"LESLIE"

di Carlo Randone e Marco Perello

 

Leslie. Cosi mi dicesti di chiamarti. Quanto tempo è passato, ormai? Anni, forse. Anni di notti insonni, trascorse a contare le gocce di pioggia che si staccano dai vetri dell'auto e volano via. Passate a girare ogni vicolo della città, nella speranza e con la paura di rivederti. Piove ancora sul mio taxi del turno di notte. Come quella volta che ti incontrai. Piove sempre, in questa città.

La centrale mi trasmise un indirizzo, nel distretto di Yuzumi. Qualche vicolo sperduto, ricordo. Non era neppure inserito nel sistema di guida. Faticai a trovarti, Leslie. Era una sala da gioco, una bisca clandestina. Tu eri lì fuori, ad aspettarmi, avvolta da una lunghissima striscia di fibra traslucida, all'ultima moda del momento. Avevi dei lunghi capelli bruni, quella notte. E ti desiderai ancora prima che i fari dell'auto ti illuminassero completamente. Ti volevo, Leslie. E non sapevo neppure il tuo nome.

Ora quel locale non c'è più. Tutto il quartiere è stato demolito per costruire un nuovo centro commerciale. Conosco bene il posto. Ho passato mesi a cercarti, dopo quella notte.

Volevi che ti portassi lontano, e stavi piangendo, rannicchiata sul sedile posteriore. Ogni tanto un raggio di luce guizzava sui tuoi occhi verdi ed il mio sguardo incontrava il tuo nel retrovisore. Ricordo che ti sorrisi. E tu rispondesti con un cenno del capo, smettendo di piangere. "Lontano dove?" ti chiesi.

"Non importa. Ho una carta di credito con me. Portami lontano." mi rispondesti. Quante domande avrei voluto farti, quella notte. Cos'era successo in quel locale? Da cosa stavi scappando? Chi eri?

"Io mi chiamo Nate...Natalino. Sono italiano e faccio il taxista...come vedi. Turno di notte." dissi, tanto per rompere il ghiaccio, lasciando volutamente la frase in sospeso.

"Io sono Leslie...e sono finta, finta, finta..." e mentre queste parole ti si strozzavano in gola ti rimettesti a piangere, rannicchiandoti ancora di più sul sedile.

Fermai la macchina e mi voltai verso di te. Presi un fazzoletto da un pacchetto sul cruscotto e te lo porsi. Tu mi sorridesti, e non ricordo di aver mai più visto un sorriso come il tuo. I tuoi occhi brillavano, cristalli verdi sul volto di seta.

"Siamo tutti un po' finti, Leslie. Recitiamo la nostra parte. Non è mica una novità. Forse ti sei stancata del tuo copione, forse è ora che lo cambi. Non sempre è facile, eppure..."

Quante cretinate devo averti detto, Leslie. Non sapevo nulla. Ma ti volevo aiutare. Non era giusto che tu soffrissi. E poi volevo sapere tutto di te, subito. Ti volevo. Forse iniziavo ad amarti. Senza conoscerti.

Non eri poi tanto diversa dalle decine di persone alienate che vedo ogni giorno. Ma avevi qualcosa, dentro di te. Qualcosa di diverso e speciale che mi attraeva.

Mi accorsi subito che un auto ci seguiva, ma non dissi nulla, deciso a tacere almeno per un po'. La saliva mi si era fatta acida come ferro in gola, e maledetta anche la fottuta gastrite. Senza dartelo a vedere, perché nel frattempo sembravi esserti addormentata, feci alcuni giri concentrici che confermarono il mio sospetto. Chiunque fosse, era deciso a seguirci.

Nello specchietto, Leslie, mi guardavi.

"Sono loro."

"Loro chi?" Feci scattare la serratura del vano alla mia destra estraendone una rivoltella.

"Sono fuggita...e mi stanno cercando."

"La Yakuza? Sono quelli a volerti?" Cercai a tentoni con la mano libera un caricatore al plasma, e lo inserii nell'arma. Facesti una smorfia. "No."

"Ma allora chi..." La frase mi morì sulle labbra.

Uomini armati di fronte a me sull'asfalto lucido di pioggia, la luce fioca dei lampioni che rimbalzava contro le canne dei loro fucili. Cercai di evitarli, frenai e poi sterzai ma non riuscii a controllare 1'auto che sbandò contro i bidoni della spazzatura. Con la coda dell'occhio intravidi il percorso di un bagliore lineare diretto contro di me: un laser.

Il motore prese subito fuoco. Sentii il puzzo del carburante mentre mi voltai verso di te Leslie, sempre immobile al tuo posto, impietrita. Non feci in tempo a rendermi conto di nulla: lo sportello si aprì e ti agguantarono per le braccia e per le gambe. Era te che volevano.

Io mi gettai fuori dall'abitacolo. Uno dei tuoi aguzzini mi guardò per un momento, con uno sguardo strano, indefinibile, allucinato. Mi colpì forte sul viso con il calcio di quel suo fucile laser e mi lasciò riverso al suolo a trascinarmi via dalla strada in fiamme con il sapore del sangue tra i denti.

Ti portarono via senza un grido, Leslie, mentre 1'esplosione del taxi per poco non mi uccideva.

 

Sono riuscito a farmi rifondere i danni dall'assicurazione, e giro in auto come al solito, e carico puttane e spacciatori come al solito, ma non ho dimenticato Leslie. E' sempre in fondo alla coscienza come un cattivo pensiero, un cerchio alla testa che ti prende quando la moglie ti dice che è incinta di nuovo e hai finito le pastiglie di dancer e il nuovo programma simstim ti fa vomitare e vorresti comprare un grammo di quella nuova droga sintetica del cazzo e sballare fino in fondo e crepare. Ma non faccio niente di tutto questo perché in fondo sono un italiano per bene, e le mie tre figlie e mia moglie non si meritano di andare a battere il marciapiede solo perché 1'uomo di casa è un figlio di puttana pieno di grilli per la testa.

E' passato un anno esatto, e so che Leslie è un sogno, ormai. Ma prima di dimenticarmene o tentare di farlo una volta per sempre, tiro fuori dal cassetto la piastra simstim.

Sono seduto nel mio taxi in una strada secondaria di un altro quartiere dal nome giapponese. Le gocce d'acqua della pioggia delle due del mattino graffiano il vetro: le vedo scivolare, sento 1'odore del bagnato. Fuori non c'è nessuno, le strade sono deserte, gli elicotteri della polizia di pattuglia sono passati da poco sopra la mia testa.

Tengo tra le dita il supporto metallico filiforme e ripiegato che mi sono trovato in tasca quella notte. E' simile nella struttura alle piastre dei programmi simstim ma questo me 1'hai dato tu, Leslie, ed io non ho mai avuto il coraggio di usarlo. Ho paura perché in commercio non vendono nulla di lontanamente paragonabile all'aggeggio che tengo in mano, e tremo sapendo che prima di sparire mi hai voluto lasciare un messaggio che non ho mai letto.

Mi sistemo la striscia sulla fronte, e per un attimo non accade nu11a.

Poi la strada, la notte, il bagnato, 1'auto scivolano, si sciolgono, implodono nel bianco accecante.

 

"Si può sapere dove sei stato?"

Il ragazzino di dieci anni dondola su un piede solo, le mani dietro la schiena: tira su col naso. La madre di fronte a lui, una bella donna sulla trentina, si asciuga per bene le mani nel grembiule celeste, guarda suo figlio ancora per un attimo, poi gli molla una sberla.

Lui ha le lacrime agli occhi ma non parla. Due solide gocce gli rotolano sulle guance non troppo piene.

La cucina in penombra lascia filtrare la luce del pomeriggio assolato. Suoni, rumori e odori di un giorno d'estate. Il ventilatore da qualche parte, il frigorifero bianco, la televisione in bianco e nero trasmette un programma di cartoni animati. Sul calendario appeso alla parete una data: 1966.

La donna si china sul bimbo e con un lembo del grembiule asciuga le lacrime. Gli accarezza la fronte.

"Non sta bene che tu sparisca così, senza dirmi niente..."

Si alza in piedi. Il ragazzino è immobile, poi apre la bocca per parlare, per spiegare.

"Non ero lontano. mamma. Mi sono addormentato nella rimessa dopo pranzo..."

"Nate...se tuo padre fosse ancora vivo mi direbbe che ti meriti una buona dose di scapaccioni. E avrebbe ragione."

Nate si sfiora con la mano la guancia ancora calda della sberla: "Mamma, ho fatto un brutto sogno, prima."

"Non ricominciare con le tue fantasie!"

Natalino guarda sua madre diritto negli occhi. Poi tace e si va a sdraiare di fronte al televisore.

La donna non riesce a sostenere per molto il ruolo della madre tutta d'un pezzo, e mormorando qualche rimprovero a bassa voce esce in giardino.

Il bambino ha ancora negli occhi frammenti del sogno: un taxi, la pioggia, e cos'altro ancora? E' tutto troppo confuso e pian piano si ritira in un angolo della memoria.

Alla televisione c’è uno stacco pubblicitario.

Una donna bruna e bellissima dai lineamenti orientali sta distesa sul sedile posteriore di un taxi: ha le lacrime agli occhi. D'un tratto fissa intensamente la telecamera, proprio in direzione degli spettatori, mentre parte una melodia musicale in sottofondo.

"Sono Leslie, ed ho un messaggio per te. Non ti ho dimenticato."

Nate vede la donna del sogno, e ricorda, per un attimo lampeggia nel cervello un'immagine precisa che svanisce subito dopo. Lo stacco pubblicitario è terminato.

Ma ora Nate sa che deve assolutamente tornare alla rimessa dietro casa, perché lì ha dimenticato qualcosa di importante che non può perdere a nessun costo.

Corre via il più velocemente possibile, mentre si tasta la tasca dei pantaloni. Si ferma davanti alla porta della rimessa col fiato in gola, ed estrae dalla tasca sdrucita un biglietto di carta spiegazzato. Sopra, a carattere stampatello, c’è scritta una frase.

SEI IN UN PROGRAMMA SIMSTIM! LORO TI STANNO SORVEGLIANDO.

AIUTAMI.

Il ragazzino non comprende. Chi gli ha messo in tasca quel biglietto? Socchiude la porta e si infila nel buio fresco dell'ampio ripostiglio degli attrezzi. Per un secondo si immobilizza, e il respiro si calma, mentre ode attorno a lui i rumori attutiti della strada. Dentro, ancora il cuore non smette di battere accelerato. A poco a poco il chiarore soffuso delle fessure rischiara le pareti attorno a lui, mentre i suoi occhi si abituano all'oscurità.

Ecco cosa cercava. Un registratore a nastro, grosso e sgangherato, un cimelio di suo padre. Prende la spina e la collega alla presa di corrente con cautela, quindi fa scattare la leva del meccanismo e il nastro parte. Dopo una decina di secondi, una voce di donna con un fruscio di sottofondo molto elevato.

"Nate, anche se non ti ricordi, io sono Leslie. Ho dovuto ricorrere ai mezzi che avevo a disposizione per raggiungerti e farti venire qui, perché era tutto ciò che io e i miei compagni potevamo fare per farci aiutare da te. Ora ascoltami bene. Questo non e il millenovecentosessantasei, tu non sei un bambino, questo non è il tuo mondo.

Questa è una fedele riproduzione simstim di ciò che tu pensi che fosse il '66 del secolo scorso. Ti ci abbiamo portato perché ci aiuti a fuggire. Fai attenzione...niente è ciò che sembra. Nel mio mondo ci sono delle leggi ferree, nessuno può andarsene...ci sono degli ispettori. Dei mastini bastardi, segugi che ti braccano e ti riportano indietro il più velocemente possibile. Quella notte, un anno fa, tu mi aiutasti ma fu tutto inutile. Non ero riuscita a far perdere le tracce così bene da poterli ingannare per sempre, e così mi hanno imprigionata un'altra volta."

Il bambino respira a fatica, sommerso dai ricordi di una vita non sua, che ricorda come un sogno sfocato.

"Attraverso il programma, tu sei entrato in contatto con noi, ma 1'ambientazione diversa serve a confondere le idee ai segugi. Stai attento, perché tua madre probabilmente è una di loro. Sorvegliano le tue mosse, ma per il momento non sono sicuri di ciò che sei. Devi trovarci, Nate...sei la nostra unica speranza. Tu non sai come viviamo. in questo oblio, in questa prigione. Portaci con te, ti prego."

Il nastro termina la sua corsa, e la bobina si ferma con uno scatto. Silenzio. Ora Nate sa: la mente si è schiarita anche se il corpo è sempre quello di un ragazzino a dieci anni. La porta della rimessa si spalanca d'un colpo: è sua madre.

"Nate! So che sei qui!"

La donna barcolla nel buio e trascorrono alcuni attimi durante i quali cerca di intravedere la sagoma del ragazzino. Prima che i suoi occhi possano abituarsi all'oscurità, il piccolo Natalino si getta fuori come un ossesso, sbucando all'aria e alla luce. Mentre si arrampica sullo steccato e salta sul marciapiede, in strada, la voce della donna lo raggiunge.

"E ' inutile fuggire! Inutile... "

E ora? Dove può andare? Perso in una simulazione elettronica, dove può cercare Leslie? E soprattutto, come può ritornare?

Corre fino a perdere il fiato, si ferma appoggiato al muro di un edificio bianco. Intorno a lui, 1'assolato deserto di una caldissima domenica d'agosto. Qualche auto parcheggiata, 1'asfalto rovente, i negozi con le saracinesche abbassate. Nessuno in vista. Si guarda le mani: è abituato alle simulazioni dei programmi simstim, dove lo spettatore è realmente protagonista e vive con la carne e il sangue degli attori. Ma questo...ritrovarsi bambino, lo atterrisce, lo sconvolge. Casualmente scorge con la coda dell'occhio un manifesto appiccicato al muro. Si volta e vede che 1'edificio a cui sta appoggiato è un cinema di quart'ordine, un cinema di quelli antichi e veri, con tanto di schermo e pellicola proiettata. Quando legge la pubblicità sobbalza.

OGGI: "LESLIE NELLA CITTA' PERDUTA"

Un altro messaggio. Cerca 1'ingresso ed entra nell'atrio fresco e male illuminato. La cassa è deserta. Scende qualche scalino e apre un pesante tendaggio color porpora.

La sala del cinema e immersa nel buio più assoluto.

Sente una mano, morbida e gelida: una mano di donna. Quindi la voce, il lento sussurro delle labbra di Leslie.

"Zitto...non dire una parola. E non sforzarti di vedermi perché non ci riusciresti. E' già molto che io possa starti qui vicino."

Nate viene condotto per mano sino a una fila di poltroncine di legno, e viene spinto a sedere.

Lo schermo si illumina, 1'immagine vacilla poi riprende. Sembra un vecchio film coi colori sbiaditi. Una strada notturna, la pioggia, 1'immagine si restringe su un auto. Quando vede in primo piano il finestrino e 1'interno dell'abitacolo, Nate comprende.

C'è un uomo sulla trentina dai capelli bruni e scomposti, 1'aria assorta e gli occhi chiusi, e sulla fronte la striscia color crema di una strana piastra simstim.

"Quello sei tu, in questo momento."

Il ragazzino trema come una foglia.

"Sei stato meraviglioso, fin qui. Nessuno aveva mai tentato tanto. "

"Ma come...come?"

La voce sommessa di Leslie è come una nenia tranquillizzante.

"Stai calmo. Ora ti spiego...esistono diversi futuri paralleli, simili al tuo. Da uno di questi veniamo noi. Se tu sapessi in quale animalesco mondo di guerra e schiavitù e miseria e sopraffazione noi veniamo, le tue strade violente ti sembrerebbero un piccolo paradiso. Abbiamo commesso dei reati gravi in base alle nostre leggi, e ci hanno puniti. Guarda ora."

La scena cambia. Un deserto di metallo e pietra, guglie alte parecchi chilometri. Strade argentee solcate da veicoli velocissimi. La camera vola a mezza quota per poi scendere con 1'obiettivo giù per una scalinata, attraverso migliaia di metri di profondità, dove vivono gli schiavi. Gli abitanti delle città, soffocati nelle catacombe, lavorano giorno e notte nel ventre della terra per sostentare la tecnocrazia più avanzata. Uomini e donne resi ebeti dalle droghe e dai programmi simstim, che esistono anche in quel mondo folle di terrore.

Dissolvenza. Una serie di cubicoli come bare, vasche con tubi e liquidi multicolori, dei tecnici che controllano gli organi che galleggiano nel brodo di mantenimento. Sono dei cervelli, nient'altro che cervelli, una massa spugnosa collegata a dei cavi.

"Quelli siamo noi. Quella è la nostra punizione."

Nate sente il respiro caldo di Leslie, e stringe la sua mano.

"Siamo ombre elettroniche, fantasmi condannati a vagare nella matrice, simulacri vagamente umani, mentre tutto ciò che rimane di noi è quel che vedi nelle vasche."

Dopo un attimo di silenzio, lo schermo ripiomba nel nero.

"Abbiamo trovato la maniera di fuggire nel tuo mondo, dall'altra parte dell'universo. Chissà, magari anche il tuo non è che un mondo-simulacro...come ti spieghi sennò che lì io ho ripreso la mia forma fisica che non riesco a mantenere nemmeno da questa parte? Non mi importa, so solo che la matrice è una sola, e apre le porte a centinaia di mondi. Noi siamo riusciti a passare nel tuo, ma ci hanno seguiti e ripresi...poi ti ho lasciato quella piastra. Era 1'unico modo per comunicare con te, ed era un rischio perché avresti potuto decidere di non usarla mai."

"L'ho fatto. E non so ancora perché. Forse perché sono innamorato di te."

Un piccolo mormorio, quasi una piccola risata.

"Scusa, ma sei un po' troppo giovane, da questa parte, per una dichiarazione d'amore."

Le sue labbra sfiorano un angolo delle sue, a baciarlo come si bacia un bambino.

"Portami via, Nate. Portami con te."

Un esplosione di luce. Il nulla. L'assoluta assenza. Nate non ha tempo nemmeno per rendersi conto di essere trascinato via nuovamente.

 

Aprì gli occhi di scatto, ed era sdraiato nell'abitacolo del suo taxi. Si toccò le mani incredulo, quasi a sincerarsi di essere tornato: ma era nuovamente un uomo di trent'anni oppure ancora un bambino? Lo specchietto gli tolse ogni dubbio. Aveva la testa confusa e la bocca impastata. Si strappò via convulsamente dalla fronte la striscia insieme alla piastra, gettandola sul sedile.

Ma perché il programma si era interrotto improvvisamente?

Era notte fonda, e guardando 1'orologio sul cruscotto si accorse che era trascorsa solo un'ora: una lunghissima ora d'incubo trascorsa nei meandri della matrice. E adesso, cosa ne sarebbe stato di Leslie?

"La tua amica è stata cancellata, uomo."

La voce veniva dal sedile posteriore. Tentò di voltarsi, ma due mani gelide lo tennero fermo.

"Non cercare di guardarmi. E' meglio."

Nate non riusciva ad articolare le parole. Dalla gola secca come carta vetro gli uscì infine una frase.

"Cosa vuol dire...cancellata?"

La voce dietro di lui, monocorde, lenta e metallica, sembrava quella di una macchina.

"L'unità che ti ha detto di chiamarsi Leslie e stata intercettata e cancellata dalla matrice. L'organo vitale nella vasca di mantenimento del suo mondo natale è stato annullato. Non resta più nulla dell'unità che tu conosci con il nome di Leslie. Se hai ancora qualche domanda da farmi, affrettati, perché tra pochi secondi la tua memoria dei fatti verrà cancellata, e non ricorderai più. Comprendi che questo e indispensabile...per salvare la tua vita."

Nate non parlava. Sentiva ancora il lieve tocco delle labbra della sua amica, ribelle e fuggiasca da un mondo di disperazione, e desiderò per un attimo di perdersi ancora e per sempre in quel tempo senza tempo del 1966. Un tempo simulato, una vita falsa, emozioni non sue.

"Uomo, in mancanza d'altro, procedo come stabilito."

 

Mi chiamo Nate e sono un tassista del turno di notte, di origine italiana. Ho moglie e tre figli piccoli, e carico ogni genere di puttane e alienità d'ogni tipo sul mio veicolo, ma vi assicuro che ancora non sono riuscito a capacitarmi del perché, ogni volta che passo dal distretto di Yuzumi e vedo il centro commerciale dove un tempo c'era una bisca clandestina, ogni volta dicevo, che passo da quelle parti e vedo qualche bella donna bruna dai lineamenti orientali svoltare in qualche strada laterale...mi viene un groppo in gola. E vorrei piangere disperatamente, e chiamarla. Starò impazzendo, ma vorrei gridargli dietro:

"Leslie!"

E continuo a gridare, ma non so perché.

 

 

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