IL CIMITERO DEGLI ELEFANTI, di Mauro Franzin

 

Mauro Franzin, Settimese trentatreenne innamorato di Stephen King, onora la nostra antologia con una grande prova d’autore, lui che ha iniziato proprio qui, senza precedenti letterari, giunto finalista l’anno scorso con una prosa cruda, accattivante ma un po’ ingenua.

Quest’anno ci sbalordisce ancora una volta per la sua maturità d’autore quasi esordiente, e sfodera un racconto "d’orrore postindustriale" ambientato in un luogo che potrebbe essere benissimo proprio Settimo Torinese, dove lui è nato.

Al lettore non sfugga il particolare ritratto che Mauro costruisce degli orrori di una quotidianità alienante.

 

 

IL CIMITERO DEGLI ELEFANTI

 

Seduto sulla panchina di pietra, il vecchio aveva aspettato a lungo, col bavero alzato e le mani infilate nelle tasche del cappotto, nel penoso tentativo di difendersi da un freddo che gli veniva da dentro il cuore.

Per tutto il giorno l’estate sbruffona aveva fatto credere d’essere ancora padrona del gioco, ma ora delle quattro del pomeriggio, l’autunno l’aveva fatta pedalare senza neanche disturbarsi a fare la voce grossa: era stata sufficiente una sottile brezza che s’era fatta via via più insistente, poi il gelido strattone d’una folata ubriaca di foglie ancora verdi aveva abbassato la temperatura e il morale dell’anziano Giuseppe di almeno cinque gradi. Avrebbe preferito aspettare col caldo, perché il caldo lo faceva stare più allegro e l’allegria gli avrebbe fatto credere fino all’ultimo che alla fine Michele non sarebbe venuto, che alla fine, ancora una volta gli sarebbe mancato il coraggio

II

Donato non era certo quello che una madre avrebbe definito una buona compagnia, ma loro erano un branco di ragazzini dall’aspetto vigile e famelico, cresciuti ai margini di un mondo che cominciava allora a non sapere più cosa farsene nemmeno degli adulti e Donato era quello tra loro che invece sapeva sempre cosa fare e quando.

Non si può dire fossero stati loro a scoprire il piazzale, perché in realtà fu come se il piazzale li avesse chiamati fin dall’inizio, vista la sicurezza con la quale ci erano arrivati, passando sotto gallerie di rottami pericolanti e dentro cunicoli aperti tra colline di pedane accatastate. Il piazzale era a due chilometri buoni dal recinto esterno, due chilometri difficili e sinuosi, percorsi in fila indiana, con Donato in testa che sembrava veramente conoscere la strada e la vecchia Fonderia a premere su di loro quasi volesse schiacciarli nella morsa delle sue lamiere arroventate, sempre pronte a proporre un bivio o un crollo, sempre echeggianti di rumori lontani e di piccoli passi furtivi: era solo la Fonderia, come sempre, ma per loro era la giungla e quello era un giorno magico e non si erano mai spinti così lontano. Fu così che videro il piazzale, o meglio se lo immaginarono attraverso le dune spigolose di tegole e blocchi sotto ai quali era sepolto e a Donato venne l’idea di sgombrarlo e ci fu chi disse si e chi disse no, perché fu chiaro da subito che sarebbe stato un lavoro duro e la loro era una democrazia, ma Donato sapeva essere convincente, perciò diede una pacca sulle spalle a Giuseppe che era d’accordo e un calcio nel culo a Michele che d’accordo non era e quelle che seguirono furono due settimane in cui più di una volta Giuseppe pensò che se anche lui non fosse stato d’accordo, forse Donato avrebbe deciso che i calci nel culo cominciavano a essere troppi e loro non avrebbero dovuto giocare agli schiavi egizi che ripuliscono il deserto dalle macerie della piramide maldestramente crollata... ma alla fine ne valse la pena, ancora prima di tracciare a terra le righe del campo, seppero che ne era valsa la pena dal luccichio orgoglioso che si cercavano e si riconoscevano negli occhi: avevano fatto un buon lavoro e l’avevano fatto insieme. E ora avevano un campo da pallone e un’estate intera davanti per poterci giocare...

III

Giuseppe aveva più di settant’anni e non aveva mai mancato un appuntamento, quella volta però aveva passato ore cercando di convincersi ad andarsene prima dell’ora fissata, magari bluffando persino col proprio orologio, perché forse Michele, non trovandolo li seduto, avrebbe rinunciato, o perlomeno rimandato.

Invece Giuseppe e il suo orologio preciso erano rimasti li, stoici come la panchina di pietra, tutta crepata nello sforzo di rimanere al proprio posto a qualunque prezzo e Michele era arrivato con un quarto d’ora d’anticipo: un ometto dall’aria nervosa, accompagnato da una bici troppo grande e preceduto da due ridicoli occhialini aggrappati a un naso spropositato.

Giuseppe non s’era alzato e non l’aveva salutato.

S’era limitato a guardarlo con palese disgusto, indugiando sullo zainetto che l’altro portava sulla schiena e sulla bici scura dall’aria più derelitta di loro due e alla fine era stato Michele a rompere il silenzio e tutti e due sapevano che sarebbe stato così; Michele non era mai riuscito a vincere una partita a scacchi.

Non contro Giuseppe.

- Che hai da guardare?"

- Guardo un vecchio scemo. E tu l’hai visto nello specchio, uscendo? Con quello zainetto sembri lo studente più vecchio del mondo che bigia la scuola per la milionesima volta!"

Michele aprì la bocca per rispondere a tono, ma poi parve che un pensiero sgradevole gli attraversasse la testa e, ripensandoci, la richiuse sedendosi accanto all’amico e mollando la bicicletta tra le erbacce.

I due vecchi rimasero a lungo in silenzio; oltre il prato di alti sterpi marroni, la ruggine della Fonderia fiammeggiava nel crepuscolo imminente annunciando un tramonto rosso sangue; foglie secche vorticarono tra i piedi dei due uomini, che strinsero le spalle, opponendosi a un vento incapace di smuovere quel mare inamidato di malerba, cresciuto dalle macerie che circondavano la fonderia. Lontano, un corvo in cerca di preda gracchiò volando tra le alte ciminiere che, a centinaia, si perdevano all’orizzonte.

- Il tempo cambia! - Disse Michele; lo diceva sempre quando sentiva un corvo gracchiare e Giuseppe naturalmente sapeva che l’avrebbe detto. Ogni tanto per puro spirito di polemica ribatteva che, a memoria d’uomo, nessuno aveva mai sentito una di quelle bestiacce cinguettare, qualunque fosse il tempo in fabbricazione! Ma quella volta tacque. Tutta la sua complessa centrale meteo-barometrica a partire dalle cervicali, passando per la sciatica fino al callo del piede, gli diceva che il corvo di Michele aveva ragione. Il tempo stava davvero cambiando, alla faccia di quell’altro detto: "rosso di sera bel tempo si spera".

Gettò uno sguardo cupo all’oceano di lamiere rosseggianti, alla giungla di tubi e silos, al caos di scalette e cisterne che si susseguivano e si rinnovavano all’infinito davanti ai suoi occhi e in entrambe le direzioni fin dove giungeva lo sguardo. Cambiasse pure il tempo, la Fonderia sarebbe stata sempre li, dov’era sempre stata fin da prima che loro due, cariatidi, venissero al mondo e ancora sarebbe stata li, così com’era, dopo che loro fossero crepati.

IV

Quell’anno nella banda era arrivato un ragazzino nuovo, era scuro di carnagione e si chiamava Kosir, non si spiegava granché bene, ma giocava a pallone come un Dio e non aveva bisogno di altre credenziali. Rimase a giocare per quattro pomeriggi consecutivi: alle quindici del quinto, mentre Giuseppe stava in porta e gli altri si fronteggiavano in due squadre che sudavano e si strattonavano sempre sull’orlo della rissa, aveva calciato un pallone alto oltre il tetto semicircolare di un capannone; avevano sentito due rimbalzi, poi era tornato il silenzio.

- Porca puttana! - Aveva imprecato Mattia gettando a terra il berretto col frontino e saltandoci dentro a piedi giunti: il pallone era il suo ed era il terzo che partiva per l’iperspazio in una settimana. Si erano guardati l’un l’altro, ansanti, poi tutti avevano guardato Donato.

Faceva un caldo bestiale e la prospettiva di scivolare come serpi tra bitume incandescente e rovi non entusiasmava nessuno. Donato si limitò a ricevere le occhiatacce di tutti e a farle rimbalzare su Kosir, che alzò le spalle e partì trottando sulle sue Adidas nuove di zecca.

Giuseppe se lo ricordava bene: una testa con ricci così fitti che sembravano annodati e calzoncini neri con righe verticali bianche ai lati. E una maglietta gialla di cotone. Kosir era passato in mezzo a una siepe di arbusti, poi s’era inerpicato su un muro diroccato che rappresentava una scala perfetta e, aggrappatosi al bordo della grondaia si era issato sul tetto del capannone e loro, accucciati all’ombra, avevano approvato in silenzio la tecnica seguita fino li. Kosir aveva saggiato la tenuta del tetto con la punta del piede, poi l’aveva attraversato a passo sicuro. Giunto sulla cima s’era girato a salutare e i suoi denti bianchi avevano lampeggiato all’implacabile sole estivo: ciao, ciao; due gesti con una mano notevolmente più bianca della faccia, quindi era scomparso dall’altro lato del tetto e dalla faccia del mondo conosciuto.

Kosir non ritornò a giocare, quel pomeriggio e non rientrò a casa quella sera nè a scuola il giorno dopo.

Il piazzale li aveva chiamati per giocare. E qualcosa aveva chiamato Kosir in un luogo speciale dal quale non si torna indietro: erano due strofe della stessa canzone e a cantare era sempre la stessa voce; la voce della Fonderia, o perlomeno questo era quello che dicevano gli sguardi furtivi che i ragazzi si scambiavano, giocando a palla dentro un involucro di silenzio tutto nuovo.

Ma Kosir era l’ultimo arrivato e anche se il segno rimase e giocare nel piazzale non fu più la stessa cosa, il gruppo era forte e pronto a superare.

Ma poi arrivò il signor Alfonso e superare divenne impossibile.

V

Giuseppe ammiccò verso la bici dell’amico:

- Non penserai mica di andarci in bicicletta! - L’altro grugnì.

- Certo che no. La bici è per te. A me non serve più. -

Giuseppe alzò gli occhi al cielo, come cercando di vedere le gocce di pioggia che si formavano nelle nuvole a venticinque chilometri di altezza, ma quello che vide, invece, fu solo un sospetto di lacrime parecchio più in basso. La bici era un regalo importante e lui aveva già il groppo in gola di suo e poi era vecchio e debole, anche se sarebbe morto soffocato prima di ammetterlo; comunque se quel vecchio bastardo si aspettava di vederlo piangere...

- Sei proprio deciso? - Non che si aspettasse una risposta: Michele non era uno abbastanza intelligente da ritornare su una decisione, vero com’è vero che i corvi non cinguettano nè con la pioggia nè col sereno; da quel momento in poi, sarebbe stato Giuseppe a parlare, finiti gli argomenti, Michele si sarebbe alzato e diretto verso la Fonderia.

- Hai pensato a tuo figlio? Gli darai un dolore! -

Michele questa volta rovesciò la testa e rise di petto, una risata aspra, copiata dall’uomo giovane che era stato tanti anni prima, quando aveva ancora i capelli e denti suoi.

- Mio figlio! Passerà un mese, prima che mia nuora gli chieda: ‘ma quanto tempo è che non senti tuo padre’ e lui risponderà: ‘Mah! Una settimana o giù di li’. Allora passerà forse un’altra settimana e poi uno dei due proverà a telefonare e quindi un altro paio prima che vadano a dare un’occhiata al mio appartamento, per vedere se mi sono trasformato in un ingrosso alimentare per le mosche e ho cominciato a sprigionare metano dal culo! -

Giuseppe non replicò. Lui non si era mai sposato, non aveva figli e prima di quel pomeriggio non aveva mai pensato veramente alla solitudine.

Lontano, verso ovest, si udì un boato che avrebbe potuto essere un tuono ma non lo era; forse era crollato un tetto, o un pavimento, oppure i piedi di una cisterna contenente sostanze sicuramente tossiche che fermentavano da un secolo, avevano finalmente ceduto a una paziente ossidazione. Giuseppe si girò a mezzo sulla panchina, guardando dietro di sè; la strada che costeggiava il terreno incolto era lunga e diritta, in alcuni punti sollevata dalle radici degli alberi che ne affollavano i bordi e avevano preso a crescere anche tra le spaccature dell’asfalto; oltre la via sorgevano le prime propaggini di un quartiere popolare: il vecchio si era girato perché non voleva stare a guardare la Fonderia, ma tutte quelle centinaia e centinaia di finestre buie che lo guardavano come occhiaie vuote gli mettevano addosso l’angoscia. Quei palazzi erano disabitati da più di cinquant’anni: erano stati costruiti per gli operai di quella che loro chiamavano la Fonderia, ma di operai non ce n’erano più da tanto tempo. Lui e Michele erano stati operai, come i loro padri e i loro nonni.

Gli ultimi dinosauri; vestigia ingombranti di un passato dimenticato di cui nessuno sapeva più cosa fare, proprio come nessuna amministrazione pubblica aveva mai saputo cosa fare del grande complesso e dei quartieri cresciutigli intorno all’epoca della grande espansione industriale e che ora erano solo pidocchi attorno a un cane morto.

Tutto finito dentro anni perduti, spazzati via come foglie secche da folate di freddo vento autunnale.

VI

Il signor Alfonso era un pensionato di un vicino stabilimento siderurgico cui era rimasta la passione per la terra della sua nascita contadina e l’inesorabile cattiveria del suo passato industriale; era arrivato in quello che i ragazzi chiamavano il loro territorio, aveva costruito una baracca e un recinto fatto di pedane spezzate, pali e giovani alberi divelti e si era messo ad allevare galline e coltivare verdure, ma il signor Alfonso non era uno di quelli che lavorano fischiettando e si tolgono il berretto quando scoprono che il loro vicino li sta guardando; il signor Alfonso piantava i cavoli, piantava le rape e soprattutto piantava grane.

Non appena si accorse che da quelle parti gironzolavano dei ragazzini, li accolse sbraitando e lanciando sassi per poi munirsi di tagliole opportunamente occultate a difesa del suo improvvisato campicello. No, dico: tagliole! Quell’uomo non aveva più diritto di loro di trovarsi li, ma in compenso aveva le idee chiare su quelli che erano i rapporti gerarchici tra un adulto lavoratore e un branco di mocciosi parassiti e loro avevano imparato a regolarsi, perché un tipo disposto a spezzare le gambe a un bambino per una rapa e due galline, merita un’accurata misurazione. Ciononostante, ogni volta che la banda si recava a giocare nella Fonderia, non mancava mai di passare a dare una sbirciatina al signor Alfonso, l’unico orco di cui allora riuscivano a concepire l’esistenza.

Fu Moreno ad accorgersi che c’era qualcosa di strano.

- Non riesco proprio a capire dove sia! - Aveva annunciato strizzando gli occhi dietro le lenti spesse; erano tutti sdraiati dietro un dosso di terra battuta, come indiani che tendono un’imboscata e Donato se ne stava sulla schiena lanciando in alto una pallina da tennis che poi puntualmente riprendeva.

- E allora? Ti manca, per caso? -

- Sarà meglio andare. - Tagliò corto Giuseppe e così fecero: una cosa era dare un’occhiata ad Alfonso da lontano, mentre lavorava, un’altra stare al limite della sua proprietà e non avere idea di dove fosse di preciso. C’era stata una volta che quell’adulto responsabile s’era preso la responsabilità di tirare loro addosso con un fucile da caccia calibro 12 standosene acquattato dietro la finestrella della sua baracca. Così erano partiti in silenzio verso un pomeriggio rilassante che avrebbero trascorso saltando giù da un vecchio vagone merci verso la cima di una flessuosa betulla alta solo cinque metri; l’albero era distante dal vagone un paio di metri e un paio di metri di vuoto a cinque metri d’altezza hanno un discreto impatto psicologico su di un adolescente in cerca di emozioni; se poi l’adolescente è abbastanza maldestro da mancare la betulla è ovvio che l’impatto non è più solo emotivo, ma il rischio faceva parte del gioco e l’emozione provata nel venire depositati a terra dal giovane albero che dolcemente fletteva sotto il peso, era qualcosa di molto simile a un orgasmo, o perlomeno così la pensavano quelli di loro che si erano già spremuti fuori quella sensazione.

Ancora su di giri, erano poi ripassati al limite del territorio del signor Alfonso e Donato aveva detto a Moreno:

- Vai a dare una guardata ad Alfie . -

Alfie altri non era che il celeberrimo signor Alfonso. Moreno occhieggiò il dosso spelacchiato che separava il gruppetto di ragazzini dal piccolo podere e poi squadrò il capo con aria di sfida.

- Cos’è, ti manca? - L’aveva scimmiottato.

Donato aveva sogghignato apprezzando la battuta, poi aveva fatto un passo avanti e aveva spento la luce a Moreno con un diretto in piena faccia.

Donato apprezzava sempre una buona battuta e questo nonostante non avesse il minimo senso dell’umorismo, esattamente come Moreno, che il senso dell’umorismo ce l’aveva, non aveva idea di quando fosse il caso di tenere la bocca chiusa.

Avevano passato forse un minuto a cercare di non fissare Moreno, che singhiozzava seduto per terra tenendosi il naso sanguinante, poi Donato aveva accennato a Giuseppe e gli aveva detto:

- Vai tu. - Giuseppe ci aveva pensato per un po’, perché a quel punto della questione Alfie era diventato un elemento marginale: il problema era stabilire quale fosse la gerarchia del branco ed era chiaro a chiunque che se c’era tra loro qualcuno capace di rimetterla in discussione, questo era proprio Giuseppe, che aveva solo tredici anni, il moccio al naso e il cervello tra i testicoli, ma già allora era un tipo metodico e perciò stimato membro di una banda di bastardelli che consideravano il naso rotto e le mani callose come le uniche prerogative di un uomo.

Giuseppe aveva imparato presto che le cose hanno una forma e una sostanza a cui uno deve dare il giusto peso se vuole occupare il posto nella vita che le sue possibilità gli offrono; pochi anni dopo suo padre sarebbe stato divorato dalla parte attiva della Fonderia dentro una micidiale colata e Giuseppe non avrebbe avuto esitazioni nell’occupare il posto lasciato vuoto accanto all’alto forno: era un’epoca in cui l’acciaio era ancora affamato di carne proletaria a buon mercato almeno tanto quanto i proletari erano affamati di bistecche che tanto a buon mercato non erano e perciò Giuseppe aveva seguito a testa bassa la bara di suo padre, vuota come una beffa e a testa bassa, dal giorno seguente, aveva imparato a seguire l’urlo della sirena della fabbrica, perché le sue possibilità non andavano più in là di così e quello che lui veramente avrebbe voluto per sè stesso, aveva così poca importanza che lui per primo non se lo era mai chiesto.

Quel giorno con Donato, invece, avrebbe anche potuto decidere di fare muso duro, ben sapendo che tra loro due non sarebbe bastato un cazzotto e una frignata, come con Moreno. Quel giorno decise di salire su quel dosso, perché altrimenti avrebbe dovuto battersi e, se avesse vinto, il gruppo avrebbe perso il capo migliore, perché Donato era migliore di lui.

Donato era stato capace di mandare Kosir a cercare un pallone e poi farsi una ragione della sua scomparsa, Donato sapeva guardare avanti senza voltarsi indietro e un gruppo di ragazzetti abbastanza tenaci da crescere in qualche modo mettendo radici in una terra dove fiorivano solo acciaio e macerie, non ha bisogno di un capo che sappia cosa sono i rimorsi e questo era stato il suo contributo alla sostanza; un tributo che gli occhi di una dozzina di ragazzini gli avevano fatto pagare incendiandogli la nuca mentre arrancava su per la salita. Dalla cima del dosso, un accaldato Giuseppe concluse alla prima occhiata che nell’immutato squallore del panorama sottostante si celava da qualche parte un pericolo in agguato: nel campo, del signor Alfonso non c’era traccia e dopo qualche minuto fu chiaro che, se si trovava nella baracca, il suo comportamento era straordinariamente silenzioso; oltre il bordo della cintura di terreno incolto che confinava con la strada lampeggiava al sole il tetto della decrepita giardinetta di Alfie; quindi era laggiù, da qualche parte. Giuseppe si produsse in un breve fischio, chiamando gli altri a raccolta e dopo due minuti erano tutti riuniti sulla cima della bassa collinetta, come corvi sul filo del telefono. Avevano taciuto a lungo, poi in pochi avevano parlato:

- Magari si è addormentato. -

- Può essere che stia male... - E tutti avevano guardato Donato. E Donato aveva detto:

- O forse è una trappola. - E poteva anche essere. Eccome no! Da uno che mette tagliole capaci di sbrindellare la zampa di un orso per proteggere la lattuga dalle presunte incursioni di una banda di ragazzini, questo e altro ci si può aspettare. Ma Giuseppe aveva da terminare di prendere la sua medicina e dopo la sostanza c’era la forma a cui badare e a tutti doveva essere chiaro che Donato era il capo e vabbè! Ma lui non era un vigliacco e avrebbe fatto uscire la testa dal buco del culo di chiunque avesse detto il contrario, così aveva annunciato:

- Vado giù a vedere! - E anche se tutti sapevano che a nessuno poteva fregare meno che a loro se al signor Alfonso fosse venuto un colpo secco -anzi!- nessuno aveva fiatato perché non occorre essere dei babbuini e avere il commento di Piero Angela per capire che la forza del branco viene dalla durezza delle sue regole e dalla capacità dei singoli di comprenderle.

Così era sceso, un occhio alla finestrella della capanna e un altro alle trappole che costellavano la discesa, fino a quando non fu troppo vicino alla baracca e capì di avere superato un’invisibile soglia al di la della quale il pericolo era così reale da gravare su di lui con tutto il peso di quella calura infernale. Il ragazzo terse via il sudore che gli faceva bruciare gli occhi e avanzò verso la costruzione sbilenca tenendosi piegato e pronto a scattare. Immediatamente si accorse che il recinto improvvisato era stato spazzato via come una costruzione di carte e il terreno accanto alla baracca era sollevato e scavato come fosse stato percorso da una muta di cinghiali inferociti. Accelerando il passo, Giuseppe raggiunse l’angolo della costruzione, che gli celava l’ingresso vero e proprio e li fu colto da altri due particolari significativi: sparsi davanti ai suoi occhi c’erano macchie umide, disseccate dal sole, che recavano su di sè patetici mucchietti di cartilagini e piume: palesemente erano ciò che restava delle preziose galline del signor Alfonso. E poi c’era l’odore. Giuseppe sapeva che odore era, naturalmente; era un odore che nella Fonderia aveva già sentito: l’odore acre del proprio sudore mescolato alla paura e il puzzo di qualcosa di deperibile rimasto per troppo tempo sotto il sole; un odore aspro e selvaggio, inebriante e stomachevole, l’odore della morte e del pericolo mescolati a quello più dolciastro della putrefazione come in un rapporto sessuale contro natura che faceva urlare l’aria spessa di afa, agitando milioni di campanelli d’allarme attorno alla sua giovane testa sudata. Attese, lottando col terrore che montava avvolgendolo come un serpente e inchiodandolo al suolo. Per vincerlo doveva muoversi, ma scappare voltando le spalle a quella baracca, offrendo la schiena a ciò che si celava appena dietro l’angolo, gli sembrò così insopportabile che alla fine avanzò oltre, allo scoperto.

E Alfonso era li, accanto all’ingresso buio della catapecchia, ad occhi chiusi, appoggiato contro la parete. Giuseppe si arrestò trattenendo il respiro, con l’esofago contratto come un braccio muscoloso e lo stomaco stretto a pugno attorno ai suoi intestini e ai prodotti semilavorati che contenevano. Il signor Alfonso era appoggiato al muro come un sacco di farina e il suo corpo sgraziato e laido terminava poco al di sotto della cintura. Erano visibili le cinture dei pantaloni blu da lavoro e l’angolo di un fazzolettone giallo che sporgeva da una tasca, ma dove avrebbero dovuto incominciare le cosce dell’omone, il suo corpo digradava in una specie di marmellata semi solida e gelatinosa che avrebbe potuto essere comodamente contenuta dentro una busta della spesa di medie dimensioni; un paio di lunghi filamenti si staccavano da quell’incerto insieme come cavi scollegati. Avrebbero potuto essere tendini, o arterie. La madre di Giuseppe spesso faceva passare come spezzatino i polmoni di manzo che il macellaio le vendeva sotto costo e a Giuseppe vennero in mente quei piccoli tubicini che attraversavano la cane grumosa... il pugno che aveva nello stomaco cominciò ad allentarsi ma era dubbio che fosse un bene, anche se al signor Alfonso non avrebbe importato un granchè se lui gli avesse vomitato addosso. Per circa un minuto fece da filtro a quell’immagine oscena, inalando l’odore liquido che pareva insinuarglisi nelle narici per poi colargli lungo la gola e quello fu un minuto importante, nella vita di Giuseppe; in quel minuto i suoi occhi sgranati, immersi in tutto quel sangue che il terreno arido non aveva ancora fatto in tempo ad assorbire, rientrarono nelle orbite, la sua coscienza riuscì in qualche modo ad accettare che qualcosa come un’enorme gomma pane aveva cancellato metà del famigerato signor Alfonso e soprattutto il suo cervello ricominciò a funzionare e le sue orecchie ad ascoltare qualcosa che non era più solo il rombo del suo cuore che gli tuonava nelle orecchie.

Il cervello disse a Giuseppe che il sangue di Alfie ancora non si era disseccato perché era stato versato da poco tempo. Troppo poco. Poi, mentre già l’istinto lo strattonava da una manica che non aveva urlandogli di schiodarsi da li e pedalare via alla svelta, le orecchie gli fecero raccogliere un suono che all’inizio gli era sfuggito. Un rumore che proveniva dall’ombra dentro la baracca. Un rumore di masticazione discreta ma decisa, come un grosso cane che sgranocchia un grosso osso... L’odore di putrefazione proveniva dai resti delle galline, l’odore di sangue fresco arrivava dalla pozza che ancora andava allargandosi sotto ad Alfie.., ma l’odore del pericolo che era la madre di tutti gli altri, veniva da là dentro.

Quel giorno Alfie doveva essere arrivato mentre le sue galline già erano in quello stato... e a quel punto doveva essersi lanciato verso la baracca, magari certo di cogliere sul fatto un piccolo malfattore, e proprio così doveva essere andata, solo che il malfattore non doveva essere così piccolo, dato che per entrare aveva scardinato un montante dell’uscio, allargandolo di misura... e doveva essere piuttosto di bocca buona, in fatto di selvaggina. Uno schiocco più forte degli altri fece trasalire Giuseppe, che si agitò nella sua camicia di sudore ghiacciato. Forse quello era il rumore di un femore trinciato, di sicuro lui non sarebbe entrato a controllare se quella COSA aveva ancora abbastanza appetito da gradire un piatto decisamente più tenero del signor Alfie... che a quel punto aprì gli occhi: click! Con la stessa espressione della bambola che la mamma di Giuseppe teneva sul letto matrimoniale. Il giovane ritenne ciò che vedeva così inconcepibile che per un unico, fatale istante, il suo istinto allertato al massimo livello, venne cancellato come una stazione radio troppo lontana e disturbata; il braccio di Alfie scattò in avanti come un grosso pitone e la mano grassa e gelida artigliò il volto di Giuseppe, affondandogli pollice e indice nelle guance. Giuseppe, galvanizzato dal contatto si divincolò, ma venne trattenuto al suo posto come se il corpo dell’uomo fosse stato imbullonato alla baracca e la sua stretta avesse un carattere definitivo. L’espressione vuota di Alfie non mutò mai, nemmeno per un momento, mentre gli strati di grasso della faccia gli tremavano nello sforzo di tenere stretta la sua preda. Carogna da vivo e carogna da morto, pensò Giuseppe ai margini di una mente in cui un nocciolo di lucidità si difendeva disperatamente da un ottenebrante terrore.

Il rumore nella baracca si interruppe all’improvviso, sconfinando in un silenzio che aveva il carattere di un’interrogazione; Giuseppe morse la mano che lo tratteneva, strattonando il polso con tutte le sue forze; fu come affondare i denti in una bistecca cruda e mezzo surgelata e lo stomaco del ragazzo gemette, muovendosi come un iceberg che comincia a staccarsi dalla banchisa, ma Alfie ritrasse il braccio e richiuse gli occhi.

Come non fosse mai successo e scusa tanto!

E cominciò a inclinarsi scendendo lungo il muro: un secondo e sarebbe caduto sopra un fascio di tubi metallici scatenando un putiferio, forse due e quello che c’era di acquattato nella baracca sarebbe balzato fuori a fare provviste; ma in quei due secondi, Giuseppe polverizzò qualunque record di corsa a ostacoli e fu un miracolo se arrivò in cima al crinale senza trascinarsi dietro una mezza dozzina di cigolanti tagliole appese alle caviglie. Una discreta prova di autocontrollo, fu riuscire a fermarsi in mezzo ai suoi stupefatti compagni, resistendo alla tentazione di tirare dritto fino alla strada, fino a casa, fino in camera sua, fino sotto le coperte, fino alla frontiera di un mondo migliore e lontano, dove non c’erano fonderie e sotto il sole non si muoveva niente disposto a sgranocchiare un bambino curioso come fosse un sacchetto di pop-corn...

VII

Giuseppe tornò a voltarsi verso l’amico, ne fissò il profilo deciso e il luccichio eccitato degli occhi leggermente velati e si scoprì a invidiarne la disperata risolutezza.

- E a me non ci pensi? - Tentò ancora, rendendosi conto d’essere patetico; Michele sbuffò ignorando spietatamente l’imbarazzo del vecchio amico.

- Cazzo, ma l’hai finita con questi discorsi da vecchio finocchio? - L’altro annuì piano, rassegnandosi all’inevitabile.

- Allora non c’è altro da dire, immagino. Potrei consigliarti di essere prudente, ma non credo farebbe una grande differenza -.

- Infatti! - Approvò l’altro e si alzarono insieme, fronteggiandosi per un istante come se avessero avuto ancora l’età per provare a darsele.

- Tornerai domattina, con la coda tra le gambe e l’orgoglio sotto le scarpe, proprio come quella volta che siamo scappati e dopo tre ore eravamo di nuovo a casa senza nemmeno essere riusciti a perderci! -

Sorrisero brevemente al ricordo, poi si abbracciarono a lungo. Quello fu davvero imbarazzante: erano amici da tanto, da sempre, ma non si erano più toccati molto da quando avevano cominciato a farsi la barba quotidianamente e smesso di picchiarsi periodicamente; Giuseppe chiuse gli occhi curvo sulle spalle dell’amico più basso, ricacciando indietro le lacrime e annusando l’odore stantio del cappotto del vecchio; poi si separarono e non ci furono altre parole.

Michele si addentrò tra le erbacce che gli arrivavano alle ascelle e marciò deciso verso il complesso inondato dagli ultimi raggi del sole morente, avanzando spedito, diretto verso un punto preciso. Conoscevano bene la Fonderia, da quel lato almeno, e Michele sapeva come muoversi. Giuseppe si rimise a sedere e seguendo con lo sguardo l’incedere del vecchio amico, ripensò a Donato, che aveva percorso la stessa strada cinquantacinque anni prima.

Era certamente uno scherzo della sua mente affaticata e della luce incerta, ma gli sembrò di vedere altre ombre alzarsi dietro a Michele e marciare con lui: Moreno, Mattia, Zippo... tutte figure di vecchi di cui non sapeva più nulla da tanto. Davanti a loro, c’era un’ombra più piccola: era Donato, quello; l’ombra di un uomo che non era mai stato bambino ma non aveva fatto a tempo a crescere più di così; l’ombra di quello di loro che era andato per primo.

VIII

Donato camminava davanti, come sempre e gli altri lo seguivano in fila indiana. Ora procedevano in un corridoio stretto e buio, muovendo passi incerti su un tappeto di calcinacci crocchianti; c’era odore di chiuso, di muschio e penombra; di un buio che non conosceva più la luce da troppi anni ormai e Giuseppe si chiese se invece loro cinque l’avrebbero rivista mai, la luce del sole. L’avevano perduta da quando avevano superato quello che ormai era stato battezzato il ponte dei sospiri, chissà quanti chilometri e quanto tempo prima: era difficile tenere il conto di tempo e distanza, nel cuore della Fonderia, proprio come difficile era riuscire a tenere una direzione, solo che per quello c’era Donato.

Donato non si sarebbe perso, avrebbe trovato il bastardo che aveva fatto sparire Kosir e la metà del signor Alfonso e, dopo averlo sistemato, li avrebbe riportati indietro.

Dal ponte dei sospiri erano rimasti solo loro cinque, gli altri erano scappati; Giuseppe per questo li disprezzava e li invidiava al tempo stesso e la fredda risolutezza che spronava Donato non sembrava avere il potere di alleviare l’agghiacciato sentimento di solitudine che provava.

Solo loro avevano superato il ponte e il pensiero che se tutto fosse andato bene avrebbero dovuto ripassare su quella vecchia ciminiera arrugginita in bilico sul vuoto, non gli era certo di aiuto...

Erano naufraghi nella Fonderia e la Fonderia premeva su di loro, ostile e aliena.

Giuseppe alzò il viso cercando il soffitto, ma le tenebre erano troppo fitte e definitive; da parecchi metri ormai aveva la sgradevole sensazione che qualcosa si muovesse appena oltre il raggio d’azione del suo occhio destro. Qualcosa sul muro.

Strabuzzò gli occhi, senza perdere di vista la schiena di Zippo e senza farsi calpestare da Michele; era come se a muoversi fosse il muro stesso, ma poteva essere uno scherzo della poca luce disponibile sull’umidità che filtrava dalle pareti.

Poi sbucarono fuori e subito pensarono di essere all’aperto, prima che i loro occhi si abituassero alla luce di quel tanto che bastava a riaprirli. Così Giuseppe vide che erano in un grande locale cilindrico, costruito a forma d’imbuto e senza alcuna copertura; annusò bene l’odore di muffa e umido, ora più forte e poi lanciò un grido indicando Zippo, ancora davanti a lui.

Le pareti erano letteralmente ricoperte di lumaconi rosa e senza guscio, che marciavano flemmatici muovendo pigramente le antenne; ce n’erano di piccoli come un mignolo, di un rosa tenue e quasi bianco e ce n’erano altri di colore più intenso che si presentavano come dei grossi salami e almeno una ventina erano di un bel color fucsia venato di violetto e sembravano essere lunghi come un uomo alto e grossi come la coscia di una donna obesa. Quella che se ne stava adagiata attorno al collo di Zippo non era così plateale, ma non era nemmeno della taglia piccola; Giuseppe calcolò che doveva essere più grossa del suo avambraccio.

E si andava rapidamente colorando di un rosa più intenso. Zippo fu l’ultimo ad accorgersi di quello che gli altri gli stavano indicando; quando scoprì la lumaca su di sè, quello sguardo stupefatto che aveva lasciato scivolare sulle pareti formicolanti venne annientato dalla follia: cacciò uno strillo di donna e afferrò la lumaca con le mani, cominciando a tirare senza ottenere altro risultato che di affondarci dentro le dita; rivoli di sangue rosso cominciarono a sgorgare dalle ferite inzuppando la maglietta del ragazzino che saltellava come sui carboni.

- Toglietemela di dosso! Toglietemela...- Michele era pallido come un morto e il viso di Moreno era una maschera di disgusto; Donato, con la consueta faccia di pietra, raggiunse Zippo con due passi rapidi e afferrò la lumaca per le antenne, staccandogliela dal collo: fu come assistere alla separazione di un foglio di carta dall’adesivo e anche il rumore fu più o meno lo stesso.

Il collo di Zippo era ricoperto da una fitta rete di forellini; sul ventre la lumaca aveva delle minuscole ventose ancora sporche di sangue. Donato lasciò andare l’animale e Zippo, sotto shock, cominciò a calpestarlo riducendolo in purè e inzaccherandosi di melma fino alle ginocchia nude.

- Tieni, bastardo...ecco...e questo e questo...- Moreno cominciò a urlare, con gli occhi chiusi dietro quelle lenti mastodontiche e sembrava che avesse intenzione di urlare per sempre, proprio come sembrava che Zippo avesse intenzione di continuare in eterno a insultare e calpestare una lumaca che ormai non c’era più. Ma Donato ancora pensava di avere qualcosa di meglio da fare, nel suo immediato futuro, che assistere a una scena d’isterismo collettivo: insofferente, afferrò Zippo da un braccio e con l’altra mano gli strinse la faccia, rovesciandola all’indietro e cominciando a ringhiarci contro:

- Smettila! Smettila ora! - E continuò fino a quando gli occhi del ragazzo non riacquistarono presenza; allora lo mollò come non sapesse più cosa farsene e giratosi diede uno spintone a Moreno, che crollò a sedere sul pavimento muffito sbattendo malamente il sedere: l’urlo isterico gli si spense tra le labbra come fosse stato comandato da un interruttore situato sul culo.

- Ma la volete piantare? Razza di bombardati cacasotto! - Accusò al centro di quattro sguardi allucinati.

Lasciò cadere su di loro un’occhiata crudele, poi si accostò al muro e indicò loro le lumache che ancora procedevano in salita nella loro inspiegabile migrazione.

- Sono lumache. Delle cazzo di lumache, ma solo lumache. Se fossero loro il nostro problema, sarebbe risolto! - Raccolse da terra quello che sembrava il coperchio arrugginito di una latta da cinque chili e senza esitazioni tagliò in due un grosso lumacone che arrancava lì accanto, a un metro d’altezza.

Giuseppe accostò una mano alla bocca, ricacciando indietro la merenda, mentre la metà inferiore dell’animale cadeva a terra con un tonfo flaccido; la lumaca girò indietro la testa, a prendere atto dei nuovi limiti strutturali del suo corpo, quindi ricominciò a procedere su per il muro come se la cosa, dopotutto, non la riguardasse. Giuseppe vide che le lumache, superato l’orlo della parete verticale, cominciavano a morire disseccate non appena raggiungevano il declivio illuminato dal sole.

Quelle lumache marciavano con inarrestabile pazienza verso la morte e Giuseppe cogliendo la possibilità di un destino comune, ricacciò indietro un’idea dal sapore cattivo. Donato gettò a terra il pezzo di lamiera e si pulì le mani sui calzoni, disgustato più dei suoi compagni che delle lumache. Zippo balbettò:

- Ma... ma succhiano il sangue! - E vacillò sull’ orlo di una nuova crisi, toccandosi il collo. Donato si girò verso la direzione che aveva seguito fino ad allora e che portava oltre lo stanzone.

- Sei così grasso che un po di sangue in meno ti farà bene alla salute. E ora andiamo. - E si incamminò senza guardare se era seguito oppure no, attirato da una forza che solo lui riusciva a recepire, sostenuto dalla certezza di essere ormai vicino alla sua meta e al momento in cui la Fonderia avrebbe tirato fuori la sua vecchia bilancia per misurare la forza e la paura che ciascuno di loro portava dentro di sè.

IX

Quando quei quartieri erano stati abitati da un’umanità brulicante e vociante, loro erano stati ragazzini ai margini di un territorio già allora esteso a perdita d’occhio su cui potevano regnare indisturbati perché nessuno lo voleva.

Lì si potevano fare cose impossibili altrove, ci si poteva arrampicare ad altezze inimmaginabili o sprofondare nella terra dentro pozzi oscuri e scoprire ogni giorno mille tesori dimenticati che avevano valore solo per loro: oggetti arcani e potenti come ruote dentate, bulloni, frammenti della produzione umana dimenticati negli angoli o ammassati in colline e montagne intere; cose che avevano importanza solo per una banda di ragazzi di cui nessuno sapeva cosa fare.

Nessuno tranne Donato.

Donato che metteva pace e muoveva guerra. Giuseppe rabbrividì di freddo, seduto sulla sua panchina, ricordando quegli anni crudeli che erano durati così poco.

Allora, lontano da lì, c’erano parti della Fonderia ancora attiva e poi c’erano uno stabilimento farmaceutico, un deposito di materiali chimici e di scorie, un impianto di raffinazione carburante e successivo stoccaggio...nuovi stabilimenti crescevano a fianco di quelli più vecchi ormai morenti e, fosse stata possibile una veduta aerea e magari accelerata, la Fonderia sarebbe apparsa come un immenso tumore color ruggine che nella sua rapida espansione divorava cellule sane costituite da campagne fertili e piccoli paesi... fino a quando il mondo non aveva superato quello stadio di sviluppo e il cancro era collassato assieme all’organismo che lo aveva generato.

Non c’erano stabilimenti sani ora.

Le ciminiere erano tutte spente, anche se sotto quelle ceneri, tra le gigantesche fornaci, ancora covavano fuochi. Ogni tanto saltava fuori un ente che apriva un ufficio, nominava una commissione e mostrava l’intenzione di dare un nuovo destino a quelle migliaia di ettari di fatto fuori da ogni controllo umano, ma la Fonderia era un osso troppo duro per chiunque: costi astronomici e perché no, anche la paura di scoprire qualche scheletro nell’armadio; magari in mezzo a quelle lamiere divelte c’erano contenitori non più stagni che chissà cosa potevano contenere e materiale contaminato di cui nessun documento parlava che si ossidava lentamente e trasudava ad ogni cambio di stagione...La Fonderia era la discarica delle colpe comuni, il luogo ove fermentavano le inefficenze passate, una spina nel fianco cui era meglio non pensare se si voleva avere un futuro nell’amministrazione pubblica; insomma un museo a cielo aperto dove le ultime frattaglie di un’era defunta marcivano col beneplacito di tutti gli interessati.

E forse erano stati loro, ancora quando erano ragazzi, a guardare dentro una verità oscura di cui nessuno voleva essere padre.

X

Avevano camminato a lungo e visto più di quanto avrebbero voluto: piante che fiorivano tra rifiuti contaminati e piccoli esseri mutanti che si trascinavano tra la ruggine o nuotavano sotto il pelo di acque inquinate. Piccole Cose che crescevano tra le ombre, lungo la pista del grande predatore che stavano inseguendo, piccole cose orribili che non avevano neppure rallentato Donato. Perché dentro Donato c’era un re capace di dominare perlomeno su quel regno che nessuno desiderava.

Loro, invece, erano solo schiavi.

Ce l’avevano dentro come un marchio genetico.

La Fonderia li aveva attirati giocando con loro come il gatto col topo e loro non avrebbero osato sfidarla oltre e anche il buio prossimo non era altro che una scusa; la verità diceva che erano solo ragazzini spaventati, figli di operai e nipoti di operai e nessuno di loro si sentiva in cuore di osare d’essere altro che un povero lacchè salariato, assolutamente incapace di dominare anche solo il proprio miserabile destino.

Così l’avevano lasciato solo, allontanandosi da lui e dal suo affilato disprezzo; magari, fossero stati presi a calci e a pugni, sarebbero andati; non gli altri, quelli che erano già scappati, ma loro si, loro avrebbero ceduto, magari illudendosi che fosse coraggio perché in fondo cedere a Donato o alla Fonderia, che differenza faceva? Era sempre una volontà aliena da cui farsi soggiogare.

Ma Donato non aveva minacciato e neppure parlato: li aveva guardati, lasciando loro il tempo di rivelarsi per ciò che erano e poi s’era girato come nemmeno ci fossero mai stati, avviandosi a passo sicuro con la pistola di suo padre nella mano destra. Nessuno di loro ebbe il coraggio di stare a guardare mentre attraversava la spianata ricoperta di resti putridi, diretto alla spelonca fetida che era il cuore pulsante della Fonderia.

Diedero la schiena e corsero via veloci come il vento, come fosse stato possibile lasciarsi indietro la vergogna assieme alla visione oscena dei cadaveri piantati sui binari piegati all’ indietro o al fragore degli spari, catturato da decine di echi.

Quella fu la fine della banda; era Donato a tenerli insieme, lui era il sacco dentro al quale erano contenuti e senza di lui si sparsero come foglie ai quattro venti, ansiosi solo di dimenticarlo assieme alla gioventù amara che si erano lasciati dietro le spalle insieme a quel mondo ostile che avevano rinunciato a dominare.

XI

Uno stormo di gabbiani planò all’orizzonte verso il riverbero blu di strani fuochi fatui che rimbalzavano nel cielo ormai quasi buio. Erano gabbiani grandi, bianchi e grigi; gabbiani che non avevano mai visto il mare e che si pascevano dell’unica produzione umana che in quell’era post-industriale gli uomini continuassero a fabbricare anche manualmente: immondizia.

Giuseppe invidiò le grandi ali degli uccelli, ridendo di se stesso, ridotto a struggersi di fronte all’umanità dolente di una discarica frequentata da uccelli rognosi.

Lontano dai gabbiani, qualcosa che poteva anche essere un ruggito risuonò tra le rovine, ma gli uccelli non presero il volo: conoscevano quel suono e lo sapevano lontano. Giuseppe si augurò che anche Michele ne fosse a debita distanza e si alzò, ascoltando lo scricchiolare delle proprie giunture atrofizzate. Aveva fatto tardi, ma sarebbe arrivato lo stesso in tempo per la cena: aveva una bici, ora. Era mercoledì, giorno di minestrone; il minestrone dell’ospizio era appena passabile, ma la sua dentiera, quella sera, non avrebbe sopportato una bistecca...

Alzò una mano per salutare Michele, o la Fonderia o forse tutti e due; adesso era davvero solo e probabilmente sarebbe stato meglio se avesse preso Michele per mano e lo avesse accompagnato nel suo ultimo viaggio. Donato era andato per primo, quando aveva ancora tutta la vita davanti, ma lui ormai la vita ce l’aveva dietro e come l’aveva spesa? Era valsa la pena vivere tutti quegli anni per trovarsi poi ancora lì? Evitò di rispondere a questa domanda, perché non si sentiva ancora pronto a pagare per ciò che aveva consumato. Non ancora. Il cielo era nero e la luna non era ancora sorta, ma anche nel buio della notte, la presenza silente e vigile della Fonderia incombeva come una belva in agguato. Lui era l’ultimo della banda e forse gli altri erano morti di vecchiaia o di tumore o magari erano finiti dentro un alto forno, come suo padre, o si erano schiantati in autostrada mentre ancora scappavano davanti alla Fonderia...o forse, uno alla volta si erano alzati per incamminarsi verso l’unico posto dove c’era ancora qualcuno o qualcosa che sapeva cosa fare di loro. Forse si erano avviati per andare a giocare a palla con Kosir, che ancora li aspettava, o si erano affrettati, per raggiungere Donato che era tanto davanti a loro, dicendo: ‘eccomi! Questa volta sono venuto. Questa volta non mi volterò per scappare.’

Forse nella notte c’erano mostri che si aggiravano in cerca di preda o forse non c’era proprio niente se non la lenta rovina di quel mondo alla deriva fatto di ferro selvaggio e ostile, aggrappato alla terra e proteso verso il cielo.

Ma loro erano andati lo stesso, lui questo lo sentiva, chi per rimorso e chi per stanchezza e laggiù, da qualche parte, c’era un posto dove le ossa di innumerevoli vecchi giacevano scomposte tra le lamiere, biancheggiando alla luce della luna e laggiù, da qualche parte, il cimitero degli elefanti aspettava anche lui, quello che non aveva più nessuno da salutare.

Il vecchio si allontanò lungo la strada dritta conducendo a mano la vecchia bicicletta cigolante: aveva aspettato troppo a lungo, seduto su una panchina di pietra, col bavero alzato e le mani infilate nelle tasche del cappotto, tentando inutilmente di difendersi da un freddo che gli veniva da dentro al cuore.

 

 

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