CLIPS

di Eduardo J. Carletti, 1994

 

Eduardo Julio Carletti è nato a Buenos Aires, in Argentina, nel 1951. Lavora come ingegnere elettronico. Ha pubblicato il suo primo racconto nel 1985 su di una rivista messicana. Sue opere sono state pubblicate in Argentina, USA, Messico, Spagna, Polonia, Venezuela, Cuba e Uruguay. Ha vinto numerosi premi. I suoi autori preferiti sono Cordwainer Smith, Theodore Sturgeon, Bruce Sterling, Philip K. Dick, James Patrick Kelly. Questo è il suo primo racconto pubblicato in Italia.

Amore

È una discarica di spazzatura tecnologica. O sono i resti di qualche genere di battaglia del futuro? Un essere di metallo dall’aspetto umano sta appoggiato contro una delle pareti arrugginite e osserva l’arrivo di una bellissima donna. Lei è gracile e felina, ma con occhi tristi. Si avvicina, osserva l’uomo con interesse, sorride e poi comincia a togliersi i vestiti con lentezza, al ritmo di un blues elettronico. L’essere con forma di uomo fa scivolare i suoi occhi-telecamera dalla capigliatura dorata e abbondante di lei alle sue gambe impressionanti, che adesso sono completamente in vista. Lei continua a spogliarsi, mentre sorride con insolenza. Il vestito cade al suolo e l’uomo-macchina osserva l’ondeggiare dei suoi magnifici seni. La telecamera si sofferma per lunghi istanti su quei capezzoli che sembrano chiamare a gran voce una lingua. Poi si muove rapidamente, si appunta sul pube, sul delicato ombelico, sul viso perfetto. Essa, ora del tutto nuda, sorride con maggior larghezza, alza una mano, solleva la pelle da una delle sue dita e mostra, ridendo, il metallo brillante che si nasconde al di sotto. Poi si sfila la pelle dalla testa, come se fosse un guanto, tirandola col braccio con un soave movimento, carico di sensualità. Nel blues, la chitarra grida. Bastano pochi secondi. Lei rimane assolutamente sprovvista di epidermide. Una gracile figura, felina, brillante e metallica, che sorride all’uomo di metallo mostrando gelidi denti di titanio. L’uomo rimane tranquillo. Non lascia trasparire nulla dal suo volto inespressivo. All’improvviso, alza una mano che in realtà è un orribile moncherino con solo tre dita e si strappa brutalmente una lastra di alluminio dal viso. Sotto di essa si scorge un pezzo di pelle, due occhi arrossati, una lacrima appena visibile che scivola lentamente fino al suolo.

 

Solitudine

La ragazza guarda tutto il tempo pellicole d’amore, cortometraggi con le collezioni dei baci più famosi della storia del cinema, scene di coppie che si abbracciano e si scambiano effusioni, vecchi film a colori, in bianco e nero o addirittura muti. Non è che sia una malata né una solitaria. Conosce ragazzi con facilità. È alta, bionda, molto ben fatta e più che carina. Il suo atteggiamento è insolito, ma non è pazza. Ha un desiderio interiore che non riesce ad esprimere, difficile da far capire agli altri; una ansietà che, conoscendola, non sembra impossibile da soddisfare. Quello che desidera è semplice: vuole che i ragazzi si comportino come gli attori dei film. Purtroppo non ha fortuna: i suoi amici sono molto più pratici degli uomini del passato che appaiono nelle vecchie pellicole, e hanno molto meno tempo. Cercano solo di dare un bacio e poi passare rapidamente a quello che gli interessa realmente.

Gli incontri sbagliati si ripetono. Lei li spinge via, se li toglie di sopra, richiude il suo vestito, impreca fra di sé. Un giorno un ragazzo qualsiasi, sorprendentemente e senza che lei se lo aspetti, le regala un fiore. Essa si sente felice; è un gesto che non si attendeva, un dettaglio che le fa credere, all’improvviso, che lui possa essere quello che cercava. Escono a passeggiare con l’auto di lei. Si fermano di fronte al mare, sulla scogliera. Lui la bacia con dolcezza per alcuni secondi e poi, ansioso, le infila la mano sotto al vestito. Il soave violino della musica di sottofondo accelera. Lei si indigna, si volta, si allontana, lo colpisce sul naso violentemente con il pugno chiuso e poi, approfittando della confusione del ragazzo, lo spinge fuori dall’auto. I violini adesso sono molti, il loro tempo diventa frenetico e aumentano di volume con un grido che fa pensare ad animali rabbiosi e al dolore. Piano elevato. La ragazza è furibonda. Richiude la portiera con un colpo secco, preme l’acceleratore bruscamente e se ne va slittando, ferita nel più profondo. Lui la saluta con un gesto di burla e ride.

Lei si ferma vicino a un boschetto, scende dalla macchina, tira fuori l’androide dal baule, lo fa sedere al suo lato e lascia che la baci con dolcezza, esattamente come lo ha programmato.

 

Impotenza

È un ragazzo dal volto grigiastro e dai jeans rammendati. Sta sudando in modo tale da sembrare più fuori posto nell’ambiente High Tech sterilizzato della reception che uno sterco di vacca nella hall d’ingresso di un hotel a cinque stelle. Il giovane entra proprio quando inizia la musica di fondo: un robusto colpo di tamburo, un ricamo del basso e il tintinnare dei piatti. L’uomo alla porta lo osserva e grugnisce: il ragazzo è uno schifo e sembra sul punto di svenire. Ad ogni modo, non pensa di aiutarlo. Volta la testa e prosegue la lotta che ha intrapreso con il programma di scacchi di un videogame da quattro lire. Il giochino geme e ride fra le sue dita con stridenti rumori allacciati. Il ragazzo porta una grande cassa di cartone ricoperta in tutti i suoi lati da quegli strani geroglifici che di solito coprono le casse di imballaggio. Fra i segni indecifrabili di quell’alfabeto straniero si riconoscono solo tre grosse lettere: CPU. Si avvicina al grande tavolo di plastica della reception, appoggia i suoi polpacci avvolti nella tela distrutta del jean sull’angolo arrotondato del retro del tavolo, come eseguendo un ultimo movimento di capitolazione, e lascia la cassa là sopra. La stampante della reception spara una piccola tessera di plastica, che il ragazzo osserva per un instante e poi ripone nella tasca della camicia. La tesserina contiene una breve scritta che dice: Vale pEr 50 gramMI dI algHE OMOGENEIzZaTE. La banda musicale, frattanto, fa sentire alcuni suoni elettrici molto distorti, che scivolano con asprezza: una chitarra hawaiana arrochita e irriconoscibile.

Il ragazzo entra nello sgabuzzino di un metro e cinquanta per due che serve da laboratorio a una decina di apprendisti. Si lascia cadere sulla vecchia poltrona spelata del capo, appoggiando le sue scarpe impolverate sul tavolo. Socchiude gli occhi, mezzo addormentato dalla stanchezza. La finestra gli lascia vedere una sottile striscia di luce solare che si infrange sulla parete scrostata del vicolo. Guarda attraverso il vetro e, per puro caso, vede passare una ragazza dai seni magnifici, duri ed eretti, che ballonzolano sotto alla camicetta color giallo rabbioso. La ragazza lo vede, volta un poco il capo e, sorprendentemente, gli sorride con generosità. Il ragazzo sente che il cuore gli scoppia. Si alza di colpo, con l’intenzione di uscire e seguirla, ma una nausea improvvisa lo fa vacillare e vedere l’aria che ondeggia, come se guardasse attraverso tonnellate di acqua. Compie uno sforzo per avanzare fino alla porta, ma gli risulta impossibile. Deve tornare a sedersi. Aspettare.

Passa un minuto e la nausea svanisce. Adesso il ragazzo, che si sente un po’ meglio, si accarezza i contatti sulle tempie e chiude gli occhi. Si immagina la ragazza che gli si avvicina nuda nell’alone violaceo del suo appartamento. Sente che il suo ventre si incendia. Il suo membro si indurisce e non può più resistere. Attiva il computer con una manata, si inserisce i sensori con mano tremante e penetra nella RV. Preme i pulsanti a una velocità che solo lui può raggiungere e sceglie rapidamente le opzioni del tracer per far sì che si materializzino le forme voluttuose della ragazza. Nessuno è abile come lui: regola controlli di Hue fino a ottenere il giallo giusto della camicetta e la forma esatta dell’ombra dei suoi enormi seni sopra la stretta cintura. Alla fine connette il sound e la fa ballare con entusiasmo per lui. Cinque minuti più tardi si rilassa, ansimando, sulla sedia. La chitarra strascina suoni aspri, acidi.

Prima di uscire, e come fa sempre, annota una tacca in più sulla sdrucita lista di carta del computer che ha collegato alla parete del suo appartamento virtuale.

 

Odio

È una scena oscura. Anche la musica che accompagna le immagini lo è: suona un organo da chiesa, immenso, profondo, con note basse e sostenute. Non ci sono altri strumenti. Il vecchio entra nel suo ufficio lussuoso, si precipita sul sedile anatomico, ordina un piccolo lunch e si china con avidità sul rapporto. Il rapporto gli dice quello che supponeva: le copie sono arrivate all’età matura, hanno già impiantato in loro le memorie corrispettive e adesso aspettano la sua visita. Dopo avere mangiato senza troppa voglia, scende al quindicesimo piano sotterraneo del palazzo della sua azienda.

I cloni sono nudi, tremanti dal freddo, legati alle loro sedie. Sono sani e forti, tali e quali se li è sempre figurati. Un uomo e una donna comuni, lei bionda, lui castano scuro, in parte belli, con quelle due facce che non ha mai conosciuto, quelle facce che nascondono dentro a loro le copie di quei cervelli che devono aver pianificato insieme, molti anni prima, l’abbandono di un bimbo appena nato.

Il vecchio li osserva in silenzio, chiude gli occhi per un instante, sente un grosso dolore che sale dal suo ventre. Quegli individui che non conosce fecero le due cose più importanti e più rilevanti della sua esistenza: donargli la vita e dargli, altresì, la motivazione che lo ha portato dalla triste posizione di anonimo bambino internato in un asilo di orfani a padrone di una delle maggiori aziende del mondo. A parte quello, non può provare nulla per loro: né amarli né odiarli. Vorrebbe farlo ma, purtroppo, non riesce ad applicare l’immagine dell’odio a quei due esseri pallidi e tremanti. Non può immaginarli più che come quel che sono, come una reincarnazione tecnobiologica sulla quale rovesciare, artificialmente, la sua rivincita tanto desiderata. Per la parte più profonda e viscerale del suo stanco cervello i suoi genitori continuano a essere, in realtà, quei resti secchi e fragili che ha fatto esumare da un cimitero dopo decenni di ricerche. È una questione di puro istinto, e non può intellettualizzarlo. Non ha importanza che da quei resti siano stati estratti i dati per la ricostruzione, per la copia. I suoi genitori sono quello: polvere e ossa, ma non due tremanti, giovani e pallidi corpi nudi legati ad una sedia.

Apre gli occhi, con i pugni stretti. Il suono dell’organo si abbassa ulteriormente; fa tremare le pareti. I cloni cercano di sorridere, forzatamente, credendo forse che in quel modo riusciranno a cambiare un destino che già conoscono, che capiscono molto bene, dato che una parte della cerimonia ripetuta per la centesima volta consiste nello spiegare loro ciò che succederà. Il vecchio si siede, li guarda senza dire nulla, senza far caso ai gesti che gli fanno o a quelli che non gli fanno, per ore. Poi osserva per un instante l’opaco uomo di vigilanza, gli dà il triste ordine e si ritira. L’organo indugia su una nota bassa, lugubre, che si prolunga interminabilmente, mentre cala di volume fino a perdersi. Suonano alcuni timpani amorfi, smorzati. Il vecchio si allontana vacillando. Non ha trovato la forza di sfogare la sua sete di vendetta. Lo sa bene, se lo ripete più volte all’interno della sua mente torturata. Una volta di più non ha avuto la forza di ucciderli, di ucciderli con le sue proprie mani, per vendicarsi una buona volta e terminare quella sudicia commedia. Senza dubbio crede, deve credere, si impone di credere che non può vacillare, che non può abbandonare i comportamenti rigorosi di una guerra interiore che dura da più di settanta anni, che non deve perdere, in nessun modo, le speranze.

Prima di andarsene dal suo grigio ufficio, legge lentamente, con un gesto di amarezza che potrebbe sembrare un sorriso, il rapporto sullo sviluppo dei cloni della generazione successiva.

 

Morte

Lei apre gli occhi come se le costasse un grande sforzo. Lui sa che è così, che le costa uno sforzo immenso, ma non lo direbbe mai, non si permetterebbe mai di farlo notare. Lei si solleva, gli tende le braccia, cerca il suo calore, smette di tremare. Si allontanano dalla camera vacillando, abbracciati, sorridendo appena. Lui le offre un calice, ma lei lo rifiuta con un soave gesto della mano. Poi si siede, chiude gli occhi, torna ad aprirli, attira la mano di lui e la appoggia sul suo seno. C’è una musica lenta, a basso volume. È un pianoforte soave e quasi impercettibile. Lui vorrebbe baciarla, desidera baciarla, ma aspetta alcuni secondi. Quando alla fine lo fa, nota che lei continua a tremare.

Torna a offrirle il calice. Questa volta lei accetta. Allunga la mano e, lentamente, vuota il liquido sulle ginocchia di lui. Lui non dice nulla, la osserva. Il pianoforte suona adesso un po’ più forte. Lei trema. Riprendono a baciarsi, con dolcezza, ma solo pochi istanti. Di colpo lei si irrigidisce e si scosta con violenza. Lui si rattrappisce, guarda i suoi occhi terrorizzati. Lei boccheggia, inghiotte aria con disperazione, emette alcuni suoni terribili. Lui chiude i pugni, stringe i denti, lotta con un grosso nodo che cerca di formarsi nella sua gola.

Tentando di dissimulare i suoi dolorosi sentimenti, si accosta a lei e la bacia sulla guancia, con soavità e tenerezza. Lei allontana un poco la testa, lo guarda per l’ultima volta con l’orrore nello sguardo e comincia a lottare con il respiro, che si trasforma in orribili rantoli. Lui capisce che il tempo è terminato, che è arrivato il momento.

Accarezza i suoi capelli, la sua fronte, le sue guance, la sua nuca, fino ad arrivare al contatto che le hanno fissato alla base del cranio. La spegne. Lei cade come una bambola, lui la afferra e la alza come un bambino. La porta nella camera di congelamento, la adagia, chiude la porta, tenta di non piangere. La musica si smorza, termina, svanisce. Silenzio.

Lui preme i pulsanti e rimane a guardare la faccia di sua moglie fino a che la coperta plastica si appanna. Poi torna nella sala, si siede su una poltrona, beve un bicchiere dopo l’altro, in silenzio. Lei è morta, ma non da quel momento: è morta da molti mesi. Il rianimatore neurale che le hanno impiantato ha svolto la sua funzione, una funzione per la quale ha pagato con tutto, tutto quel che aveva. E anche se adesso vorrebbe gridare e colpire qualcuno fino ad ucciderlo, in realtà non può lamentarsi: il sistema ha funzionato, il suo scopo era di darle alcune ore in più da condividere prima che i neuroni di lei si esaurissero, e questo è esattamente quello che il sistema ha fatto.

La prima volta che la destò parlarono a lungo, ascoltarono musica e poi fecero all’amore. La seconda volta lei si sentiva molto stanca, così che rimasero nella camera e tornarono ad amarsi, con tranquillità, soavemente. La terza volta poterono solo conversare e baciarsi un paio di volte. La quarta si scambiarono appena poche parole, accarezzandosi. La quinta volta, così come spiegava la parte del manuale di cui lui non aveva voluto tenere conto, le sue cellule cerebrali si erano esaurite e lei, allora sì, dovette morire per la seconda, per l’ultima volta.

(traduzione dallo spagnolo di Claudio Tinivella)

 

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