"WILLCOX"

di Carlo Randone

 

Willcox. Laghi di fango. Willcox. Pioggia acida, vento ghiacciato. Willcox. Aria di morte filo spinato baracche di ruggine e plastica. Proiettili ad altezza d'uomo.

Sono stanco, e ho freddo. Mi trascino da giorni sul ciglio di quella che forse era stata un'autostrada: qui la neve è più compatta, ed almeno non sprofondo fino alle ginocchia.

Un grosso topo incrostato di ghiaccio si getta in una pozza di bitume fumante, e si solleva una nuvola di vapore. La coda dell'animale sparisce nella melma, lasciando una piccola bolla in superficie, che scoppia subito dopo. E quella bolla mi scoppia infinite volte nella mente. Qualche altro migliaio di neuroni con relative connessioni sinaptiche è partito, per sempre. Non sono certo diventato un altro, per questo.

Zoppico: qualcuno mi ha venduto una batteria fasulla, e la gamba sintetica stenta a reggermi in piedi. L'altra è piagata dal freddo, e mi sta facendo un male cane. Ho le spalle indolenzite dallo zaino in kevlar che mi porto appresso: tutto ciò che possiedo.

L'enorme insegna al neon che ammicca tra la nebbia ha delle lettere bruciate: si legge qualcosa come "icox" oppure "lcox". Ma capisco lo stesso che sono arrivato. Quando me ne andai, tanti anni fa, Willcox faceva schifo, proprio come adesso. E' sempre stato un ottimo posto solo per andarci a crepare, e forse è stato proprio per questo che ci sono tornato. La guerra. Centinaia di piccole battaglie furiose letali mortali dilaniano strappano raffiche di mitragliatrice in lontananza. Sta nevicando, maledizione. ICOX icox ICOX lampeggia furiosa l'insegna. Oppure lcox LCOX lcox. Non frega niente a nessuno. In realtà non importava neppure a quelli che l'hanno montata, quella stramaledetta insegna. O a quelli che l'hanno usata da bersaglio per provare un fucile automatico.

Willcox è attraente come una tomba scoperchiata. Compresi i vermi e tutto il resto. Proprio come me l'aspettavo.

C'è un ragazzo che mi segue, da più di un'ora. Ha la testa deforme, gigantesca. Sento che si sta avvicinando, da dietro: deve aver notato la gamba sintetica, il mio passo incerto, lento. Lo strascicare del piede. Fa uno scatto e mi è alle spalle. La punta di un coltello mi preme sulla schiena. Vuole il mio zaino.

Ora in una pozza c'è il cadavere di un ragazzino mutante, oltre a qualche topo. Almeno avranno qualcosa da mangiare, per un po'. Ha fatto male a sottovalutarmi.

Raffiche di fucile. Cecchini. Dalle colline, come sempre. Sparano alla nebbia. Alle luci degli accampamenti nomadi. Si uccidono tra di loro, per sconfiggere la noia il freddo la tempesta di ghiaccio e di disperazione che sta ricoprendo tutto. Per sempre. Piango, per quel balordo di un mutante. E altre piccole bombe mi scoppiano nella testa. Sono stato cecchino anch'io. In questa stessa vita, mi pare.

Due carcasse di autobus piantate in verticale nella crosta di fango gelata delimitano l'ingresso di Willcox. Nessuno di guardia. Come tanti anni fa. Allora gli autobus avevano ancora qualche cromatura. Ora si stenta a capire che cosa fossero. Inutili reticolati corrono per le strade ridotte a a sentieri di ghiaccio e fango. Tanti anni fa avevo due gambe. E un aspetto decente. Ora non mi riconosco se per caso incrocio il mio sguardo in uno specchio. Se fossi più giovane potrei essere scambiato per un militare, per via degli abiti, degli scarponi e dello zaino che mi porto dietro. Ma gli abiti sono vecchi. Imbottiti con stracci. Ormai ho anche la faccia di un vecchio. Ma non ancora l'età. Ho anche i capelli lunghi, incolti. Riparano dal freddo.

Willcox: capoluogo della Confederazione del Nord. Da qualche parte in un grande posto che tutti chiamano Canadian, o qualcosa del genere. Che cosa sia la Confederazione non lo sa più nessuno, tanto meno io. Semplicemente non interessa a nessuno. E' più importante andare a caccia di topi e cani selvatici.

Il locale ha una temperatura quasi sopportabile. In compenso il puzzo di marcio e di carne bruciata fa vomitare. Ma sono stanco, e ho fame, nonostante tutto. E' strapieno. Quasi tutti abitudinari del posto, comunque. Non mi prestano la minima attenzione. Fuori sta facendo notte, e si intuisce che nevica solo osservando una delle poche luci in strada scampate ai cecchini, al gelo, al logorio del tempo.

Mi danno una stanza per la notte, da condividere con un mutante che saltella su un'unica gamba larga quanto le mie due legate insieme. Non è stupido, e riesco persino a scambiare con lui quattro parole. Quattro di numero, s'intende.

Sogno. Sogno di Willcox. Della mia infanzia. Della fuga da quel posto maledetto per raggiungere posti ancora peggiori, a combattere guerre di nessuno. Del mio ritorno. Sogno di dormire con un mutante monopede. Sogno di un mondo ricoperto dal ghiaccio dove gli esseri umani sopravvivono mangiando poltiglie di insetti, topi, cani. Sogno che sia tutto solamente un sogno. Sogno di un vecchio che mi racconta una favola. Una favola piena di colori. Il verde dell'erba. Il giallo del sole. Il blu dei fiumi, dei laghi, degli oceani. Sogno di un mondo bianco e grigio butterato da pozze fumanti di bitume nero. La neve è macchiata dal sangue di un ragazzino sgozzato. O lui o io. I topi gli strappano gli occhi. Un lauto banchetto. Il fucile ben oliato. Linea di mira. Teleobiettivo. Il dito che preme sul grilletto. Feed- back tattile. Qualcuno che cade in una piazza lontana, il cuore spaccato che si svuota colorando di rosso un tappeto di macerie. Il dito era il mio.

Questa mattina ha smesso di nevicare, e per le strade c'è persino un discreto movimento. Una slitta trainata da sei cani e due mutanti trasporta delle casse di munizioni e cibo in scatola, scivolando veloce ed indifferente sulle gambe inanimate di qualcuno che non poteva permettersi una notte al riparo. Un venditore di liquore sbraita e fa ubriacare dei nani che ora si rotolano nella neve fresca. Due vecchi si riscaldano bruciando del bitume nel bagagliaio squarciato di una carcassa d'auto. Ne sale un fumo denso, nero come le loro facce.

Il "Posto". Tutti lo hanno sempre chiamato così. E' attorno al Posto che è nata, cresciuta e morta Willcox. Questo, almeno, è ciò che mi pare di ricordare. Deve avermelo raccontato qualcuno quando ero molto, molto giovane. Il Posto è un grande spiazzo circolare di neve, asfalto e ghiaccio, circondato da due linee di filo spinato, butterato da resti di travi d'acciaio contorte e grandi blocchi di cemento armato con i tondini di ferro arrugginito piegati, strappati. Non è cambiato nulla, negli ultimi anni. O forse sì: ricordo che c'erano sempre un paio di guardie armate a fare la ronda attorno al perimetro. Ora sembra tutto deserto. Nessuno nei paraggi. A dire il vero sembra che tutta la parte di Willcox confinante con il Posto sia stata abbandonata. Non era così, tanti anni fa. Il filo spinato è strappato in più punti, e la neve lo ha ricoperto. Un tempo era proibito entrare nel Posto. Nessuno sapeva che cosa nascondessero quei grandi blocchi di cemento e quei resti che dovevano essere stati una torre, o qualcosa del genere. Era un tabù. E guardie armate erano state lì per decine di anni a ricordarlo a chi lo avesse dimenticato.

Nessuno in vista. Calpesto un cavo d'acciaio semisepolto nella neve, poi oltrepasso quello che resta di una barriera di filo spinato. Nessuna difficoltà. I blocchi di cemento e le travi sembrano molto più grandi, ora che ci sono in mezzo.

La pesante porta d'acciaio scardinata, la ripida scala. La luce della mia torcia elettrica che illumina pianerottoli sempre meno disastrati, man mano che scendo un numero impressionante di scalini: la gamba sintetica si lamenta come un mutante infuriato. Su di un pannello di plastica leggo "Livello 7". Tutto è così pulito, ordinato. Non fa neppure freddo, quaggiù.

Il corridoio è lunghissimo, e la mia torcia è inutile: le lampade incassate nel soffitto funzionano perfettamente. Si sente un ronzio lontano, sommesso. Alle pareti sono affissi dei pannelli luminosi con indicazioni che mi sembrano senza alcun senso. Vi sono immagini in movimento, schemi e numeri di ogni tipo su dei monitor. Non ne ho mai visti di funzionanti. A dire il vero non avevo mai creduto a chi mi raccontava a che cosa erano serviti, tanto tempo fa. Sono quasi alla fine del corridoio: davanti a me una porta d'acciaio. Una barriera semitrasparente mi scende alle spalle, silenziosa ed impenetrabile. La porta che ho di fronte si spalanca, in un attimo.

Ormai mi trovo qui da non so quanto tempo, e penso che se questa è davvero la morte, allora mi chiedo perché non l'ho cercata prima. Magari tornando a Willcox prima di perdere la gamba. Prima di ridurmi ad un fetido ammasso di stracci. Prima di perdere ogni speranza. E mi chiedo anche perché nessuno mi abbia mai preceduto, o seguito nel mio tentativo di scoprire il segreto del Posto. Potere dei tabù, forse.

Lei si chiama Lisa. Almeno così mi ha detto la prima volta che ci siamo visti, nel corridoio del Livello 7. Sostiene che io non posso più abbandonare questo posto, e cerca di rendermi la permanenza "confortevole", qualunque cosa voglia dire questa parola. Ora indosso un'uniforme nuova, simile alla sua. Provo qualcosa di speciale per Lisa. E' bellissima. Qui abbiamo centinaia di strane apparecchiature, e per ora sono riuscito a capirne la funzione solo di una piccola parte, grazie all'aiuto di lei. E non sono neppure riuscito a completare l'esplorazione di tutta la struttura in cui ci troviamo. Sembra illimitata. Sprofonda nel sottosuolo per decine di livelli, ognuno articolato come un labirinto: centinaia di sale con monitor e strumentazioni, controlli, pannelli con istruzioni che non ho ancora decifrato, magazzini di viveri. Non posso tornare indietro, e non lo farei comunque. Forse sono davvero morto, e non so di esserlo. Ma non è importante. Lei è importante, questo sì.

Non mi dimenticherò mai le sue parole, quando quella porta si spalancò improvvisamente, e mi ritrovai una specie di fucile puntato alla testa. Mi sono rimaste scolpite nella mente: "Fermo! Sei entrato senza permesso in una Zona di Sicurezza Alfa del Sistema di Difesa Willcox-NC. Io sono l'unità 762-LSA, programmata per la protezione di questo Settore. Seguimi per l'identificazione.". E poi delle parole frammentate, metalliche: "Errore di sistema. Malfun- zionamento controllo ego. Diagnostico 348-64L. ...Chiamami pure Lisa, amico. E' un sacco di tempo che non vedo nessuno nel Settore...". La sua voce si era fatta improvvisamente più calda, femminile. Ed abbassò il fucile.

Ancora oggi mi chiedo che cosa intendesse dire: non ha mai voluto spiegarmelo, e io ho smesso di farle domande da molto, molto tempo. Mi sembrava che la infastidissero, e non voglio farla stare male. Eppure, vorrei almeno riuscire a capire come Lisa possa continuare a sembrare sempre così bella, così giovane, così immutabile...

 

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