LACIO DROM, di Francesco Grasso

 

L’autore del primo premio è nato a Messina nel 1966. Ingegnere elettronico, attualmente vive e lavora a Roma. Scrive narrativa da quasi otto anni.
Il 18 Aprile (giorno della premiazione di questo Concorso) è convolato a giuste nozze, per questo non è stato presente per il ritiro del premio, e ce ne dispiace. Inoltre gli abbiamo fatto notare che sposarsi non ci sembrava un buon motivo per declinare il nostro invito...ma tant’è. Francesco è un ottimo autore, non da oggi: nel 1991 ha vinto il Premio Urania della Mondadori con il romanzo "Ai due lati del muro". E’ giunto inoltre in finale nelle due edizioni successive.
Nel 1995 è stato finalista al Premio Courmayeur e ho vinto un "cantiere letterario" di Stampa Alternativa. Nel 1996 ho vinto il premio letterario bandito da "Sicurezza Informatica" e il concorso telematico della Editrice Nord. Nel 1997 è giunto finalista al primo concorso di "Cristalli Sognanti".
Attualmente fa parte della redazione di Delos Science Fiction.
Alcuni lavori apparsi su pubblicazioni professionali sono:

IN AMORE E IN GUERRA (racconto) su Mc-MicroComputer
ENEA (racconto lungo) Edizioni Millelire. Stampa Alternativa
NELLE FAUCI DI CERBERO (racconto) su L'Eternauta num. 145
IL RITO (racconto) su "Realta' virtuali" - Keltia Editrice
FONDAMENTALMENTE INNOCUO? (racconto) su Urania num.1282
SOLUZIONE FINALE (racconto) su Mc-MicroComputer e su Cosmo-SF Estate '96

Spendiamo una parola in più per consigliarvi l’attenta lettura di questo racconto, che riteniamo davvero eccezionale per forma e contenuti. E non è poco.

 

 

LACIO DROM

 

Deposizione dell’agente di polizia Cortesi Piero al Giudice delle Indagini Preliminari del Tribunale di Roma.

... Sissignore, ricordo. Era l‘antivigilia di Natale. Io e il mio collega Bartone Duilio eravamo di ronda, come ogni sera, sulla provinciale di Tor Marancia. Secondo la procedura, l’auto di servizio era appostata a duecento metri dall’ingresso del campo nomadi. La nostra consegna era sorvegliare, riferire movimenti sospetti e in caso di necessità richiedere l’intervento, secondo i casi, della squadra Narcotici o della Buoncostume...

Poco prima delle ventiquattro avvertimmo un rumore insolito. Ricordo che spensi i fari, e così facendo colsi una luminosità proveniente dal terreno incolto oltre il ciglio della strada. Non era normale: in quel tratto stradale non ci sono lampioni né semafori. E poi la luce che scorgevo... sembrava il riflesso d’un lumino da cimitero, signore, se capisce cosa intendo... Era spettrale.

Dissi a Bartone di rimanere in macchina, accesi una torcia e andai a controllare... Il terreno era cosparso d’erbacce, e formava in quel punto un piccolo dosso. Lo risalii, giunsi sulla cima, ridiscesi sull’altro versante. Non vedevo più l’auto né il collega, ma non me ne preoccupai, perché ritenevo di non essere in pericolo. Poi il rumore si ripeté, più distinto, e ad un tratto mi sembrò di avvertire un respiro. Sollevai lo sguardo, e in quel momento la vidi.. Intorno a lei l’aria sembrava fluorescente, e crepitava come una stufa elettrica difettosa... Ma non fu l’alone di luce a lasciarmi attonito, signore. Il fatto è che, vede... le giuro che volava.

"L’Evento Psichico di Tor Marancia". Saggio a cura del ch.mo prof. Renato Altieri, universita’ di Tor Vergata, 1999. Capitolo 2, pagg. 12-13.

(...) E’ ferma opinione dell’autore che i fenomeni oggetto del presente studio non possano essere compresi e analizzati se non inquadrati in un più ampio contesto temporale. Sebbene l’azione suggestiva dei media abbia ormai marchiato l’evento di Tor Marancia, nell’immaginario collettivo, col fantasioso appellativo di "Natale Stregato", è ormai certo che la manifestazione del 25 Dicembre non sia stata altro che lo spettacolare epilogo di un fenomeno ben più complesso.

Per un’analisi efficace occorre risalire almeno a un mese prima dell’evento, e focalizzare le azioni di un personaggio scarsamente degnato d’attenzione da parte dei media. Si tratta di Anna Artibani, giovane impiegata ai Servizi Sociali della quinta Circoscrizione capitolina. Il suo apparire sullo scenario di Tor Marancia è un evento cruciale, paragonabile all’immissione di un seme di cristallo in una soluzione satura: i componenti chimici sono già nelle giuste proporzioni, ma è solo l’arrivo del seme a dar forma e scatenare la reazione. (...)

Graffiti murari, da alcuni edifici della borgata di Tor Marancia.

Zingari ai forni! Fronte della Gioventù.

Lettera di Anna Artibani a Roberto Martini, 21 Novembre 1998

Caro Roberto,

è straordinario come sia bastata una settimana di lavoro per cambiare le mie prospettive, per farmi sentire quasi una persona nuova... Immagino che sia una reazione ragionevole, trattandosi del mio primo impiego "vero". Te lo confesso, Roberto, non è davvero ciò che avevo sognato, ma credo che peccherei di ingratitudine se me ne dolessi. Ho visto tanti ragazzi con la nostra roboante laurea in Lettere accettare impieghi da telefonista e da vigile urbano. Io, se non altro, potrei rendermi utile al prossimo, dare una mano a chi ha bisogno d’aiuto.

Ma tagliamo corto... In breve, mi sono stati assegnati i rapporti col campo nomadi di Tor Marancia. Si tratta di persuadere i bambini Rom a frequentare le scuole pubbliche. O meglio, di persuadere le famiglie Rom a mandare i propri figli a scuola. Non è un compito semplice, te l’assicuro. Lottiamo contro genitori che non hanno il minimo interesse per l’istruzione, che crescono i propri figli placidamente analfabeti, in uno stato di miseria e ignoranza che non ho parole per descriverti, che addirittura si oppongono alla scolarizzazione, forse perché temono che la scuola italiana cancelli nella nuova generazione la cultura e la tradizione nomade...

L’ostilità non manca neppure sull’altro fronte. Non immagini quanti pregiudizi, quanto razzismo e luoghi comuni io stia scoprendo nei miei concittadini, Roberto. C’è gente per cui il termine "zingaro" è per definizione sinonimo di "ladro", "primitivo", "malvestito" e "maleodorante". Ci sono madri capaci di avere attacchi isterici alla sola idea che il loro unico e splendido figlio sieda allo stesso banco d’un bambino nomade. Non tengo il conto di quanti insulti e minacce io abbia ricevuto in questi giorni...

Be’, ho raccolto anche qualche vittoria. Quella che più mi inorgoglisce si chiama Maria, ed è una ragazzina sveglia e intelligente di dodici anni, costretta su una sedia a rotelle da quando ne aveva otto. Troppo complesso spiegarti come l’abbia conosciuta: dirò solo che mi è bastato darle un’occhiata per decidere di interessarmi al suo caso... Maria non ha abbandonato la scuola di sua volontà, ma solo perché il padre non era disposto ad accollarsi il suo trasporto quotidiano. L’idea di quella ragazzina che passava le sue interminabili ore su una sedia, prigioniera di una squallida baracca di lamiera, mi era intollerabile, cos" ho preso il coraggio a due mani e ho affrontato il padre. Un nomade taciturno, sfuggente, ombroso come un cavallo selvatico; mi è sembrato maldisposto, addirittura spaventato all’idea di mandare sua figlia in città. Parlava a sussurri, roteava gli occhi irrequieto, e dava l’impressione di cercare solo un pretesto per mettermi alla porta. Ma io ho tenuto duro e l’ho costretto ad ascoltarmi: alla fine ha acconsentito che Maria si iscrivesse di nuovo a scuola, purché io provvedessi a trovarle un accompagnatore a spese del Comune.

Ho presentato la necessaria domanda ai miei colleghi dei Servizi Sociali, e così facendo mi sono scontrata col terzo fronte di questa guerra, forse il più arduo: la burocrazia romana. Ci vorranno dai tre ai quattro mesi perché la pratica svolga il suo corso e la richiesta venga (se tutto va bene) accolta. Tre o quattro mesi, Roberto, capisci? Solo per mettere qualche firma sui moduli. Sempre la stessa storia: burosauri ottusi e mezzemaniche che si gingillano in uffici polverosi, vanificando quanto di buono viene fatto nelle strade, nel mondo vero. Forse un giorno mi sembrerà normale, Roberto, ma ancora non posso accettarlo.

Be’, sapevo quel che c’era da fare: mi sono offerta volontaria. Sarò io a portare ogni giorno Maria a scuola, e a riaccompagnarla a casa al termine delle lezioni. Per me non è nulla, per lei un’enormità... Ti ho sorpreso? Non credo. Ricordo bene quante volte mi hai chiamata "Don Chisciotte", dapprima ridendone con me, alla fine masticando quell’epiteto con rabbia, esasperato, stanco e infelice di dovermi ogni volta rincorrere per salvarmi dai mulini a vento... Le pale di quei mulini hanno girato tante volte da allora, Roberto, non è così? Temo che la tua vecchia amica Don Chisciotte, in fondo, non sia cambiata...

"L’Evento Psichico di Tor Marancia" di Renato Altieri. Pag 21.

Anna Artibani riveste, nel dramma di Tor Marancia, un ruolo d’altri tempi. I suoi vezzi desueti (i rapporti epistolari, il diario), il suo entusiasmo vibrante, l’assoluta mancanza di malizia, la monumentale ingenuità fanno di lei quasi un’eroina da romanzo ottocentesco. Anche la catena di eventi che la coinvolgono nella "stregata" giornata di Natale ha qualcosa di romanzesco, un pathos da tragedia romantica, un’eco di quei drammi ove il Fato manipola i mortali burlandosi delle loro vite. Coincidenze, circostanze ambientali, tempi e luoghi, tutto sembra congiurare, senza scampo, affinché lo scenario si compia.

L’incarico assegnatole, ad esempio, la responsabilità che i dirigenti della Circoscrizione incongruamente le affidano il primo giorno di lavoro, deriva da un conflitto di competenze tra i Servizi Sociali e l’Opera Nomadi. Il caso vuole che Anna Artibani sia la persona adatta giunta al momento opportuno per risolvere una diatriba amministrativa: una probabilità su mille. Ancor più imprevedibile, il suo incontro con Maria Berlingieri. Della piccola nomade si è detto e scritto tanto, spesso a sproposito. Ben pochi, tuttavia, sono giunti a capire la vera natura dell’incidente che, all’età di otto anni, la privò dell’uso degli arti inferiori. Si è ipotizzato, dando credito a confuse testimonianze, che a reciderle il midollo spinale sia stato un proiettile vagante esploso durante un regolamento di conti tra clan Rom rivali; altri hanno azzardato che la bambina sia rimasta vittima di un "raid punitivo" di una banda di skinheads; altri ancora, più prosaicamente, parlano di una vivace serata al campo di Tor Marancia, una notte di festa durante la quale nomadi ubriachi si divertivano sparando all’impazzata colpi in aria, festa risoltasi per la piccola Maria in tragedia...

Alla luce degli eventi del "Natale Stregato", tali spiegazioni appaiono quantomeno pretestuose. Chiunque abbia analizzato seriamente i fatti non può non chiedersi se l’incidente occorso a Maria non sia stato un tentativo, magari inconscio, di sopprimere una creatura anormale e inquietante, che forse proprio allora, sul confine nebuloso dell’infanzia, cominciava a manifestare le sue allarmanti capacità.

I genitori di Maria, naturalmente, non possono più fornirci alcuna risposta. Da parte nostra, possiamo solo azzardare ipotesi. Perché, pur terrorizzati al punto da puntarle contro una pistola e premere il grilletto, costoro non seppero o non vollero, nei quattro anni successivi, liberarsi di Maria? Perché, se così turbati da lei, non la affidarono a un istituto, a un parente? E’ un dubbio che sorge naturale. Solo Anna Artibani, nella sua disarmante ingenuità, poteva permettersi di ignorare ciò che a chiunque sarebbe parso evidente...

Dal diario di Anna Artibani.

...Mio dio, mio dio, quanta miseria... Come si può vivere così?

Dizionario Medico Garzanti dei Fenomeni Psichici.

 

Levitazione: Manifestazione appartenente al domino del cosiddetto "paranormale", associata in genere a esperienze "mistiche" e/o all’uso di farmaci allucinogeni. Per convenzione, indica l’ipotetica capacità di rendere il proprio corpo (o parte di esso) virtualmente privo di peso, di "fluttuare" nell’aria, di "astrarsi" dal mondo fisico. A tale capacità sono in genere collegate manifestazioni psichiche collaterali quali l’aura, il trance profondo, la catalessi, la possessione.

Sebbene storicamente vi siano testimonianze oculari di levitazione (imputate per la maggior parte a fachiri indiani, asceti tibetani, adepti di sette praticanti la mortificazione della carne e il culto del dolore), nonostante che alcuni casi siano stati filmati e studiati da personale medico, a tutt’oggi l’esistenza del fenomeno della levitazione non è riconosciuta dalla comunità scientifica internazionale.

Lettera di Anna Artibani, 1 Dicembre 1998.

Caro Roberto,

forse ti sorprenderà ricevere così presto mie nuove, ma stanno accadendo troppe cose in poco tempo, e fartene partecipe è un modo per evitare di esserne sopraffatta, un sotterfugio per tentare di metter ordine nei miei pensieri.

Ti avevo parlato di Maria, la ragazzina nomade di cui mi sto occupando, ricordi? Accompagnandola ogni giorno a scuola, ho potuto rendermi conto delle sue reali condizioni di vita... Be’, sono di gran lunga peggiori di quanto avessi immaginato. Come se la sua menomazione non fosse sufficiente, la povera piccola è vittima tra i nomadi di un incomprensibile isolamento, di uno status quasi da paria: ho potuto constatare come chiunque al campo eviti non solo di rivolgerle la parola, ma persino di guardarla. Sembra quasi che ne abbiano paura... Peraltro, ho scoperto come il suo handicap sia la principale fonte di sostentamento della famiglia. Il padre di Maria è totalmente analfabeta, ma in compenso conosce a menadito le leggi sull’invalidità civile, ed è un’autorità in materia di assistenza ai disabili. Essendo tutore di Maria, da quattro anni riceve in sua vece l’assegno di invalidità: non è gran una somma, ma diventa consistente se confrontata con le necessità di un nomade.

Si potrebbe credere che questo ruolo da "gallina dalle uova d’oro" le garantisca la gratitudine della famiglia. Ma è falso: la madre di Maria nutre un totale disinteresse per la figlia, cui peraltro delega la totalità dei servizi domestici. A dire il vero, io non l’ho mai vista al campo: se chiedo spiegazioni a Maria, invariabilmente lei risponde che la madre trascorre la giornata "al lavoro", il che significa (ormai sono in grado di tradurre) che è impegnata tutto il giorno a elemosinare per le strade in compagnia del figlio più piccolo o di altri bambini Rom. Per inciso... ho scoperto come questi ultimi, specie i più bravi a impietosire i passanti, siano per così dire "condivisi" dalle donne del campo, che se li prestano l’un l’altra quando si tratta di mendicare.

Del padre ti ho già parlato, perciò dovresti aver chiaro il quadro della situazione. Maria è abbandonata a se stessa, maltrattata, sfruttata, tenuta a distanza. Eppure, nonostante tutto (e me ne sorprendo), è una ragazzina equilibrata, forte, volitiva, malinconica ma decisa. Mi colpisce il suo modo di vivere le emozioni: di trattenerle, ma allo stesso tempo di saperle esprimere con un nonnulla, un lampo nello sguardo, un battito di ciglia, un sospiro. I suoi occhi... Te lo giuro, Roberto, c’è qualcosa di straordinario nei suoi occhi. Una fiamma, un arcobaleno che li anima, che li rende vivi. Rabbia, forse... o qualcosa di più misterioso, che non riesco a decifrare, che a volte mi inquieta. Forse qualcosa represso per troppo tempo, rimasto bloccato per anni nelle profondità di un animo prigioniero, che solo ora (chissà, forse grazie anche a me, volesse il cielo) sta lottando per venire alla luce...

Dizionario Medico Garzanti dei Fenomeni Psichici.

 

Psicomachia: Manifestazione psichica rientrante nell’ambito dei cosiddetti "poteri paranormali". Affine alla lettura del pensiero (vedi le voci Telepatia ed ESP), la Psicomachia consiste nel contatto violento (spesso letale) tra la proiezione mentale di un soggetto attivo (definito psicodominante) e le funzioni cerebrali di uno o più soggetti normali. Tale contatto assume i contorni di un "colpo mentale", in grado di far perdere i sensi e/o di causare lesioni permanenti alle vittime.

Sebbene la scienza ufficiale non avalli le ricerche sull’argomento, la gran mole di osservazioni dirette e le testimonianze raccolte in più di cinquant’anni di studi permettono di sostenere con ragionevole certezza le seguenti asserzioni:

1) Generalmente il soggetto psicodominante è ignaro delle proprie capacità, almeno a livello conscio. Ha una personalità marcata, volitiva, possiede capacità di persuasione fuori dal comune. Si ritiene che grandi leader e dittatori del passato siano stati, senza saperlo, psicodominanti.

2) Il soggetto psicodominante ha raramente il controllo dei propri poteri. La psicomachia si manifesta in particolari condizioni di stress, di paura, d’eccitazione, scatenandosi come una sorta di estrema difesa di fronte a una minaccia. La psicomachia è accompagnata in genere da reazioni collaterali quali scariche di adrenalina, tachicardia, difficoltà di respirazione, epilessia.

3) Il "dono" della psicomachia ricorre, a distanza di generazioni, nella stessa famiglia. Si ritiene che la psicodominanza sia una caratteristica genetica recessiva. Situazioni di alta consanguineità (es. ripetuti matrimoni tra congiunti) possono favorire la nascita di un soggetto psicodominante. In passato, tali situazioni erano comuni nelle famiglie regnanti, il che spiega il gran numero di sospette manifestazioni di psicomachia (documentate dalle cronache storiche) da parte di bambini di sangue reale. Al giorno d’oggi, candidati ideali per la nascita di soggetti psicodominanti sono gruppi etnici minoritari e/o immigrati, ceppi razziali particolarmente chiusi dal punto di vista genetico perché invisi o emarginati dalla popolazione ospite.

Baracca abbandonata del campo nomadi di Tor Marancia (vernice a spruzzo su lamiera annerita dal fuoco)

Zingari di merda, la prossima volta ci sarà benzina anche per voi. FdG

Dal diario di Anna Artibani.

La strada, dove finisce/ senza piedi, userò le mie mani/ Regina di periferia/ con gli occhi della rabbia e dell’arcobaleno/ La pista, con tutta l’arte di un’equilibrista/ la cavalcherò sui venti e gli uragani/ Litfiba

"L’Evento Psichico di Tor Marancia" di Renato Altieri. Pag 34.

Appare evidente come il rapporto tra Anna Artibani e Maria Berlingieri sia poco a poco degenerato in un legame irrazionale, un sentimento torbido, incongruamente materno. Anche la coincidenza dei nomi Anna e Maria, di evangelica memoria, appare rientrare in quel romanzesco gioco del destino di cui si è già detto (il lettore non commetta l’errore di classificarli come semplici dettagli. La vita non ha dettagli: ogni spillo cade col rumore d’un maglio). Ciò giustifica l’incredibile coinvolgimento emotivo e il conseguente comportamento, apparentemente inspiegabile, di Anna Artibani. Tutto indica che in quelle poche settimane l’affetto per Maria, il desiderio di proteggerla, di battersi per lei, le sia cresciuto dentro come un feto deforme.

Imprigionata tra le maglie della propria irrazionalità, dubitiamo che la Artibani abbia potuto rendersi conto della verità sulla giovane Berlingieri. Oggi noi possiamo affermare con ragionevole certezza che, in quell’autunno del 1998, la piccola Maria era psicologicamente sul limite dell’abisso. Aveva accumulato tante e tali vessazioni, sofferenze, ostilità, da aver quasi perso il controllo del suo purtroppo fragile equilibrio mentale. Metaforicamente parlando, era un ordigno sul punto di esplodere. L’evasione quotidiana rappresentata dalla scuola, forse, avrebbe potuto essere la sua salvezza, o almeno una valvola di sicurezza, uno sfogo che le avrebbe concesso di resistere alla tensione mentale ancora per un tempo indefinito. Purtroppo, come sappiamo, anche quella possibilità le venne brutalmente sottratta.

"Il Natale Stregato di Tor Marancia", inchiesta del settimanale Panorama.

 

Il preside della scuola media "Giovanni Pascoli" ha un cipiglio severo, marmoreo, da docente d’altri tempi. A dispetto della massiccia scrivania che ci separa, la sua presenza mi colpisce con un sentore di Acqua Velva, di camicie stirate di fresco, di tabacco.

D - Preside Rossi, vuol parlarci dei rapporti tra il suo Istituto e Maria Berlingieri?

R (consultando un registro) - Il 22 Novembre, dietro richiesta dei Servizi Sociali e dell’Opera Nomadi, acconsentii a iscrivere l’alunna in questione alla prima classe della sezione "B", nonostante che l’anno scolastico fosse già in corso...

D - Ma tre settimane dopo la ragazza fu costretta a ritirarsi. Perché?

R (inarcando un sopracciglio) - Costretta a ritirarsi? Lei si sbaglia. Agli atti dell’Istituto non risultano provvedimenti disciplinari a carico di Maria Berlingieri.

R - Allora perché lasciò la scuola?

R - "Lasciare" mi sembra un termine inesatto. Sui registri risultano soltanto sei giorni d’assenza prima delle normali vacanze natalizie, durante le quali... Be’, sappiamo tutti ciò che avvenne.

 

(Non sembra voler dire di più. Tento una provocazione) D - Eppure... sono giunte voci di fenomeni... be’, chiamiamoli "paranormali", avvenuti nella classe della piccola Berlingieri. Ci è stato riferito di una docente trovata in stato d’isteria, di un alunno ricoverato d’urgenza al San Camillo...

R (innervosendosi) - Dicerie. Sono confidente del fatto che il vostro giornale non voglia darvi peso.

(Ho fatto centro al primo tentativo; adesso si tratta di tranquillizzarlo) D - Naturalmente. Siamo qui per raccogliere una versione ufficiale.

(E’ la risposta che auspicava. Posso quasi vedere i suoi nervi distendersi come lenzuola appiattite da un ferro da stiro) R - I problemi con Maria Berlingieri esistevano, certo; ma non avevano nulla di "paranormale". Le spiego: il programma di cooperazione con l’Opera Nomadi imponeva il suo inserimento in classe; d’altra parte, la ragazza in questione era una disabile, condizione di cui io non ero stato informato. All’inizio dell’anno scolastico il "Pascoli" non disponeva d’insegnanti di sostegno, e l’iter per assegnare l’incarico suppletivo non ci avrebbe concesso di averne uno prima di Gennario. Concorderà che la situazione era complessa: sia legalmente che materialmente non eravamo in grado di offrire l’adeguata assistenza a un’alunna portatrice d’handicap.

D - Ci risulta che ci fosse già qualcuno a occuparsi della ragazza. Un’assistente sociale...

R (stringendo gli occhi) - Se intende Anna Artibani, quella signora procurava più fastidi che vantaggi. La sua assurda pretesa di accompagnare e venire a prendere Maria Berlingieri fino in classe, nonostante che le circolari del Provveditorato proibiscano espressamente agli estranei di aver accesso alle strutture scolastiche, ha provocato più di uno scontro. Non mi stupirei se fosse stata proprio lei a mettere in giro quelle dicerie di cui mi parlava, e solo allo scopo di gettare discredito su questo Istituto.

(E’ giunto il momento della domanda cruciale. Tento di formularla col massimo tatto possibile) D - Dunque lei ritiene che Maria Berlingieri abbia lasciato il "Pascoli" per sua decisione, e non dietro la spinta di qualche maltrattamento o prevaricazione? Giudica che nulla, in quei giorni di Dicembre, l’abbia turbata o spaventata al punto da influire sul suo successivo... chiamiamolo "comportamento anormale"? In definitiva, crede che il suo Istituto non abbia alcuna responsabilità nei fatti di Natale di Tor Marancia?

(Si irrigidisce, ma non manifesta sorpresa. Doveva aspettarsi la domanda sin dall’inizio)

R - L’ho detto e lo ripeto: dai registri del "Giovanni Pascoli" non risulta alcuna azione, né disciplinare né d’altro genere, nei confronti di Maria Berlingieri. Questo è quanto. Ogni ulteriore illazione, da parte del vostro giornale o di chicchessia, che possa ledere la reputazione di questo Istituto, sarà valutata dai legali del Provveditorato agli Studi ai fini di possibili querele.

 

Mi alzo e lascio l’ufficio. L’’effluvio di Acqua Velva è più forte, ora. Sembra voler coprire, e nascondere, ogni altro odore.

Lettera di Anna Artibani, 13 Dicembre 1998

Caro Roberto,

questi ultimi giorni sono stati per me fonte di continue rivelazioni. Mi sento come se avessi avuto a lungo gli occhi bendati, e all’improvviso i veli che mi impedivano la vista siano stati strappati. Nuovi mondi, nuove verità si delineano dinnanzi a me... E nessuna tra queste, Roberto, è meno che spiacevole.

Quasi ogni giorno visito il campo nomadi di Tor Marancia. La baracca ove vive Maria è un autentico tugurio. Non che le catapecchie intorno siano migliori: l’intero campo è in condizioni orribili. Pareti di lamiera arrugginita, lampadine rotte, stufe maleodoranti; niente acqua corrente, servizi igienici in comune ogni sei, sette famiglie; cani, capre e altri animali che scorazzano, si spulciano e defecano liberamente, ovunque, senza che nessuno se ne curi... Me ne avevano parlato ma, ti giuro, vederlo coi propri occhi è un’esperienza impressionante. Credevo fosse sintomo di miseria, e me ne dolevo. Ma non è così: il loro sembra piuttosto... per quanto sia orribile dirlo... uno stile di vita fortemente voluto, quasi esibito come simbolo d’identità culturale, come quando si rivolgono a me, con ostentazione, chiamandomi "italiana".

Alla Circoscrizione, in archivio, ho scoperto qualcosa che mi ha lasciato di sasso. Sai che quindici anni fa il Comune tentò una sorta di "esperimento sociale"? Vennero assegnati degli alloggi popolari, per una cifra simbolica, a un clan di nomadi. Lo scopo, naturalmente, era quello di "integrarli" nella popolazione romana, in qualche modo di "urbanizzarli". Sai come finì? I nomadi presero possesso degli appartamenti, portando con loro le masserizie, gli animali e tutto... Ma durò pochi mesi: uno dopo l’altro, i Rom subaffittarono gli appartamenti comunali a famiglie di sfrattati romani e tornarono alle loro roulotte. Sai che alcuni di loro riescono ancora a vivere con i proventi di questi affitti illegali? Non chiedermi come: credo che i nomadi possano recitare a memoria ogni cavillo dei regolamenti comunali. Probabilmente li conoscono meglio dello stesso sindaco...

E poi, le automobili... I nomadi vivono in baracche fatiscenti, ma non è raro vederli a bordo di Mercedes, di Audi, di BMW lussuose e fiammanti. Ogni maschio adulto del campo dedica metà o più della giornata alla cura della propria automobile, con una dedizione e un impegno che lasciano sconcertati... Sai cosa penso? Che anche questa passione sia una metafora, che rientri nell’esibizione dell’identità tradizionale: un popolo nomade, per cultura, può disinteressarsi del proprio "accampamento", ma deve mantenere in perfetta efficienza i propri "carri"...

Se pensi che io sia ammattita, Roberto, aspetta di giungere in fondo a questa lettera. Ormai sono convinta che la cultura dei nomadi, per vita sociale, tradizione, valori e divisione dei ruoli, non solo differisca dalla nostra, ma le sia profondamente aliena. Ti sei mai chiesto perché l’attività principale delle donne Rom sia l’accattonaggio? Il fatto è che i nomadi ritengono molto più dignitoso mendicare che lavorare. Soprattutto, i nomadi giudicano un’offesa al loro orgoglio di uomini liberi accettare un impiego fisso, essere costretti a seguire regole, obbedire a un padrone magari "italiano". Al contrario, vivere da parassiti, tendere la mano, magari rubacchiare, non viola nessun tabù. Sia chiaro, devono essere le donne a farlo: ragazze che magari sono madri a quattordici, quindici anni, che a trenta sono sfatte, invecchiate prematuramente, non di rado già nonne... Gli uomini non si sporcano le mani con qualcosa di così squallido come procurare il sostentamento alla famiglia, no davvero.

Anni luce dalle convenzioni della nostra società... La realtà più simile cui posso pensare è (per quanto dirlo sembri assurdo) la vita sociale d’un branco di leoni: i maschi controllano il territorio e si battono per definire le gerarchie, le femmine procurano il cibo, i piccoli sono una risorsa protetta e condivisa dall’intero branco.

Ti chiederai perché io me la prenda così tanto. Conosci già la risposta: per Maria. Lei non appartiene alla realtà orribile che ti ho descritto. Non è giusto, non è leale che sia quello il suo destino. Io leggo la sofferenza nei suoi occhi, anche se lei non ne accenna mai. E’ andata avanti in silenzio per tanti anni: forse parlare adesso le sembrerà anche inutile; ma io avverto il suo dolore in modo tangibile, e mi sembra quasi di condividerlo.

E’ accaduto qualcosa a scuola, Roberto. Lei ha deciso di non parlarne, e non parlerà, ma dev’essere stato qualcosa di grave. Ieri mattina, quando l’ho accompagnata in classe, gli insegnanti, i bidelli, i ragazzi, tutti hanno guardato me e Maria con ostilità. Nell’aria si avvertiva una tensione palpabile, un muro d’avversione che sembrava soffocarci. Ho intravisto un capannello di genitori sulla soglia della Presidenza intento a confabulare con Rossi: ogni tanto scoccavano occhiate torve, e mi è sembrato di scorgere qualche cenno nella mia direzione. Quando, all’una, sono tornata a prendere Maria, la classe si è aperta al passaggio della carrozzina come le acque del Mar Rosso, quasi temendo un contatto. Lei non potrebbe star qui, lo sa? ha borbottato l’insegnante. Non sono riuscita a capire di chi stesse parlando: quando mi sono voltata per chiedere spiegazioni, lui era già lontano nel corridoio.

Ho chiesto a Maria cosa fosse successo, ma non c’è stato verso di ottenere più di un silenzio ostinato... Conosco quei mutismi, li comprendo bene: silenzi di una mente offesa, che dice la verità solo a se stessa, che considera ripeterla agli altri come violare qualcosa. Com’è difficile aiutare le persone, Roberto. Credevo bastasse buona volontà, ma sbagliavo. Ricordi la canzone? Dovrò muovermi con tutta l’arte d’un equilibrista... E, forse, neppure quella sarà sufficiente.

Telefonata proveniente dal S.Camillo e diretta a un cellulare non tracciabile. Undici Dicembre, ore 10:45.

...è un ragazzino, signore, dodici anni o poco più... Sì, è arrivato in stato confusionale. I medici gli hanno somministrato del Valium, ed ora è incosciente. Ma avuto il tempo di dire qualcosa, e... Be’, signore, credo proprio che dovrebbe venire a dare un’occhiata...

"Il Natale Stregato di Tor Marancia", inchiesta del settimanale Panorama.

 

La signora Mecocci mi accoglie con gentilezza formale, offrendomi un caffé freddo come la sua ospitalità. Il figlio, Valerio, mi attende nel minuscolo soggiorno, dondolandosi a disagio sulla poltrona rivestita di velluto. Ha i capelli lisci perfettamente pettinati, una camicia immacolata, ed emana un profumo vaporoso di borotalco Neutro Roberts. Alla finestra, un cielo pallido e spalancato grava silenziosamente sui palazzoni intorno.

D - Valerio, tu frequenti la prima B del Giovanni Pascoli, vero?

 

Il bambino annuisce vigorosamente. E’ nervoso, ma non intimidito. Meglio così.

D - Tu e Maria Berlingieri eravate compagni di classe, non è così?

R - Sì.

D - Il suo banco era vicino al tuo?

R (un po’ sorpreso) - No. Lei sedeva tra le ragazze, vicino alla finestra. Per fortuna, perché puz... (lancia un’occhiata alla madre, arrossisce, si corregge) perché non aveva un buon odore.

D - Come si comportava Maria in classe? Voglio dire, studiava? Ti era simpatica?

 

Valerio sembra incerto, si rifugia dietro un vago sorriso, gli occhi tondi persi tra gli oggetti.

R - Non so... Gli zingari sono strani.

D - Maria era "strana"? Perché? Per la carrozzella?

R (scuote la testa) - I suo vestiti. Tutti vecchi e scuciti... Era sempre sporca, spettinata. Non aveva uno zainetto. Era... diversa.

 

Guardo le Timberland di Valerio, i suoi Levi’s, la camicia Fiorucci, e capisco.

D - "Diversa" soltanto per l’aspetto? Non l’hai mai vista comportarsi in modo insolito?

R (guarda ancora la madre, a disagio. Lei annuisce, rassicurandolo) - Sì. Qualche volta.

D - L’undici Dicembre eri in classe, vero? Vuoi dirci cos’è successo?

R - Rocca si è sentito male. Parisi, il bidello, l’ha portato in ospedale. Al San Camillo.

(E’ sulla difensiva. Forse sto correndo troppo: devo procedere per gradi)

D - Rocca è un tuo amico?

R (con decisione) - No. E’ un bullo: uno di borgata, un prepotente. E’ stato bocciato due volte. All’inizio dell’anno ha rubato il mio diario di Dylan Dog: l’ho ritrovato tutto strappato.

D - Rocca dava fastidio a tutti, non è vero?

R (annuendo) - L’anno scorso ha tagliato le gomme alla macchina della prof di Italiano. Per vendicarsi di essere stato bocciato, dicono.

D - Dava fastidio anche a Maria?

R (dopo una lieve esitazione) - Be’, all’inizio le rideva dietro, le gridava "Lavati, zingara" o cose del genere... Un po’ lo facevamo tutti, perché lei era strana. Poi ha cominciato a farle degli scherzi, a metterle degli ostacoli davanti alla carrozzella, a tentare di farla cadere. Ma non c’è mai riuscito: la sedia a rotelle di Maria passava indenne su tutto, anche sui chiodi e i cocci di vetro. A volte sembrava che volasse...

R - E l’undici dicembre? Cosa avvenne?

D - Rocca era molto arrabbiato con Maria, perché lei ignorava i suoi dispetti e gli faceva fare la figura dello stupido. Tutti noi lo sapevamo, compresi i professori, ma nessuno pensava di mettersi in mezzo.

R - Perché?

D - Be’, io non avevo motivo di difendere una zingara, e così anche gli altri, penso... Comunque, credo che quel giorno Rocca avesse deciso di far la festa ai libri e ai quaderni di Maria, come aveva fatto col mio diario. Quando suonò l’intervallo, lui le si avvicinò alle spalle e tentò di afferrarle la borsa. Ma lei se ne accorse: sentiva sempre tutto, quella... Intuì le intenzioni di Rocca e strinse a sé la sua roba. Lui avrebbe dovuto rinunciare; invece si mise a ridere e tentò di strappargliela dalle mani. Lei non cedeva, così lui la colpì.

D - Colpì come? Con un pugno? La picchiò?

R - No, fu solo uno spintone. Voleva spaventarla, credo, e ci riuscì, perché Maria lasciò andare la borsa e cominciò a tremare. Era pallidissima, e respirava a fatica. Rocca rise di nuovo, questa volta di gusto, soddisfatto, come faceva quando, a calcetto, sgambettava un attaccante lanciato a rete... Fu allora che successe.

D - Cosa?

(Valerio si morde le labbra. La madre gli si avvicina, gli mette una mano sulla spalla)

R - All’improvviso Rocca cadde in ginocchio, si portò le mani alla testa e cominciò a gridare. Tutti noi ci voltammo a guardarlo, spaventatissimi: aveva gli occhi girati al bianco, il viso paonazzo, il sangue che gli colava dal naso. A quella vista le mie compagne presero a strillare, facendo accorrere Parisi e i professori dal corridoio. La signorina Gulli, l’insegnante di Musica, varcò la porta, cacciò un urlo e svenne.

D - Chi prestò soccorso a Rocca? Il bidello?

R - Non so. Io guardavo Maria, e i miei compagni facevano lo stesso, credo. Lei era lì, immobile, davanti a Rocca in ginocchio, e lo fissava a occhi socchiusi. C’era un rumore stranissimo, un po’ come quello che fa l’ammazza-zanzare elettrico, e avvolgeva sia Maria che Rocca. Non c’era dubbio: non capivamo come, ma sapevamo che lei gli stava facendo del male. In quel momento Maria mi faceva paura. Tanta paura.

D - Che successe, alla fine?

R - Qualcuno si scosse. Parisi e un paio dei miei compagni gridarono "Basta! Smettila! Lascialo stare!". Lei, semplicemente, chiuse gli occhi e smise di tremare. Rocca si afflosciò come un pallocino bucato e Parisi lo portò via, in ospedale.

(Non aggiunge altro. Seduto composto, sembra aver detto ciò che voleva, non una parola di più. Ragazzino in gamba.) D - Hai raccontato questa storia ad altri, Valerio?

(La signora Mecocci interviene, con l’aria di chi è rimasta troppo a lungo in silenzio)

R - La sera dell’undici due uomini sono venuti a interrogare mio figlio. Senza preavviso. Erano molto rudi...

D - Poliziotti?

R - Si sono presentati come tali, ma non sono convinta che lo fossero. Non erano in divisa, e certo non si comportavano da poliziotti. Erano rigidi, tesi, attenti a non toccare niente... Fuori era buio, eppure loro portavano occhiali scuri... Facevano domande quasi incomprensibili... Credo che almeno uno dei due fosse medico. (sembra sobbalzare, come colpita da un’idea improvvisa) Ora che ci penso, credo di averli rivisti, qualche giorno fa. In televisione, un servizio al telegiornale: il ministro della Difesa si trovava in visita alla Cecchignola... Uno degli uomini che hanno interrogato mio figlio era tra i militari che scortavano il ministro, ne sono certa: ho riconosciuto la cicatrice sulla guancia.

Lettera di Anna Artibani, 18 Dicembre 1998

(...) Maria non vuole che la porti più a scuola. Il primo giorno ha detto di non sentirsi bene, adesso non cerca neanche più scuse: semplicemente, si rifiuta. Ho provato a insistere, con l’unico risultato che il padre di Maria, sbraitando, mi ha fatto uscire dalla baracca. E’ terribile, Roberto: non so cosa stia succedendo. Lei sembra essersi chiusa a riccio, tagliandomi fuori, e questo non posso sopportarlo. Che le prende? Di cosa ha paura? Sono stata a trovare il preside Rossi per una spiegazione, ma dovevo essere troppo su di giri, perché sono riuscita solo a scontrarmi anche con lui. Era assurdamente ostile, e farneticava non so di quali norme di Provveditorato che mi vietavano di portare Maria in classe. Quando gli ho detto che lei si rifiutava di tornare a scuola, mi è sembrato quasi entusiasta.

Sono terribilmente confusa, Roberto. turbata al punto da sentirmi seguita, spiata, osservata da tutti. Avevo fatto dei grandi progressi con Maria, credimi, e non posso sopportare di vederli perduti. So che, lasciata a se stessa, inevitabilmente regredirà, e ne soffro. Devo portarla via... Devo strapparla allo squallore della sua famiglia, alla miseria, all’avvilimento di quella vita. Ma non so come. Ti prego, Roberto, dimmi cosa devo fare...

Dalla deposizione dell’agente Piero al GIP.

D - Si spieghi meglio, agente. Che intende dire con "volava"?

R - Era sospesa in aria, signore, circondata da un alone, una specie di "aura" luminosa. A quella vista mi spaventai, estrassi l’arma d’ordinanza e feci per puntarla, ma non riuscii a muovere il braccio. Qualcosa mi colpì, come un pugno sulla fronte, lasciandomi istupidito. Quando mi ripresi, lei era scomparsa.

D - Si trattava di Maria Berlingieri?

R - Sissignore. Non la riconobbi il giorno di Natale, per via del caos, ma in seguito, quando vidi le foto sui giornali.

D - Capisco... Veniamo alla parte controversa, agente. Lei sostiene di aver presentato rapporto ai suoi superiori, è così?

R - Sissignore.

D - Un rapporto che non esiste negli archivi della Questura. Il responsabile del suo ufficio nega di averlo mai ricevuto. Come spiega la contraddizione?

R - Non so, signore. Le ripeto che descrissi ogni particolare della mia "visione", e che venni trattenuto in Questura fino all’alba per essere interrogato.

D - Interrogato? Da chi?

R - Due funzionari, signore. Non so dirle i loro nomi: fu l’unica volta che li vidi. Erano in borghese, ma agivano come militari. Sono certo che fossero di alto grado; uno dei due aveva una cicatrice sulla guancia; l’altro portava una borsa da medico... Ricordo che mi controllò il polso e le pupille.

D - Questi due "funzionari", come li definisce, commentarono in qualche modo il suo rapporto?

R - Soltanto tra loro, a bassa voce: potei cogliere a stento qualche parola. L’uomo con la cicatrice disse "Non c’è più tempo per i dubbi: dobbiamo agire!" o qualcosa del genere...

D - Mi dica, agente. Le espressioni "Servizio Zero" e "Piano Hook" hanno qualche significato per lei?

R - "Servizio Zero"? Sì, devo averlo sentito, una volta, a livello di indiscrezione. Credo che sia il nome di un reparto speciale del Sismi. "Piano Hook"... No, non mi dice nulla, signore.

D - Va bene, agente, cambiamo argomento. Vuole raccontarci, dal suo punto di vista, cosa avvenne il giorno di Natale al campo di Tor Marancia?

R - Certo, signore. Quel giorno...

Da "L’Evento Psichico di Tor Marancia" di Renato Altieri.

E’ arduo supporre cosa passi per la mente della piccola Maria in quei drammatici giorni di Dicembre. Di certo la bambina non può non rendersi conto del potere che si cela in lei; un potere unico, innaturale, terribile. Maria Berlingieri non è una sciocca: al contrario, la vita penosa e il trauma infantile l’hanno resa prematuramente adulta. L’ipotesi più plausibile, riteniamo, è che Maria in quei giorni sia terrorizzata, che si senta totalmente smarrita, confusa, incapace di capire e accettare le capacità che, pure sentendo come sue, consciamente non riesce a dominare.

La fuga dalla scuola, in questa ipotesi, è espressione della stessa paura. Maria avverte su di sé l’ostilità dei compagni, la loro diffidenza, e sa di non potervi far fronte. Il timore che gli altri provano nei suoi confronti, in un tragico gioco di specchi, non fa che accrescere il terrore, l’angoscia intima che già la domina. E Maria reagisce, fuggendo.

Ma per lei, purtroppo, non c’è pace. Anna Artibani, travisando completamente le motivazioni della piccola nomade, insiste nella sua azione maldestramente protettrice, aggravando involontariamente una situazione già conflittuale, in definitiva lastricando ancora una volta di buone intenzioni la via dell’Inferno.

La tensione, nella fragile mente di Maria, si fa insostenibile. Il suo potere, contro la stessa volontà della ragazzina, torna a manifestarsi, come un getto di vapore che fischi da una valvola di sicurezza. E giungono i "voli" notturni, le apparizioni a prostitute e poliziotti... Finché qualcuno non si allarma seriamente. Come le tessere di un mosaico, i frammenti del dramma di Tor Marancia si dispongono a comporre il quadro completo.

"Il Natale Stregato di Tor Marancia", inchiesta del settimanale Panorama.

 

Il campo nomadi di Tor Marancia, deserto, emana un senso di desolazione, di perdita, d’abbandono. Le lamiere cigolanti lanciano nel vento echi di villaggi fantasma, di antichi borghi diroccati, di navi rollanti alla deriva senza equipaggio. Intorno ai luoghi dello scontro, il nastro giallo della Polizia è intatto, inviolato da allora. Nessuno ha decretato lo sfollamento: è avvenuto in modo spontaneo, quasi per mutuo consenso, per una decisione sofferta e unanime che nessuna autorità esterna avrebbe potuto imporre a gente ostinata come i Rom.

I curiosi no, loro non sono scomparsi. Si aggirano ancora, ronzano intorno alle baracche vuote come mosche tra i resti d’un banchetto: parlottano, ammiccano tra loro; oggi come allora, sbracciano e sorridono alla telecamera. Gli stessi sorrisi. Piccoli e crudeli sorrisi, di piccole e crudeli persone di fronte al dolore. Non è difficile spingerli a parlare. Sono essi stessi a cercarci, a insistere, a offrirci ostinatamente il loro racconto, persino a spintonarsi tra loro, quasi gareggiando per conquistare una briciola di opinabile celebrità. Porgiamo il microfono ai più accaniti, e costoro se ne appropriano come di un trofeo. Sono uomini di mezza età, tratti comuni su visi di borgata, aliti che parlano di troppi caffé corretti, di Nazionali senza filtro e di mediocrità.

D - Eravate qui il giorno di Natale? (annuiscono entrambi) Volete raccontarmi, dall’inizio?

R (esordisce un tizio calvo dall’accento marcato) - Dovevano essere le cinque... (interviene un altro, un omone con dizione ancora peggiore) Ma che stai a di’? Erano armeno le sei. Era già buio come er culo de un Vu’ Cumpra’! Stavo a fa’ du’ passi prima der cenone, quando sento quarcuno che sta a strilla’... All’inizio nun me preoccupo, perché spesso qua ce sta ‘na mignotta che litiga cor su protettore. Poi però me sona strano, perché a Natale neppure ‘e mignotte stanno a lavora’. (il primo testimone, accigliandosi, si riappropria del microfono) Altro che strilli! Sparavano! I botti si sentivano giù in fondo allo stradone!

D - E’ vero che già altre volte bande armate di skinheads avevano preso di mira il campo nomadi?

R (il calvo annuisce) - Sono venuti a ottobre, e prima ancora a luglio. Quelli non scherzano: sparano in aria, fanno scappare gli zingari, mettono la benzina alle baracche e danno fuoco. (l’omone gesticola la sua approvazione) E fanno bene! Ahò, ‘sti zozzi te rubbano le rote de la machina puro co’ te dentro! Se nun ce badi, te trovi i loro regazzini che te rubbeno a casa! E certo che gli skineddese poi se incazzano!

D - E la polizia? Non è mai intervenuta contro questi "raid" teppistici?

R - ‘a polizzia? Ariva dopo e conta i danni. Se c’è quarche zingaro ferito lo porteno ar Pronto Soccorso, e l’altri li carmano co’ le bone o co’ le cattive. Ricordo che ‘na vorta un polizziotto se incazzò de brutto e cominciò a grida’: "Ahò, ma possibbile che nun avete ancora capito a chi potete rubba’ e a chi nno?"

D - Però questa volta le volanti sono arrivate...

R - E te credo! Qua stava a succede quarcosa che nemmeno Mandrake! Anch’io, quanno ho visto, me la so’ squajata e so’ corso a chiama’ er centotredici!

D - Visto cosa?

R - ...gli skineddese stavano a torna’ ai loro furgoni. Corevano, e portavano con loro quarcosa preso a li zingari. Neppure li avrei visti se nun... ‘nsomma, a ‘n certo punto s’è accesa ‘na luce. S’è rischiarato tutto, e loro so’ rimasti forgorati come da ‘n flesc.

D - Un faro d’automobile? Un lampione?

R (un attimo d’esitazione; il calvo ne approfitta per riprendere il microfono) - No, no. La luce era in mezzo a loro. Prima debole, come una fiammella. Poi più forte, quasi un faro da stadio. Ho sentito uno sfrigolìo, come di carne alla piastra. Gli skinheads hanno gridato, e in quel momento devono averla mollata, perché lei ha cominciato a salire, su, su nel cielo.

D - Lei? Cos’era? L’avete vista bene?

R (l’omone, alzando la voce) - Ahò, sembrava er bambinello der presepe! Piccola, du stracci addosso e un’aureola tutt’attorno. E volava, volava, potessero cecamme! (l’altro approva vigorosamente, ma lascia continuare il racconto) Io me la so’ fatta addosso. E invece li skineddese gnente, sembrava che già lo sapevano: con carma so’ tornati indietro e hanno cominciato a spara’ per buttalla ggiù.

D- Vi hanno visti? Si sono accorti di avere testimoni?

R (il calvo scuote la testa) - Non credo. Avevano altro a cui pensare. Non so come, ma quella specie di folletto li buttava giù come birilli. All’improvviso la luce cambiava colore, e quando accadeva uno di loro si portava le mani alla testa e s’afflosciava. Ne abbatté cinque o sei prima che...

D - Che la colpissero?

R - Sì. Allora la luce si spense, poco a poco, come quando finiscono le batterie d’una torcia elettrica... Feci appena in tempo a vedere un paio di skinheads correre verso il dosso dove lei stava cadendo. Poi fu di nuovo buio pesto.

Dalla deposizione dell’agente Cortesi.

No, non erano teppisti, signore. Erano organizzati, si muovevano in squadra, avevano un obiettivo preciso... Gli skinheads non portano il passamontagna: al massimo, usano sciarpe per coprire il viso.

D - Impugnavano armi? Le usavano?

R - Usarle? Signore, con tutto il rispetto, quando siamo arrivati sembrava che fosse appena scoppiata la Terza Guerra Mondiale.

"Il Natale Stregato di Tor Marancia", inchiesta del settimanale Panorama.

D - Quindi gli skinheads abbatterono la... chiamiamola "bambina volante". Cosa avvenne allora?

R - Non appena le misero le mani addosso, decine di zingari urlanti corsero fuori dalle baracche, dalle roulotte, da ogni buco. Uomini, donne, vecchi... sembrava che la notte stessa li vomitasse. Avevano torce, coltelli, pistole, bastoni... gridavano come indemoniati: una Cambogia.

D - I nomadi attaccarono gli skinheads?

R (l’omone torna a intervenire) - Ce poi giura’! Gli skineddese sparaveno, ma loro gnente, se buttavano sotto. (l’altro, interrotto per l’ennesima volta, sembra essere giunto al limite della sopportazione) A ciccio, la voi fini’? Sto parlando io! E poi tu che ne sai? Non te l’eri già filata? (l’omone s’imporpora) A duca, mo te do ‘na pizza che t’arestano pe’ vagabondaggio! (indignato, l’altro cede alla collera e al dialetto) Ma vattene, buzzicone, che te parcheggio ‘na mano ‘n faccia!

D (tento di intervenire, prima che passino dalle parole ai fatti) - Fu a quel punto che arrivò la Polizia, vero?

R - Eccome! ‘na cifra de sbirri! Nun se vedono tante divise manco all’Olimpico quanno ‘a Maggica gioca c’’a Lazio!

D - E la ragazzina?

R - Ah, sì. La regazzina...

Dalla deposizione dell’agente Cortesi.

Oggi, a mente fredda, capisco che i nomadi volessero impedire ai loro aggressori di portar via la bambina. Allora, in quel caos, pensai soltanto che fossero impazziti: suonammo le sirene, esplodemmo colpi in aria, ma loro ci ignorarono completamente. A testa bassa, furiosi, continuavano ad attaccare, incuranti persino delle pallottole.

Questa è un’altra stranezza, signore. Non ho mai visto teppisti usare le pistole con tanta determinazione. Se si fosse realmente trattato di skinheads, non ci avrebbero pensato due volte prima d’abbandonare l’ostaggio e fuggire. Invece tennero duro, con ostinazione da militari di professione. Ma, naturalmente, non ressero a lungo: erano un pugno di uomini contro un’orda. Prima che riuscissimo a fermare lo scontro, erano già stati travolti. Gli zingari, letteralmente, li linciarono.

D - Dai rapporti della Questura, ben dodici Volanti furono inviate al campo di Tor Marancia, per un totale di trentasette agenti. Vuole spiegarci perché, secondo lei, un tale spiegamento di forze non fu in grado di impedire la strage?

R - Avvenne tutto molto in fretta, signore... Avremmo potuto fare qualcosa se ci fossimo mossi subito. Invece... non so... mi sentii improvvisamente bloccato, come quella notte. Non un colpo diretto, come allora, ma un tocco più debole, che però fu sufficiente a lasciarmi disorientato. In seguito, parlando con i colleghi, scoprii che molti avevano avuto la stessa sensazione.

D - E lei avvertì questa "sensazione" prima o dopo aver rivisto Maria Berlingieri che... com’era quel termine sui giornali... "levitava"?

R - Prima, signore, l’ho detto... In realtà, signore, vidi a stento Maria, e solo per una frazione di secondo. C’era un gran caos, e avevo molti colleghi davanti a me, che agitavano le braccia e gridavano. Penso inoltre che i fari delle Volanti coprissero la sua "aura", perché non riuscii quasi a distinguerla.

D - Dunque lei non saprebbe spiegarci in che modo una bambina non deambulante e con tutta probabilità già ferita mortalmente sia riuscita a superare uno sbarramento di trentasette agenti di Polizia e a perdersi nella notte...

R - Non ho una spiegazione, signore. Però, con tutto il rispetto, sarà stata anche non in grado di "deambulare", come dice lei... ma non sembrava averne affatto bisogno. Proprio per niente, signore.

Dal diario di Anna Artibani.

(...) capivo di sognare, ma era così reale, mio dio, così reale. Maria sospesa in aria, davanti a me, che fissava il mio volto in silenzio, trafiggendomi con i suoi occhi d’arcobaleno. Non erano più rabbiosi, adesso: solo tristi, e rassegnati.

Non so quanto sia durata la visione. Secondi, credo, non di più. Poi la figura di Maria cominciò a tremolare, a distorcersi come l’aria sull’asfalto nei giorni d’estate. Fu allora che parlò.

 

Hai fatto tanto per me, Anna - disse, senza aprir bocca. Mi spiace di averti deluso.

In quel momento mi colpì l’angoscia. Capì, con certezza, che era un addio.

- Che succede, Maria? - gridai, tentando disperatamente di svegliarmi - Dove sei?

 

Tu hai un cuore buono - disse ancora, mentre già il suo corpo svaniva come nebbia. Per me è tardi, ormai. Ma ci sono altri. Trovali. Proteggili.

Furono le sue ultime parole. Trovarono il suo corpo sul tettuccio di un’automobile, a pochi isolati dal mio portone. Aveva sei pallottole in corpo. Sei, il numero del diavolo: era morta dissanguata.

Non battei ciglio alla notizia. Avevo già versato tutte le lacrime che potevo, dentro di me. Maria non era riuscita a raggiungermi. Ma aveva voluto ugualmente donarmi un ultimo saluto.

Da "L’Evento Psichico di Tor Marancia" di Renato Altieri.

Le testimonianze sulla strage di Natale al campo di Tor Marancia sono, naturalmente, al vaglio della Magistratura. Non è nostro compito sostituirci agli inquirenti, né tantomeno lanciare accuse a chicchessia; peraltro, rispetto ai magistrati, siamo più liberi nelle nostre congetture, non essendo soggetti ai vincoli dei riscontri e della procedura legale. A noi è lecito formulare ipotesi, raccogliere indizi, analizzare voci e illazioni, e metterle infine insieme a nostra discrezione per tentare una ricostruzione degli eventi, un’indagine del possibile senz’altra pretesa che quella d’essere un interessante esercizio mentale.

Diamo credito, dunque, all’ipotesi del complotto, avanzata da Panorama e ripresa da altre fonti; ipotizziamo, anche solo per un attimo, che esista realmente un "Piano Hook", un accordo a livello Nato supportato dall’Intelligence di ogni nazione occidentale (Italia compresa). Accettiamo come plausibile anche che lo scopo di tale piano, com’è stato detto, sia la sorveglianza e il controllo dei mutanti psichici, che le sue direttive siano catturare e sottoporre a esperimenti qualunque soggetto che manifesti poteri paranormali.

Alla luce di tale ipotesi non solo risulta immediata una nuova visione del Natale Stregato di Tor Marancia, ma sorgono inevitabilmente alcune considerazioni ben più inquietanti. Ci si chiede, ad esempio, se le numerose sparizioni infantili avvenute negli ultimi anni abbiano avuto un movente diverso dalla pedofilia o dalla prosaica seppur terribile violenza sui minori... Dal 1995 nel nostro Paese i bambini svaniti nel nulla sono più di trecento, e la cifra si riferisce unicamente ai cittadini italiani: per gli immigrati è impossibile formulare statistiche analoghe, ma il sospetto è che le cifre siano ben più alte. Il fenomeno è presente anche nel resto d’Europa, e nel Terzo Mondo assume dimensioni sconvolgenti.

Qual’è dunque lo scenario in cui ci conducono le nostre "ipotesi di lavoro"? Possibile che il genere umano si stia evolvendo in direzioni insospettate? Che la nuova generazione presenti capacità latenti ma in potenza devastanti? Che chi regge le sorti del mondo sia così interessato alla mutazione (basti pensare alle possibilità in campo bellico) da impegnarsi con ogni mezzo per nasconderla agli occhi dell’opinione pubblica e scoprire così indisturbato il segreto celato in quei corpi di bambino?

Sono possibilità enormi, la cui valutazione va ben oltre gli obiettivi di questo studio. Consci dei nostri limiti, circoscriviamo l’attenzione su quel che in definitiva ci compete, ovvero gli eventi di Tor Marancia.

L’attacco teppistico contro il campo nomadi fu chiaramente inscenato al fine di rapire la piccola Maria Berlingieri. Tutto sembra confermare tale ipotesi: l’incongrua scelta del giorno e dell’ora, le armi in dotazione ai presunti skinheads, il loro evidente addestramento militare, il sangue freddo (d’autentici professionisti) da costoro dimostrato. E’ da sottolineare come i supposti teppisti non ebbero alcuno scrupolo a sparare contro Maria: ciò dimostra come lo scopo fondamentale dell’azione non fosse catturare la bambina ma, più semplicemente, farla sparire, in un modo o nell’altro.

Quel che i rapitori non avevano previsto è, in definitiva, il dettaglio più sorprendente dell’intera vicenda: la furiosa opposizione da parte dei nomadi. L’analista militare, chiunque fosse, che pianificò l’attacco al campo di Tor Marancia commise un gravissimo errore di valutazione, ipotizzando che i Rom accogliessero la scomparsa di Maria in fondo come una liberazione. Non fu così: gli stessi nomadi che altre volte avevano subìto passivamente i raid teppistici (rispondendo al massimo con la fuga), questa volta impugnarono ogni arma a disposizione, propria o impropria che fosse, e si gettarono rabbiosi contro il muro di pallottole.

Una reazione che sorprende anche noi, che ci porta a riflettere, a meditare sulla nostra totale ignoranza dell’universo e della mentalità Rom. I nomadi, lo sappiamo, non amavano Maria: più probabilmente, la temevano. Eppure, checché ne pensasse Anna Artibani, non la trattavano diversamente da qualunque altra ragazzina del campo. Pur nella loro grossolanità, nella loro primitiva concezione familiare, nell’assoluta impreparazione e ineguatezza a trattare l’handicap che l’affliggeva, i nomadi consideravano Maria una del clan; si erano resi conto delle sue capacità (come avrebbero potuto evitarlo, del resto?) ma ne avevano serbato il segreto; tenevano lontana Maria dal mondo, è vero, forse la emarginavano, ma solo per proteggerla da quell’interesse ostile che, alla fine, l’avrebbe uccisa. E quel sanguinoso giorno di Natale, di fronte a un manipolo di estranei in armi che minacciava una di loro, non ebbero un istante di esitazione, e le corsero in aiuto a sprezzo della loro stessa vita... Ricordiamolo: in prima linea nello scontro, in quella turba di improvvisati e sconsiderati eroi, il padre e la madre di Maria riscattarono con il loro sacrificio anni di errori e di (forse inconsapevoli) maltrattamenti.

Molti di noi (forse anche Anna Artibani) giudicano gli usi nomadi poco più dignitosi di quelli d’un branco d’animali selvaggi. Ma la dignità è sorella della virtù: tendiamo a inseguirle per tutta la vita, e forse un giorno ci accorgeremo di averle sempre avute, e che non ci sono mai servite a niente... No, noi non daremo giudizi: ci limiteremo a professare la nostra ignoranza. Il mondo dei Rom è un universo oscuro, una cultura aliena che non vive su altri pianeti, ma accanto a noi, appena oltre la soglia delle nostre case. "Lacio drom", è scritto all’ingresso dei loro campi, una forma di saluto rivolta al visitatore, al nuovo arrivato, espresso in una lingua che non conosciamo, che non ci siamo mai posti il problema di comprendere.

E’ proprio questo il punto che ci inquieta, il messaggio che echeggia dalle baracche abbandonate di Tor Marancia. Siamo così limitati nelle nostre vedute, così chiusi e maldisposti nei confronti di chi è diverso... Come potremo accogliere la comunità marginale (di certo ancor più aliena di quella Rom) che è in procinto di formarsi, quella dei mutanti psichici, con cui un giorno dovremo convivere? Come potremo dire un giorno "benvenuti" al nuovo popolo che nascerà dai bambini come Maria, se non siamo neppure capace di rispondere al "Lacio drom" dei nostri vicini? Il fumo che si alza a spirale dai fuochi dei nomadi, che scorgiamo in lontananza oltre i vetri delle nostre case tiepide, si addensa a formare quest’ultimo, definitivo, terribile interrogativo.

Dal libro di testo di Maria Berlingieri. Brano di poesia evidenziata.

...e di tutti i fuochi che ardono in me, ce n’è uno che brucia come il sole. Forse non illumina il mio cammino, ma mi dice che la mia anima ha un’ombra.

 

 

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