo nero.

Silenzio assoluto.

E’ la totale assenza di rumori la cosa più terrificante del cosmo. Ti senti solo.

Siamo soli.

Sono solo.

Una zanzara tigre mi strappò dall’oblio pizzicandomi su una caviglia, mi pareva di aver strusciato il piede su una pianta d’ortiche. Mi alzai sui gomiti. Marco ancora dormiva.

Il mio nuovo amico Arturo stava ancora armeggiando attorno al castello. Sembrava un’ape operaia che costruisce l’alveare; una laboriosità esemplare. Ma nel suo caso ingiustificata, a meno che… non avesse nostalgia di ‘casa’.

Avevo riniziato con le mie fantasie. Mi costrinsi a pensare ad altro preparando la roba per tornare a casa.

 

La mattina dopo Arturo era già lì, il castello anche.

Afferrai per mano Marco e andai verso di lui.

"Ciao, buongiorno. Diamoci del tu. Come hai fatto a ricostruire tutto come ieri? Non mi dire che il castello è rimasto su tutto questo tempo?"

"Ah, ciao Adriano! No, ho usato un vecchio trucco del nonno: mischiare acqua e vinavil alla sabbia. In questo modo la costruzione diventa più solida, e può resistere anche qualche giorno."

"Non lo sapevo, interessante."

Non credetti a una parola. Non avevo mai sentito niente del genere, acqua e vinavil, ma chi voleva prendere in giro!

La costruzione stava evolvendo in qualcosa di ancora più strano. Questa volta non mi faceva venire in mente nulla di noto. La sua ‘alienità’ era in crescita esponenziale.

"Ciao bel bambino, come ti chiami?"

Silenzio.

Marco aveva abbassato la testa e si guardava i piedini.

"Su, rispondi al signore, digli come ti chiami."

"Mi chiamo Macco."

"Che bel nome! Io sono Arturo, piacere!"

Inebetito dalla visione del castello mi ero dimenticato di continuare la mia personale inchiesta. Il mio processo alieno.

"Arturo di dove sei? Sembri non avere un particolare accento…"

"Sì è vero, probabilmente a causa delle mie svariate origini: mia madre è romana, mio padre milanese, e abbiamo vissuto per anni a Palermo, poi a Cagliari e solo ultimamente a Roma. Sai, a causa del lavoro di mio padre."

"E che lavoro faceva?"

"Commerciante, rappresentante di una ditta di vestiario."

Un’altra bugia, questo mi prende proprio per un ebete.

"In che zona abiti a Roma?"

"Uhm, mi pare che si chiami Infernetto, o qualcosa del genere."

Il suo tentennamento era stato evidente. Ebbi paura.

"Come non sai dove risiedi, come è possibile?"

Continuando a maneggiare la sabbia mi fece un sorriso a tutta bocca, sembrava una rana con le labbra siliconate.

"Non ho detto che non lo so. Cerca di capirmi, è da poco che mi sono trasferito."

"Ah…" dissi con aria di chi finalmente comprendeva l’equivoco.

Ma non era così, mi convincevo sempre di più di avere davanti un alieno. Non so come e perché, ma sentivo che tutta questa storia non reggeva. E adesso cosa dovevo fare? Avvertire la polizia? Sì, per dirgli cosa? Che c’è un extraterrestre che costruisce castelli di sabbia sulla spiaggia di Torre Astura? Mi avrebbero rinchiuso in un manicomio. Dovevo prendere tempo.

"Va bene, Marco andiamo a fare il bagnetto."

"Sì, bannetto al male!"

"Allora, arrivederci Arturo."

"Ciao, a dopo."

Presi per mano Marco e lo guidai verso il bagnasciuga. Era mia intenzione attendere fino a quando ‘l’architetto’ alieno non se ne fosse andato a casa. Dovevo visionare da vicino il castello. Volevo dargli un’ultima possibilità.

 

Verso le sei di pomeriggio Arturo mi fece ciao ciao con la mano e se ne andò.

Appena non fu più visibile mi gettai di corsa verso la sua postazione. Per fortuna Marco si era appena addormentato, esausto dopo un’intera giornata tra sole, acqua e sabbia.

Ora la costruzione sembrava aver raggiunto una fisionomia definitiva. Non sapevo dire se incredibilmente bella o brutta. Forse entrambe le cose. Era dotata di una simmetria radiale come i ricci di mare. Una pianta ottagonale. Dagli otto bracci si innalzavano maestose torri barocche. All’interno c’erano linee curve da per tutto che si rincorrevano come fossero state una pista per le macchinette. La sabbia sembrava essere diventata fluida, plastica fusa in uno stampo fatto appositamente per Dalì.

Persi la cognizione del tempo. Sarei stato giorni ad ammirare quella ‘cosa’.

Decisi che la mattina seguente avrei detto tutto ad Arturo e se fosse stato il caso, come pensavo, avrei chiamato la polizia.

Arturo? Chissà se quello invece di essere il suo nome non era magari il nome della stella da cui proveniva: Arcturus, nella costellazione di Bootes.

Quel mostriciattolo verde non mi avrebbe fregato, grazie alle mie passioni ero molto ferrato in astronomia.

Tutto collimava. Tutto portava a una conclusione univoca e inconfutabile.

Ritornai sulla nostra duna personale e mi stesi vicino a Marco. Con le braccia incrociate dietro la testa mi misi a riflettere sui vari accadimenti di quegli ultimi due giorni. Ripetei tutti i punti principali, tutto tornava puntualmente. Anch’io, esausto, mi addormentai.

Un mondo alieno è pieno d’insidie.

E’ popolato da strani esseri viventi, mostruosamente raccapriccianti. Alcuni si tacciano anche di avere una parte organica pensante.

Assurdità!

L’intelligenza nel cosmo, quella autentica, è assai rara.

Solo pochi sanno veramente.

L’universo è troppo grande, e noi troppo pochi. Troppo distanti. Troppo diversi.

Troppi spazi vuoti che non si colmeranno mai.

Siamo soli.

 

La notte insonne sembrò non terminare mai, un nastro di Moebius che girava all’infinito.

Finalmente arrivammo sulla spiaggia. Era appena sorto il sole. L’aurora aveva lasciato il posto alla luce diretta, come una guardia giurata, che finito il turno di notte, viene sostituita da un collega.

Le ombre radenti conferivano un aspetto sinistro alle dune di sabbia. Sembravano più alte, più aguzze, dotate di vita propria. Ci si poteva aspettare che improvvisamente si mettessero in movimento tutte insieme per circondarti e mangiarti in un sol boccone. ‘Dune’ mi aveva un po’ troppo influenzato!

"Ho tatto sonno!"

Marco si trascinava sulla spiaggia come un soldato ferito arrivato allo stremo delle forze.

"Siamo quasi arrivati, stellina. Fra un po’ ti riposi sull’asciugamanino e fai un altro po’ di nanna."

Arrivammo al solito punto. Il castello c’era, nella sua orrenda bellezza. Ma lui no.

Attesi, paziente.

 

Aspettai fino alla sera, niente. Arturo era sparito. Aveva lasciato in eredità ai posteri solo la sua creazione.

Distrussi il castello a calci. Mi buttai sulle ginocchia e con gli avambracci rasai la sabbia.

Poi scavai. Niente. Solo sabbia, e ancora sabbia. Speravo di trovare qualche manufatto alieno per denunciarlo alle autorità competenti. Avere uno straccio di prova.

Urlai, la rabbia era esplosa improvvisamente come un palloncino troppo compresso.

Bastardo! Mi era sfuggito come una saponetta bagnata tra le mani: nel momento in cui stavo per stringere la morsa è sgusciato via. Forse non ero stato abbastanza bravo, aveva intuito qualcosa.

Non lo so.

Magari la mia insistenza su certe domande gli avevano aperto la mia mente come una lama affilata schiude un’anguria matura.

Mi rimaneva un’unica consolazione: avrei scritto un romanzo, o magari un racconto su questa vicenda. Mi avrebbero detto: ‘accidenti che fantasia!’

Fantasia un corno. Mi era sfuggito per un non nulla, quel bastardo.

Sarebbe stata un’occasione irripetibile, ma ormai era sfumata, come nebbia al vento di tramontana.

 

"Marco, andiamo a casa, si sta facendo notte."

"Ho tatta fame."

"Lo so, lo so. Dovrai aspettare però."

Raccolsi tutta la nostra roba e…

"Adriano!"

Una voce alle mie spalle. Mi girai di scatto. Era un timbro conosciuto.

Arturo!

"Arturo! Ma a quest’ora?"

"Adesso ti spiego…"

"No, mi devi ben altre spiegazioni! Chi sei veramente? Il tuo castello di sabbia ti ha tradito. Non sei un terrestre, l’ho capito sai."

"Dici?" Arturo mi guardò con aria di sfida, aveva un sorriso beffardo sulle labbra.

Sentii il sangue ribollire nelle vene come lava appena fuoriuscita da un vulcano. Senza farmi vedere cercai il telefonino nel marsupio per chiamare la polizia.

"Ammettilo!" gli urlai.

Silenzio.

"Allora, dimmi da dove vieni?"

"Seguimi Adriano, e capirai."

Perplesso, e con il telefonino pronto sul 113, mi incamminai dietro di lui. Marco piagnucolava a bassa voce, anch’io avevo molta fame, ma la paura e la rabbia prendeva il sopravvento su tutto.

Superammo un’insenatura che ci aprì l’orizzonte verso un’altra mezzaluna di spiaggia.

"Guarda, Adriano!" disse Arturo, indicandomi una serie di castelli di sabbia. Mi portai vicino ai primi per osservare meglio.

Oh Cristo! Non è possibile!

Arturo notò la mia espressione incredula e disse:

"Qui, li facciamo tutti così. Tutti!"

"Ma… non è normale. Chi…chi siete? Cosa volete da me?"

"Noi niente, e tu?"

I suoi occhi neri mi fissavano, sembravano due pozzi senza fondo. Mi iniziai ad allontanare da lui, indietreggiando lentamente come un gambero impaurito.

"Stai calmo adesso, Adriano, calmati."

Da dietro una duna sbucarono tre carabinieri in divisa. Ma io ancora non li avevo chiamati, quindi… erano sempre dei ‘loro’!

Ero stato proprio uno stupido, Marco sarebbe stato meno ingenuo di me.

Accadde tutto in un attimo.

Presi Marco in braccio e mi tuffai a testa bassa, come uno scattista olimpico dei cento metri, verso la pineta adiacente. Correvo come un forsennato. Marco piangeva e diceva qualcosa di inarticolato.

‘Loro’ mi stavano chiamando. Non mi dovevo girare. La mia unica salvezza era quella di correre, sfuggirgli, arrivare sulla strada e chiedere soccorso.

Non mi dovevo assolutamente voltare.

Non farsi prendere. Questo era il primo comandamento.

Ormai eravamo diventati come bestie braccate. Dovevamo avere mille occhi per fare attenzione alle tagliole, alle trappole, ai cacciatori armati.

Come animali spaventati, vagavamo per questo mondo straniero. Stranieri in terra straniera.

Eravamo carne da macello, cacciagione prelibata per gli alieni…

Li sentivo sempre più vicini.

Il cuore mi batteva così forte che mi pareva di avere due martelli pneumatici nelle orecchie.

Corri, corri! Mi dissi.

Marco piangeva ancora più forte di prima.

Forse un ramo caduto, o una radice di pino, mi fece precipitare a terra. Mi fermai dopo qualche capriola scoordinata.

"Marco!"

Il bambino stava disteso inerte.

"Marco, ti sei fatto male?"

"Bua!" disse, con la faccia sporca di nero, rigata dalle lacrime come le mattonelle del bagno dopo una doccia.

Si era procurato un’abrasione su un braccino, niente di grave per fortuna. Emisi un sospiro di sollievo.

Tuttavia quella sosta mi fu fatale.

Mentre ci stavamo faticosamente rialzando mi furono addosso. Come tigri sulla preda, si lanciarono su di me e mi bloccarono. Avevo il viso schiacciato a terra. Potevo sentire l’odore umido dell’humus. Un ginocchio sulla spina dorsale mi teneva inchiodato.

"Stai fermo, non ti muovere, sei in arresto!"

"Ma cosa dite, è Arturo che dovete imprigionare, io…"

Arturo, appena arrivato, paonazzo in viso, interruppe bruscamente le mie spiegazioni.

"Adriano, è ora che ragioni. Come ti chiami di cognome?"

"Mi chiamo… mi chiamo…" Non mi ricordavo, cavolo! Doveva essere lo shock dell’inseguimento.

"Dove lavori Adriano? Il nome dell’azienda."

"Come ti avevo detto io lavoro in… in… Non mi ricordo! Maledizione! Ma che c’entra con il fatto che tu sei un extraterrestre?"

La mia mente era come un cuscino di piume squarciato, pezzi che volavano senza controllo da tutte le parti. Senza regole e senza meta.

"Questo bambino, Marco, è tuo figlio?"

"Sì certo, lui è mio… fi-figlio. Stavamo ritornando a casa e…"

"No!" mi interruppe Arturo con un grido. "Non è tuo figlio! E’ un bambino che è sparito da casa da qualche giorno. Adriano, io sono un ispettore della polizia, sezione antiterrorismo, e ho riconosciuto il suo volto dalle foto segnaletiche."

"Non è vero, state mentendo tutti!"

"Ammetti l’evidenza, accidenti!"

Mal di testa. Un gran mal di testa stava crescendo dentro di me come un pallone aerostatico alla partenza.

"Marco," disse Arturo rivolto inginocchiato davanti al bambino, "lui, Adriano, è il tuo papà?"

Marco smise di piangere e mi guardò per qualche secondo.

"Tu non sei il mio papà!"

"Ma come Marco, io sono…"

Non ricordo, non ricordo!

"Io sono…"

Quelle parole rimbalzavano nella mia mente stanca: ‘tu non sei il mio papà’. Non è vero! Io sono…

Continuavano a rimbalzare come una palla di bowling su pareti di tamburo: ‘bong!’, ‘bong!’.

"Stiamo precipitando! Attenzione, attenzione…"

"Stiamo cadendo nella vegetazione! Cerca di sollevare la nave che…tirala su! Noooooo!"

Bong!

"Tu non sei il mio papà!"

BONG!

Sono solo.

Siamo soli.























Viaggio al Termine del Tempo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"Le stelle sono buchi nel cielo da

cui filtra la luce dell'infinito."

Confucio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da quel giorno mi sono dedicato al suo ricordo. Ho fatto di me stesso una candela del suo tempio: un barlume di luce, che nella notte fonda e senza Luna, rischiara più di mille soli.

Come un cero che brucia contemporaneamente da due lati, mi sono consumato rapidamente nell’abbraccio letale della nostalgia.

Rimpiango quelle sensazioni corporee che colmavano la mia anima desiderosa; sorgenti magiche che non si estinguevano mai. Gioia per i miei sensi bramosi, acqua limpida per la gola arida di un viaggiatore smarrito nel deserto.

Alchimia di gesti che ci univano indissolubilmente, come anelli d’oro fusi uno dentro l’altro.

 

"Anche questo sole sta morendo," disse l’entità costituita da pura energia chiamata Yor, "dobbiamo partire. Trovare un’alternativa."

"No, basta girare come pianeti impazziti. Sono centinaia di anni che cambiamo sistemi solari, e addirittura galassie. Basta! Ormai il cielo notturno è nero. Tutte le stelle si stanno spegnendo, è inutile continuare" affermò con forza Safir, uno dei consiglieri supremi della comunità.

"E’ proprio il colmo," disse Wok, "abbiamo faticosamente raggiunto l’immortalità e ora dobbiamo soccombere a un cosmo mortale. Se Dio esiste, possiede uno spiccato senso dell’ironia, o un grande spirito vendicativo."

L’astrofisico, denominato Tut, prese la parola: "Abbiamo individuato una strana fonte di luce nel settimo settore, vicino alla quasar Lx306. Forse potrebbe essere una possibile soluzione."

"Vicino a una quasar? Ma è così remota, potrebbe essersi spenta da millenni. Sappiamo tutti che quegli oggetti stellari sono lontanissimi anche nel tempo, no?"

"Sì," rispose Tut, "tuttavia abbiamo motivi per ritenere che la fonte luminosa sia ancora integra, o comunque abbastanza potente per i nostri fabbisogni energetici."

L’essenza di Yor, il presidente del consiglio, luccicò come una fiamma esposta al vento. "E cosa ha di particolare questa stella, caro Tut, per attirare tanto la tua attenzione? Qui ti conosciamo tutti da secoli e sappiamo che non ti entusiasmi facilmente."

Tut rispose: "E’ una cosa che non avevo mai visto, anche se la mia carriera di astrofisico può vantare diversi millenni d’esperienza. Secondo me, vale la pena di tentare. Tanto cosa abbiamo da perdere, ci sono delle alternative?"

"Uhm, forse no" disse Yor. "L’unica altra possibilità sarebbe di lasciarsi morire… Comunque mettiamo ai voti l’opzione del viaggio verso Lx306. Esprimete la vostra opinione!"

Mentalmente arrivarono a Yor le risposte dei vari consiglieri: una maggioranza schiacciante.

"Si parte!" Esclamò Yor con forza, ma con una grande malinconia che cresceva nell’anima.

 

"Noi siamo come le onde del mare, in continuo movimento..." mi disse all’orecchio la mia amata Hèwhaj.

I suoi capelli color miele si muovevano così soavemente che sembravano costituiti da veli di seta sovrapposti. Seguivano le oscillazioni della testa con un attimo di ritardo, come paggetti dietro una sposa.

I suoi occhi color smeraldo carezzavano il mio viso accendendolo in vari punti di chiazze vermiglie.

"… e quindi," continuò, "non ci stanchiamo mai di stare insieme. No?"

Volavamo, mano nella mano, sulla campagna al tramonto. Interminabili campi di grano dorati si dispiegavano sotto di noi, sembravano non finire mai, come quando si corre su un nastro di un tapis roulant.

Le ombre si allungavano sempre più, rendendo enormi anche gli alberi minuscoli. Stormi di volatili si affrettavano nel cercare un rifugio che potesse ospitarli per la notte, con un sottofondo di cinguettii assordanti.

Stringevo la sua mano calda e ne traevo vigore, era la mia fonte di energia psichica e corporea, la mia fontana della giovinezza.

 

Le astronavi ‘ampolla’ bucavano silenziosamente il cosmo nero. A un osservatore lontano sarebbero parse simili a una lunga collana di perle trasparenti in movimento.

Il viaggio durò millenni, ma per loro il tempo non significava più niente. Non invecchiavano più, nessuna ruga solcava i loro visi, nessuna malattia minava la loro salute. Per degli esseri di pura energia, il tempo era solo una dimensione spazio temporale utile per i calcoli relativo-quantistici.

La noia li pervadeva dall’interno come un cancro assassino. Avevano già visto tutto, detto tutto, sentito tutto. Niente li sorprendeva. Tutte le forme d’arte erano state già espresse. Tutto era stato già pensato. Non si poteva più asserire: ‘io esisto perché penso’, non aveva più nessun significato.

Erano diventati delle copie di loro stessi. Quando si raggiunge la perfezione gli stati possibili diventano soltanto uno. Avevano disintegrato l’entropia, si trovavano in uno stato simile allo zero assoluto, senza nessuna possibilità di cambiamento.

Soltanto il ricordo delle loro vite corporee, lontane ormai milioni di anni, li differenziava uno dall’altro. Solo la reminiscenza dei sentimenti provati riscaldava, con lampi improvvisi, i loro cuori cristallizzati dal tempo.

Yor, durante quell’ultima odissea nel cosmo, desiderò di morire centinaia di volte, ma quella facoltà gli era preclusa.

Alla fine arrivarono nei pressi dell’ennesima fonte di luce, dell’ennesima galassia, dell’ennesima porzione di universo.

Giunsero, stremati dalla noia di rivedere l’ennesima immagine di loro stessi nello specchio, al termine del Tempo.

Era la loro ultima speranza, l’ultima stazione di un cosmico gioco dell’oca.

 

Infine, planammo in una radura contornata da enormi conifere. Rimanemmo così, sdraiati a contemplare il crepuscolo che si stava sempre più imbrunendo, con la stessa titubanza di un bambino timido che fugge dalla notte seria e inevitabile.

Gli alberi sembravano squadrarci dall’alto delle loro chiome e noi ci sentivamo intimoriti come pargoletti sgridati dai genitori dopo una marachella.

L’erba era umida sulle nostre schiene; Hèwhaj, scossa da un brivido, si avvicinò ancor più a me, avvolgendomi con un abbraccio stretto stretto, adagiando una gamba sul mio ventre. Quest’improvvisa fonte di calore fece sussultare i miei sensi assopiti dal freddo, iniziai a carezzarla con passione.

Le prime stelle, le più forti, iniziavano a perforare il cielo color lapislazzuli, facendoci l’occhiolino, involontarie spettatrici della nostra passione mai appagata.

Non sentivamo più freddo: i vestiti volavano via come farfalle appena uscite dal bozzolo. Le fulgide costellazioni si alternavano a fili d’erba schiacciati nel nostro rotolarci senza tregua. Per un momento riuscivo a scorgere una stella cadente che rapidamente si trasformava, come per incanto, in un fiore chiuso nel suo riserbo.

Non ricordo quanto durò quella girandola di universi, ma so solo che è uno dei miei ricordi più belli in millenni di vita. Tutte le scoperte scientifiche, mediche e di qualsiasi altro genere non potevano eguagliare le sensazioni di quella sera.

 

"Allora si è capito di cosa si tratta?" chiese Yor con aria cupa.

Tut faticò a rispondere, forse anche a causa del brusco risveglio dall’interminabile viaggio.

"Non ne sono ancora sicuro, ma quest’oggetto può essere tutto meno che una quasar. Ho un brutto presentimento."

"Del tipo?" incalzò Yor.

"Devo verificare, ma tutto mi fa pensare a un’enorme buco nero, o meglio, a una delle porte di un immenso tunnel spazio temporale, un worm-hole. L’emissione di luce che scorgevamo nel campo dei raggi X è dovuta ai fotoni che vengono catturati nelle sua bocca affamata di materia. Non c’è nessuna stella che arde nelle vicinanze e, comunque, se ne fosse esistita una, sarebbe già stata digerita dal nostro bel verme galattico."

"Quindi? Quali sono le nostre possibilità di sopravvivenza all’ombra di questo mostro?" chiese Yor.

Tut si prese qualche secondo prima di rispondere, e poi disse: "Nessuna. Abbiamo calcolato che le emissioni che ci giungono dal buco nero non sono sufficienti al nostro sostentamento. Del resto avvicinarci di più sarebbe mortale: saremmo catturati dalla sua forza gravitazionale e risucchiati in un microsecondo. Però c’è un’alternativa, disperata, ma c’è."

"Sarebbe?" disse Yor sempre più agitato.

"Entrare nel tunnel di nostra spontanea volontà. Ho calcolato che se forniamo una spinta di 35g alle nostre astronavi ampolle potremmo passare incolumi la bocca d’entrata, poi una volta nel tunnel si vedrà…"

"Si vedrà? Che vuol dire si vedrà?"

"Nessuno ha mai provato ad attraversare un worm-hole. Certo, le teorie si sono sprecate: c’era chi diceva che erano dei collegamenti tra due punti lontani del cosmo, chi asseriva che erano dei passaggi tra due universi paralleli e, infine, i più pessimisti affermavano che se non si moriva schiacciati nel loro passaggio si crepava dopo, perché il tunnel era semplicemente senza uscita, una specie di enorme pattumiera galattica."

"E tu, in base alla tua esperienza, per quale ipotesi propendi?"

"Non lo so, io non propendo, sono uno scienziato; spero che la teoria più vicina alla realtà sia quella del passaggio a un altro universo parallelo. Anche perché è l’unica soluzione possibile per noi…"

"Già!" Disse Yor. La sua mente era invasa da miliardi di pensieri funesti. "Tut, grazie, chiederò al congresso di esprimersi in merito. Io, ovviamente, sono d’accordo con te per tentare il possibile."

"E se fosse un passaggio segreto che ci guiderà alla presenza di Dio?" Disse Safir con un piglio deciso.

"E da quando sei diventato religioso, amico mio?" Chiese Wok con una punta d’ironia.

"Non lo sono diventato," rispose Safir con un’espressione di stizza, "ma credo che bisogna considerare anche quest’ipotesi. Fino a adesso non abbiamo mai incontrato niente nell’universo che ci abbia provato l’esistenza, anche remota, di qualche sorta di divinità, ma è sempre un opzione aperta, da non sottovalutare…"

"Tu dici il giusto," affermò Yor, "quando ci consigli di considerare tutte le possibilità. Tuttavia, nell’ipotesi che avessi ragione, come ci dovremo comportare? Entrare comunque nel tunnel o no? Sfidare lo sguardo di Colui che è, oppure chinare le nostre teste e morire ai suoi piedi per mancanza di energia? La mia opinione è: andiamo! Magari fosse un percorso verso Dio: o moriremmo vedendo Lui, o ci prenderebbe al suo fianco come angeli devoti. Forse il premio del paradiso è proprio questo: l’ultima razza sopravvissuta, come in una caccia al tesoro, riceve come ricompensa finale la possibilità di sedersi alla mensa del Signore."

Un brusio mentale invase la sala del consiglio, la decisione era stata presa.

 

"Yor, amore mio," mi sussurrò nell’orecchio la mia Hèwhaj, "tu credi in Dio, in una qualche entità che abbia creato tutto ciò?" Con un dito affusolato della sua mano bellissima, indicò la volta celeste brulicante di astri roventi.

"Sono troppo piccolo e limitato per capire queste cose. Io credo, anzi so, di amarti più di me stesso. Io credo nell’amore e nella preservazione della vita intelligente. Io credo che questo semplice principio dovrebbe regnare sulle nostre anime e su quelle degli esseri di tutto l’universo. In questo credo. In tutto il cosmo ci dovrebbe essere solo una costante: l’Amore. Nessun’altra legge fisica o chimica, o chissà cos’altro, deve e può essere sempre rispettata. Ci sono luoghi dell’universo, ad esempio nei punti di singolarità, in cui niente è più come lo percepiamo adesso. Dentro un buco nero succedono delle cose che non si possono nemmeno immaginare. Ma anche lì ci sarebbe una costante valida, e ormai tu sai qual è, mia Hèwhaj. E io ci credo fortemente. Se poi Dio è d’accordo con me, allora anch’io credo in Lui."

Hèwhaj mi guardò esterrefatta e poi mi mollò un buffetto sulla guancia. "Sei proprio un birboncello! Io credo che esista qualcosa di superiore a tutto, anche a te" mi guardò sorridendo, "e a me, che abbia creato l’Universo. Forse certe cose non sono andate come lui avrebbe voluto, oppure avrà avuto dei problemini di ‘budget’, ma qualcosa di divino c’è in tutte le cose. Amore, quando ti guardo negli occhi, sono sicura che tu sei una parte di questa creazione. La magia delle nostre anime si può spiegare solo con un tocco celeste primordiale. Io, nella bellezza infinita dei tuoi occhi, vedo Dio…"

"E’ vero," le dissi commosso, "anch’io quando faccio l’amore con te sento di toccare la tua anima e oltre. C’è un qualcosa che non si può spiegare che è dentro di te e mi fa fondere con il cosmo intero. Ma non so spiegarti come…e non so se il suo nome è Dio. So solo che è oltre un limite insondabile. Oltre…"

Hèwhaj mi prese la testa tra le mani dolcemente, come sapeva fare solo lei, e mi coccolò fino al sorgere dell’aurora.

E oltre.

 

Anche la luce non poteva fuggirgli. Era tale la potenza gravitazionale che anche una cosa priva di massa, come un semplice fotone, era attratta senza pietà; come una particella di polvere con un potente aspiratore, non aveva nessuna possibilità. E quando questo avveniva, urlava di dolore. Un urlo cosmico che veniva percepito a parsec di distanza. Queste grida disperate, sotto forma di radiazioni ai raggi X, li avevano attratto fin lì come avrebbe fatto il canto di una sirena con dei marinai sprovveduti.

E ora stavano entrando nella bocca della balena per essere mangiati e metabolizzati chissà in cosa, e chissà dove.

Yor dette il benestare alla partenza delle navi ampolle.

Dopo un circuito ellittico, per acquistare un’accelerazione di almeno 35g, come teorizzato da Tut, le navi si scagliarono nell’apertura priva di stelle.

Il Nero più totale le avvolse completamente.

Se c’era una definizione di nulla assoluto poteva corrispondere a quella situazione.

Nero.

Tutto si deformò: lo spazio e il tempo.

Le quattro dimensioni canoniche si curvarono come un cammello sotto un peso sproporzionato. Il problema percettivo era dato dal fatto che anche l’osservatore aveva subito una deformazione e quindi ciò che vedevano era il risultato di un osservatore distorto che guardava una realtà deformata.

Tutti gli oggetti diventarono nello stesso tempo artefici e figli di se stessi. Il principio si era unito con la fine. La realtà oggettiva era diventata un nastro di Moebius multidimensionale.

Anche i pensieri uscivano dalle loro menti plasmati secondo la geometria non euclidea vigente in quella porzione di universo singolare.

Yor non sapeva più se quello stato avrebbe conosciuto la parola fine. Si sentiva molto strano e i suoi lati più primitivi si fondevano, senza timore reverenziale, con la sua immortalità indolente. Percepiva un ritorno alla corporeità che ormai gli era sconosciuta e un pensiero fisso lo assillava: l’Amore è l’unica costante, anche dentro quell’Aleph degli Aleph, labirinto dei labirinti della mente.

L’Amore è la chiave del Creato.

 

Mi svegliai che mi girava la testa, un senso di estraniamento assillava le mie meningi inumidite.

"Stai bene Yor, amore mio?" Mi disse con un filo di voce Hèwhaj. I suoi occhi erano ancora mezzi chiusi dal peso dei sogni troppo grandi per una persona fragile come lei.

"Sto bene, ho solo fatto un sogno strano in cui ero tutto storto ma nello stesso tempo immateriale; invece i mie pensieri erano pesanti come piombo fuso e si solidificavano, sospesi nell’aria, formando strane figure astratte. Poi, senza preavviso, cadevano giù rompendosi in mille pezzi. Solo un brutto sogno, amore mio."

"Uhm, che cosa strana. Un presentimento di accadimenti futuri?" Chiese sorridendo.

"No, spero proprio di no!" le risposi, incrociando le dita. Non sapevo che gli intrecci della vita sarebbero stati molto più complessi e oscuri di quanto potessimo immaginare in quel momento di tranquillità e di pace. Due condizioni molto rare nell’universo, quando ci sono si dovrebbero godere al meglio. Ma come tutte le cose belle, ci si accorge della loro importanza solo quando non ci sono più.

 

"Siamo fuori! Siamo fuori!" gridò Tut come un indemoniato. "Ce l’abbiamo fatta!"

Yor stava ancora sospeso tra uno stato onirico e la realtà presente, che finalmente aveva riassunto un aspetto familiare. Tutto era ritornato al proprio posto, per magia, come quando si vede un filmato al contrario di un bicchiere che si infrange.

"Bene," disse Yor, "ma dove siamo? Ci sono danni alle nostre astronavi ampolle?"

"Danni di lieve entità, nella maggior parte dovuti alle enormi forze in gioco sull’orlo del buco nero. Dove siamo andati a finire non lo so, dobbiamo ancora aprire gli schermi di protezione al cobalto pesante. Li solleviamo?"

Decisioni, sempre decisioni, spesso vitali, da prendere in pochi secondi, pensò Yor. Dietro quella semplice domanda si nascondeva uno dei misteri dell’astrofisica antica e moderna.

"Apriamo!" disse Yor un po’ titubante.

Una forte luce, come da secoli non la vedevano, invase l’interno delle loro navi. Miriadi di stelle, galassie, nebulose e ammassi stellari inondarono la loro visuale.

Se ne avessero avuta ancora una, sarebbero rimasti tutti a bocca aperta.

Tut, come al solito, fu il primo a parlare: "Signori, il computer di bordo ci informa che ci troviamo… ci troviamo in un universo diverso dal nostro, un universo parallelo, molto più giovane, come potete vedere. Siamo sbucati nei pressi di un sistema solare al confine di una galassia spirale di circa 100.000 anni luce di diametro. Ci sono otto pianeti orbitanti attorno a un sole di classe G. Un piccolo pianeta e un satellite di un pianeta gassoso gigante sono abitati da esseri viventi. Il pianeta ha anche un inizio di vita intelligente ai primi stadi evolutivi."

"Incredibile!" Si lasciò scappare Yor. "Siamo passati da un universo morente a uno in piena evoluzione, una fucina di nuove forme di vita!"

"Già," rispose Safir, "la vita è una cosa normale, però per le nostre radicate abitudini è diventata un episodio anomalo."

"Molto bene! Questa sarà la nostra nuova casa!" Esclamò Yor. "Voglio subito andare a fare un giro di perlustrazione su questo pianeta brulicante di vita intelligente. Il consiglio concorda?"

"Concordiamo, caro amico curioso, ma ricordati delle rigide direttive da rispettare in caso di contatto con esseri senzienti ai primordi della coscienza." Disse Wok parlando a nome di tutto il consiglio.

"Starò attento, non preoccupatevi." Rispose Yor, con una voglia, sempre più imperante, di esplorare quel terzo pianeta.

Gli pareva di essere ritornato ragazzo, voleva scorrazzare fuori, correndo nei prati fino a quel ‘qualcosa’ che celava la collina all’orizzonte. Voleva vedere cose nuove.

 

"E se, per ipotesi, dovessi insegnare la tua esperienza di vita a una nuova popolazione di un mondo nascente, cosa diresti?" mi chiese Hèwhaj mentre si stava ancora stirando flessuosamente le membra.

"Beh, direi che l’Amore è il comandamento fondamentale, vigente in tutto il cosmo. Direi di amarsi uno con l’altro come se stessi." Feci una pausa di riflessione. "Solo questo gli direi."

Hèwhaj mi fece un sorriso così bello e spontaneo, con quelle labbra carnose color corallo, che per un attimo percepii la pienezza della vita, la compresi fino alle sue oscure profondità. In quel momento avrei potuto anche perire, ma sarei morto felice, in pace con me stesso.

 

Yor studiò quei bizzarri esseri per anni e anni.

Una volta capito di cosa avevano bisogno, si presentò a loro nella sua forma incorporea.

Il primo organismo senziente che incontrò si chiamava Mosè e sembrava una persona molto saggia, anche se provata da anni di privazioni e schiavitù.

Sembrava dimostrare molti più anni rispetto alla sua età reale.

Mosè sentì solo la voce di Yor che, sforzandosi di parlare al meglio quella lingua primitiva, gli disse:

"Io sono Colui-che-è."

Che in ebraico è tradotto proprio come il nome della sua amata scritto al contrario: JHWH, Jahwèh.

Era il suo omaggio al ricordo del suo eterno amore.

Quegli uomini, finché fossero sopravvissuti, avrebbero sempre celebrato e onorato il nome della sua adorata sposa.

 

"Il consiglio deciderà se punirti o no. Mi dispiace Yor, ma questa volta hai agito con imprudenza, non è da te." disse con aria imbronciata Safir.

"Amico mio, ho fatto quello che ritenevo giusto in quel momento. Ho cercato di insegnare loro le cose che abbiamo imparato in milioni d’anni di vita. Cosa ci sarebbe di sbagliato? E’ vero mi sono presentato loro come un Dio, ma pensi che altrimenti mi avrebbero dato retta? Sai meglio di me che al quel grado d’evoluzione la suggestione è necessaria per l’insegnamento."

Safir sbottò: "E il fatto del nome, come la mettiamo?"

"E’ un nome come un altro, nei miliardi di possibilità ho preferito scegliere un bel ricordo. Per loro è uguale, non ne sapranno mai l’origine."

Il consiglio approvò, anche se non in maniera unanime, l’operato di Yor e lo spinse a continuare la sua missione d’educatore.

Successivamente, vista la ricettività di quel popolo, Yor dettò alcune basilari regole di comportamento, che avevano come unico ed ultimo scopo l’amore reciproco. Le chiamò ‘i dieci comandamenti’. A Mosè piacquero molto…

 

"E se, per ipotesi, dovessi insegnare la tua esperienza di vita a una nuova popolazione di un mondo nascente, cosa diresti?"

"Beh, direi che l’Amore è il comandamento fondamentale, vigente in tutto il cosmo. Direi di amarsi uno con l’altro come se stessi."

Feci una pausa di riflessione.

"Solo questo gli direi."























La Piscina Segreta

 

 

 

 

 

‘Viaggio del defunto’

Ecco, lo spirito è partito

sul sentiero dell’ombra.

Quando raggiungerà l’arcobaleno

la terra canterà.

Ecco, è partito

con l’acqua del mattino.

Canto Apache

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La vita, comunque, non è mai abbastanza lunga.

Troppe cose rimangono sospese, troppe cose ancora da fare.

Un mare di "Ti voglio bene" che rimangono nei polmoni come frecce in una cerbottana otturata.

Un cargo di carezze che rimane bloccato nel traffico della vita quotidiana.

Un treno di "scusa, non volevo" che rimane fermo a un semaforo rosso che non si sbloccherà mai.

 

Il padre di Marco aveva solo quarantacinque anni il giorno in cui un ictus devastante lo aveva stroncato. Marco solo quindici.

‘Non doveva lasciarmi così!’ pensò Marco mentre sferrava un calcio a un ciottolo su un sentiero dietro casa.

Il fratellino, Luca, lo guardò perplesso.

Mano nella mano si stavano dirigendo verso la montagna dietro casa. Dopo un’ora di cammino, dentro un fitto bosco, si arrivava a un montarozzo di pietra arancione che era del tutto simile, almeno per i ragazzi del posto, al suo famoso cugino australiano: Ayers Rock.

Camminavano veloci. Marco tirava su con il naso e aveva la vista annebbiata dal dolore. Luca stringeva la mano del fratello, e quasi correva per non perdere terreno. Aveva una paura fottuta di quel bosco, era pieno di folletti e orchi cattivi che potevano sbucare in qualsiasi momento.

"Non è che incontriamo papà, magari è diventato un folletto?" disse Luca con gli occhietti supplicanti.

"Può darsi, non lo so." Il pensiero di poter, anche per un solo istante, rivedere il padre gli fece venire un groppo in gola. A stento trattenne le lacrime.

Il bosco si fece molto fitto, la luce faceva fatica a trovare lo spazio tra le fronde degli abeti. A Marco venne in mente l’immagine di quando la madre lo portava a fare spese nel periodo di Natale: per camminare si doveva sgomitare continuamente.

Il terreno era ricoperto di muschio e pezzi di tronco d’albero cavi, che spesso erano rifugio per piccoli animali e colonie di insetti. Lontano dal sentiero si intravedevano delle piramidi di terriccio e aghi d’abete, erano i formicai, i veri padroni della foresta. Marco aveva un terrore innato per le formiche. Gli facevano un gran ribrezzo. Secondo lui erano gli animali più pericolosi del pianeta. Erano organizzatissime, possedevano un’intelligenza collettiva e sapevano sacrificarsi per il bene della comunità. Tutte caratteristiche che le rendevano assai temibili. Un brivido gli sfrecciò lungo la schiena all’idea del padre sepolto nella terra e della possibilità che le formiche potessero… scacciò quei pensieri tetri.

"Cos’è, un picchio questo rumore? Lo senti Marco?"

Si sedettero su una pietra bianca e rimasero in assoluto silenzio, come quando papà stava male in casa e cercavano di ascoltare cosa dicesse il medico con due porte chiuse in mezzo. Fermarono anche il respiro. ‘Tuc, tuc, tuc’, pausa, ‘tuc, tuc, tuc’.

"Sì, sembra proprio un picchio. Starà preparando il nido per la sua famiglia. Bravo Luca!" Dette una pacca sulla spalla del fratello. Sentì le ossa sotto la pelle, come molle sporgenti di materassi consunti. Negli ultimi giorni non avevano mangiato molto. Loro non avevano mai fame e la mamma non aveva cucinato tanto come al solito.

Davanti ai loro piedi c’era una distesa di funghi rossi con i pallini bianchi che macchiavano il prato come macchie di sugo sulla tovaglia buona per gli ospiti.

Il papà, quando andavano per funghi, gli aveva detto di non toccare quelli lì perché erano molto velenosi. ‘Come molte cose della vita’, gli diceva, ‘sembrano belle a un primo sguardo ma poi celano delle brutte sorprese’. Li guardava negli occhi e continuava con aria seria, facendosi venire dei solchi in mezzo alla fronte: ‘non fidatevi delle persone che vi sorridono sempre e sembrano sempre d’accordo con voi, non fidatevi di nessuno prima di conoscerlo veramente. Fidatevi solo della mamma e del papà’.

Già, ma adesso non ci sei più, ci hai traditi anche tu. Di chi dovremmo fidarci ora? Invidiò il picchio che aveva ancora una famiglia completa, avrebbe voluto essere lì sull’albero con lui. Senza pensieri, senza dolore.

Rivolse lo sguardo verso le cime degli alberi. Gli parve di vedere la scia di un jet, o almeno qualcosa di simile, perché stranamente non vide nessun aereo ma solo una traccia bianca a parabola discendente. Sembrava terminare sulla montagna rossa, la loro meta.

 

Dopo circa un’ora di sfacchinata arrivarono alle pendici della roccia.

"Giochiamo a fare una capanna di rami," disse Luca al fratello, indicando un’area pianeggiante ricoperta da due abeti incrociati.

"Uhm, va bene. Dopo, però, ritorniamo a casa."

Marco si sentiva responsabile verso il fratello, era diventato l’uomo di casa.

Iniziarono a cercare delle fronde adatte per costruire una specie di canadese ‘verde’. Lo facevano spesso quel gioco, prima.

Marco, mentre era chinato nell’intento di spezzare una frasca troppo lunga si accorse di un buco, una grotta, nella parete est del montarozzo. Era strettissima. Provò a mettere la testa dentro. Quando le pupille si abituavano al buio si scorgeva un debole bagliore che doveva provenire dall’alto, forse da un altro pertugio.

"Luca, Luca, vieni a vedere cosa ho scoperto qui!"

Il fratellino lasciò i rami raccolti sulla catasta e corse verso di lui.

"Ma dai! Un’entrata segreta! Non sarà abitata?"

"No, sembra un tunnel naturale, non pare scavato da qualche animale. Proviamo a entrare, chissà che non ci porti in qualche stanza interna alla montagna."

"Una stanza del tesoro! Vai prima tu, però. Io ho paura."

Marco si mise carponi e, gattonando, entrò. Dopo qualche metro fu costretto a sdraiarsi completamente, e anche così sentiva le anche che strusciavano sulle pareti ruvide. Con le mani sentiva il fondo umido e un po’ mollo, sperò di non schiacciare niente di vivo e peloso.

La fonte di luce sconosciuta illuminava bene il percorso, o almeno dava un riferimento per avanzare. Un obiettivo. Papà lo diceva sempre alla mamma, ricordò Marco, ‘nella vita devi sempre avere un obiettivo ben preciso; non è necessario che sia di valore, l’importante è averlo.’

"Marco ho paura! E’ buio, fa caldo, è tutto bagnato!"

"Dai, non fare il cacasotto come al solito! Guarda che se no lo dico alla tua fidanzata Alessia. Pensa che figura ci faresti…"

La minaccia colse nel segno perché Luca non disse più niente.

Il percorso diventò gradualmente verticale ma, per fortuna, c’erano delle specie di gradini che permisero la continuazione dell’esplorazione.

Ora si vedeva un disco di luce, che dopo l’abbaglio iniziale, lasciava intravedere il cielo blu sporcato da qualche nuvola che sfrecciava leggera come un veliero di seta bianca. Come quando si guardano le persone dal buco della serratura.

Il problema fu uscire. Marco rimase incastrato con il bacino nel foro. Si sforzò, spinse, imprecò. Niente.

Spinse ancora, le vene del collo si gonfiarono per lo sforzo.

Niente.

A un certo punto provò un senso di soffocamento, gli sembrava che la montagna lo avrebbe schiacciato da lì a poco. Da piccolo si divertiva a mettere dei pezzetti di legno in una morsa e stringeva fino a disintegrarli.

Nei suoi peggiori incubi ricorrenti c’era sempre un buco in cui non riusciva a passare e un ascensore in cui rimaneva chiuso. La mamma gli diceva che erano sintomi di claustrofobia, forse dovuti alla sua nascita difficile.

L’arrivo di Luca fu quanto mai provvidenziale. Con una serie di spinte sul sedere ben calibrate ‘stappò’ il fratello come fosse stato un turacciolo di spumante.

Una volta fuori rimasero allibiti da quello che gli si parò davanti. Entrambi rimasero con la bocca aperta come uccellini in attesa di cibo.

L’apertura nella roccia li aveva portati in una specie di pianoro, grande come un campo di calcio, contornato da solida roccia, sembravano le mura fortificate di una città medioevale. In un lato c’era una grande vasca d’acqua piovana.

Si guardarono stupiti, e senza dire niente si incamminarono verso la piscina naturale.

"Marco, non so se ti rendi conto dell’importanza della scoperta che abbiamo appena fatto. Questo posto è raggiungibile solo da quel tunnel. E’ come una casa. Una casa con piscina! E tutta per noi!"

Luca si mise a saltellare in preda all’eccitazione.

"Già, sarà il nostro rifugio segreto. Hai visto che nei film americani i bambini hanno sempre qualche albero per nascondersi e stare in pace? Ebbene questo sarà il nostro albero personale."

"Sì ma è molto meglio di una stupida capanna su un albero, no?"

Marco non rispose, era intento a osservare la vasca. Ora erano giunti sul bordo e si potevano ammirare i colori dell’acqua. Anche se, in quel momento, il sole era offuscato da una nuvola, la piscina sembrava possedere una propria fonte di luce. L’acqua assumeva dei colori incredibili: al centro era azzurro turchese, subito intorno verde smeraldo e, vicino ai bordi della roccia, di un arancione fuoco, come se un sole intento a tramontare ci si fosse appena tuffato.

E poi c’era qualcos’altro. Sembrava che sulla superficie galleggiassero delle piccole pagliuzze d’argento, dei piccoli prismi. Non avevano mai visto niente del genere. Per la forma, ricordavano i pezzetti di polistirolo che si usano negli imballaggi, ma questi erano completamente trasparenti. Come i bicchieri di cristallo della credenza luccicavano con i colori dell’arcobaleno.

Si sedettero sul bordo, ipnotizzati dai colori cangianti della pozza d’acqua. Nonostante fosse completamente cristallina non si riusciva a vedere il fondo.

Marco stava giocando con delle scanalature nella roccia quando si accorse che non erano causate dalle intemperie ma avevano uno schema ricorrente. Osservò meglio. Tutto l’altopiano, a parte l’area occupata dalla piscina, era piena di quei simboli.

"Luca hai notato i segni incisi per terra, sembra una forma di scrittura."

"Uhm, è vero, sembrano i geroglifici che ci ha mostrato la maestra. Ma qui gli egiziani non penso siano arrivati, no?"

"No, però… E’ una cosa che non avevo mai visto. Non sembrano casuali."

"Forse dovremmo dirlo a qualcuno."

"No! E’ il nostro segreto."

Se ci fosse stato papà, pensò Marco, lo avremmo chiesto a lui. Era l’unica persona che poteva capire. La mamma non avrebbe compreso o comunque non sarebbe mai andata fino a lì. Avrebbe interpellato qualche suo amico cervellone.

C’erano vari ideogrammi: uno sembrava una stella fulgida, un altro onde del mare, un altro uno strano animale con le ali, e tanti altri che erano molto belli ma non assomigliavano a niente di conosciuto.

"Andiamo via?" disse Luca, sembrava un po’ stanco.

"Sì, andiamo." Il fratello, osservò Marco, con il passare dei minuti aveva perso interesse verso le novità che avevano scoperto. Classico dei bambini. Per noi ‘adulti’, pensò, è il contrario: più si ragiona sulle cose misteriose e più cresce la curiosità.

Marco sarebbe rimasto lì per giorni. Si ripromise di ritornare appena possibile.

 

Due giorni dopo ci ritornò. Da solo.

Ebbe la solita difficoltà a passare nel foro d’uscita, ma ormai l’aveva preso come una penitenza da pagare per arrivare in quello splendido posto. Tutto si paga, niente è gratis nella vita. Almeno per quelli come lui.

La piscina piovana stava sempre là. Non era stato solo un bel sogno.

Gli ideogrammi tappezzavano l’intera superficie rocciosa come le impronte dei gabbiani la mattina presto sulla spiaggia. Un enorme tappeto di messaggi.

Si distese con le mani intrecciate dietro la nuca e rifletté sulla cosa.

Chissà cosa volevano trasmetterci, o meglio, chissà ‘chi’ aveva voluto comunicare. Già chi, rifletté Marco. Un’antica popolazione estintasi nel tempo? Improbabile, avrebbe lasciato anche altri resti nei dintorni. Un’intera civiltà non poteva esser nata e poi defunta in uno spazio così piccolo.

Allora forse una civiltà extraterrestre? Può darsi. In un film aveva visto delle astronavi aliene che lasciavano dei segni geometrici, molto belli, sui campi di grano degli agricoltori americani. Anche se fosse stata vera quell’ultima ipotesi, qual era il messaggio che volevano lasciare ai terrestri? Non conosceva la risposta, e sapeva che non lo poteva aiutare nessuno.

 

A un certo punto, probabilmente a causa del gran caldo, a Marco venne una gran voglia di tuffarsi nella specchio d'acqua limpido.

Timidamente immerse un piede. L’acqua non era freddissima, anzi.

Si spogliò completamente e si tuffò: piegò le gambe e si lanciò con le mani in avanti, allungandosi il più possibile, come una molla finalmente liberata. Gli sembrò di rimanere in volo per un tempo indefinito. Leggero, senza legami con la terra pesante, sporca.

Il liquido lo accarezzò come se fosse stato un enorme guanto di velluto. Sentì che una calma innaturale, quanto profonda, si stava impossessando della sua mente.

Il fluido brulicava di milioni di fiocchi prismatici. Quasi fossero tanti sensori fluttuanti. Avanzò, le gambe sembravano sciogliersi, e la sua volontà con loro.

Scese giù piano, a nuoto. Fino alla bianca superficie vischiosa del fango depositato sul fondo. Ne raccolse una doppia manciata nelle sue palme, era indescrivibilmente attivo, come una poesia che si liquefa e diventa un rebus. Quella roba ribolliva di una propria intelligenza, quasi più viva della carne, cresceva sotto le dita che la perlustravano, come una sonata di Bach.

I ricordi gli calarono addosso come un mantello pieno d’aghi.

A un certo punto lo vide.

Chiuse le palpebre e lo vide.

Suo padre, bello come una statua greca.

Stava lì davanti, anche lui immerso nella piscina.

Gli stava tendendo le mani. Da piccolo facevano sempre così quando si tuffava dalle spalle del padre nel mare.

"Papà ma eri morto, ma…" le parole si incepparono nella gola come una pallettone in un moschetto mal pulito. Sentì le lacrime scendere copiose dai suoi occhi.

"Sono qui, non ti basta?"

"Sì certo. Avrei dovuto portare anche Luca e… Scusa per tutte le volte che ti ho fatto arrabbiare, ultimamente non ci parlavamo. Non volevo farti ammalare. Scusa. Non è giusto."

"Non sono morto per colpa tua. Non è responsabilità di nessuno. Doveva succedere. La vita è strana. Ma ho lasciato due ometti che, sono sicuro, aiuteranno tanto la mamma, e sapranno badare molto bene a loro stessi."

Marco non sapeva più se il suo viso era bagnato per le lacrime o per il liquido della piscina.

"Ti voglio un bene dell’anima. Lo so, non te l’ho mai detto ma l’ho sempre pensato. A te e alla mamma."

"Sì lo so, figlio mio. Anch’io ti voglio tanto bene. Sei il mio orgoglio. La cosa più bella, insieme a Luca, che sono riuscito a fare nella vita."

"Papà!"

Marco si strinse al padre in un abbraccio che non aveva tempo. Sentì le mani forti del padre che gli cingevano la schiena. Le lacrime del papà che gli bagnavano il collo.

Avrebbe voluto che durasse per l’eternità.

"Adesso però devi venire con me. Non ci devi più lasciare!"

"Non si può. Il mio posto è qui. Nell’acqua, nell’aria, nella terra. Vi sarò ancora più vicino. Abbi fede. Non posso stare più insieme a voi ma sono più vitale di prima. Ora i miei sensi sono il mondo intero."

"No papà!" uscì un urlo strozzato dalla bocca di Marco, "non ci devi abbandonare un’altra volta. Ti prego. Perché non vuoi venire?"

"Vieni a fare un tuffo sulle mie spalle, come ai vecchi tempi. Dai!"

Marco si arrampicò sulle spalle del padre. Lui lo reggeva per le mani.

"Sei pronto? Inizia il conto alla rovescia: tre, due, uno, e… via!"

Marco si lanciò. Si staccò dal papà. Dal suo calore.

Andò giù. Sembrava non fermarsi mai. Gli parve di scendere per minuti, ore, giorni. Non riusciva a fermarsi. Era diventato tutto buio, e lui andava sempre più giù.

Buio. Silenzio.

"Papà?"

 

Si sentiva soffocare. Sputò dell’acqua. Poi vomitò.

Stava annaspando nella piscina. Riaprì gli occhi che furono subito trafitti da lance di luce. Cercò con le dita il bordo. Ma riandò sotto, era troppo viscido. Bevve ancora.

Riemerse. Rigettò ancora liquido, tossendo convulsamente.

Riuscì ad aggrapparsi a una roccia sporgente. Sentiva la gola piena di lava bollente.

Rimase così finché non riacquistò una respirazione normale. Ci volle parecchio tempo.

Si mise seduto e guardò verso la vasca. Gli occhi gli duolevano.

"Papà?"

Nessuna traccia del padre. Cercò con gli occhi intorno a sé. Niente. Guardò meglio nella piscina segreta; gli venne il dubbio che anche il padre si poteva essere sentito male durante il bagno con lui. Niente.

Si sdraiò stanchissimo e si addormentò.

Si svegliò sconvolto, in preda agli incubi.

Riprese il cammino per casa. Era quasi notte.

 

La scarpinata l’aiutò a riacquistare lucidità e riflettere su quello che era appena accaduto.

Molto probabilmente doveva aver perso conoscenza appena si era tuffato, forse non aveva digerito bene. E poi, in quello stato di semi incoscienza, aveva sognato. Quel dialogo con suo padre era stata tutta un’allucinazione? Uno scherzo del suo cervello in salamoia? Sembrava tutto molto reale. E quella materia viva che si trovava sulle pareti della piscina? Cos’erano quei prismi? Sembravano oggetti alieni. Molto alieni.

Era convinto di aver veramente parlato con suo padre. Lo sentiva.

Comunque non era più triste. Aveva avuto la possibilità di dire quello che provava. La possibilità di scusarsi. Ora sapeva, dentro di sé, che il padre aveva capito, che lo perdonava, lo amava. E questo gli bastava.

Gli abeti sembravano quasi marroni all’imbrunire. Rumori di rami spezzati e di foglie secche calpestate echeggiavano attorno a lui.

I giorni prima sarebbe morto dalla paura ma adesso sentiva una nuova forza dentro. Si sentiva maturo, cresciuto. Aveva capito delle cose importanti. Sapeva che non sarebbero state le ultime difficoltà ma era fiducioso nei suoi mezzi.

Rivide quella scia in cielo. Era come quella della mattina ma questa volta la parabola era stata ascendente. Un attimo e poi svanita, come una stella cadente al contrario.

Una speranza gli si accese nel cuore. Sul viso gli comparve il primo sorriso da quel giorno. Il primo raggio di sole dopo ore di pioggia.

Con passo deciso, raggiunse casa.

L’indomani avrebbe portato il fratello alla piscina. Voleva verificare se era stato un caso o anche a Luca avrebbe fatto lo stesso effetto. Se fosse stato così, l’unica spiegazione plausibile sarebbe stata che quell’acqua conteneva qualcosa di magico. Qualcosa che era stata messa da esseri venuti da mondi lontanissimi.

 

Arrivarono alla montagna e imboccarono la piccola galleria.

Marco non aveva più fastidio a passare in quell’angusto spazio. Il giorno prima era nato per la seconda volta.

Questa volta senza difficoltà, senza fatica, come una saponetta bagnata che sguscia tra le mani, sbucarono all’aperto.

Marco e Luca non volevano credere ai propri occhi.

Si avvicinarono per verificare meglio.

L’acqua era totalmente scomparsa. Evaporata, assorbita, o portata via da qualcuno.

Era rimasto solo un gran buco di cui non si vedeva il fondo. Una specie di cratere. La delusione cadde sui due fratelli e rimandò le parole per qualche minuto.

Luca fu il primo, dopo un po’, a rompere il silenzio: "Forse con questo caldo è evaporata…"

"No, non penso. Ieri sera era stracolma. Non può svanire in poche ore. E’ come se qualcuno avesse tolto il tappo della vasca da bagno."

"Ci sei rimasto molto male? Se lo sei per me stai tranquillo, tanto io l’avevo già vista piena e con i suoi bei colori. Mi dispiace solo per mamma. Avrei voluto mostrargli il nostro piccolo segreto."

Marco si avvicinò al fratello e lo strinse a sé. Gli carezzò i capelli e gli disse: "Stai tranquillo, ora sto bene. Grazie comunque. Sei una persona molto bella dentro. Grazie." Fece una pausa di riflessione, come i tuffatori prima di eseguire il salto, e aggiunse: "Ti voglio tanto bene, Luca."

Ce l’aveva fatta, era riuscito a dire quello che provava. Una grande conquista.

Prima di andare via, Marco prese un bigliettino che aveva preparato per il padre, la notte prima, e lo buttò nel buco…

‘Potrò dirti tutte le cose che

non ti ho detto in un’altra vita,

un altro tempo, un’altra dimensione

al di là del tunnel di luce che porta alle stelle

e che tu hai già attraversato.

Al di là c’è "chi" ha creato tutto ciò,

la meraviglia dell’universo,

il dono della nascita,

il mistero della morte.’

 

"Marco stammi vicino! A quest’ora deve essere pieno di nanetti dispettosi…"

Se ne andarono verso casa, a braccetto, ognuno immerso nei propri pensieri. Cantavano a squarcia gola una canzoncina di un cartone animato giapponese. Le loro voci coprivano il ‘frastuono’ del silenzio del bosco.

Luca era un po’ preoccupato per la delusione del fratello e ogni tanto aveva piccoli flash del padre, che lo intristivano un po’.

A Marco quell’esperienza, forse un sogno, oppure qualcosa di più complesso attribuibile a qualche intelligenza aliena, gli aveva fatto comprendere che quando una persona cara muore non è colpa di nessuno.

Aveva capito che la forza dell’amore poteva rendere eterna la vita delle persone defunte.

Suo padre sarebbe sempre vissuto nella sua anima. E in quella della mamma e di Luca.

Gli venne in mente la scia che la stella cadente aveva lasciato nel cielo blu.