ROBOT
RIVISTA DI FANTASCIENZA

NarrativaArticoli

Vittorio Curtoni
L'epopea di ROBOT

Dopo "Galassia" e "SFBC", curate nei primi anni Settanta con Gianni Montanari, il mio sogno era una vera rivista di sf, con racconti articoli interviste notiziole recensioni eccetera. E l'uomo del destino mi diede l'occasione di concretizzare queste, dickensianamente parlando, grandi speranze.
L'uomo del destino si chiamava e si chiama ancora (gode di eccellente salute, per quel che ne so) Giovanni Armenia. Qualche anno più di me, siciliano trapiantato a Milano, ex funzionario di una casa editrice, nei primi anni Settanta Giovanni si era messo in proprio. Dopo un sondaggio, aveva deciso che il campo da battere per un editore agli esordi fosse il paranormale, l'occulto. Così erano nate due riviste mensili, "Gli Arcani" e più tardi "ESP", subito accompagnate da una produzione libraria che registrò anche successi non da poco.
Nel 1975, il suo editor addetto alla cura dei libri era Antonio Bellomi. Antonio, scrittore e giornalista, amico dei tempi del fandom, sapeva che io, iniziata controvoglia la carriera di insegnante di lettere, bramavo un lavoro nello sgargiante mondo dell'editoria. Sicché, quando Armenia si mise in cerca di un nuovo redattore, Antonio mi telefonò. Agli inizi del 1975 incontrai Armenia nel suo ufficio. Ci piacemmo all'istante. A metà marzo di quell'anno prendevo posto alla mia scrivania. E un anno dopo, nell'aprile del 1976, usciva il primo, indimenticabile, almeno per me, numero di "Robot". Quello col racconto e il ritratto di Fritz Leiber.
L'idea della rivista nacque nel novembre 1975. Un venerdì, Armenia e io partimmo in auto da Milano per raggiungere Bologna. Avremmo trascorso la serata in compagnia di due colonne della parapsicologia italiana, Piero Cassoli e Massimo Inardi 1. Un incontro di lavoro dal quale, tutto sommato, non mi aspettavo più di tanto. Poco dopo l'ingresso in autostrada, Giovanni mi chiese a bruciapelo: "Ma se lei dovesse fare una rivista di fantascienza oggi, Vittorio, come la farebbe?" Di fantascienza avevamo parlato qualche volta, e lui sapeva, è chiaro, dei miei trascorsi, però non mi aveva mai dato l'impressione di essere interessato alla cosa. Non mi era mai passato per l'anticamera del cervello proporgli una rivista di sf. Ma se me lo chiedeva lui... Andò a finire che per tutto il viaggio gli riversai addosso i miei sogni, i miei desideri, le mie aspirazioni fantascientifiche: esattamente, virgola più virgola meno, ciò che poi fu "Robot". Pensavo a "Oltre il Cielo", a "Gamma", a "Futuro", al "Bollettino dello Science Fiction Book Club"; e a "Fiction", la rivista francese che all'epoca leggevo con una certa continuità e che aveva un forte interesse per saggistica e informazione.
Il mattino dopo, sulla strada del ritorno, Armenia insistette sul tema, e immagino di essere riuscito a fornirgli risposte coerenti, perché quando infine mi depositò a Piacenza, a due passi da casa mia, mi disse qualcosa tipo: "Okay, Vittorio, cominci a pensare a questa rivista di fantascienza." In parole povere, era fatta.
Partorito il concetto, si trattava di renderlo operativo. Più facile a dirsi che a farsi. Quel che mi occorreva era assemblare un team di persone competenti, affidabili, capaci di reggere il ritmo mensile della rivista e gli eventuali problemi che si potessero presentare. La battaglia si doveva svolgere su due fronti, e per quanto mi scervellassi non riuscivo a capire quale fosse il peggiore: da un lato i racconti, dall'altro la saggistica/informazione.
Cominciamo dalla questione dei racconti. Il punto era allora, e lo è ancora oggi, che gli agenti letterari, cioè le persone che rappresentano e vendono nei diversi paesi l'opera di un autore, traggono il loro guadagno da una percentuale sui contratti di vendita dei diritti. Appare intuitivo che la percentuale che un agente ricava da un romanzo avrà una certa consistenza, come la percentuale su un'antologia acquistata in blocco; ma sui singoli racconti si parla davvero di spiccioli, e in compenso tutta la produzione di ciarpame burocratico richiesta dalla cessione dei diritti di un racconto (lettere, contratti che viaggiano avanti e indietro tra un paese e l'altro, eventuali telefonate o fax) equivale a quella di un romanzo. In soldoni, un agente deve fare per un racconto lo stesso lavoro che gli comporta un romanzo, ma il guadagno è enormemente inferiore.
Non bastasse questo, c'era all'epoca (chissà se oggi il panorama è migliorato) l'ulteriore difficoltà di reperire l'agente italiano di un determinato autore. Vero è che negli anni Settanta la maggioranza dei big della fantascienza era gestita dalla ALI, Agenzia Letteraria Internazionale, di Milano, che però non era l'unica detentrice dello scettro. E loro stessi tendevano, di fronte alla richiesta dei diritti di un racconto, ad andare in confusione. C'erano poi autori di spicco che non avevano un agente italiano. Alcuni di loro (rammento in particolare Ray Bradbury e Jack Finney) erano rappresentati per l'Europa da un'agenzia londinese che chiedeva il doppio di ciò che "Robot" pagava. Con Armenia avevamo stabilito una tariffa: o cinque o sette dollari a pagina a stampa per racconto; chiedo scusa dell'imprecisione, ma son passati vent'anni e chissà quanti miliardi di miei neuroni sono morti.
Io all'epoca facevo il pendolare Piacenza-Milano-Piacenza. Non vi dico il divertimento. Dal dicembre 1975, partita l'idea della rivista, cominciai a viaggiare in treno carico di antologie in lingua inglese, che poi continuavo a leggere il sabato, la domenica, e anche molte sere infrasettimanali. Un bagno di sf per certi versi inebriante, ma che per altri versi tendeva pure a tirarmi scemo. Comunque. Eseguite le debite letture, ogni due mesi circa spedivo alla ALI, o agli altri agenti italiani, una lunga lettera con l'elenco dei racconti dei quali chiedevo i diritti, seguiti dalla rispettiva offerta. Ritengo che come minimo un terzo del materiale che ho chiesto in quegli anni non ci sia mai stato venduto, per un problema o per l'altro. Una situazione snervante e molto, molto irritante.
Il secondo compito essenziale era ammassare una truppa di fidi disposti, qualora si desse il caso, a dannarsi l'anima per portare avanti il progetto. Consapevole della necessità di allestire un cast internazionale il più solido possibile, cominciai ad agire su tre fronti. Da un lato ripresi contatto con gli amici/colleghi della fantascienza italiana, i compagni di antiche battaglie, i reduci delle fanzines e di "Galassia". Interpellai scrittori, saggisti, curatori editoriali, traduttori. Alcuni aderirono con molto entusiasmo; e così nacquero la rubrica sul cinema curata da Giovanni Mongini, quella sui fumetti curata da Franco Fossati, e più tardi le celebri "Polemiche" portate avanti da un altro amico di vecchia data, Remo Guerrini, un giornalista che si è sempre dilettato di scrivere fantascienza. Per non parlare dei preziosi interventi su vere e proprie fette di storia della sf italiana, concretizzati nei ricordi di persone come Cesare Falessi, Sandro Sandrelli, Armando Silvestri.
Su un altro fronte, nei panni del talent scout mi guardai attorno nel panorama del risorto fandom 2 in cerca dei nomi nuovi che facessero al mio caso. Un'attività che diede subito frutti remunerativi: a chi sarebbe potuto sfuggire il marchio del genio dal quale erano contraddistinti i due curatori di "Alternativa", Giuseppe Caimmi & Piergiorgio Nicolazzini? A me, no di certo. Contattai il mitico duo e lo scritturai per il mio circo robotico. A loro venne affidata una rubrica di valore essenziale, una delle colonne del mio mensile, cioè il "Ritratto d'autore" che di volta in volta presentava la biografia, la bibliografia, e l'analisi critica dell'opera dello scrittore più importante di ogni numero. I primi tre autori furono Fritz Leiber, Arthur Clarke e Theodore Sturgeon; poi continuammo a procedere di nome glorioso in nome glorioso.
Caimmi & Nicolazzini erano impeccabili in quasi tutto. Fallavano spesso in due cose: la puntualità nella consegna dei pezzi (e quando fai una rivista che tutti i mesi deve uscire in edicola il giorno prefissato, quarantotto ore di ritardo possono significare patimenti infernali) e la completezza delle bibliografie. Oggi questo è un problema che può far addirittura sorridere: avendo a disposizione il munifico catalogo di Ernesto Vegetti 3, chi piange più? Nessuno. All'epoca, le uniche cose che esistessero in Italia erano il catalogo in appendice al volume di Lino Aldani La fantascienza, che già era parziale di suo e comunque risaliva al 1962, e il Catalogo generale della FS di Gianluigi Missiaja, pubblicato nel 1968. Correva l'abisso di un decennio circa tra i dati disponibili in forma coerente e le bibliografie allestite dai due. Ogni volta, Caimmi, che abitava a Milano ed era quindi la metà del duo che vedevo più spesso, arrivava in redazione con bibliografie contraddistinte da un numero più o meno alto di buchi; dopo di che, il sottoscritto si attaccava al telefono per chiedere consigli ai grandi saggi enciclopedici della sf, oppure compulsava freneticamente la propria biblioteca, e nei casi più gravi, quando proprio non riusciva a concludere nulla, o eliminava un certo titolo prima di mandare l'articolo in tipografia, oppure buttava giù dati alla speriamo-in-dio...
Caimmi & Nicolazzini furono splendidi in molte altre cose. Mi diedero una mano enorme ad allacciare contatti, sia in Italia che all'estero; ad esempio, si deve a loro se Andrea Ferrari e Sergio Giuffrida, specialisti di cinema, cominciarono a portarmi i loro articoli e le loro succulente fotografie. Giuseppe e Piergiorgio mi segnalarono racconti, mi diedero indirizzi, mi suggerirono idee. A dire l'intera verità, furono artefici di "Robot" in maniera tutt'altro che indifferente; quel che è certo è che senza loro la mia vita, agli inizi, sarebbe stata notevolmente più difficile.
La terza fase del lavoro preparativo consistette nell'allacciare rapporti con collaboratori esteri. In questo mi fu utilissimo Gian Paolo Cossato, traduttore ed esperto di sf, che aveva vissuto per anni a Londra e conosceva mezzo mondo. Tramite lui entrai in contatto con diversi curatori di fanzines straniere, fonti preziose per un mensile che ambiva fra le altre cose a essere un organo d'informazione aggiornato all'attualità; e fu Gian Paolo a vendermi le interviste che uno scrittore francese, Patrice Duvic, aveva fatto a numi tutelari della sf come Harlan Ellison e Theodore Sturgeon. Dall'Inghilterra entrò nel mio staff Peter Weston, l'editore di quell'eccellente fanzine che era stata "Zenith Speculation": Peter raccontò i temi classici della fantascienza in una lunga serie di articoli.
I miei rapporti con l'estero crebbero continuamente di quantità e qualità. Dopo l'uscita dei primi fascicoli, mi venne l'idea di spedire numeri campione agli agenti letterari americani, chiedendo loro il favore di recapitarli ai vari autori; e quelli lo fecero. Nella maggioranza dei casi, furono poi gli scrittori stessi a rispondermi, dando il via a una splendida stagione di rapporti epistolari. Il fatto è che quasi tutti, pur non conoscendo l'italiano, restavano molto colpiti dall'impostazione della rivista, dal look che aveva, ed erano in genere felici di offrirmi le loro opere anche a prezzi di favore. Ci fu addirittura chi arrivò a dirmi: "Ti mando questo pezzo. Se ti piace, pubblicalo. Se vuoi, pagami, ma non è necessario." E me lo scrisse Raphael Lafferty!
Non per offendere qualcuno, ma non posso fare a meno di dire che tra autori americani, inglesi, tedeschi e francesi non ho riscontrato quasi mai la spocchia che era invece tipica di tante delle loro controparti italiane. Entro il 1977 davo del "Bob" a Robert Bloch e Robert Silverberg 4; ricevevo lettere entusiaste da Brian Aldiss, James Gunn, Katherine McLean; Roger Zelazny accettava di farsi intervistare gratis via posta aerea; mi inviavano fotografie e note autobiografiche da pubblicare assieme alle traduzioni dei loro racconti giganti come James Ballard, Arthur Clarke, Ursula Le Guin 5, Fritz Leiber; stabilivo rapporti di tale familiarità con George R. R. Martin, che stravedeva per "Robot", da ricevere le sue confidenze sulla crisi matrimoniale che stava vivendo; venivo sommerso da paccate di volumi in inglese, molti dei quali corredati di deliziose dediche.
La rivista stava facendo strage di cuori illustri. Una delle cose più fantastiche che mi siano mai successe si verificò nel giugno del 1976 a Ferrara, dove si teneva la convention italiana 6. Gli ospiti d'onore erano John Brunner e Theodore Sturgeon. Sul terzo numero di "Robot" era uscito un magnifico racconto lungo di Sturgeon, Gente (Need), tradotto da me, accompagnato dal suo "ritratto" e dall'intervista di Duvic con corredo fotografico 7. Sebastiano Fusco, all'epoca curatore della fantascienza dell'editore Fanucci con De Turris, me lo presentò, e io ovviamente gli regalai una copia del fascicolo; e Sturgeon ne fu talmente felice che mi investì di una celestiale ondata d'entusiasmo. Ho ancora la mia copia firmata da lui, una reliquia veramente senza prezzo. Rientrato negli States, Sturgeon fece pubblicità a destra e a sinistra a "Robot": in autunno mi arrivarono racconti da autori americani esordienti che avevano avuto l'indirizzo della casa editrice da lui, con sperticate lodi per la rivista.
Ho accennato al look di "Robot". Vale la pena parlarne più ampiamente. Il formato era quello tradizionale da edicola, all'incirca lo stesso di "Urania", ma la cura grafica che venne messa nell'allestimento non aveva precedenti in Italia (e, che io sappia, non ha avuto seguiti). Una decisione presa a priori, proprio nell'ottica di creare una vera rivista, fu quella di dare il massimo spazio possibile all'iconografia nel reparto saggistica/informazione: fotografie di autori, copertine di libri, fotogrammi di film. Tutto quel che volete. Chissà quanta gente ha incontrato per la prima volta la faccia di uno scrittore amato su quelle pagine. Non di rado è successo anche a me. Quel che so è che ogni mese era una faticaccia reperire il materiale necessario, ma ce l'abbiamo sempre fatta. I miei collaboratori erano instancabili anche su quel fronte.
La creazione dei logo che identificavano le singole rubriche (le cosiddette, nel gergo editoriale, "testatine") fu opera di Marcella Boneschi, la grafica di Armenia. Marcella era digiuna di fantascienza, ma aveva fantasia e capacità tecniche da vendere. Lei, Armenia e io abbiamo discusso minuziosamente di ogni singola testatina, procedendo per tentativi fino al risultato definitivo: un'immagine stilizzata che potesse rappresentare in sintesi il contenuto della rubrica. Ho sempre pensato che Marcella abbia fatto un lavoro eccezionale. Il tocco di raffinata eleganza grafica di "Robot" si deve soprattutto a lei. E al grande nome dell'illustrazione fantascientifica che ha impreziosito la rivista coi suoi disegni in bianco e nero, e con tante copertine, Giuseppe Festino, entrato a fare parte della ciurma col sesto numero (settembre 1976) 8. Cantare le lodi dell'arte di Giuseppe è superfluo: chi conosce la sua opera non può fare a meno di amarla; chi non la conosce non sa cosa perda. Io mi limiterò a celebrare la sua puntigliosa pignoleria che ha dato frutti così sgargianti. Prima di preparare un bianco e nero per l'interno o una copertina ispirata a uno dei racconti del numero, Festino si leggeva tutti i testi, li digeriva, poi decideva quale fosse il punto focale da tradurre in immagine. Era bravissimo a cogliere lo spirito delle storie che pubblicavamo e a incapsularlo nelle sue visioni sospese a mezza strada tra realismo e invenzione fantastica. Era anche piuttosto bravo nell'andare in ritardo con la consegna dei suoi lavori e a mandare su tutte le furie l'editore, ma cosa non gli si sarebbe perdonato? Certo è che senza lui la rivista non avrebbe avuto il carattere di cui era dotata.
Una delle premesse essenziali che avevo concordato con Armenia era la pubblicazione di un racconto italiano per numero. La serie doveva essere inaugurata da uno dei decani della nostra sf, Lino Aldani, che però ritirò la sua storia all'ultimo momento, e così fu Mauro Antonio Miglieruolo ad avere l'onore con Circe. Com'era prevedibile, i racconti italiani cominciarono a fioccare in redazione a un ritmo impressionante; ne arrivavano caterve tutti i giorni. La mia scrivania diventò un caos ingestibile. Uno dei miei massimi rimpianti è quello di essere riuscito a leggere solo una minima parte dei racconti che ricevetti. Non ne avevo il tempo materiale: la scelta della narrativa straniera, effettuata al di fuori degli orari d'ufficio, era già un impegno notevolmente oneroso. Per la cronaca, il mio lavoro di curatore veniva pagato 20.000 lire a numero, una cifra molto più simbolica che reale. E' vero che la parte propriamente redazionale veniva sbrigata in casa editrice, ma quante serate e weekend non ho perso soltanto per tenere aggiornata la corrispondenza relativa alla rivista. Sarebbe stata necessaria una persona stipendiata all'unico scopo di leggere i racconti italiani, però purtroppo il budget non lo permetteva 9.
Per dare un'idea delle dimensioni del fenomeno, basterà dire che quando "Robot" bandì il suo primo premio per un racconto inedito (senza tassa d'iscrizione) giunsero qualcosa come 450 opere. La vincitrice per il 1976 fu Morena Medri, un'autrice della quale non ho più avuto notizie, con In morte di Aina. La seconda e ultima edizione del premio prevedeva una tassa d'iscrizione di 5.000 lire, il che ridusse a un terzo circa la mole dei lavori; e il primo classificato fu un nome già noto all'interno del fandom italiano, Mauro Gaffo, con Nel fondo dell'oceano 10.
In un modo o nell'altro, gli autori italiani vennero regolarmente pubblicati su "Robot". E ancora oggi sono orgoglioso di essere riuscito a ospitare non solo chi aveva un passato alle spalle ma anche esordienti come Franco Giambalvo, Giorgio Pagliaro, Salvatore Tasca, per citarne appena tre: nonostante le difficoltà, l'opera di selezione non si è mai fermata. Il che è tanto più vero per le rubriche, che si moltiplicarono da sé col passare del tempo, introducendo nuove idee e nuovi nomi. Se qualcuno faceva una proposta interessante e dimostrava di sapere il fatto suo, non gli ho mai detto di no a priori. Anzi. Quel che succedeva era che tutti i mesi mandavamo in composizione un diluvio di articoli, visto che la quantità di materiale disponibile era enorme, poi si decideva come impostare il numero quando ricevevamo le bozze. Con un occhio di particolare riguardo per l'attualità. E per gli interventi del nostro pubblico, non limitati alla consueta posta dei lettori ma raccolti anche nella rubrica che si chiamava "Contropinioni", dove tutti potevano esprimersi sui temi più scottanti che un racconto o un articolo avevano portato in luce.
Parevano, quelli, anni di fervido rinnovamento per la science fiction, di traguardi mai sperati; un'illusione nella quale ci siamo cullati anche noi, sull'onda dell'impatto planetario che film come Guerre stellari e Incontri ravvicinati del terzo tipo, dei quali riferimmo in anteprima, stavano avendo. In realtà, il grosso successo fu a beneficio quasi esclusivo del cinema, e l'editoria ne ha tratto ben scarsi vantaggi; di certo non ne sono state toccate le riviste, che col decennio degli Ottanta hanno imboccato la via dell'estinzione. Ma chi poteva rendersene conto, in quel frenetico turbinio? La fantascienza era un fulcro d'attenzione, e "Robot" stava nell'occhio del ciclone. In una posizione privilegiata, pensavamo. Era il ribollente epicentro attorno al quale ruotava una grossa porzione della sf italiana. Nemmeno ricordo quante interviste mi siano state fatte da settimanali e mensili, da radio private e nazionali, quanti articoli mi siano stati chiesti. Pareva che la nostra piccola bolla fosse sul punto di ingrandirsi fino a inglobare l'intero mondo esterno. Invece stava per scoppiare.
Ma gli inizi promettevano bene. L'editore aveva fissato, per la sopravvivenza del mensile, un tetto minimo di vendite di diecimila copie, e "Robot" lo aveva superato di slancio. Lo testimonia il fatto che nel dicembre '76 usciva il primo "Robot Speciale", una collana di antologie senza periodicità fissa che fungevano da supplemento. Degli speciali sono apparsi nove fascicoli, fino al 1979. Il sesto conteneva la mia antologia La sindrome lunare e altre storie. Nel 1978, quando peraltro le cose si erano già messe male, prendevano il via anche "I libri di Robot", una serie di volumi da libreria curata da Giuseppe Caimmi e Giuseppe Lippi. Io avevo rinunciato a occuparmene per pura mancanza di tempo.
E veniamo alle rogne. Sgradevole ma inevitabile.
Sul numero 12 (marzo 1977) apparve l'articolo di Remo Guerrini "SF e politica". Chi si sarebbe aspettato che potesse provocare il trambusto che ne nacque? Per essere sincero, qualche sospetto lo avevo, ma mai mi sarei spinto a ipotizzare tanto. In retrospettiva, l'immagine che più mi si è fissata nella mente è quella di Adriana Armenia, prima moglie dell'editore e mia collega in redazione, che, dopo avere letto il dattiloscritto del pezzo, mi chiese: "Ma perché lo pubblichiamo? Dice cose talmente ovvie." Già. Adriana aveva ragione. Remo si limitava a constatare che la fantascienza riflette anche le idee politiche di chi la scrive, sicché si può dire che esista una sf di sinistra e una di destra. Osservazione effettivamente ovvia e, sono pronto ad ammetterlo, articolata in maniera superficiale; ma per noi, per Guerrini e per me, quello doveva essere l'inizio di un discorso più approfondito.
Che non siamo mai riusciti a fare, nel cancan che seguì. Questa semplice asserzione diede fastidio a molti, nel fandom e nell'editoria specializzata. Presero a fioccare commenti che parlavano di "stupidità politiche" e mi definivano "quel comunista di Curtoni", credo nel comico tentativo di offendermi. Quel che pensavo allora è quel che penso oggi: nel piccolo orticello della fantascienza, qui in Italia, è buona norma non sollevare questioni ad alto potenziale esplosivo come la politica; è molto meglio spacciare il prodotto, cioè il libro, per un oggetto neutro, senza connotazioni particolari, se no si corre il rischio di irritare una parte di pubblico. E di non vendere. Queta non movere, recita l'antico adagio splendidamente adatto all'occasione 11. Noi avevamo smosso le acque, detto l'indicibile. Magari rozzamente, ma lo avevamo fatto.
Nel settembre del 1977, quando Adriana si stancò di fare la redattrice al mio fianco, arrivò da Trieste il suo sostituto, Giuseppe Lippi, oggi curatore di "Urania" e collaboratore di "Robot" sin dal primo numero. Giuseppe e io abbiamo sempre avuto preferenze divergenti nel campo della narrativa fantastica, salvo qualche amore in comune, però questo non mi ha impedito di apprezzare la sua preparazione e l'acutezza delle sue analisi. E il nostro rapporto personale era magnifico: discussioni sì, ma esclusivamente teoriche e su un piano di calorosa amicizia. Tanto che nel 1977 abbiamo scritto assieme il volume Guida alla fantascienza, pubblicato da Gammalibri l'anno successivo 12. E le giornate passate alle nostre scrivanie che si fronteggiavano erano colme di divertimento.
Intanto, le polemiche infuriavano virulente. La presa di posizione politica di "Robot" aveva scatenato malumori, come era evidente dal tono di certe lettere. Gianfranco de Turris e Sebastiano Fusco, tirati in causa da Guerrini per la loro gestione (di destra) delle collane di Fanucci, si fecero vivi con una lunga missiva (numero 22, gennaio '78), alla quale io risposi con tono tagliente. Sul numero successivo, Remo rincarò la dose in "Editoria e ideologia". Ma ormai si era arrivati al punto che qualunque cosa poteva diventare motivo d'attrito, dalla lettura di un film come apologia di tendenze reazionarie (la recensione di Danilo Arona a Rollerball) alle critiche alla gestione dello S.F.I.R. nel 1977 (in quel caso, fui io a stendere un articolo caliente), dai litigi su una convention mal riuscita (la MilanCon del 1976) agli accapigliamenti per il cambio dei titoli nella riedizione di alcuni classici della sf cinematografica. "Robot" si era trasformata in una specie di ring sul quale tutti se la davano di santa ragione; e io, che sarei dovuto essere l'arbitro, non lesinavo calci e pugni... E per quanto la polemica politica sia riuscita a far emergere dall'indifferenziato mare magnum dei lettori di sf prese di posizione nette, riflesse in un numero di "Contropinioni" e nell'uscita allo scoperto di gruppi come il collettivo "Un'ambigua utopia", ho proprio esagerato. Mi è mancato il senso della misura. Le stesse cose si sarebbero potute dire con altro stile, con savoir faire e pacatezza. Sarebbe stato enormemente meglio.
A riparlarne ora, un poco mi viene anche da ridere. O da sorridere. Penso che dietro quelle erculee maratone di litigate individuali e collettive ci fosse tantissima energia. In parte distruttiva, è vero, ma principalmente costruttiva. La grande dote che ci è mancata, a tutti quanti, è stata il senso dell'umorismo. Ci siamo presi troppo sul serio. Se solo ci fossimo ritrovati a farci una bella sghignazzata comune, quante pene ci saremmo risparmiati. E' che non ne eravamo capaci. Io per primo. Chi lo sa, se si producesse adesso un'antologia sul tema Il meglio delle litigate di Robot, magari sarebbe un grosso divertimento per chi volesse leggerla. Compreso chi di quelle zuffe è stato protagonista. Con tutti i lati negativi che si possono ascrivere agli eventi del tempo, furono un'esplosione di esuberante vitalità giovanile. Purtroppo incontrollata.
A posteriori, è insorta l'opinione che a determinare il crollo della rivista siano state queste polemiche, soprattutto quella scatenata da Guerrini. Io non lo credo. Posso ammettere che una certa percentuale di lettori ci abbia abbandonati per divergenze ideologiche, ma in una misura che ritengo marginale rispetto al crollo delle vendite che si verificò. Se continuarono a giungermi abbondanti dosi di improperi dai "nemici" che si divertivano a sbeffeggiare, di mese in mese, le nostre nuove malefatte, è evidente che non avevano smesso di comperarci. E se è vero che il 1977 è stato l'apice dei cozzi stellari, è altrettanto vero che per tutto quell'anno le nostre sorti in edicola hanno retto benissimo 13. Il degrado ha avuto inizio col 1978, un po' in ritardo direi per ipotizzare quel tipo di rapporto causa/effetto. La mia personale ipotesi è che "Robot" abbia subito le stesse identiche sorti toccate ad altre riviste e collane librarie che hanno prosperato per un anno o due, talora meno, e poi hanno dovuto chiudere perché il pubblico si era stancato. Annoiato. Quel che preferite.
E' facile imputare la responsabilità della defunzione della rivista al suo piglio polemico e alla sua connotazione politica, tratti identificabili da chiunque. Caso unico nella storia della sf in Italia. Se qualcuno sa spiegarmi perché tante pubblicazioni venute prima di noi (e dopo) abbiano fatto fini equiparabili senza essersi mai occupate, almeno in forma esplicita, di politica, e perché invece "Robot" dovrebbe essersi estinta in forza del suo peculiare carattere, magari potrò rivedere le mie idee. Sinora, e sono passati più di vent'anni, nessuno mi ha dato una risposta convincente. Resto in attesa.
La traiettoria discendente fu veloce. Le vendite si attestarono al di sotto delle 10.000 copie e andarono in calando nella primavera del 1978. Ricordo un tragico colloquio col nostro distributore che, porgendo ad Armenia i tabulati degli ultimi mesi, gli consigliò caldamente di chiudere la rivista. Giovanni ebbe un bel coraggio. Mi disse che non voleva chiudere, ma che evidentemente la formula non funzionava; bisognava trovare un'alternativa. L'unica cosa che riuscimmo a escogitare fu la traduzione di antologie compilate all'estero, per restare fedeli all'ideale del racconto, con quel poco di apparato critico e informativo che il numero di pagine avrebbe concesso. E così fu, a partire dal numero 30 (settembre 1978), ovvero La banca della memoria, il meglio della fantascienza apparsa in America nel 1976.
Per quel che mi concerneva, quello era quanto. La "Robot" che avevo ideato e portato avanti per oltre due anni non esisteva più. Ero stufo marcio di fare il pendolare, e l'idea di trasferirmi a Milano con mia moglie non mi passava nemmeno per l'anticamera del cervello: abituato come sono ai ritmi provinciali, sonnolenti, di Piacenza, per me quella città era (ed è) un incubo. E non sto a parlare delle incomprensioni tra Armenia e me, non poche e sovralimentate da due personalità terribilmente reattive. Cose che grazie a dio abbiamo superato. Senza dire niente all'editore, quell'estate presi contatto con "Urania" nella persona di Andreina Negretti. Tradussi per lei il mio primo Ron Goulart, La grande clessidra, e andò tutto bene. E così decisi di diventare il traduttore free lance che sono ancora oggi. Smettendo di viaggiare ogni giorno in treno per raggiungere il posto di lavoro.
"Robot", nella sua nuova formula e curata dal solo Lippi a livello puramente redazionale (tutte le antologie che vennero pubblicate erano state scelte prima del mio abbandono), sopravvisse fino al numero 40 (luglio/agosto 1979). Indimenticabile il robot accasciato che Festino dipinse per quell'ultima copertina. Il mio editoriale di addio apparve nell'ottobre 1978. Si intitolava "Ciao" ed era molto malinconico. Come lo ero io. Come lo sono ancora adesso, scrivendo di quel periodo oserei dire mitologico della mia esistenza.



1 Inardi, medico come Cassoli, era un beniamino del pubblico televisivo: era stato il campionissimo di uno dei giochi a quiz di Mike Bongiorno, Il Rischiatutto. Dotato di una memoria sbalorditiva, aveva vinto un montepremi gigantesco e fatto un'enorme pubblicità alla parapsicologia.
2 Alla metà degli anni Settanta, le fanzines erano rinate dalle ceneri, dopo la strage del 1968. Da allora hanno continuato a crescere e moltiplicarsi, superando spesso in qualità le loro progenitrici, anche grazie a una diffusione sempre più ampia di informazioni che nei Sessanta in Italia non erano reperibili.
3 Il catalogo, su supporto elettronico, è in vendita direttamente presso l'autore a questo indirizzo: Via Maggiate, 37- 28021 Borgomanero (Novara).
4 La prima volta che Silverberg mi scrisse firmandosi "Bob", gli risposi per esprimergli tutto il mio incredulo entusiasmo; e lui mi riscrisse: "Ehi, ma cosa c'è di strano nel chiamarmi Bob? Giusto ieri ho visto mia madre e mi ha chiamato Bob." Bob Bloch, che doveva essere una persona simpaticissima, mi spediva ogni tanto cartoline da un posto o dall'altro. Mi diceva: "Sono passato qui e ho pensato di mandarti un saluto." Che classe.
5 La Le Guin mi inviò il disegnetto di un gatto, che doveva rappresentare non ricordo se una sua precedente o futura reincarnazione, e un testo autobiografico in un italiano un po' buffo ma suggestivo.
6 La denominazione ufficiale era S.F.I.R, ovvero Science Fiction Italian Roundabout.
7 E' rimasta celebre la fotografia nella quale Sturgeon, accosciato, appare nudo. Solo un autore attento come lui a mettere a nudo la verità umana dei suoi personaggi poteva farsi ritrarre in una posa simile.
8 Armenia voleva inserire illustrazioni all'interno di "Robot" già dopo i primissimi numeri. Continuava a sollecitarmi perché facessi qualcosa, ma io non sapevo a chi rivolgermi. Poi arrivò in redazione la fanzine "Vox Futura", curata da Angelo de Ceglie, con copertina e disegni di Festino, e fu l'illuminazione. Col sesto numero, "Robot" passò da 128 pagine a 160, e aumentò il prezzo di copertina da 700 a 800 lire. Scriverlo adesso dà un po' i brividi.
9 Fu provvidenziale l'intervento del fan e scrittore Angelo De Ceglie, che per un lungo periodo ha letto i racconti dei nostri lettori e preparato le risposte da inviare loro del tutto gratuitamente. Angelo mi segnalava i lavori migliori, e io mi limitavo a scegliere tra quelli. Nemmeno il suo spirito di dedizione è però bastato a smaltire le tonnellate di dattiloscritti che ci sommergevano.
10 La giuria era composta, per entrambe le edizioni, da Giuseppe Caimmi, Inisero Cremaschi, Giuseppe Lippi, Gilda Musa, e da me.
11 Una cosa mi è sempre parsa piuttosto significativa: nei primi anni Settanta, sia in articoli sul "Bollettino SFBC" sia in introduzioni a "Galassia", avevo chiaramente espresso le mie propensioni marxiste, però non si erano registrate reazioni da parte dei lettori. Non esistevano né fanzines né il variegato panorama editoriale della seconda metà dei Settanta, uno dei periodi di boom della fantascienza qui da noi. In quel contesto, con ogni probabilità l'articolo di Guerrini sarebbe caduto nel dimenticatoio nel giro di un mese.
12 La stesura del libro mi venne richiesta dall'editore, a dimostrazione dell'interesse di cui godeva la fantascienza nel periodo. Tra il 1975 e il 1979 c'è stata una produzione intensissima di saggi dedicati alla sf, scritti in Italia o tradotti, e oggi siamo quasi al vuoto pneumatico. Tristezza.
13 Tanto che il fascicolo del novembre 1977, numero 20, con la copertina e gli articoli dedicati a Guerre stellari, fu lanciato in pompa magna da uno sbandieramento in edicola di trionfali locandine.


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