ROBOT
RIVISTA DI FANTASCIENZA

NarrativaArticoli

Umberto Scopa
Uomini e macchine - Viaggio negli universi di Philip Dick

Mi sto chiedendo se sono un replicante. Mi dico che un replicante non se lo chiederebbe. Dunque c’è speranza. Qui davanti a una tastiera e uno schermo per ore. Schermi, tastiere, cellulari, automobili. Quanto tempo della nostra vita si prendono?
Anzi, quanto tempo della nostra vita gli diamo? La domanda è meglio impostata. Mi fa sentire un po’ meno macchina, ancora un po’ padrone del mio destino. Padrone di rovinarmelo, almeno.
Non so cosa sognate voi, se sognate. Ognuno ha i sogni che si merita forse. Se io sognassi pecore certamente avrei qualcosa da raccontare al mio psicanalista. Gli androidi sognano pecore elettriche? Questo è il titolo che lo scrittore Philp Dick diede nel 1968 ad uno dei suoi romanzi (a proposito ma i titoli dove li pescava?), romanzo oggi noto forse più che altro per il film ad esso ispirato, ovvero Blade Runner. E’ Rick Deckard il protagonista che noi conosciamo con il volto di Harrison Ford. Circa 20 anni dopo il romanzo, nel 1982 (se ricordo bene) esce Blade Runner a firma di Ridley Scott, dove Rick Deckard è cambiato un bel po’ rispetto al romanzo. Nel film Dekard è un eroe, prima di tutto, una macchina da combattimento, bello, risoluto, trasandato, avventuriero, con una scorza da duro sulla quale fa breccia nel corso della storia un barlume di coscienza. Rick Dekard è comunque un uomo di azione, uno spietato combattente che elimina i nemici e poi prova compassione per loro.
Ma com’era Rick Deckard 20 anni prima, cioè nel romanzo di Dick? Era un personaggio molto comune, non un eroe, era impacciato, aveva una moglie, e già il mito crolla (essere marito appartiene ad un eroismo di altro genere), poi una moglie petulante, era pieno di dubbi e incertezze.
Lui stesso nel libro viene attraversato dal dubbio di essere un replicante.
Nel romanzo accade che il lettore a un certo punto non capisce più niente, non si distinguono più uomini e replicanti, ciò che è naturale e ciò che è artificiale. Soprattutto se accade, come nel libro, che un replicante prima di morire senta il bisogno di infilarsi in un museo per ammirare per l’ultima volta “l’urlo” di Munch. Mentre un poliziotto (umano) appare molto più freddo e cinico di una macchina. Questo è il quadro di totale confusione di ruoli che prende forma nel romanzo di Dick.
Nel film di Ridley Scott la cosa appare un po’ diversa, per come la vedo io. Rick Deckard è un essere umano. Su questo non c’è dubbio, almeno nella prima versione del film che è uscita. Sono i replicanti che si elevano al rango umano, ponendosi domande esistenziali che sono proprie degli esseri umani. Quello che viene concesso è una specie di estensione della “cittadinanza” umana ai replicanti. In Dick c’è qualcosa di diverso. E’ agli esseri umani che viene tolta, per così dire, la cittadinanza. Non siamo migliori delle macchine che fabbrichiamo, insomma. Che sarebbe poi un ottimo spot per vendere lavastoviglie, ma non per gli esseri umani. Naturalmente è una mia interpretazione. Ce ne sono di ben diverse, cercando su internet è facile trovarle.
Leggo su un sito di critica cinematografica che Rick Deckard sarebbe un replicante per espressa dichiarazione dello stesso regista Ridley Scott. Chi sostiene questa versione cita una frase tagliata dal film, che qui riporto.
“Sei sicuro di essere un uomo? E' difficile, da queste parti, essere certi di chi sia chi".
Questa frase, tagliata dal film, è pronunciata da Gaff (Edward James Olmos “Selena”, “Caught”), androide, in un dialogo con Rick Deckard.
A me sembra che averla omessa dal film significhi proprio una scelta di campo rispetto allo scenario di Dick, ma ogni opinione è legittima. Qualcuno l’ha presa e l’ha re-incollata. Chissà quanti altri film sarebbe possibile revisionare all’infinito in questo modo.
Forse “il taglia e incolla” è ormai un operazione che è entrata con tale prepotenza nella nostra cultura, nel nostro modo di costruire un discorso, e rende talmente semplice e seducente modificarne il senso di continuo, laddove in passato ci era precluso, che nulla appare più ai nostri occhi come definitivo e definito. Neppure i racconti la cui lettura oscilla fra rimozioni e aggiunte, fluttuazioni borsistiche di significato.
Col rischio di produrre creature senz’anima, senza un’identità precisa, o in crisi di identità, proprio come i personaggi di Philip Dick.
In ogni modo oggi si deve prendere in esame anche la versione del film con il brano citato, e se così è possiamo dire che Rick Deckard dopo qualche anno è cambiato ancora tornando ai suoi dubbi giovanili.
Forse di notte sognerà le bellissime replicanti Sean Young, o Daryl Hanna, per le sue fantasia erotiche, oppure più modestamente, come all’antico, pecore elettriche.
Scoprire di non essere quello che abbiamo sempre creduto, è uno dei temi più ricorrenti in Dick. Scoprire che il mondo che ci circonda non è quello che abbiamo sempre creduto, anche. Cappottare nel nostro viaggio alla comprensione del mondo. La nostra visione della realtà che improvvisamente si ribalta. Questo accade in quasi tutti i racconti e romanzi di Dick. I mondi, gli scenari si capovolgono all’improvviso. Ne “la svastica sul sole” il mondo è quello che sarebbe scaturito dalla seconda guerra mondiale se l’avessero vinta i nazisti. Ma nel racconto di questo mondo folle, descritto in tutti i suoi sviluppi ipotetici politici e sociali, si inserisce una piccola perla: si immagina cioè, fra le altre cose, uno scrittore di fantascienza che narra una storia alternativa, un libro nel libro, dove si racconta il mondo che sarebbe uscito dalla vittoria degli alleati. Il nostro mondo relegato a semplice ipotesi di fantasia dentro un racconto di fantasia. Fantasie che si incastrano in un gioco di scatole cinesi. Qual’è il racconto reale?
In “tempo fuori luogo” il protagonista, risalendo la strada segnata da una serie di indizi, arriva a scoprire che il mondo attorno a lui e popolato da attori, i muri, le case, le strade, sono scenografia. Non svelo la ragione di questa messa in scena, ma il protagonista scopre di vivere in una dimensione di pura apparenza, che cela una realtà ben diversa. Il Truman Show, che resta un bel film, ha saccheggiato questo romanzo, senza fare neppure lo sforzo di ammettere di essersi liberamente ispirato al racconto di Dick. E’ vero che il film si allontana dall’idea di Dick perché le ragioni della finzione costruita attorno al protagonista sono completamente diverse, ma l’idea cardine è integralmente usurpata.
La menzogna è al centro di un altro grande inquietante affresco futuribile di Dick. Parlo de “La penultima verità”. La menzogna è in questo scenario un sistema di controllo sociale potentissimo, unito alla paura e al terrore di eventi inesistenti ma paventati come reali.
In questo romanzo si immagina che durante un conflitto nucleare quello che resta della popolazione terrestre viva rifugiato in enormi rifugi sotterranei detti "formicai" (i loro abitanti sono chiamati “formicanti”). Nei formicai vengoni prodotti i "plumbei" gli esseri artificiali che in superficie continuano a combattere la guerra tra i due blocchi contrapposti.
Ma la verità è un'altra, la guerra è terminata da tempo ed i capi dei due blocchi si sono già accordati da tempo e spartiti la terra, i loro popoli sono nei formicai e lavorano duramente mentre l'elite si appropria dei territori che controllano proprio con l'ausilio dei "plumbei" gli esseri artificiali, i guerrieri prodotti nei i formicai.
E nei formicai vengono trasmessi su enormi schermi i discorsi dei leader politici e le scene di guerra create in laboratorio con effetti speciali.
Ma quello che più colpisce in questa storia è che non appena il lettore si fa un idea di come stanno le cose, accade qualcosa che muta il quadro e costringe a una rilettura diametralmente opposta. Ogni verità, in questo senso, è penultima. C’è sempre un ultima verità dietro.
Essere un lettore di Philip Dick è impegnativo. E’ come essere ribaltati di continuo. Come rotolare dento una botte, ti gira la testa, perché è la realtà che ti si capovolge davanti agli occhi di continuo. Ed è la pretesa di aver capito ad essere umiliata, ma è la pretesa di capire a rigenerarsi in forma nuova.
I capovolgimenti di Philip Dick non riguardano solo la realtà. C’è un romanzo dal titolo “Redivivi spa” (altro titolo veramente bizzarro) che nasce da un’idea di rara inventiva e originalità: immaginate che ad un certo punto della storia dell’umanità a capovolgersi sia il corso del tempo. Il tempo inverte il suo corso e comincia ad andare all’indietro. E il romanzo racconta i fatti della storia nella successione cronologica successiva all’inversione temporale. Per intenderci immaginate che si parli di un personaggio che si siede a tavola per fare colazione e poi va in bagno e va infine va a dormire. Può avere un senso compiuto, benchè bizzarro, ma nel libro questo accade perché tutto quello che è accaduto nella storia dell’uomo comincia ad andare all’indietro come un nastro che si riavvolge. Quindi dopo aver fatto colazione, vado in bagno e vado a dormire semplicemente perché sto ripercorrendo all’indietro tutte le mia azioni compiute un tempo, quando il tempo procedeva nella nostra direzione. Non vi dico in che modo sarebbe sconvolto il metabolismo dell’uomo, cioè nella fase di inversione temporale: quello che abbiamo ingerito esce, quello che abbiamo espulso entra. Chi non l’ha letto penserà che Dick ci avrà risparmiato queste implicazioni, e invece no, nel romanzo non ce le risparmia, anche se in modo allusivo e mai esplicito. Cioè i cibi escono dalla nostra bocca e tornano integri e indifferenziati, e per contro c’è questa sostanza chiamata “broppa” dall’aspetto omogeneo e indifferenziato che tutti i personaggi assumono, non si dice in che modo e per che via.
Potete arrivarci. Non so se ci toccherà questo un giorno, ma di broppa da mandare giù ce n’è tanta anche in questa direzione temporale. Ma al di là di questo c’è il fatto, più significativo, che alla fine del libro non sappiamo cosa è successo, benchè la storia letta abbia un senso compiuto. Per capire come sono andate le cose, la vera storia intendo, bisogna ripercorrere i fatti dall’ultima pagina alla prima, solo così avremo la sequenza secondo la successione cronologica propria della nostra epoca temporale. Geniale senza dubbio.
I morti escono dalle tombe, entrano negli ospedali, guariscono, diventano giovani, poi bambini ecc… per concludere la loro vita nel modo meno indolore che conosco, entrando nel ventre di una donna.
Non ricordo un impianto narrativo simile a questo nella letteratura di fantascienza. A parte un romanzo di Kurt Vonnegut dal titolo “Cronosisma” dove si immagina che l’universo smetta improvvisamente, per un attimo, di espandersi a causa di una crisi di autostima (proprio così) e da questo crampo cosmico scaturisce che tutti gli esseri umani, nel momento in cui l’espansione riprende, saranno costretti a rifare tutte le cose che hanno fatto negli ultimi dieci anni. Sbagliare non è una prospettiva così sciagurata quanto l’idea di dover rifare tutti gli stessi errori una seconda volta, senza possibilità di scelta. Per dieci anni.
Nel romanzo di Dick c’è però un tocco di genio in più, cioè scrivere una storia capovolgibile, che abbia senso anche se ribaltata completamente, come una musica che si compone di una sequenza di note che se ascoltate all’incontrario formano una melodia diversa.
Aspettiamo fiduciosi la nostra inversione temporale: che le bombe intelligenti risalgano sugli aerei, gli aerei escano dai grattacieli in retromarcia, e una donna ci accolga fra le sue braccia.
I capovolgimenti della nostra visione del mondo tanto cari a Dick sono il tema anche di due altri romanzi: “Scorrete lacrime disse il poliziotto” (doveva divertirsi molto Dick nel decidere i titoli) e “Un oscuro scrutare”. Qui l’effetto descritto ha la sua causa nell’uso di sostanze allucinogene. E’ sugli effetti allucinatori delle droghe dunque che Dick indaga e si sofferma in questi due romanzi. Ma non solo. “Un oscuro scrutare” racconta di un mondo dominato da telecamere e intercettazioni telefoniche. Un mondo dove una droga micidiale si diffonde tra la popolazione in modo inarrestabile. E oscuri scrutatori osservano, spiano i cittadini, intercettano telefonate 24 ore su 24 per scoprire i narcotrafficanti.
Si potrebbe pensare ad uno scenario Orwelliano, ma qui è diversa la prospettiva di giudizio. La vittima non è solo lo scrutato, ma lo scrutatore. E’ lui la vittima della storia di Dick. Ci sono schiere di poliziotti che trascorrono l’intera giornata a riesaminare le bobine delle telecamere di sorveglianze installate nelle case. Lo scopo è quello di combattere la diffusione inarrestabile di una droga che è ormai di uso collettivo.
Immaginate di dover guardare ogni istante della vita di un sorvegliato, minuto per minuto, tutti i giorni, per anni. Non tutti hanno una vita così interessante da meritare uno spettatore perenne. Così accade che lo scrutatore, per il suo vivere immerso nelle immagini che esamina, subisce un processo di alterazione cerebrale descritto in modo invero molto complesso che nel libro potrete trovare con tanto di citazioni scientifiche.
Il poliziotto è un essere senza volto perché indossa tute “disindividuanti” (questa è un'altra perla dell’immaginario fantastico di Dick), tute cioè che hanno il potere di annullare le caratteristiche somatiche del volto di una persona, rendendola anonima. In definitiva il sorvegliante, che è un uomo, viene annullato nella sua personalità e sacrificato interamente nella funzione di sorveglianza e nella lotta al crimine, indotto persino a far uso di droghe per infiltrarsi nel crimine e scoprire i trafficanti.
Quello che nel romanzo colpisce è il cinismo con cui il poliziotto (Bob Arctor nel romanzo) viene abbandonato quando con il cervello liquefatto è ormai inabile alla funzione di polizia. A quel punto viene fagocitato da un sistema che prevede il suo inserimento in comunità di recupero in cui gli individui con il cervello azzerato vengono avviati come schiavi inconsapevoli proprio per produrre quella droga che si vorrebbe combattere.
Vittime e colpevoli, guardie e ladri, i ruoli si confondono fra loro. Il poliziotto Bob Arctor diventa tossicodipendente e il tossicodipendente da lui sorvegliato diventa poliziotto denunciando il primo.
Questo romanzo, è il più visionario di Dick, quello dove è più evidente il suo coivolgimento emotivo, e il personaggio Bob Arctor, nel tentativo di ritornare ad una condizione umana, ci regala passi toccanti di rara intensità.
E’ anche il romanzo più autobiografico di Dick, per sua stessa ammissione nella postfazione. I personaggi sono ispirati alle sofferrenze vissute da persone a lui vicine. E quanto a lui, Philip Dick, il suo modo di essere sembra riflettere la schizofrenia dei suoi personaggi, la loro paradossale volubilità di identità; un episodio per tutti: qualche anno prima dell’uscita del libro Dick aveva subito uno strano attentato, c’era stata un’esplosione dolosa nella sua abitazione; ebbene Dick nella lista dei sospettati consegnata alla polizia, mise, fra gli altri, il suo stesso nome.
Un gesto che solo la genialità può assolvere da un lapidario giudizio di pazzia galoppante.
Ma Dick del tutto a posto non era. Va ricordato anche che ha sostenuto dapprima di essere perseguitato dalla CIA per le sue posizioni politiche radicali, e più tardi di essere stato invasato da Dio stesso. Dio sarebbe entrato nella sua mente, fornendogli nuove chiavi interpretative per l'esistenza e provvedendo, fra le altre cose, a rimettere ordine nel caos della sua situazione finanziaria.
Faceva uso di droghe e aveva una personalità incline a visioni allucinatorie, forse proprio a causa degli allucinogeni di cui faceva largo uso. Questo spiega forse ancora meglio le ragioni di coinvolgimento personale di Dick nel romanzo “un oscuro scrutare” dove indaga e sviscera gli effetti della droga sugli esseri umani.
Certo è che Dick era anche uno straordinario inventore di incubi e ossessioni. Come quella di Jerry Fabin (sempre da “un oscuro scrutare”) che per effetto delle droghe è condannato a vivere nell’incubo di avere il suo corpo invaso da pidocchi e afidi immaginari che si infiltrano fin dentro i suoi polmoni. Il poveretto consume la sua esistenza in una guerra senza speranza contro gli afidi, sottoponendosi a continue docce disinfestanti.
E Dick consumerà la sua esistenza in modo non dissimile, assillato da paranoie: dedicherà tutti gli ultimi anni della sua vita a scrivere un memoriale infinito al solo scopo di cercare di raccontare una presunta esperienza mistica, o paranormale che gli sarebbe capitata realmente.
Morirà nel 1982, appena in tempo per non riuscire a vedere Blade Runner che stava per uscire, germinato in fondo dalla sua fantasia.
Dick però non è solo un inventore di ossessioni, è anche un grande inventore di strumenti e tecnologie futuribili di grande presa nell’immaginario degli appassionati di fantascienza. Sono sua invenzione i replicanti, plumbei (di cui si è detto), i Pre-cogs (i poliziotti veggenti di Minority Report) i cefoscopi, le tute disindividuanti e gli ologrammi (da “un oscuro scrutare”), gli innesti di memoria (si legga Paycheck, o si veda il film “atto di forza” tratto da un breve racconto di Dick dal titolo “we can remember it for your wholesale”), basta avere la voglia di ripercorrere le sue pagine per arricchire la lista.
Ma quello che non c’è tra le tecnologie futuribili, quello che non appare mai, incredibile a dirsi, è proprio lui, il telefono cellulare. La fantascienza in genere nel proiettarsi verso il futuro non ha saputo vederli, questo è un dato di fatto. Ma lui, Dick, in particolare, ha fatto di peggio, e questa è una vera curiosità, lui in particolare aveva espressamente negato potessero avere una qualche possibilità di diffusione. C’è un passo in merito tratto da un suo saggio dal titolo “Se vi pare che questo mondo sia brutto..” Parla di un articolo del “Time” che illustra l’ultimo sogno della telefonia, un apparecchio telefonico con video che segue la persona dalla più giovane età alla vecchiaia. Ebbene conclude lapidariamente Dick (siamo nel 1972) “non so. Non mi sembra divertente. E’ una cosa che spezza il cuore. Comunque sia non succederà.” (Da “Se vi pare che questo mondo sia brutto” Feltrinelli – 1995 - pag 18).
Sembra più uno scongiuro a rileggerlo bene, no? Comunque sia, grazie lo stesso Dick, ma purtroppo è successo.
Eppure, a dispetto di tutto quello che ho scritto, e degli scenari catastrofisti che Dick delinea nei sui futuri immaginari, ci sono brani nel saggio già citato dove esprime una visione del futuro spiazzante, come nel suo stile, una visione dove non contravviene allo scenario inquietante dei suoi romanzi, ma ne coglie un lato commovente, come una trasfusione di calore che non ti aspetti. Così scrive: “Io non ci sarò, e non potrò contribuire a plasmarlo (ndr, il futuro): l’unica cosa che posso fare è descriverlo come lo vedo ora, con tante piccole creature gentili, infelici, coraggiose, sole e piene di amore”.


Home page