GALATTICO JACOVITTI

Di Pasquale Leonetti

 

(L'articolo ha preceduto la scomparsa di Jacovitti -ndr-)

 

Nel mese di maggio di quest’anno è apparso nelle edicole il primo numero di una nuova serie della Bonelli, una collana a scadenza annuale dedicata ai comici del fumetto. L’albo che inaugura tale collana è dedicato a Cocco Bill, il noto personaggio di Benito Jacovitti che furoreggiò in Italia sin dall’anno (era il 1957) della sua prima apparizione sul "Giorno dei Ragazzi", supplemento settimanale del quotidiano milanese "Il Giorno", fino al 1967. Cocco Bill continuò dal 1968 al 1971 sulle pagine del "Corriere dei Piccoli" e in seguito ci fu qualche sua storia sul "Corriere dei Ragazzi", fino ad approdare sulle pagine del "Giornalino"; in seguito, le storie si diradarono. L’ultima avventura dal titolo "Cocco Bill contro se stesso" uscì sul "Comic Art" a partire dal n. 24 del luglio 1986 fino al n. 26 dell’ottobre dello stesso anno. "Il Giornalino" in questo periodo sta pubblicando alcune brevi avventure del nostro, ma qui non si vuole fare la storia di Cocco Bill: l’avventura del maggio di quest’anno, "Cocco Bill di qua e di là", mi è servita per ricordare che nella sua lunga carriera ultracinquantennale, l’autore Jacovitti non si è occupato solo di Cocco, ma anche di oltre un centinaio di altri personaggi, come Zorry Kid, i 3P (cioè Pippo, Palla e Pertica), Gionni Peppe, Capitan Pim, Tom Ficcanaso, Gionni Galassia, Ghigno il Maligno, la signora Carlomagno. In più, almeno una dozzina di storie di fantascienza umoristica portano la sua firma, ed è proprio di queste ultime che mi voglio qui occupare.

 

CHI E’ JACOVITTI

Tra gli appassionati o collezionisti di fumetti è meglio noto come Jac o "Lisca di Pesce", a causa del simbolo con cui ha firmato la maggior parte delle sue tavole.

E’ nato a Termoli (Campobasso) il 9 marzo 1923 da padre abruzzese e madre di origine albanese. A quindici anni, dal natio paese si trasferì a Firenze al seguito della sua famiglia. Poi nel 1946 si stabilì a Roma, dove vive tuttora.

Jacovitti è ritenuto da molti il miglior "fumettaro" italiano per quanto riguarda l’umorismo e la satira in genere; la sua comicità è fatta di battute facili e comprensibili a tutti. Le sue sono storie per ridere e non per pensare; creano un divertimento fine a se stesso, ma non per questo meno gradevole.

L’inizio della carriera di Jacovitti fu molto precoce: già sui banchi di scuola disegnava vignette per i suoi compagni. Nel 1939, alla "tenera" età di 16 anni disegnò, per la casa editrice di Torino "La Taurina", l’unica storia seria della sua carriera, dal titolo "L’eroe delle cinque giornate", l’avventura di un ragazzo impegnato appunto nelle cinque giornate di Milano.

Quasi in contemporanea arriva la vena comica: Jacovitti pubblica alcune vignette su di un giornale umoristico di Firenze dal titolo "Il Brivido". Alla fine dello stesso anno inizia a lavorare per "Il Vittorioso", dove rimane fino ad oltre la metà del 1967, ideando oltre quaranta personaggi. Contemporaneamente collabora anche per il defunto periodico satirico "Il Travaso". Nel 1957 inizia la collaborazione decennale con "Il Giorno dei Ragazzi", frutto della quale è la creazione di Cocco Bill. In seguito l’autore pubblica sulle pagine del "Corriere dei Piccoli" e del "Corriere dei Ragazzi" fino al 1982. Mentre lavorava per il "corriere dei Piccoli", iniziò nel 1973 una rapida collaborazione con "Linus", per il quale creò il personaggio di Gionni Peppe, un giovane contestatore ispirato alla gioventù dell’epoca. Quest’ultima collaborazione fu alquanto tormentata e dopo qualche mese il nostro abbandonò anche questa rivista.

Disegnatore con un notevole e vivace estro creativo, Jacovitti ha uno spiccato gusto per le situazioni paradossali. La sua fantasia galoppante di solito prende gli spunti dalla cronaca giornaliera. Avendo un vivido senso della parodia, il buon Benito reinterpreta attraverso il suo umorismo la realtà che lo ha ispirato, mettendone sotto forma di caricatura gli aspetti più emblematici. Il suo non è uno humour che giudica, ma che si limita a raccontare con divertimento la vita ed il mondo.

Per questo Jacovitti è un interprete di quello che ci circonda; con il sorriso talvolta calca troppo la mano, ma infine i suoi innumerevoli personaggi rivelano l’umanità da cui sono ispirati. "La mia comicità vuole essere quella delle torte in faccia del cinema muto", e "non mi piace sprecare la carta". Così l’autore giustifica il suo gusto per il paradosso e la mancanza di spazi vuoti nelle sue storie.

Bisogna ancora dire che, essendo Jac un "autore fluviale", ha lavorato anche per la pubblicità, ha realizzato dei cartoni animati per la tv e per i 20 anni ha illustrato il famoso "Diario Vitt", nonché una vignetta per ciascuno dei periodi satirici "Il male, Zut e Tango".

Per concludere, prendiamo dalla sua "scheda personale", compilata da lui medesimo negli anni ’70, alcuni dati: "Stazza lorda kg. 95; altezza mt. 1,86; larghezza in proporzione; profondità (di pensiero) immensa; segni particolari: cinefotografia, armi western e batteria jazz; hobby: Silvye Vartan (e, nei momenti di relax, Brigitte Bardot); idee politiche: bastian contrario; cultura: di tutto un po’ (i ché è pure un guaio); sport praticati: il tiro al cammello (così per modo di dire)".

 

 

JACOVITTI E LA FANTASCIENZA

Dopo aver tracciato un ritratto dell’autore, ritorniamo all’argomento che ci interessa di più: la fantascienza jacovittiana. Le storie in mio possesso che rientrano in questo gruppo sono 12, ma non escludo che ce ne siano delle altre. I titoli sono i seguenti:

* UN MARINAIO NELLA STRATOSFERA

Frottola di Mastro Delfino

da Albo Anaf, 1972

* PIPPO NELLA LUNA (1945)

Grottesco di Lisca di Pesce

da Gulliver n.0, 1976

* MANDRAGO! (1946)

Cinemagia di Lisca di Pesce

da Il Mago n.2, 1972

* PIPPO E LA BOMBA COMICA (1948)

Cineromanzo scientifico di Lisca di Pesce

da Albo Anaf, 1973

* PIPPO E IL FARAONE (1948)

Cinefrottola di Lisca di Pesce

da Il Mago n.17, 1973

* LE BABBUCCE DI ALLAH (1949)

Sottotitolo in arabo, forse

da Albo Ed. Conti n.57, 1975

           *    PIPPO NEL DUEMILA (1950)

da Il Mago dal n.29 al n.35, 1974/75

* PIPPO PREISTORICO (1956)
Attenzione – questo cineromanzo è un po’ pesante: è dell’età della pietra!

da Il Mago n.9/10, 1972/73

* GIONNI GALASSIA (1957/58)

Comica spaziale di Jacovitti

da Eureka Vacanze, 1970

* PIPPO E IL CIRLIMPACCO (1960)

Fantascienfavola di Jacovitti

da Jacovitti Show – Volume Club Editori, 1979

* TOM E GIONNI (1961)

da Eureka Folk, 1974

* MICROCICCIO SPACCAVENTO (1965)

da Eureka Bazar, 1974

 

Queste storie apparvero tutte in prima edizione su "Il Vittorioso", in seguito furono ristampate nelle riviste menzionate nell’elenco. Da notare che nelle sue storie fino al 1960 Jacovitti metteva dei sottotitoli.

Ma ora vediamo da vicino alcune di queste storie e le invenzioni, le situazioni paradossali, i dialetti e le sgrammaticature che le riempiono. Dimenticavo, i vari extraterrestri presenti negli episodi sono quasi sempre verdi.

I protagonisti di oltre la metà delle storie di fantascienza sono Pippo, Palla e Pertica, che hanno anche un cane di nome Tom. Sono tre giovani amici per la pelle, autentici monelli che ne combinano di tutti i colori; come in tutte le storie, le narrazioni, le fiabe ed i film, anche per loro esiste un acerrimo nemico, nomato Zagar, vestito con una tuta nera come Diabolik e presente in quasi tutte le storie dei nostri.

La prima avventura elencata tratta di un falso viaggio nel cosmo di un certo prof. Capretta, che con il suo razzo-pallone è convinto di essere atterrato su "Marte o Venere". Ma poi scopre di essere in realtà finito su un’isola sconosciuta dell’oceano pacifico.

La seconda storia è molto poetica ed inizia in una piazza di paese dove una specie di imbonitore parla mescolando dialetti e sgrammaticature, nell’intento di invitare le persone a guardare nel telescopio che gli è accanto per un modico prezzo. E le stelle le fa vedere sul serio, perché quando qualcuno paga e mette l’occhio davanti all’oculare, l’imbonitore dà una manata sull’obiettivo del telescopio spingendolo all’indietro nell’orbita del malcapitato, che così può dire di aver visto le stelle. Più tardi, Pippo, Palla e Pertica, dopo aver discusso sulle stelle, sulla luna e sull’universo in genere, vanno a dormire. Pippo, nel sogno ritrova l’imbonitore e con i suoi amici va sulla luna, dove si trova in quel momento un miliardo di sogni, la metà esatta di tutti i sogni esistenti, e che sono destinati quando farà notte al miliardo di persone che adesso sono sveglie. L’altro miliardo di sogni è fuori in servizio attivo, perché sta popolando le notti delle persone che dormono. I sogni sulla luna sono materializzati come ombre diafane con strani angoli e prospettive impossibili.

Qui inizia uno sviluppo assurdo della storia; i quattro personaggi incontrano il sogno di Jacovitti, che in quel momento sulla Terra è sveglio e sta disegnando la storia, e lo stesso Jac spiega loro che in quel preciso istante loro sono sulla Terra è stanno sognando; così Pippo, una volta convinto di ciò può fare quello che vuole. Ad esempio, incontra i lunatici sotto forma di omini verdi che si difendono con scariche elettriche lanciate dal naso, poi ritorna sulla Terra facendo tutte le monellerie che da sveglio non osava fare. La storia finisce con Palla e Pertica che la mattina seguente si recano a casa di Pippo e suonano il campanello; si affaccia la mamma e dice loro: "Pippo è in casa, ma a letto con la febbre… deve aver fatto un brutto sogno!".

La terza storia, "MANDRAGO!" unisce ad elementi di fantascienza altri di fantasy. Si tratta della parodia di "Mandrake, il mago", noto personaggio dei fumetti americani, disegnato da Phil Davis, come lo stesso Jacovitti spiega: "Qualsiasi riferimento al personaggio di Phil Davis Mandrake non è casuale, questo mio Mandrago è una satira del celebre mago americano!".

La storia inizia con il seguente preambolo: "Dovete sapere che nell’etere vagano gli spiriti delle potenze ultraterrene formate dalla volontà concentrata degli uomini. Dalla Terra non si vedono nemmeno con i più perfezionati telescopi". Un gruppo di questi spiriti un giorno curiosa nei pressi del nostro globo, e Potenzino, il più giovane di loro, si avvicina alla stratosfera. Appena la tocca provoca una serie di lampi e fischi acuti, di boati e di scintille, finché Potenzino si disfa ed entra nel nostro mondo sotto forma di una saetta verde. In quello stesso istante, sulla Terra è sera: un tale di nome Luigi Mandrago, squattrinato e di professione fannullone, viene colpito dal fulmine verde ed è così che diventa mago, con tutte le fantastiche possibilità che gli aprono. Purtroppo per lui, la cosa dura quanto la vicenda, ed alla fine Jac con una delle sue trovate fa ritornare le cose come prima.

"PIPPO E LA BOMBA COMICA" inizia con un avvertimento di Jacovitti: "Ragazzi, questo è un cineromanzo scientifico; perciò quelli di voi che non capiscono niente di chimica, fisica e polvere pirica leggano qualche altra cosa, intesi? Andiamo a cominciare…"

La storia tratta di un certo Leopardo da Cinci, inventore provetto, che assieme al suo aiutante tedesco dott. Franz von Papel Sciuscinigg Sturmgatten, fabbrica la bomba "comica", impiegando il riso che riesce a trovare. Quando questa bomba scoppierà, ci sarà una umanità in preda alla gioia e all’ottimismo perché come spiega Leopardo da Cinci stesso, è notorio che il riso fa buon sangue.

E la bomba scoppia: tutti diventano amiconi, compresi i tre grandi dell’epoca, ovvero Stalin, Truman e Churchill, che si stringono le mani dicendo "Ah! Ah! Ah! Distruggiamo la bomba atomica, e via insieme!". La storia ha un doppio finale, con Jacovitti che si affaccia nelle vignette e dice "Beh, ragazzi, ora vi spiego una cosa. Metà del cineromanzo è stato inventato per accontentare l’illuso prof. Leopardo, ora ritorniamo indietro…"; poi ci sono ancora due strisce ove Jac mostra che la bomba comica non è mai esplosa perché salta tutto il laboratorio: l’esperimento è fallito, l’utile bomba non potrà mai più essere costruita.

La storia è stata ideata nell’epoca della piena guerra fredda, cioè quando la minaccia di guerra atomica tra l’Unione Sovietica e le potenze occidentali impediva ogni sviluppo di una pacifica politica mondiale.

Con PIPPO E IL FARAONE tutto inizia durante una gita al mare dei 3 P. Sono in barca: Pertica rema, Palla polemizza e Pippo canta "Guarda ‘o mare quanno è bello… spira tanto sentimento… ballallerò…. ballallà…". Mentre vanno, sono urtati da una cassa, che aperta con grande sforzo rivela al suo interno una mummia con appesa al collo una specie di borraccia, anch’essa prontamente aperta dai nostri amici e contenente una specie di spirito. Quest’ultimo, appena liberato, trasporta i 3 P nell’antico Egitto, dove sono coinvolti in una lotta di potere tra Radames, legittimo faraone, e Ramsette, suo cugino e aspirante re. La vicenda è costellata di varie invenzioni, come il cav (metà cavallo), il Bicammello ( un cammello a 4 gobbe) e il gatto a nove code, che è un autentico felino fornito di nove code e che afferrato per il collo serve a frustare gli schiavi.

Quando arrivano i romani, parlano in romanesco, mentre gli egiziani fatti schiavi dicono: "El faraun minga l’è mort!…", e alcuni malcontenti minacciano: "Ha da venì Nerone!…". In breve la storia è la satira di tutte le dittature sia rosse che nere che di qualsiasi altro colore.

LE BABBUCCE DI ALLAH è una vicenda fantasy disegnata da uno Jacovitti in splendida forma, con vari spunti presi dalle "Mille e una notte", cioè il tappeto volante, lo spirito nella lampada ed in quaranta ladroni, disegnati questi ultimi con una specie di divisa, sigaretta in bocca e fez giallo con i numeri 1, 2, 3, ecc. fino al 40.

Il protagonista è un ragazzo di nome Mustafà, garzone di un calzolaio, incaricato nientemeno che da Allah di riparare le sue babbucce. Mustafà, quando si accorge che i calzari sono magici, li ruba combinando un mucchio di guai. Dopo varie vicende si ravvede e butta le babbucce in un pozzo recitando il mea culpa. Così viene perdonato da Allah in persona. La storia è fornita di didascalie scritte in rima baciata, così come in poesia sono scritte anche le nuvolette: l’autore dei testi è un certo Beppe Costa.

PIPPO NEL DUEMILA vede i 3 P che una sera, mentre rientrano da una gita, vengono risucchiati da un ufo che si rivela essere una macchina del tempo in cerca di esseri umani di ogni epoca. Fatto il carico la macchina si dirige verso l’anno 2250, dove si trova uno "scienziato pazzo" che li condanna a lavorare in una miniera per estrarre della trinite, un minerale in grado di disintegrare il metallo. Con questo minerale il folle scienziato Tritonio vuole conquistare il mondo. Anche questa storia è costellata di invenzioni di varia natura, come la pistola lanciaschiaffi, la pistola lanciaparalisi, le antenne cervicali, l’energia pepatomica, ossia una energia estratta dal pepe di cayenna; e ancora la ciambella a reazione, il raggio paralizzatore e così via… La storia finisce con lo scienziato cattivo disintegrato ed in nostri eroi che ritornano in gloria sulla Terra. Anche con questa storia Jacovitti ci dice: "Uomini, cercate di usare in maniera salutare le nuova scoperte e non fate la guerra!"

Siamo così arrivati all’ottava storia dell’elenco, PIPPO PREISTORICO, del 1956. I 3 P un giorno entrano in una grotta e per "uno strano fenomeno geofilosofico", come spiega l’autore stesso, vengono proiettati indietro in un milione di anni.

Dopo vari incontri con ogni tipo di animale preistorico, finiscono per trovare i cavernicoli diventandone subito amici, salvandone il capo da una tigre molto "zannuta" ed insegnando loro un paio di cosette, come la costruzione della ruota, di un carro, di case di legno, e dispensando anche lezioni di parlato, cattura di un brontosauro per trainare il carro, ecc. Jacovitti sottolinea sempre la stranezza e la diversità dei suoi personaggi facendoli parlare in modo a malapena comprensibile: "Mbarazz?! Cusè kelè mbarazz?!", "Akkà gnisciun he fess!".

In seguito i 3 P vengono catturati da una tribù di cavalli che vivono in una città, parlano sia in italiano che in italonapoletano e sono molto meravigliati sentendo la lingua usata dai loro prigionieri. Uno di loro dice ai 3 P: "Giovinotte, frr, come maie parlate come chille uomene che nascerannno fra un milione d’anne?". Dopo le spiegazioni, un cavallo archeologo rivela ai nostri amici l’origine della loro lingua italo-napoletana: "Per trovare le tracce del passato bisogna scavare sottoterra, per trovare quelle del futuro basta scavare sopraterra", come ha fatto lui stesso ed è in questa maniera che ha trovato un sillabario appartenuto a un tal Ciccio Esposito. Poi racconta anche perché nella città i cavalli rimasti sono solo mille. Autori della quasi estinzione sono essi stessi, perché durante la loro storia, molto simile alla nostra, tra una guerra e l’altra e invenzioni di armi micidiali provocarono spaventosi cataclismi che in pochi anni cancellarono quasi tutta la loro razza. Pippo consola l’archeologo equino dicendogli che i cavalli avrebbero avuto un futuro come alleati degli umani, cosa che avverrà effettivamente nella nostra epoca, ma non gli parla né della frusta né dell’uso che gli uomini avrebbero fatto degli animali in macelleria. La storia termina con in nostri eroi che scavando verso l’alto e sollevandosi così nell’aria, memori di ciò che disse loro il cavallo archeologo, riescono a ritornare nella loro epoca. Anche il messaggio di questa avventura è chiarissimo.

La nona storia dell’elenco, GIONNI GALASSIA, disegnata tra il 1957 e il 1958, inizia sul tetto di una casetta nella periferia di una cittadina in California, dove un giovanotto con un cannocchiale e con tanto amore per lo spazio, nota una grossa bolla lucente con dentro una figura fornita di antenne sulla testa. Gionni Galassia, così si chiama quel giovane, si precipita giù dicendo: "Cittadini ! Lassù!… Ho visto un marziano! Un marziano!", ma nessuno gli crede. Dopo una notte trascorsa in preda ad incubi, Gionni decide di andare a verificare di persona che cosa sia successo nella zona dove ha visto la bolla.

Dopo una serie di avventure e lo scontro con uno spione, il nostro scopre che in realtà non si tratta di marziani, ma di un gruppo chiamato "stella nera", composto di scienziati terrestri, che ha come obiettivo un viaggio su Marte. Gionni viene ben accolto nella comunità di studiosi e a bordo di un’astronave parte alla volta di Marte. Durante il volo, i viaggiatori scoprono che sulla nave c’è un clandestino, una spia che vuole rubare i segreti del gruppo e consegnarli al proprio governo per scopi bellici. Naturalmente lo spione è destinato a fare una brutta fine nello spazio.

Verso la fine dell’avventura c’è l’incontro con i marziani veri, gente pacifica che non si fida dei terrestri e dice che "sulla Terra l’uomo non fa altro che guerreggiare". Dopo varie peripezie i terrestri vengono fatti ritornare sul loro pianeta natio sani e salvi, però non si ricordano più di niente. Anche questa si può definire storia di fantascienza con morale pacifista.

Avvicinandoci al fondo della lista, troviamo la decima storia, PIPPO E IL PIRLIMPACCO, del 1960. Pippo, Palla e Pertica pescano sulle rive di un laghetto. Ad un certo punto tirano a riva una grossa palla, dall'interno della quale esce uno strano esserino fornito di due antenne, che parla una lingua incomprensibile. Ma poi, con un "traduttore universale", l’extraterrestre riesce a spiegare che la sua astronave si è disintegrata cozzando contro un satellite terrestre e lui si è salvato grazie al suo robot che poi si scopre essere la grossa palla. La palla è tanto importante per l’extraterrestre da vere perfino un nome, cioè "Cirlimpacco" e un propellente che consiste nelle note del Juke Box. La storia ironizza sugli "urlatori" dell’epoca, cioè sui cantanti come Mina o Celentano, che avevano interrotto la tradizione del canto melodico nella musica leggera, sostituendolo con ritmi vivaci, tempi sincopati e vocalizzi a singhiozzo. Anche in questa storia, il marziano è buono e dopo varie e simpatiche avventure la narrazione finisce con l’extraterrestre che, prima di ritornare sul suo pianeta, vuole regalare il suo traduttore universale ai 3 P. Loro però lo rifiutano con la motivazione che "in tutta la sua storia, l’umanità ogni sua scoperta o invenzione l’ha usata per il bene e per il male… a conti fatti, caro mio, per scongiurare altro male evitiamo un po’ di bene… quindi ripigliatevi il vostro traduttore… ".

Eccoci così giunti all’undicesima storia, TOM E GIONNI, del 1961. L’avventura inizia con la convocazione del giornalista Tom Ficcanaso da parte del direttore della "Gazzetta di Mezza Sera", "perchè un tizio s Springfellow ha visto un coso volante". Così il nostro si reca sul posto per scrivere un servizio, ma durante il viaggio fa strani incontri: un maiale volante, poi uno strano essere verdastro senza mani né gambe, ma con una lunga coda che gli serve per afferrare gli oggetti. Tom incontra anche Gionni Galassia, che vola a cavallo di una scopa e che gli spiega che "l’animale" è un suo amico: si tratta di un Puft, possessore di una sfera, entro la quale porta i due amici. Una volta penetrati, Tom Ficcanaso in preda al panico tocca tutti i tasti di un enorme cruscotto, comandando involontariamente alla sfera di partire verso lo spazio: finiscono così tutti su di un pianeta cubico, scoprendo poi che è la Terra così come sarà trasformata tra centomila anni. In seguito vengono catturati da altri esseri umani che spiegano loro il perché di questa trasformazione: tutta l’umanità è schiava delle macchine e dei robots; solo un milione circa di uomini sono riusciti a salvarsi nascondendosi, ma possono fare ben poco perché gli automi riescono a leggere nelle loro menti. Tom e Gionni potrebbero però riuscire ad avvicinarsi alla grande macchina che mantiene in vita i robots, perché vengono dal passato e gli androidi non riescono a leggere nei loro cervelli primitivi. I due amici accettano di aiutare gli indigeni, ma una volta davanti alla grande macchina, per un disguido jacovittiano abbassano la leva sbagliata e così, oltre a disintegrare il meccanismo, finiscono per disintegrare anche se stessi. In seguito, tramite una macchina definita il grande setaccio, vengono ricomposti atomo per atomo e rispediti a bordo di una cronosfera bianco-celeste nel loro tempo.

L’ultima storia si intitola MICROCICCIO SPACCAVENTO, datata 1965, rieditata nel 1978 in un volume a colori Ed. Devecchi col titolo ARCICOMICHE STELLARI. E’ in poche parole un’autentica esplosione di invenzioni jacovittiane, perciò più che riassumerne la trama, vediamo di fare un piccolo compendio di tutte le cose buffe che in essa si possono incontrare: i neutroni al burro, l’energia borbonica, gli sgargabonzi, robot volanti di acciaio inossidabile che non possono essere disintegrati perchè i loro atomi sono raccomandati, poi per uscire nello spazio senza scafandro basta inghiottire una pillola estratta da un vecchio brandy terrestre, il "vecchia cuccagna etichetta nera"; e ancora robot volanti proboscidati e insegne di negozi tipo "Bozkeria", "Grobuleria", e così via.

E’ praticamente impossibile elencare tutte le invenzioni di cui è costellata la vicenda, che narra anche una timida quanto insolita, per Jacovitti, storia d’amore. Si consiglia ai nostri affezionati lettori di procurarsela perchè è la più brillante storia fantascientifica realizzata da Jacovitti, un autore che non manca di rappresentare se stesso in qualche personaggio panciuto e nasuto delle sue vicende.

 

 

BIBLIOGRAFIA

 

* De Turris e S. Fusco, INTERVISTA A B. JACOVITTI
da Linus n. 27, giugno 1967

* Manfredo Gittardi, JACOVITTI, L’EVOLVERSI DI UNO STILE
da Sgt. Kirk n. 24, 1969

* Gaetano Strazzulla, B. JACOVITTI
da L’Enciclopedia dei Fumetti, Sansoni Ed. Firenze, 1979

* Franco Fossati, GUIDA AL FUMETTO SATIRICO E POLITICO
Ed. Gamma Libri Milano, 1979

* Rosetta Pioggia, JACOVITTI IL TERRIBILE HA FATTO CINQUANTA
Intervista a Benito Jacovitti dalla rivista 50 e Più, Roma, 1992.

 

 

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