LA RIVOLTA DEGLI SGORBI, di Claudio Tinivella

 

 

- Gli sgorbi sono tutti alla Moschea - disse Jakim, lo sceriffo della Capitale.

Il Regnante si stupì.

- E cosa ci sono andati a fare? - chiese.

Lo sceriffo allargò sconsolatamente le due braccia anteriori.

- Non si sa - rispose - Ma la cosa è preoccupante. -

Ovviamente non disse che gli sgorbi erano dei miscredenti, poco più evoluti degli animali, e che una loro massiccia conversione all'unica autentica religione era pancamente improbabile. Del resto, parlando tra maschi (e maschi adulti, per di più, che avevano gia avuto la sventura di generare) non c'era bisogno di essere espliciti.

Il Regnante aggricciò la pelliccia dorsale, un riflesso involontario di cui era preda quando cadeva in meditazione. Lo sceriffo rimase educatamente in attesa, ma dopo che il silenzio si fu protratto per parecchi minuti tossicchiò e chiese:

- Allora, cosa dobbiamo fare? -

Il Regnante trasecolò.

- Cosa vuole che facciamo? Gli sgorbi sono cittadini liberi, mi pare. Possono andare dove vogliono.-

-Ma... -

- Si limiti ad aumentare la sorveglianza. E non dimentichi che mancano meno di dieci giorni all'inizio del kelmen. Se c'è un momento poco adatto a dimostrazioni di forza, è proprio questo. -

 

 

Mi trovavo su Kilgur solo da poche settimane, ma avevo già iniziato a odiarlo con tutto me stesso. Un mondo povero, sprovvisto di attrattive turistiche o ambientali, dominato dall'ignoranza e dai pregiudizi. Davvero un bel posto per iniziare la mia carriera!

Cercavo di non pensare al fatto che dovevo rimanere su quel pianeta per ancora quasi un anno. Passavo le mie giornate fingendo di portare avanti l'incarico che mi era stato affidato, e per svagarmi facevo lunghe passeggiate in bicicletta.

All'ambasciata erano tutt'altro che felici per quella mia stravaganza. Lo stesso ambasciatore capo un giorno mi convocò nel suo ufficio e mi spiegò i pericoli a cui mi esponevo scioccamente. Io promisi di essere prudente, di non allontanarmi troppo dalla Capitale, ma il pomeriggio stesso me ne andai fino ai Monti di Sasso e tornai a notte fonda.

La mattina in cui conobbi Tilk-Immit stavo appunto partendo per un'escursione. Con lo zaino in spalla percorrevo a bassa andatura un viale di periferia, nel quartiere riservato ai neutri. Era la prima volta che attraversavo quella zona della Capitale, e a dire il vero ci ero arrivato sbagliando strada.

Tilk-Immit se ne stava seduto su uno sgabello davanti a una capanna che sembrava costruita da un geometra ubriaco. Scorgendomi, alzò lo sguardo su di me e scoprì i denti.

Sulle prime mi spaventai, poi rammentai che per i neutri quel gesto era una forma di saluto. Lo imitai e subito distolsi lo sguardo, ansioso di allontanarmi da lui. Con la coda dell'occhio, però, lo vidi sollevarsi. Fui tentato di alzarmi sui pedali e andarmene velocemente, ma non lo feci. Attesi chc mi si affiancasse.

- Uomo umano - mi disse, col vocione roboante tipico della sua specie - Posso farti una domanda? -

Attese che assentissi.

- Cos'è questo veicolo? E come funziona? -

Glielo spiegai, e lui mi invitò in casa sua a bere un kate. Contravvenendo a tutte le più elementari norme di prudenza, accettai.

 

 

Della capanna di Tilk-Immit rammento ancora ogni più piccolo particolare. L'odore, innanzitutto. Un odore sulle prime sgradevole, ma a cui ci si abituava rapidamente. E la morbidezza del pavimento, ricoperto da uno strato di tappeti colorati. La luce soffusa, proveniente da quattro candele appese alle pareti. E, incancellabile nella memoria, il parlottio di sottofondo dei suoi kurni, gli animaletti domestici che i neutri amano tenere con sé.

Non c'erano mobili, là dentro. Per sedersi si utilizzavano delle stuoie, che probabilmente servivano anche come letti, e per mangiare o per bere si appoggiava tutto sul pavimento.

Tilk-Immit era un neutro di mezza età, appena uscito dal periodo fertile. Mi raccontò di aver portato a termine dieci gravidame, con una smorfia che non seppi come interpretare.

Con voce lenta e misurata, mi parlò della miseria in cui lui e i suoi fratelli erano costretti a vivere, di come fossero esclusi da tutto e ci si ricordasse di loro solo quando si doveva compiere l'atto della fecondazione.

Parlò quasi sempre lui. Io ascoltavo in silenzio, interloquendo raramente per dichiararmi d'accordo, e gustando il kate che mi offriva. Era la prima volta che bevevo un kate così buono, e forse esagerai. Alla fine mi ritrovai con la testa che girava. Quando risalii in bicicletta ebbi parecchie difficolta a tenere la strada, per cui ritenni saggio tornare ai miei appartamenti.

 

 

Fu la sera stessa o quella successiva che Sarah venne a trovarmi? Non lo so, ho qualche difficoltà a ricordare con esattezza gli avvenimenti di quei giorni. Il kate di Tilk-Immit doveva contenere qualche sostanza allucinogena, perché rimasi a lungo confuso, staccato dal mondo e dalla realtà.

Comunque, Sarah venne da me e si fermò tutta la notte. Facemmo l'amore, naturalmente, e poi parlammo del più e del meno. Lei mi confesso le sue frustrazioni di funzionaria senza più ideali. Io le parlai dei miei sogni. Lei mi rivelò qualche piccolo segreto sugli ormians, e io, per ricambiare, le raccontai il mio incontro con Tilk-Immit. Lei mi scrutò sorpresa per alcuni istanti, poi scoppiò a ridere.

- Sei stato a casa di un neutro - mi sussurrò, posandomi il capo sulla spalla - E' considerato sconveniente, lo sai? Se lo viene a sapere lo sceriffo ti toglie il saluto. -

- Non capisco cosa ci sia di così divertente. -

Lei si fece seria d'un tratto.

- Già. Non c'è nulla di divertente. Anzi, ho paura che... -

Non terminò la frase. La invitai a continuare, ma lei scosse il capo.

- Di cosa hai paura? - insistei.

- Niente. Notizie riservate. E' meglio che non ti immischi. -

Capii che era inutile insistere. Del resto, Sarah ricopriva un incarico di una certa importanza, all'ambasciata, e aveva i suoi informatori. Oltretutto, lei era su Kilgur da parecchi anni, e ci sarebbe rimasta a lungo, forse fino alla pensione. Il suo riserbo era comprensibile.

- Perché non vieni anche tu a trovarlo? - le chiesi, pensando di metterla in dif6coltà.

- A trovare chi? -

- Tilk-Immit. Il neutro. -

Lei mi guardò come avrebbe guardato uno scarafaggio. Temetti fosse addirittura sul punto di schiaffeggiarmi.

- A trovare il neutro? - disse. Per un istante parve attraversata da un dubbio, poi esplose in una risata.

- Perché no? - disse, strizzandomi l'occhio - Aspetta. Domani no, ma dopodomani sono di riposo, dovrei avere la mattinata libera... -

 

 

Lo sceriffo Jakim inspirò a fondo prima di affrontare il Regnante. Le notizie che portava non erano buone, e sapeva che il sovrano era facile all'ira. Doveva sforzarsi di esporre i fatti con la massima serenità.

Il Regnante lo guardò entrare e lo seguì per tutto il tragitto che lo condusse davanti a lui. Nei suoi occhi lo sceriffo lesse qualcosa di spiacevole, di ostile.

- Le cose non vanno bene - esordì, cercando di dare alla propria voce il tono caldo e flautato che sapeva sfoggiare nelle occasioni importanti - Nessuno sgorbio ha ancora firmato i moduli di accettazione. -

Il Regnante si tirò su. Ora lo sceriffo vedeva chiaramente la tensione che attanagliava il suo corpo.

- Lo so - replicò, con voce stanca - E temo che nessuno di loro si presenterà di sua spontanea volontà nei nostri uffici. -

Lo sceriffo atteggiò la bocca in un gesto di grande stupore.

- Cosa intende dire? -

Il sovrano estrasse da una tasca un frammento di pergamena e lo porse allo sceriffo. Questi lesse e lo restituì al Regnante. Nel suo sguardo dominava la più grande incredulità.

- Non possono fare questo - mormorò.

Il sovrano scosse i muscoli dorsali. Sembrava sul punto di esplodere.

- Lo fanno - replicò.

- Dobbiamo impedirglielo - si accalorò lo sceriffo - Dobbiamo farli ragionare. Farò arrestare i capi della rivolta. Li metterò di fronte alle loro responsabilità... -

Il Regnante si distolse da lui.

- Ecco, lo faccia. Lei ha carta bianca. In un modo o nell'altro deve risolvere questa faccenda. E presto, prima che sia decretato il kelmen. -

 

 

Quando io e Sarah raggiungemmo il quartiere dei neutri (in carrozza, stavolta, perché lei non era disposta ad andare in bicicletta), trovammo una grande animazione. Le strade erano affollate, nelle piazze i capannelli si formavano e si scioglievano a una velocità impressionante.

La nostra comparsa non suscitò un grande entusiasmo. Tutt'altro. Gli sguardi che ci venivano indirizzati erano al contrario niente affatto amichevoli. Più di un neutro attraversò la strada davanti a noi con passo indolente, guardandoci con aria di sfida. La cosa mi mise in imbarazzo, ma Sarah sembrò non farci caso.

Trovare l'abitazione di Tilk-Immit si dimostrò meno semplice del previsto. Fu solo al terzo tentativo che individuai la strada giusta, appena un attimo prima che Sarah iniziasse a innervosirsi.

Purtroppo Tilk-Immit non era in casa. Un suo vicino ci disse che era uscito da poco e non sapeva quando sarebbe tornato. Lo aspettammo per una ventina di minuti, poi, visto che non arrivava e si stava facendo tardi, ce ne andammo.

Sulla via del ritorno Sarah era letteralmente furibonda. Avevo visto il suo umore incupirsi progressivamente durante l'inutile attesa, ma non immaginavo che prendesse cosi male quel mancato incontro. Chissà, mi dissi, forse aveva notato qualcosa che a me era sfuggito.

Le chiesi perché fosse cosi arrabbiata. Lei rispose solo quando fummo fuori dal quartiere.

- Non hai visto? - mi disse - Si è nascosto per non farsi trovare. -

La sua affermazione mi colpì come un pugno nello stomaco.

- Come fai a dirlo? -

Lei agitò una mano, come a significare "non importa", e continuò a guidare in silenzio. Mi lasciò davanti a casa mia e se ne andò senza nemmeno degnarmi di un saluto.

 

 

Era notte fonda, una notte senza lune così buia da aver paura a metter fuori la testa. Stavo dormendo placidamente, quando fui destato da un battere insistente alla finestra della stanza.

Spaventato, accesi la luce e rimasi alcuni istanti in ascolto. Il battito si ripetè, solo un po' più smorzato. Mi alzai e mi accostai alla finestra.

- Chi c'è? - chiesi, senza alzare la voce.

Nessuna risposta. Attesi ancora un poco, poi socchiusi le ante. Qualcosa cadde sul terreno. Mi sporsi e, alla debole luce che filtrava dalla stanza, scorsi per terra un rotolo di pergamena. Prima di chinarmi per raccoglierlo mi guardai attorno: non si vedeva nulla; c'era un silenzio da mettere i brividi.

Col cuore in tumulto richiusi la finestra e andai a leggere la pergamena.

Era di Tilk-Immit. Si scusava per il mancato incontro dell'altro pomeriggio e mi chiedeva di andare a casa sua, da solo, il mattino seguente.

Per il resto della notte non riuscii più a prendere sonno. Continuavo a chiedermi come diavolo avesse fatto il neutro ad arrivare fin lì con quel buio, e senza essere fermato dalla milizia.

 

 

Se solo avessi immaginato le conseguenze di quel secondo incontro, quel mattino avrei girato la bicicletta e me ne sarei andato da tutt'altra parte. Magari al lago, o su in collina nella zona delle vigne. Lontanissimo dal quartiere dei neutri, comunque.

Tilk-Irnmit mi aspettava in compagnia di due suoi simili. Più giovani di lui, ancora nel pieno della fertilità. Me li presentò come suoi nipoti.

Bevemmo del kate, ovviamente. Molto kate. Dapprima cercai di limitarmi, ma dopo un po' cominciai a sentirmi invulnerabile, e da lì in poi presi a bere come una spugna.

Anche i tre neutri dovevano essere abbastanza ubriachi, penso. Le loro voci si erano fatte meno roboanti, piene di fischi e di suoni imprecisi, e le loro teste ciondolavano come fossero prive di controllo.

Come in un sogno ascoltai i loro discorsi, le recriminazioni, i sogni e i progetti pazzeschi che mi esposero parlando a turno. E alla fine feci la cosa più idiota che potessi fare. La prima cosa che in quel momento mi passò per il cervello. Dissi:

- Ascoltatemi. -

Riesumai dai ricordi scolastici un pugno di idee rivoluzionarie, di quelle che risalgono ai tempi storici, e gliele spiattellai, credendo di divertirmi alle loro spalle.

E loro, dopo avermi ascoltato con gli occhi che luccicavano, tutti e tre a turno mi strinsero in un abbraccio possente, mi sfiorarono la fronte con la bocca e mi fecero toccare una parte del loro corpo piuttosto repellente.

Sulla via del ritorno, volando a parecchi chilometri dal suolo, esilarato e privo di peso, pensai che avrei dovuto farmi spiegare da Sarah il significato di quei gesti.

 

 

Quella sera stetti cosi male che temetti di morire. Una reazione del mio corpo all'eccesso di kate, probabilmente. Fui ricoverato nell'infermeria dell'ambasciata e sottoposto a una lavanda gastrica. Dovetti anche sorbirmi una lavata di capo del medico di turno, che mi ricordò i pericoli insiti nell'assunzione di cibi e bevande autoctone.

Sarah venne a trovarmi il mattino seguente. Era pallida e aveva due profondi solchi sotto agli occhi, ma si sforzò di mostrarsi sorridente.

- Ti trovo bene - mi disse.

Demmo vita a un breve scambio di luoghi comuni, quel genere di conversazione così tipico degli ospedali. Notai che lei sembrava avere la mente altrove. Mi parlava, ma era come se pensasse ad altro. Per attirare il suo interesse le chiesi cosa significassero i gesti compiuti dai neutri al termine del nostro incontro.

- Sei stato di nuovo da loro? - mi chiese, squadrandomi con quella che mi parve un'occhiata di rimprovero.

Dovetti ripeterle per tre volte l'esatta sequenza dei gesti, prima che lei si decidesse a rispondermi.

- E' una forma di giuramento. Il più sacro per loro, a quanto ne so. Mi sembra strano che lo condividano con uno straniero. -

Si sedette sul lettino e prese a vivisezionarmi con lo sguardo.

- Ora il problema è: che cosa ti hanno fatto giurare? -

Fui costretto a risponderle che non potevo dirglielo. Anche perché, devo ammettere, non lo sapevo nemmeno io. Questo la mandò su tutte le furie.

- Vorrei ricordarti - mi disse - che c'è una disposizione precisa che proibisce ai membri dell'ambasciata di immischiarsi negli affari interni degli ormians. Ci sono pene molto severe per i trasgressori. -

Attese in silenzio che l'informazione si facesse strada nel mio cervellino, ma quando vide che non palesavo reazioni di sorta sbuffò e aggiunse:

- Sei un incosciente. Spero per il tuo bene che non ti stia cacciando in qualche brutto pasticcio. Potrebbe essere difficile anche per noi rimanerne fuori. -

Se ne andò quasi di corsa, senza lasciarmi il tempo di giustificarmi.

In effetti, aveva ragione lei. Gli ormians non vedevano di buon occhio la nostra presenza, la accettavano unicamente per i benefici economici che ne ricavavano. Se però avessimo iniziato a dare fastidio, non era escluso che ci facessero far fagotto in quattro e quattr'otto.

Tutt'altro che contento di come si stavano mettendo le cose, uscii dall'infermeria e mi accinsi ad affrontare quello che doveva rivelarsi come il più brutto giorno della mia vita.

 

 

-Non pensavamo fossero armati - mormorò lo sceriffo, prostrandosi. Il Regnante gli fece cenno di rialzarsi.

- Le avevo detto di sorvegliarli - disse, gonfiando i pettorali.

- I nostri agenti sono stati catturati. Quando abbiamo tentato di liberarli sono iniziati gli scontri. -

Il Regnante si alzò e comincio a ciondolare per la stanza. Di tanto in tanto volgeva il capo verso lo sceriffo, fulminandolo con lo sguardo.

- C'è altro? - chiese infine, arrestandosi di colpo.

Lo sceriffo parve rimpicciolire.

- Nella Moschea c'e anche uno straniero. Un uomo umano. -

Il sovrano sobbalzò. Divenne paonazzo.

- L 'hanno rapito? -

- Sembra che ci sia andato di sua spontanea volontà. -

L'urlo del Regnante fece tremare i lampadari.

- Voglio parlare con i loro capi. Al più presto. Se uno solo di loro è coinvolto in questa vicenda, ne pagheranno le conseguenze... -

 

 

Arrivai a casa e trovai la porta aperta. "Che stupido", pensai, "Mi sono dimenticato di chiuderla".

Entrai tranquillo, ma dopo pochi passi mi sentii afferrare da un numero imprecisato di robuste braccia. Una voce sonora mi sussurrò all'orecchio: - Stai calmo. Non vogliamo farti del male. -

Non volevano farmi del male, ma intanto le mie ossa scricchiolavano sinistramente.

- Devi venire con noi - aggiunse un'altra voce.

- Ci vengo da solo - riuscii a esalare, con una tale sofferenza nella voce che avrebbe impietosito un mercenario - Non c'è bisogno che mi costringiate. -

La stretta si allentò, ma solo di poco.

- Nessuno deve vederti - aggiunse la prima voce.

In men che non si dica mi sollevarono e mi infilarono in un sacco puzzolente. Il sacco venne sigillato con del nastro adesivo, dopodiché mi sentii sollevare e trasportare in avanti; infine fui lasciato cadere su una superficie dura e fredda. Pochi secondi di attesa, poi ci muovemmo.

Tra sobbalzi e scossoni, viaggiammo per almeno mezz'ora. Dopo i primi momenti di panico, il furore si impadronì di me. Mi stavano rapendo, pensavo. Nonostante il giuramento a cui mi avevano subdolamente costretto, non si fidavano di me.

Stramunente, non provavo alcuna paura. Ero solo molto arrabbiato, in parte incredulo. Non capivo cosa diavolo volessero da me, e avevo una gran voglia di farmelo spiegare da Tilk-Immit a forza di schiaffi.

 

 

Alla fine, sempre troppo tardi rispetto ai miei desideri, il sacco fu aperto. Cercai di balzare fuori con agilità, ma il lungo tragitto in quell'incomoda posizione mi aveva intorpidito i muscoli e per poco non caddi al suolo.

Eravamo in una grotta, notai. Attorno a me, in silenziosa attesa, stavano non meno di duecento neutri, con gli occhi traboccanti di illusioni fissi su di me.

Tilk-Immit era seduto su uno scranno di pietra. Si alzò per venirmi incontro e mi abbracciò.

- Ti chiedo scusa per i metodi sbrigativi dei ragazzi - mi disse - Ma non possiamo permettere che scoprano il nostro covo segreto. -

Mi offrì del kate, ma quando gli spiegai che quel giorno non intendevo berne parve offendersi. Assunse un atteggiamento diffidente, distaccato, e lasciò che parlassero due neutri più giovani.

Ascoltai le loro parole cercando di mantenermi impassibile, ma dentro di me mi sentii crollare il mondo addosso. Quelli stavano preparando una rivolta, e si aspettavano che io collaborassi con loro! Di più: confidavano in me perché insegnassi loro cosa fare!

Al termine della loro esposizione balbettai qualche scusa puerile e finsi di aver bisogno di un po' di tempo per elaborare una strategia vincente. In effetti, speravo solo di trovare il modo di fuggire e togliermi d'impaccio.

Aveva avuto ragione Sarah. Mi ero cacciato nei pasticci, e non sarebbe stato facile tirarmi fuori.

Mi feci dare una pergamena e pregai che mi lasciassero solo. La pergamena me la portarono immediatamente, ma quanto a lasciarmi solo non presero nemmeno in considerazione l'eventualità.

Nel tentativo di rilassarmi mi misi a scribacchiare delle frasi senza senso. Tilk-Immit mi sbirciava da dietro le spalle, e la cosa mi innervosiva. Per essere sicuro che non capisse cosa scrivevo utilizzai l'alfabeto e la lingua terrestri.

Dopo un po' cominciai a fantasticare. Avevo bisogno di distogliere la mente dai pensieri cupi che la stavano imprigionando. Dovevo trovare una via d'uscita, ma non potevo farlo con quella pressione psicologica addosso.

Senza sapere bene perché, mi trovai a immaginare una serie di iniziative che avrebbero potuto favorire la riuscita della rivolta. Innanzitutto bisognava individuare un punto vulnerabile del nemico, annotai, ricordando le lezioni di strategia terroristica ascoltate al tempo dell'Università. Per esempio, li su Kilgur, il palazzo del Regnante, o meglio ancora la Moschea. Sì, la Moschea poteva essere il luogo ideale per un attentato dimostrativo. Un luogo altamente simbolico.

Nella mia mente si delineò nitida la strategia. Quasi per gioco ne trascrissi i punti salienti.

Occupare la Moschea, innanzitutto. Poi minarla, e minacciare di farla saltare se non fossero state accolte le richieste dei rivoltosi. E poi...

E poi fui scosso da un brivido. E se qualcuno dei neutri fosse stato in grado di decifrare l'alfabeto terrestre? Mi guardai alle spalle. Tilk-Immit stava leggendo i miei appunti e ridacchiava soddisfatto.

Istintivamente feci per cancellare quanto avevo scritto, ma il neutro, con un gesto repentino e forse rabbioso, mi sottrasse la pergamena. Allungai una mano per riprenderla, ma il cerchio dei neutri mi si strinse attorno. Il sibilo di decine di gole mi comunicò un principio di irritazione che ritenni prudente non sfidare.

Tilk-Immit si allontanò con la pergamena. Quando provai a seguirlo fui bloccato daHe braccia forti e muscolose di alcuni giovanotti.

Rassegnato, mi lasciai a cadere al suolo e cercai di cancellare dalla mente le immagini di rovina che vi si stavano affastellando.

 

 

In quel momento mi sembrava di essere in una situazione disperata. Non sapevo ancora che più tardi le cose sarebbero peggiorate.

Dopo che Tilk-Immit, seguito da un codazzo di suoi simili, se ne fu andato dal covo, i neutri rimasti con me iniziarono a innervosirsi. Si misero a discutere animatamente.

Subito non prestai orecchio alle loro parole. Quando lo feci capii che l'argomento di discussione ero io. Molti di loro erano tutt'altro che contenti del fatto che mi avessero portato lì. Qualcuno pronunciò la parola "profanazione". Altri dissero che non importava, tanto non ne sarei mai uscito vivo...

A questo punto si scatenò un diverbio. Le opinioni erano discordanti, ma tutti sembravano confidare nella saggezza di Tilk-Immit.

Quando infine il loro capo (perché non c'erano dubbi, ormai: Tilk-Immit era il capo dei rivoltosi) fece ritorno la discussione riesplose. Si alzarono voci che chiedevano la mia immediata soppressione, per impedire che potessi tradirli. Altri, più saggiamente, fecero notare che la mia scomparsa avrebbe attirato l'attenzione degli sbirri. Ci sarebbero state indagini approfondite, e gli altri uomini umani avrebbero dato una mano allo sceriffo.

Quella eventualità fu sufficiente a raffreddare gli animi. Notai, con evidente soddisfazione, che noi uomini eravamo molto temuti dai neutri.

Alla fine stabilirono che potevano lasciarmi andare. Per evitare che potessi intralciare i loro piani, però, decisero che non dovevo tornare subito alla Capitale. Tilk-Immit accennò alla mia bicicletta e nominò la regione delle paludi. Disse che aveva un'idea.

Così mi impacchettarono nuovamente e mi trasportarono per parecchie ore. Quando feci per uscire dal sacco mi diedero una gran botta in testa e se ne andarono.

Disteso al suolo con un dolore sordo alla base del cranio, tutto ciò che potevo vedere erano i rami secchi di un cespuglio di kifris e le ruote della mia bicicletta, abbandonata a poca distanza da me. E tutt'intorno un odore di acqua marcia, un odore così penetrante da farmi venire la nausea.

 

 

La donna umana fece il suo ingresso nella Sala Reale in compagnia dello sceriffo. Il sovrano la attese torreggiando dal suo trono, rigido e pallido per la collera.

- Cosa ci fa il suo compagno uomo umano nella Moschea insieme agli sgorbi? - le chiese, senza nemmeno lasciarle il tempo di inchinarsi nell'abituale gesto di sottomissione.

La donna umana si strinse nelle spalle.

- Non lo so - rispose - Volevo andarglielo a chiedere personalmente, ma i suoi agenti me l'hanno impedito. -

Il sovrano fulminò con lo sguardo lo sceriffo, che abbassò il capo.

- Ce n'è già uno di loro, là dentro - tentò di giustificarsi questi - Temevamo che anche lei volesse unirsi ai rivoltosi.

- La donna umana spalancò gli occhi.

- Unirmi ai rivoltosi? Sapete benissimo che non ci è permesso immischiarci nelle vostre questioni...-

- Il suo compagno ha inpanto quella norma. -

- Forse no. Forse c'e qualche altra spiegaziane. Lasciatemi parlare con lui. Può darsi che questa faccenda si risolva... -

Il Regnante si sedette pesantemente.

- Le concedo un giorno di tempo. Se entro domani sera il suo compagno non avrà lasciata la Moschea, sarete tutti responsabili di quella che accadrà. -

 

 

Quando riuscii a rimettermi in piedi, barcollando per il dolore e per la nausea, non mancava molto al tramonto. Feci una rapida analisi della mia situazione, e conclusi che ero praticamente fottuto. La bicicletta aveva una ruota sgonfia, e in ogni caso non mi sarebbe servita a nulla sul terreno paludoso. Inoltre si stava levando la nebbia della sera, e non avevo la minima idea di dove mi trovassi e come fare per tornare verso la Capitale.

Trascorrere la notte in quel luogo era semplicemente fuori discussione. Era così umido che avrei rischiato di marcire. Senza contare il freddo.

Dovevo muovermi, dunque. Andare da qualche parte. Purtroppo quella zona abbondava di sabbie mobili e altre trappole del genere. Anche di giorno, con la luce del sole, sarebbe stato difficile venirne fuori. Di notte poi...

Per mia fortuna, però, poco prima del tramonto spuntarono due lune. Cercai di farmi coraggio, e conducendo la bicicletta per mano (non potevo lasciarla lì, non me lo sarei mai perdonato) mi incamminai.

Fu una notte da incubo. Percorsi chilometri e chilometri con il fango alle ginocchia. Feci anche un bagno in una pozza d'acqua per fortuna non molto profonda. Diedi fondo al mio repertorio di bestemmie e di imprecazioni, e un paio di volte fui anche sul punto di mettermi a piangere.

All'alba, quando il sole iniziò ad asciugarmi i vestiti e il terreno a farsi più solido, incrociai una strada lastricata. Riparai alla bell'e meglio la ruota bucata, ripulii dal fango i miei pantaloni e le mie scarpe e mi misi in marcia.

Avevo riconosciuto il luogo dove mi trovavo: ero a più di cinquanta chilometri dalla Capitale.

 

 

Giunto a casa, come prima cosa mi feci una lunga doccia calda. Mi cambiai d'abito, mangiai qualcosa e poi mi distesi sul letto per riflettere. Dovevo fare qualcosa, ma non sapevo cosa.

Sul letto, mi bastò chiudere gli occhi per addormentarmi. Dormii per il resto della giornata, di un sonno duro e privo di sogni.

Quando mi svegliai impiegai parecchi minuti per ricordare cosa mi fosse successo. Dapprima me ne rimasi disteso a fissare il soffitto, chiedendomi cosa ci facessi a letto a quell'ora.

Il ricordo mi colpì come una frustata. Mi sentii avvampare, e fui sul punto di essere travolto da un'ondata di furore. Mi alzai in fretta e furia, ma al momento di uscire mi fermai perplesso.

Cosa diavolo volevo fare? Andare dallo sceriffo per avvertirlo delle intenzioni dei neutri? Un sospetto atroce si fece strada nella mia mente. Se avevano voluto allontanarmi dalla Capitale era perché intendevano agire subito. Forse a quell'ora la Moschea era già piena di neutri...

In quel caso dovevo andare da loro, mi dissi. Convincerli a desistere. Quel piano non avrebbe mai funzionato.

O forse sì? Cosa avrebbero potuto fare le autorità contro la minaccia di far saltare la Moschea? Attaccarli? E se i neutri avessero messo in atto la loro minaccia? Ero quasi certo che Tilk-Immit l'avrebbe fatto.

Sarebbe stata una tragedia. Molto peggio di quel che avevo pensato ideando quell'assurdo piano.

Non solo la Moschea sarebbe stata distrutta. L'intera popolazione di neutri della Capitale sarebbe morta. Questo significava: niente kelmen. Cioè niente cuccioli per i prossimi anni. E le femmine che sarebbero impazzite dal dolore per la perdita degli ovuli non fecondati.

Una catastrofe epocale. Originata dalla mia stupidità.

Ricordo che per un poco considerai anche l'ipotesi del suicidio. Non sarebbe servito a nulla, ma almeno poteva salvare il mio onore.

Poi però pensai che c'era un modo per fermare quella follia. E che forse ero ancora in tempo per fare qualcosa.

Avrei dovuto rischiare, però. Rischiare la pelle, e anche qualcosa di più.

Era notte quando uscii, ma la città era rischiarata da lunghe processioni di torce.

Davanti alla Moschea c'era uno schieramento discreto ma folto di agenti della milizia. Quando passai in mezzo a loro e mi avvicinai all'entrata principale mi squadrarono con espressioni incuriosite, ma non cercarono di fermanni.

All'interno c'era una ressa indescrivibile. La quasi totalità dei neutri della Capitale si ammassava negli ampi locali destinati al culto e nei lunghi corridoi tappezzati di immagini sacre. Il pavimento era ingombro di corpi, e nell'aria stagnava una puzza di sudore e di marcio che rendeva fastidioso il respiro.

Non c'erano altre persone, oltre ai neutri, e questo era comprensibile. Nessun maschio avrebbe accettato di condividere un locale con individui del terzo sesso, se non nel corso dell'atto di fecondazione e per il tempo strettamente necessario a completarlo. E le femmine frequentavano la Moschea solo durante le cerimonie loro riservate.

Mi feci largo a fatica fra i corpi sudati, fino a che incontrai l'ostacolo di un paio di giovani che mi fecero segno di fermarmi.

- Voglio parlare con Tilk-Immit - dissi.

I due si guardarono in modo strano, poi allargarono contemporaneamente tutte le braccia.

- Tilk non è qui - rispose uno dei due.

- E anche se ci fosse non credo voglia parlare con te - aggiunse l'altro.

Sembravano molto decisi. Ed erano anche piuttosto robusti. Feci per proseguire passando loro a fianco, ma mi bloccarono con facilità e mi ricacciarono indietro.

- Credevo che l'accesso alla Moschea fosse libero - dissi.

Queste parole li disorientarono. Parvero riflettere sul loro significato, e io pensai di approfittare di quell'attimo di incertezza per superarli, ma proprio allora la folla iniziò a ondeggiare. Risuonarono alcune urla disperate. Tutti i neutri attorno a me si alzarono in piedi e cominciarono a spingere, in varie direzioni. Feci appena in tempo ad accostarmi alla parete che si scatenò il fuggifuggi.

In breve la massa dei neutri si ritirò nelle sale interne della Moschea. Un drappello sbucò da un corridoio laterale e andò a piazzarsi vicino all'ingresso. Con orrore vidi che erano armati di mitra e pistole artigianali.

Ci fu una breve sparatoria, poi, lentamente, tornò la calma. Ne approfittai per entrare nella sala centrale del tempio. Là, sopra all'altare, scorsi per un istante Tilk-Immit, ma i suoi scagnozzi lo circondarono e lo nascosero alla mia vista.

 

 

- Hanno minato la Moschea - annuncio lo sceriffo, con voce atona e scoraggiata - E minacciano di farla saltare se non accettiamo le loro richieste. -

Il Regnante era allungato sul trono, gli occhi gialli e la pelle del viso flaccida.

- Sarebbe la nostra fine - disse.

Lo sceriffo assentì in silenzio.

- Ma se non accettiamo, sarebbe anche peggio. -

Nuovo silenzio.

- Lei non ha idea di quante coppie altolocate mi hanno già chiamato. Ci sono femmine che solo all'idea di non trovare uno sgorbio disponibile al momento dell'ovulazione si fanno venire gli attacchi isterici. -

Lo sceriffo si schiarì la voce.

- C'è molta apprensione in giro - confermò.

Il Regnante emise un sonoro sospiro.

- Anche mia moglte, mi ha fatto una scenata... -

Lo sceriffo roteò gli occhi, come per dire: "le femmine sono fatte così".

Cambiando improvvisamenfe tono di voce e atteggiamento il Regnante chiese:

- E la donna umana che fine ha fatto? E' riuscita a portare fuori il suo compagno dalla Moschea? -

- Sono parecchie ore che è entrata - rispose lo sceriffo - E nessuno I'ha ancora vista uscire. -

 

 

Li seguii, naturalmente. O almeno: tentai di seguirli. La Moschea era un labirinto di sale e di cunicoli, e i neutri sembravano conoscerla molto meglio di me. Inoltre la ressa nei corridoi era tale che per proseguire dovevo spesso scavalcare o aggirare mucchi di corpi distesi scompostamente.

Per fortuna avevo dormito a lungo, quel giorno. Non avevo sonno. Anzi, la rabbia che mi spingeva si faceva di minuto in minuto più forte.

A ripensarci adesso non capisco bene il motivo di quella rabbia. Dopotutto i neutri non è che mi avessero fatto nulla di particolarmente cattivo. Forse mi avevano usato, d'accordo, ma avevano tentato di tenermi fuori da quella faccenda.

E alla fin fine avevano le loro ragioni. Vivevano in uno stato di vera e propria "apartheid" e volevano liberarsi. Cosa c'era di sbagliato?

Niente. Li inseguii per gran parte della notte e, dopo un breve riposo, per l'intera mattinata. Alla fine li trovai. O forse furono loro a farsi trovare.

- Sarai affamato - mi disse Tilk-Immit, venendomi incontro e porgendomi una tazza di kate. In quel momento tutta la mia rabbia svanì di colpo. Capii che io non c'entravo niente con loro, che ero uno stupido, o meglio un incosciente, come aveva detto Sarah, e che l'unica cosa da fare sarebbe stato tornarmene a casa e fregarmene di quella ridicola rivolta e degli ormians e di tutto il resto.

L'avrei anche fatto, se non mi fossi sentito improvvisamente così stanco. Per questo accettai volentieri la tazza di kate, e il pezzo di focaccia che uno degli scagnozzi di Tilk-Immit mi offrì.

E dopo la prima tazza ne accettai una seconda. E poi una terza. E così via.

E quando la stanchezza fu svanita dai miei muscoli e la testa mi era diventata così leggera che avevo quasi paura volasse via, sentii il desiderio di cantare qualche canzone. Ne ricordai alcune molto antiche. Canzoni di protesta, dei tempi in cui c'era ancora gente che sognava rivoluzioni.

Le cantai. Notai che avevano un effetto euforico sui neutri. A mezza bocca, con le loro voci non allenate, cercavano di venirmi dietro.

Sarah mi trovò così, ubriaco perso e circondato dalla massa dei neutri, che cantavo antiche canzoni quasi dimenticate.

Mi schiaffeggiò per farmi tornare in me, ma quando mi portò via stavo ancora cantando.

Nel ricordo, mi pare di aver cantato per l'intero tragitto verso casa, e poi ancora mentre mi stendevano sul letto. Anche dopo essermi addormentato, credo, continuai a cantare.

 

 

Quando mi svegliai ero già sulla navetta. Impiegai un tempo spaventosamente lungo per afferrare il significato di quel fatto.

Chiamai Sarah, ma lei non rispose.

Chiamai ancora. Nessuno mi rispose.

La navetta si muoveva veloce. Il mio corpo stava già perdendo peso, solo i legacci che mi tenevano ancorato al lettino mi impedivano di svolazzare per la stanza.

Allora capii. Capii, e per poco non mi misi a piangere.

Ero riuscito a farmi cacciare da Kilgur, dopotutto. Mi stavano rimandando indietro. La mia carriera di funzionario extra-terrestre si stava concludendo ingloriosamente.

Cristo, pensai. Potevano almeno lasciarmi vedere come andava a finire.

 

 

- Non ci resta altro da fare, allora - mormorò il Regnante.

Lugubremente, lo sceriffo annuì.

- Ebbene, facciamolo. -

Lo sceriffo si afflosciò su se stesso.

- Nulla sarà più come prima - disse.

Il Regnante si lisciò la pelliccia addominale.

- Lo so. Nulla sarà più come prima. -

Lentamente, svogliatamente, premette un pulsante. Un maschio in alta uniforme fece il suo ingresso nella Sala. Osservò dritto negli occhi il Regnante, poi si portò la tromba alla bocca e soffiò. Dalla piazza antistante altre trombe risposero all 'unisono.

Il Regnante si alzò dal trono, rigido, severo, e fece un cenno al maschio in uniforme.

Questi si voltò e abbandonò la sala.

Senza guardarlo negli occhi, il sovrano disse allo sceriffo:

- Andiamo a incontrare quel pazzo. -

Le trombe nella piazza quasi coprirono le sue parole.

 

 

 

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