Chiar di Luna

di G. O. Longo

(vincitore della 1a Edizione del Concorso Letterario Nazionale «Cristalli Sognanti» con il racconto "Lo spirito custode", questo fine narratore collabora a riviste letterarie tra cui "Linea d’ombra" e "Nuovi argomenti". Il suo romanzo "L’acrobata" (Einaudi, Torino, 1994) è stato tradotto in francese e pubblicato da Gallimard nel febbraio 1996.)

 Nella vacca entra Pasifae
perchè il torello a sua lussuria corra
-Dante

 

La porta pesante si chiuse alle sue spalle e nel silenzio della notte l’Eroe udì scattare la combinazione segreta che lo chiudeva nella dimora della follia. Le sue narici sentirono il lezzo sospeso tra quelle mura e un’ondata di terrore lo sommerse. Ma da un’alta feritoia filtrava un raggio di luna che scintillava tranquillo sul filo della sua corta spada e sull’argenteo gomitolo che stringeva in pugno. Una dolcezza sovrumana colò nel suo animo a quella vista ed egli seppe che non tutto poteva essere perduto se nel cielo purissimo splendeva quella lampada. Altre notti, altri terrori, consolazioni antiche tornarono alla sua mente ed i battiti del cuore si calmarono. Teseo camminò per vestiboli e anditi in penombra, traversò colonnati di marmo e giardini pensili, umidi di rugiada. Davanti a lui la notte si stendeva placida e fatale.

 

***

 

Nelle stanze più segrete del gineceo, la Regina si agitava nel sonno e dalle sue labbra socchiuse uscivano flebili lamenti. Gli dei le avevano inviato un sogno delirante che la straziava. Qualcuno penetrava con un ferro crudele nel suo avo e tormentandole le carni le uccideva in grembo il frutto del suo concepimento. Dal cielo corrucciato una voce rimbombava per annunciare agli uomini che l’onta era lavata. E lei sanguinosa e atterrita correva per campi e colline fra una turba che la guardava in silenzio, mentre un lontano muggito percoteva la valli... Un raggio di luna le bagnò gli occhi entrando dalla finestra aperta insieme con la brezza del mare notturno, e Pasifae riscotendosi si trovò nel suo letto tra le ancelle dormienti. Ancora sconvolta andò alla finestra. Laggiù, bianco sotto la luna, il Labirinto custodiva il sonno del suo figlio. Una brama insaziata le consumava i visceri.

 

***

 

Dal mare bagnato di luna era sorta una brezza solitaria e accarezzava le groppe selvose e le rupi della grande isola addormentata. Per le strade, tra le colonne dei templi, sotto gli architravi sbreccati, per gli orti sereni era penetrato quell’alito che sapeva di salsedine e di onde. Nei loro giacigli, presso le finestre aperte sulla campagna o sul mare incantato, i Cretesi sentirono il vento della notte e mutarono fianco nel sonno.

 

***

 

Nel suo immenso letto solitario il Gran Re non riusciva a dormire. Il vivo silenzio della campagna, lo smarrito chiarore della luna mettevano nel suo cuore una stanchezza cattiva. Il suo corpo debole e affannato sentiva i morsi di una fosca lussuria al cui centro si agitava il corpo nudo e smagliante di Pasifae. Ma su quel corpo ambrato e voglioso si gonfiava un’ombra ispida e gigantesca e gli occhi di Minosse si riempivano di pianto. Grosse lagrime rotolavano per le sue guance coperte di gesso e di fardo, la sua ieratica maschera si disfaceva fendendosi in crepe rosate, il belletto rigava la barba calamistrata, grossi frammenti di cerone cadevano sul cuscino umido, gli occhi notavano smarriti in due laghi neri di bistro e i radi capelli inanellati aderivano al cranio gracile.

 

***

 

Anni prima, nel colmo dell’estate, le comete erano arse a migliaia nella notte e gli abitanti della grande isola avevano gridato ai prodigi, impallidendo davanti alle cose che si vedevano in cielo. Pareva che tutto vibrasse di ciechi accordi fomentati da quel caldo sfinito. Nei mattini soffocati, il vento dell’Africa tingeva il cielo di giallo e il flaccido mare aveva perso il suo lustro, come se fosse divenuto di olio, o di sangue.

 

***

 

Il tonfo con cui aveva richiuso la porta del carcere sterminato le riecheggiava ancora negli orecchi, ma il passo leggero di Teseo sull’impiantito levigato risonava solo nel suo cuore. La notte si allargava per i vicoli e le piazzette deserte della città alta sul colle. La vergine principessa trasaliva per la sua audacia e ogni ombra celava un terrore. Per dirupati cammini su avviò al bosco sacro a Poseidone e la luna rischiarava i suoi passi. Da lassù il Labirinto pareva una bianca tumefazione della roccia, una bizzarra concrezione fiorita dal sogno di un dio, che potrebbe dileguarsi al tramonto della luna. Arianna rivide le umide froge del consanguineo mostro e le punte del suo seno virgineo si ersero sotto il ruvido peplo.

 

***

 

L’orrenda creatura dalla testa di toro giaceva riversa nel cortile più interno, al lume della luna. Prima di cadere nel sonno pesante l’aveva fissata a lungo, la luna, e dal fondo della sua inconsapevolezza erano saliti rigurgiti di malinconia per quella inafferrabile spera, ma il canto che gli sonava nel cuore era dato fuori in aspri latrati e la furia gli si era seduta sul capo. Quel capo ferino, la maschera grottesca che le sue mani talvolta afferravano e scotevano per le corna tiepide, ma che restava il suo capo e non era una maschera. Chi può dire la stupita disperazione del Minotauro che negli anni, da barlumi fumosi della coscienza, emerge al solido orrore del suo essere mostro? Chi può raccontare il suo pianto nelle notti deserte, per gli oscuri budelli del suo Labirinto? Chi può sondare il suo cuore, dove, forse, un trepido lago d’affetto si è cagliato in ferocia velenosa per lo scherno e l’orrore di tutti? Con quale voce, nato appena, questo infame invocava la mammella di Pasifae, con quali occhi s’affissava alle pupille di sua madre che un giorno si erano dilatate in quelle del toro? Da quale nodo di orrori era nato questo nuovo orrore!

 

***

 

Teseo era come una formica nel buoi dei cunicoli, sospinto nel nero che gli si spalancava di fronte dal nero che si chiudeva alle sue spalle; tutte le sue speranze riposte nel gomitolo luminescente che stringeva nella sinistra, mentre l’altra mano contava le asperità della parete. Da un pezzo si era lasciato indietro i colonnati e i giardini e ora vagava nelle viscere della terra; il tempo era caduto all’indietro in un pozzo smisurato, lo spazio intorno a lui si era ristretto fino a serrarlo in una nicchia che si spostava col suo corpo, come una soffocante membrana. Il filo che lasciava svolgere cadeva senza rumore nelle tenebre, ancorando al nulla la sua speranza. I corridoi e le scale si ripetevano tutti uguali, svolgendosi dentro le ore della notte, tra vampe allucinate di paura.

 

***

 

Nella sua carcere di pietra l’artefice sommo inseguiva il filo di un sogno e guardava il capo ricciuto di suo figlio che dormiva al chiaror della luna. Tutt’intorno, oltre le sode pareti, correva la fuga del Labirinto, le stanze, gli anditi, i corridoi senza sbocco, i pozzi sonori, i bianchi colonnati, i cunicoli della soffocazione, il cortile riposto dove amava dormire il Minotauro. E, sepolta sotto le stratificazioni delle sale sotterranee, degli occulti passaggi, come un alveolo nella profondità delle fondamenta, si apriva la stanza segreta dov’era rinchiusa la vacca ch’egli aveva fuso nel bronzo per il piacere di Pasifae. Dedalo ripensò con orrore affascinato a ciò che anni prima aveva visto per tante notti nei boschi dell’Ida, al rauco sospiro della lussuria che usciva da quell’involucro sonoro. Ripensò alla collera tremenda del Gran Re, alle torture nella sua carne, alle percosse, alla prigione che gli era stata decretata. Ripensò alle recenti visite notturne della vergine Arianna, alle sue parole e ai suoi silenzi, alla muta invocazione d’aiuto nell’impresa fratricida. E sotto i raggi della luna il gomitolo di magica seta che le aveva dato la notte innanzi luceva come i suoi occhi innamorati. In quegli occhi ardeva una favilla inesausta, come in quelli bruni e febbrili della Regina... La luna nel suo lento tramutare illuminò un angolo della cella, dove stavano quattro grandi ali pennute pronte a spiccare un volo senza ritorno.

 

***

 

E Teseo uscì nella corte bagnata di luce lunare rinchiusa e scorse la massa straziante del Minotauro abbandonata sull’erba, scossa nel tremito del respiro. Il suo dito corse sul filo della spada e per un tempo infinito ascoltò i rumori della notte cullati dall’afflato del mare. Nel sonno l’uomo-bestia si agitò brevemente ed emise un gorgoglio lamentoso, come un pianto che non sappia sfogarsi e si rinserri in un nodo che fa male. E la mano si levò a toccare la maschera tenace, la fronte lanosa, gli occhi ovati, e quelle corna...

Teseo strinse più forte la spada: che febbre doveva dare sentirsi in capo la testa mostruosa che non ci appartiene, il segnacolo triste della vergogna? E cercare occhi che si dilatano nell’orrore dei tuoi, e mai dolce bocca di donna che si apra perchè vi si fonda la tua, e sotto, nelle caverne bramose della carne, il cieco pulsare del sangue in una voglia bramosa, che scoppia in quei muggiti... E l’Eroe ristette sotto il portico buoi e guardò il triste groviglio di membra riverso alla luna. Poi camminò lieve sull’erba e il chiarore gli colava sui piedi ignudi, come in tutte le notti di luna. Contemplò con infinito ribrezzo il busto poderoso, la testa gigantesca e difforme, il muso sbavato, ma sotto la palpebra socchiusa scorse un occhio indifeso, mite e sereno come un cielo lontano.

 

***

 

Dal bosco di Posidone Arianna scendeva verso il Labirinto nell’intrico azzurrino delle ombre. Traversò bianche piazzette e per strade ricurve giunse all’immenso portone. Lì, accovacciata nell’ombra con le mani sulla tiepida terra, attese con gli occhi chiusi che un grido sfregiasse la notte, che Teseo emergesse dalle viscere della terra per prenderla e farla sua, ubriaco ancora di sangue. E ripensò alle vecchie che la sera bisbigliavano di Pasifae, com’era entrata nella giovenca di bronzo. Sua madre, che l’aveva portata in grembo, nello stesso grembo... Provò invidia per il fratello, per la voluttà senza eguali in cui era stato concepito, il ventre le si contrasse di voglia e si cercò con le arse falangi.

 

***

 

Un filo di vento nacque dal mare e s’infilò nelle stanze di Pasifae sfiorandole il seno compatto, la bocca dischiusa. Minosse dormiva arrovesciato tra guanciali sudati, nell’acre odore del bistro disfatto. Dedalo vegliava il sonno del suo biondo figliolo e cercava invano di ricostruire nella sua mente la pianta sterminata del Labirinto. Arianna prostrava la fronte sul fresco limitare dell’ingresso e si passava la lingua sulle labbra secche mentre il corpo le si placava.

 

***

 

L’Eroe abbandonò senza rumore il cortile segreto. La luna tramontava e dietro di lui, nel buio più denso, l’infamia dei Cretesi prolungava il suo sonno agitato da incubi informi. Teseo ripose la spada e s’immerse nei bui corridoi riavvolgendo al braccio sinistro il fosforico filo. E ripercorse le sale e gli anditi ciechi, salì per le scale ritorte, traversò gli aerei porticati, i giardini, mentre sul mare dell’Anatolia il cielo trascolorava e l’aria rabbrividiva nel fresco improvviso dell’alba. Giunse al portone che già si schiudeva, subì immobile l’abbraccio della principessa, l’allontanò piano da sè fissando il suo viso pallidissimo, le porse l’argentea matassa che aveva guidato il suo ritorno, le toccò con infinita dolcezza la fronte e le labbra, poi si allontanò rapido verso la riva sonora del mare che già s’imbiancava.

 

 

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