LO SPIRITO CUSTODE, di Giuseppe Longo

 

 

Le chemin des rocs est semé de cris sombres,
Archanges gardant le poids des défilés
– Pierre-Jean Jouve

 

I

 

Nella stagione dei giorni rapidi gli uomini amano stare nelle loro case di pietra. Chiudono porte e finestre, appendono un lume sotto la trave e attizzano il fuoco. Dai camini salgono volute di fumo biancastro che il vento straccia e porta con sé tra le nubi. Per le strade ghiacce e sonore cade una sera precoce e l'ultima luce del giorno si raccoglie in cima al paese, intorno alla chiesa. Al tramonto, dal cielo violaceo spirano più lunghe le folate del rovaio e l'oscurità sale per vicoli e scalette. Le strade deserte ci mettono malinconia e allora cerchiamo la compagnia degli uomini.

Benché i loro occhi umidi e pesanti non ci possano vedere, pure con non so che animalesco istinto a volte intuiscono la nostra presenza. Quando a sera ci aggiriamo presso le mense il loro cuore si smarrisce e con struggimento presago anelano a misteri che sono loro negati.

Più tardi, quando i loro corpi pesanti e avidi di piacere giacciono sotto le ruvide coltri e nelle case stagna il silenzio e le ultime bragi si consumano sotto la cenere, penetriamo nei loro sogni e li colmiamo di visioni. Nelle loro notti s'infiltrano reminiscenze e premonizioni che, come una rete invisibile e tenace, li impacciano e li turbano. Si agitano brevemente nel sonno, mentre noi ci dirigiamo verso i loro cuori per portarli nelle plaghe lontane dell'universo, dove non ci sono parole, dove il nulla si confonde col tutto e dove noi stessi sentiamo presenze invisibili che ci guardano con occhi pensosi.

Talvolta qualcuno di noi s'innamora di un uomo. Allora sta sempre con lui, vigila su di lui, guida le sue azioni e lo trasporta sovente in quelle lontane regioni per mostrargli i misteri del mondo e per renderlo consapevole dell'immensità dell'universo e delle sue infinite ricchezze. Anche di giorno spesso lo rapisce e allora gli altri uomini dicono che è pazzo o indemoniato, e ne hanno paura. Non credono ai suoi racconti, lo insultano e spesso lo tormentano e lo rinchiudono in carceri oscuri. Ma il nostro compagno ha cura del suo uomo e non permette che egli soffra troppo. Lo aiuta a sciogliersi pian piano dal suo corpo e affretta il momento della liberazione, quando senza timore egli potrà aggirarsi in quegli spazi sterminati laggiù, lontano da tutto, verso le plaghe serene dell'eterno. I pazzi sono, tra gli uomini, quelli in cui meglio ci riconosciamo, in essi batte l'ala del nostro spirito e nei loro occhi c'è un barlume d'immenso.

 

 

II

 

 

Era aggrappato a una roccia fredda e umida che cedeva al tatto come carne morta. Un forte vento lo investiva di fianco e faceva svolazzare la veste che indossava. Nella semioscurità baluginavano a tratti forme gigantesche e lontane che scomparivano lente tra bagliori verdastri. Non riusciva a muoversi, era pieno di un terrore cieco e bramoso che gl'impediva di ragionare. Si teneva afferrato a due sporgenze rotondeggianti, i piedi nudi infilati in un viscido pertugio.

Dietro e sotto di sé sentiva alitare un abisso incommensurabile e quel vento nero lo investiva con sospiri lunghissimi. Come in certi sogni cattivi, la vista gli si era velata, impedita da palpebre invisibili e grevi. Capiva di essere fuori, fuori dal mondo, fuori da tutto, in una regione inospitale ed estranea, in cui le vie consuete si erano smarrite e non restavano che freddi tremori e la paura. Quando il vento taceva, per l'oscurità senza nome si udivano rombi lontani, come di macigni che rotolassero verso il fondo di scoscese vallate. A tratti un grido riempiva lo spazio e si perdeva in lente riverberazioni, facendo palpitare le fosforescenze verdastre che roteavano lente. Lontanissimi fremiti agitavano la roccia che lo sosteneva e il vento riprendeva a soffiare forte, emergendo dal nulla.

Con grande sforzo staccò il viso dalla parete e sollevò lo sguardo. Non era solo: in quell'angosciosa mezza luce vide che in alto e ai lati, per tutta quella roccia scoscesa e tormentata, brulicavano altri esseri, aggrappati come lui, seduti su sporgenze, coricati in nicchie e anfratti, con le gambe nel vuoto o col capo all'ingiù. Esseri di tutte le forme, grotteschi, bellissimi o ripugnanti, alcuni vagamente umani o animali, altri stravolti e penosi. Alcuni parevano strisciare per quella bruna parete immensa, movendosi lentamente in tutte le direzioni, come mostruose lumache.

Sentì un freddo intenso avvolgerlo da dietro: una di quelle gigantesche meduse fosforescenti che galleggiavano nel vuoto gli si era avvicinata e diffondeva la sua fioca luminescenza verdognola sulla roccia butterata tutt'intorno. Lanciò un grido di terrore che coprì i brusii di quella folla sulla rupe. Ci fu un movimento di corpi, di arti, un agitarsi di teste, di membra informi; visi esitanti e curiosi emersero da grotte e fessure, tentacoli si protesero nell'oscurità, occhi incavati frugarono il vuoto, mentre la medusa si allontanava negli spazi e il vento riprendeva a lamentarsi contro la parete, gli faceva svolazzare la veste, gli penetrava nei capelli, negli occhi, scoteva il dirupo gelido e molle.

 

 

III

 

 

Nello studiolo gelido Karmel sedeva affranto sull'alto seggiolone di legno intagliato con lo scaldino sulle ginocchia. Dalla finestra entrava la luce scialba del mezzo giorno d'inverno che pioveva dalle nubi compatte e perlacee sul paesino arroccato. Dal cimitero vicino esalavano nel freddo intenso lievi vapori di morte e la croce sul campanile si stagliava gracile e nera come un giudizio.

Sul tavolo erano accumulati volumi, rotoli di pergamena e fascicoli polverosi. Altri libri e altri rotoli erano stipati su per un- alto scaffale che occupava tutta una parete. Gli occhi di Karmel erano fissi su una xilografia in cui si vedeva il Pellegrino Spirituale che scopriva un nuovo Mondo. Il Pellegrino aveva spinto la testa oltre i limiti del suo Universo, in cui si vedevano i segni confortanti e familiari del Sole e dei Pianeti, gli alberi, gli animali e i continenti, ed era penetrato in una regione fantastica e vagamente paurosa, popolata di segni indifferenti e ammonitori. Karmel guardava questa scena, in cui l'ignoto artista aveva certo trasfuso moti inarticolati dell'anima, reminiscenze ancestrali e aspirazioni presaghe verso l'ignoto. E ogni volta che rintracciava la strada che l'audace Pellegrino aveva compiuto per giungere dal suo mondo familiare fino all'altro, misterioso e allucinato, il suo cuore si stringeva nel ricordo di un'esperienza simile, che non riusciva ad affiorare alla coscienza.

Le mani di Karmel aderivano allo scaldino, il sangue scorreva lento nelle sue vene, la sua mente oscillava. Non sapeva se era vecchio o giovane, se la vita si fosse accumulata densa e copiosa alle sue spalle o se gli si stendesse davanti fulgida e intatta. Intinse la penna nel calamaio e prese a scrive il quinto capitolo del suo Trattato "Sugli Spiriti e la Loro Diffusione per l'Universo".

Poco dopo un soffio leggero gli alitò sulla nuca e con rassegnata apprensione sentì sulla spalla sinistra la solita presenza bramosa che lo inquietava ogni volta che si poneva al lavoro. Era come un'impalpabile proiezione della sua anima protesa verso il mistero e Karmel ne sentiva la vigile tensione guidargli la mano sui fogli che si accumulavano giorno dopo giorno.

 

 

IV

 

 

Alcuni uomini passano il loro tempo a scrivere. E' davvero strano come, con quelle mani pesanti e rugose, con quei densi inchiostri, riescano ad esprimere ciò che agita il loro cuore e ciò che immagina il loro cervello. Per noi è sempre fonte di meraviglia, e amiamo molto, quando un uomo scrive, stargli sopra la spalla e confrontare ciò che la sua penna verga con ciò che germoglia dentro di lui. E talvolta, pur con quella pesante armatura che è il suo corpo, riesce a intuire certe verità profonde che si librano negli spazi sconfinati dell'universo e che lui non ha mai visto.

Intorno al campanile lassù stanno i miei compagni, alcuni sono appesi alla croce nera, altri aderiscono immobili alle pareti o alle gelide campane. Anche sul cimitero ve ne sono molti, attratti da quel sottile vapore che ne sale. Stanno sulle tombe e per i vialetti come ombre diafane, si lasciano scivolare sulla ghiaia formando piccoli grovigli morbidi.

Io invece sono qui con Karmel, sto sulla sua spalla e guardo quello che scrive. Karmel scrive molto, quando non dorme scrive, scrive sempre. A volte tuttavia ciò che scrive non è vero. Quando scrive qualcosa di falso lo interrompo e lo porto con me per mostrargli come stanno veramente le cose...

 

 

V

 

 

Karmel cominciò a scrivere il quinto capitolo del suo Trattato e qualcosa nel fondo del suo essere si mosse debolmente. Per un attimo gli parve di aver già scritto quel capitolo, che era intitolato "Le Forme Spirituali ai Confini dell'Universo", ma ciò gli sembrò assurdo. Eppure non era la prima volta che aveva questa sensazione e talora, rileggendo certi suoi passi, vi aveva percepito risonanze ignote e sgradevoli, come se vi si fosse materiata una voce che non gli apparteneva. Anche certe asserzioni, fatte con una veemenza che non gli era solita, sonavano quasi blasfeme per lui che era tanto circospetto e prudente. Non c'erano, no, contraddizioni con le Verità rivelate: eppure, nelle mani di un teologo sapiente e malevolo, certe affermazioni avrebbero potuto essere usate contro di lui...

Karmel guardò il cielo grigio dove si stagliava il campanile. Intorno alla croce e alla cella campanaria pareva esserci una vibrazione inquieta, come quando sta per cadere la prima neve. Sulla sua spalla sinistra la curiosità spiava da profondità ignote.

Cominciò a scrivere:

"Benché ai confini dell'Universo per la nostra finitezza non sia lecito ad alcun uomo pervenire se non con l'imaginatione nostra e con l'aiuto dell'Onnipotente per Sua Virtù, come dicesi sia avvenuto ad alcuni Grandi Santi della Chiesa; tuttavia è lecito per forza d'analogia affermare la Presenza d'Ispiriti anche in quelle plaghe rimotissime da questa Terra ov'è stata posta la nostra dimora. Poiché nullo impedimento agli Spiriti il Massimo Fattore volle imporre, se non quello, che non urtassero contro i Suoi Attributi Divini, essi si espandono e abitano in quei Confini Ultimi come abitano presso di noi.

Lo scopo del presente Capitolo essendo quello di trattare specialmente delle Forme che essi Spiriti assumono laggiù, basti quanto fin qui ho scritto per sostenerne la Presenza, volendo io ora di fatto volgermi alla descrizione di dette Forme, che sono mirabili e insolite quanto mai la nostra debile mente et imaginatione potrebbono concepire".

S'interruppe. Da fredde profondità salivano verso di lui visioni che gli ridestavano un terrore recente e senza nome. Strinse le mani intorno allo scaldino, ma sentì l'umidore freddo di una parete rocciosa che cedeva qua e là come carne morta. E intorno a lui un brusio nella vasta penombra, e un vento nero che l'investiva... Intorno urlava l'orrore...

Andò alla finestra. Il cielo infoscava. Il muro grigio e i cupi edifici del convento di fronte formavano una massa fonda e tristissima. La stradina convessa saliva serpeggiando verso la chiesa. Il campanile si stagliava più scuro contro il cielo di dicembre.

Quelle forme di cui stava scrivendo egli le aveva vedute, e non capiva come. Ricordava confusamente di aver già cominciato a scrivere quel capitolo un'altra volta, ma quando? E allora quelle forme gli erano ignote, e per avere qualche idea aveva dovuto consultare i Padri della Chiesa e i trattati di demonologia e il Malleus Maleficarum. Ma ciò che aveva visto per quell'immensa parete bruna... Quelle forme verdastre che fluttuavano alle sue spalle erano così diverse da tutto ciò che aveva letto in quei libri... Tirò un gran frego su ciò che aveva appena scritto, prese un foglio nuovo e ricominciò:

"Capitolo Quinto. I Confini dell'Universo per qualche Grazia particolare essendomi stati mostrati, ho potuto di persona accertare tutta la meravigliosa e terribile Varietà e Dovizia che possono ivi assumere le Forme Spirituali. E ve ne sono per tutta la scoscesa Parete che segna il confine tra il nostro Universo e le Regioni di fuori, che ci sono assolutamente vietate, ed esse Forme strisciano nella penombra e si tengono aggrappate al dirupo come per tema di cadere per quello Spazio sconfinato e formidabile, benché certo cadervi non sia possibile poi che ciò significherebbe l'ingresso nel non essere, abitato da Forme ancora più orribili a vedersi..."

 

 

VI

 

Era di nuovo su quella parete lubrica, ma questa volta era in piedi sopra un mensolone a perpendicolo sul baratro senza fondo. Il vento era dileguato. Davanti a lui si allargava una concavità diafana in cui si accendevano qua e là gli sprazzi verdognoli di quelle immense meduse. Più lontano, talmente lontano che Karmel provò un brivido di orrore, s'intrecciavano in un vago chiarore strutture complicate e pesanti, come se i relitti schiantati di un naufragio immenso fossero stati ammucchiati e compressi e ora, immobili, attendessero il Giorno del Giudizio per ricomporsi in un grande vascello. Travi, costoloni, alberi, fusti, colonne e pilastri erano serrati in un ammasso grigiastro e indescrivibile, come a sostenere la pressione di una forza immane che spingesse, che spingesse per spezzare quella resistenza e avventarsi per la baluginante concavità verso il gran dirupo dove brulicavano tutti quegli esseri faticosi, tutte quelle creature della penombra.

Una delle meduse fosforescenti prese a scendere verso le profondità in cui si perdeva la roccia e poco dopo parve a Karmel che avesse colpito la superficie di un gran lago nero. Cerchi luminescenti si allargarono tutt'intorno e flaccide ondate vennero a lambire la mensola ai suoi piedi, alti spruzzi di un liquido nero e oleoso caddero per tutto, mentre la medusa trascolorava verso toni più pallidi, spegnendosi lentamente. I cerchi si movevano sulla superficie del lago verso quella lontanissima parete di travi e pilastri, ma prima che vi giungessero gli occhi di Karmel non riuscirono più a discernere la loro tenue luminosità. Qualcosa gli alitò sulla nuca e Karmel sentì la consueta presenza che gli si posava sulla spalla sinistra. Nell'ombra gli parve di scorgere un'ombra più fonda, che qua e là si sfilacciava in ammiccamenti e piccoli vortici. Fissò ancora le pesanti travature accatastate che sporgevano dal nero oceano nella lontananza innominabile, ma sentì che altri occhi più penetranti dei suoi scrutavano quell'orrida- vacuità, quello spazio tenebroso...

 

 

VII

 

 

Sono passati quindici anni da quando ho cominciato ad aiutare Karmel nella compilazione del suo trattato. Ora esso è concluso, e vi brillano le verità dell'universo che nessun altro ha mai visto con occhi umani e che col mio aiuto egli ha contemplato da presso. Come preziose gemme esse irradieranno la loro purissima luce nella mente e nel cuore di tutti gli uomini e Karmel sarà considerato il più grande di tutti i profeti e ancora in vita sarà amato e glorificato. Egli è molto stanco, smagrito, le sue notti sono inquietate dall'insonnia perché le visioni che ha mirato gli sfilano sempre davanti; i suoi brevi sonni convulsi sono pieni della mia presenza e di quella dei miei compagni. Si nutre pochissimo, ma io lo sostengo e reggo il suo corpo, che altrimenti da tempo avrebbe ceduto per questo sforzo sovrumano.

E' inverno, un inverno gelido e violaceo che si è aggranchito sulla cittadina e su tutta la campagna intorno. I viottoli sono duri di ghiaccio e tra le mura del convento sibila la tramontana diaccia. Karmel è nel suo studio, rischiarato appena dall'ultima luce del tramonto, e il fascio di tutti i fogli che ha scritto in tutti questi anni pesa sullo scrittoio. Intorno al campanile si aggirano come sempre molti dei miei compagni. Alcuni sono partiti, allontanandosi dagli uomini per andare a cercare altre creature, altri ne sono arrivati da mondi lontani. Per la viuzza qui sotto si avvicina un prete, il vento gli ulula intorno, schioccandogli il nero soprabito, la sciarpa nera. Dietro di lui strisciano molte forme spirituali, alcune sono sulle sue spalle e tra i suoi capelli, per quel particolare fascino che i preti esercitano su di noi. Egli sta venendo da Karmel, che l'ha fatto chiamare. Tra un po' si udrà il suo passo su per le scale di legno, poi si sentirà picchiare alla porta dello studiolo...

 

 

VIII

 

 

Il prete era alto, magro, i suoi panni sapevano di vento e di gelo, i suoi occhi ardevano di un'inflessibile carità. Karmel gli prese la mano ossuta, se la portò alle labbra:

- Padre, voglio confessarmi.

Gli occhi del prete lampeggiarono nell'oscurità, le ombre si addensarono fluttuando negli angoli polverosi. Si fece il segno della croce, sedette sulla vecchia sedia di Karmel, se lo fece inginocchiare vicino, sul pavimento sbreccato. Con un profondo sospiro si dispose ad accogliere le parole di quell'uomo macilento e febbrile. Fuori il vento rinforzava sibilando per il viottolo scosceso. La voce di Karmel era un soffio.

- Domine non sum dignus. Non mi confesso da quindici anni, ma nel mio cuore custodisco intatta la fede della Chiesa, ed essa mi ha dato la forza di chiamarvi in quest'ora che forse è l'ultima della mia vita terrena. Lo scorrere del tempo ha versato in me i germi di una rivelazione di cui il Signore mi ha fatto la grazia e di cui tramite mio, ma senza mio merito, beneficeranno tutti gli uomini.

Nel prete queste parole mossero un fondo di antica diffidenza e i suoi occhi frugarono intorno, come per cercare qualche presenza invisibile tra il tavolo e la finestrella. Karmel, irrigidito nella posa dell'umiltà, proseguì:

- Da quando nostro Signore s'incarnò per portarci con il Suo esempio e la Sua parola divina la Verità che, tramandata dagli Evangelisti, tutti ci illumina, nessuno ebbe più mai il privilegio di ricevere le rivelazioni che io, umile servitore di Dio, ho avuto in dono e in custodia.

Il prete sentì guizzare in queste frasi la coda squamosa dell'orgoglio, che trapassa tutte le muraglie. Un baluginare rossastro di fiamme infernali sembrò per un attimo avvampare in un angolo lontano. Il prete si volse di scatto scrutando l'ombra livida. Karmel a mani giunte abbassò ancor più la testa. La sua voce era un bisbiglio affannoso.

- Padre, ho visto, ho conosciuto, ho sperimentato. Dio e i suoi Angeli mi hanno dato la conoscenza, e mi hanno chiesto di riscrivere la Sacra Bibbia.

Con un grido rauco il prete balzò in piedi, si turò le orecchie con le mani ossute, si avventò pestando i piedi e gridò parole che sferzarono l'aria:

- Taci, taci! Serra quella bocca blasfema, non osare innalzarti al cospetto di Dio. Vade retro, Satana! E' il demonio che ispira le tue parole, disgraziato tra i disgraziati, miserabile tra i miserabili!

Gli occhi limpidi ed esausti di Karmel si alzarono lentamente a guardare la figura magra e gigantesca del prete che si contorceva in mezzo alla stanza, annerando l'ultima luce del giorno. Uno stupore senza uguali gli dilatò le pupille, le braccia gli ricaddero lungo i fianchi macilenti e stette come in attesa di un castigo. Una frescura sulla nuca lo rassicurò e sentì la consueta presenza sulla spalla sinistra.

Sul gran tavolo si levava la pila faticosa dei fogli che aveva vergato nei mesi e negli anni, riempiendoli delle verità o delle visioni che aveva contemplato mentre le forze a poco a poco lasciavano il suo corpo, mentre nel suo cuore il colore della vita, la gioia e la dolcezza oscillavano e si spegnevano, mentre intorno a lui la gente comune amava, godeva e soffriva. Levò il braccio scheletrito a implorare, e intanto dalla sua bocca amara uscivano parole di chiarimento, di saggezza, di sconforto, di speranza, di rassegnazione, di certezza. Parlò di Cristo, di Gabriele, rievocò il martirio di Pietro e del Battista, pianse sulla predicazione di Paolo, profanò il dogma della Trinità, sconvolse le parabole del Vangelo, bestemmiò i Troni e le Dominazioni, dissacrò le Virtù teologali, santificò la Vergine, benedisse Giuda, Pilato e San Marco, reinventò l'Apocalisse e narrò la Passione distribuendola nei sette giorni della Creazione.

Il prete fuggiva inorridito fuori della stanza, giù per le scale, correva nella sera sferzata dalla tramontana, facendosi il segno della croce e implorando l'inesorabile misericordia divina su quel pazzo indemoniato, su di sé, sul mondo.

In ginocchio sull'impiantito dello studiolo buio, coi pugni chiusi, la testa rovesciata all'indietro Karmel delirò, barbugliò, gorgogliò, finché la- sua voce si spense, e un nodo gli serrò la gola. Cadde riverso, battendo il capo leggiero contro la gamba del tavolo. Sopra di lui s'allargò lentamente un'ombra pietosa.

 

 

IX

 

 

L'Inquisitore, dal suo scanno intagliato, altissimo sopra il bancone a castello digradante ad anfiteatro, ascoltava in silenzio il resoconto del prete. Il suo viso impassibile era incorniciato dalle mani aperte a coppa, unite per i polsi bianchissimi. Sul tavolo alla sua destra era posata un'alta pila di fogli ed egli aveva passato cinque giorni e cinque notti a leggere quanto Karmel aveva scritto durante gli ultimi quindici anni della sua penosa esistenza. Un terrore immemore e cieco l'aveva agitato in quelle cinque giornate, il soffio dell'inconoscibile l'aveva gelato nelle midolla e più d'una volta le visioni deliranti di Karmel l'avevano spinto sull'orlo di una follia senza ritorno.

L'Inquisitore guardava il prete affilato, quegli occhi pieni d'implacabile devozione, le mani ossute che tracciavano nell'aria i segni scolpiti nel suo cuore dalle tremende parole di Karmel. Intorno al prete sedevano immobili i cinque Domenicani e i cinque Laici del Tribunale ristretto. In un angolo si levava un immenso braciere poggiato su un treppiede robusto, e arrossava la parete muffosa con il suo barbaglio palpitante.

Il prete tacque e guardò in viso l'Inquisitore.

L'Inquisitore aprì il fiore pallido delle sue mani, si alzò e tutti si alzarono con fruscio di vesti. Sopra il suo capo un gran Crocifisso nero pendeva come la promessa di un castigo. Puntò il braccio, la mano, il dito verso le vecchie carte di Karmel, poi lentamente, rotando il busto e la spalla, piegò il braccio e indicò il braciere, dove i carboni rosseggiavano tremolando sotto un velo di cenere. Il prete chinò il capo. Uno dei Domenicani si avvicinò al castello di legno, salì gli scricchiolanti gradini fino al tavolo, raccolse in una bracciata il fascio di carte pesante, si voltò e scese lentamente.

Nel cuore dell'Inquisitore voci blasfeme urlavano inarticolate minacce, e si allargavano i marosi di un orrore verdastro. Ai suoi occhi comparve una bruna parete dirupata che si levava a picco su un golfo concavo come l'infinito e buio come l'eternità. Su quella parete strisciavano lente in un'angosciata oscurità forme splendide e raccapriccianti, mentre al di là del nero abisso, in una lontananza allucinata, si levava un caotico intreccio di travi, di colonne e di fasciame, i relitti di un naufragio immenso...

Il Domenicano era giunto al braciere e il suo viso si affocava mentre lentamente protendeva le braccia, che erano colme dei fogli, delle visioni, della vita di Karmel. Sentì un soffio gelido sulla nuca e i primi fogli si mossero appena, come per un vento lieve. Rabbrividendo aprì le braccia e lo sfascio sollevò ceneri e faville, mentre dalla carta che si arricciava e si contorceva divampavano le prime fiamme rischiarando tutta la sala, il prete, i Laici, i Domenicani, su su fino all'Inquisitore immobile, fino al grande Crocifisso nero che risplendette come un carbonchio.

Nella mente dell'Inquisitore quelle voci urlavano più forte dentro l'oscurità senza fondo, in cui si torcevano e spasimavano teste, braccia e tentacoli. La vista gli si annebbiò. Stordito, vacillò e si dovette afferrare ai braccioli del suo grande scanno di legno scolpito. Per l'aria che rosseggiava nel crepitare del rogo, gli parve di vedere il balenare di un lampo più chiaro, e sentì che qualcosa di leggiero, tenace e disperato si posava sulla sua spalla sinistra e guardava le fiamme con lui, ma con occhi infinitamente più acuti dei suoi.

 

 

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