IL GIORNO DI DOLORE CHE UNO HA, di Giuliano Fiocco

 

Mi chiamo Giuliano Fiocco, ed ho 31 anni. Sono nato a Valdagno (Vi) e attualmente risiedo a Selvazzano Dentro, in provincia di Padova. Ho pubblicato un racconto intitolato "Quando i santi inziano a marciare" nell'antologia "Cosa facciamo questa sera", curata da Giulio Mozzi ed edita da "Il Poligrafo", oltre ad un paio di racconti nella rivista "Punto di Vista" ed un altro intitolato "Lo sciamano" nel numero due della rivista web "IT-La rivista horror del cyberspazio".  Ho scritto un romanzo, intitolato "Il primo uomo su Marta" che sta percorrendo l'ardua strada che porta agli editor delle case editrici.

 

IL GIORNO DI DOLORE CHE UNO HA

 

1.

Viaggio come un treno.

Viaggio come un treno.

Viaggio come un treno.

Continuo a ripetermi questa tiritera da un'ora, oramai. Ho preso della Valeriana, prima di partire. Le Tavor erano finite nel cesso, per colpa di quell'idiota di mio padre, non voglio che ti avveleni, stronzo, e non mi sembrava il caso di farmi di camomilla. Ho mal di testa, ma non voglio antidolorifici, non devo abbassare la guardia. Niente polvere, devo guidare e viaggiare veloce, a razzo, e i riflessi devono essere pronti, prontissimi. Sono teso come un elastico, ma di quelli buoni, però, quelli di bue da fionda. Schifosa giornata di nebbia !

Viaggio come un treno su questi argini scivolosi, ma le ruote sono incollate all'asfalto, e io seguo le ruote.

Via via veloce veloce, e sarò salvo. Salvo e ricco, cazzo!

Strade secondarie, argini, posti persi un questo buco di culo del mondo, oggi siete la mia casa. Sono un missile.

Sono leggero, mi sento leggero dentro. Strano, avrei pensato di essere divorato dai rimorsi, e invece....

Dovevo farlo prima, dovevo!

Stringo il volante allo spasimo e urlo.

Il Croma mi ruggisce sotto, e io ruggisco alla nebbia. Sono un fulmine, e mi sono abbattuto su chi volevo colpire, Cristo.

Il vecchio è andato e io sono ricco. Ricco ricco ricco, e il vecchio sta assaggiando la polvere del bagagliaio.

Ancora poco, e sarà polvere nel vento. Stride la vampa e impazza la bufera. Che cazzo dico. Mi dispiace per l'auto, un po', l'ammetto. Una Croma dell'88, metallizzata, quarantamila chilometri, ancora nuova praticamente, e quando mai si usava, era la macchina da festa, e adesso la festa finisce con i fuochi d'artificio.

Tanto la compero nuova, la macchina. Adesso i soldi sono miei, e mi stancherò la mano a furia di contarli.

Viaggio come un treno, viaggio come un treno.

Sono freddo, sono d'acciaio, e nessuno mi frega. Non m'incastra a me la pula e neanche i caramba. Sono più furbo, io. So quello che ho fatto, e di certo non faccio come quei coglioni che vanno in disco, dopo, senza neanche lavare dove hanno sporcato. Imbecilli!

Io in questo momento sono con Marco e Carlo, e voglio trovare chi dice il contrario. Casa adesso è a specchio, e io sono in viaggio nella cometa privata di mio padre.

Sudo freddo, e un rivolo mi scende negli occhi. Lo asciugo con la manica della camicia: lo specchietto retrovisore che tocco per sbaglio mi rimanda una specie di sorriso nervoso scavato tra le guance.

Il vecchio non aveva avuto modo di accorgersi che stava per morire: sapevo che cosa dovevo fare.

Flash nella memoria: poltrona vecchia vicino al camino, mio padre seduto a leggersi il giornale, vestito di scuro, le scarpe nere eleganti che luccicano, "Ciao pà", il suo borbottio in risposta, poi il pesante soprammobile in peltro contro il quale si è fracassato la testa ha chiuso la partita, tappezzando la stanza come un quadro di Pollock.

Avevo dovuto faticare, per chiuderlo nel bagagliaio, il porco grasso.

Pulire tutto poi mi aveva portato via tre ore, ma era tutto programmato. Nessuna traccia, niente di niente, e poi chi avrebbe controllato la casa, se uno muore a quattrocento chilometri da lì, in un incidente d'auto, ?

Chi dovrebbe uccidere uno che ha passato la vita insegnando Storia negli Istituti professionali, che è come insegnare matematica alle rape ? Chi chi chi ?

Io. Risposta esatta. Esatta esatta esatta. I cento milioni che mi assegna il tesserino del Gratta e Vinci trovato dal vecchio sono nella mia tasca. Un assegno al portatore con conto corrente numero mio, e qualche volta la fortuna bacia chi ne ha bisogno, povero ragazzo, dopo che il padre è morto a quella maniera, non trova lei ?

Non si era accorto che l'avevo visto, il vecchio, e magari pensava di non dirmelo neanche. In banca, in banca che non si sa mai, potrebbero servire, una malattia, a volte... Bene, nessun problema, eliminiamo la malattia e eliminiamo anche lui, che i soldi servono ai giovani che sanno come spenderli.

Continuo a sudare freddo e i miei pensieri si stanno trasformando in quarti di bue appesi ai ganci di una macello.

Calmo, devo stare calmo o vado fuori di testa. Sono calmo, ok, sono calmo e viaggio come un treno.

Che posto da schifo. Strada dei colli, tornanti di merda. Erba marcia a destra, erba marcia a sinistra, e la mia testa scoppia. Via via via che devo andare, e a morte il mal di testa.

Tra i crampi di pensiero che mi attraversano il cervello mi rimbalza a tradimento il suono del mio nome: Felice.

Avrebbe meritato di morire solo per quello. Anche per la moneta, però. Vai Furia!

Fischietto tra i denti un motivo che stanno trasmettendo alla radio, Radio Sherwood emittente comunista combattete, rossi di merda, in mono del resto, ma fanno musica dura e mi schiaccia il mal di testa, e adesso ci sono i Ramones, boom che va la bomba, deve essere Somebody put something in my drink , almeno credo, il kenwood crepita che è un piacere e le loro canzoni si assomigliano tutte, tranne Pet Sematary, che mi faceva morire, non voglio essere seppellito nel cimitero degli animali, non voglio vivere per sempre, cazzo io sì, ditemi dov'è questo fottuto cimitero, che però ci tengo lontano il vecchio, ah ah ah. Devo far sistemare anche la radio, non va bene tutto questo casino, ma bomba o non bomba arriveremo a Roma !

La testa, la testa. Emicrania cronica essenziale, hanno detto i tagliabudella. Che vadano a farsi fottere anche loro. So io cosa mi serve: una pista per decollare e la testa sta giù al palo, aspettami che ritorno carico.

Niente rimorsi, zero assoluto: solo il cuore leggero. Rimorso, ri-morso, morso di nuovo, mordimi, straziami ma di soldi saziami. Vai gringo !

Attacco i tergicristalli.

Nebbia, maledetta nebbia. Ho un velo di goccioline sul parabrezza, e attaccare i tergi è una manovra stupida, tipo attaccarsi al collo della bottiglia per schiarirsi le idee. Ci vedo meno di prima. Aziono gli spruzzatori. Grandioso: vaschetta dell'acqua vuota.

Merda ! Odio il rumore stridulo della gomma che striscia il cristallo. Spero che il meccanico che l'ha revisionata si rivolti nel cesso, brutto stronzo anche lui.

Ingrano la quarta.

L'asfalto scivola dolcemente sotto le ruote, e la linea di mezzeria sembra un binario senza fine, che promette una corsa d'interminata vastità, mentre il muro d'ovatta bianca si fa più spesso. Devo avere proprio la testa fusa per pensare queste stronzate.

La riga bianca è quella che aveva in testa il vecchio: mi è sembrata la sagoma di un bersaglio. Tiro, centro, oplà e l'orsetto è suo, signora.

C'è del fumo, poco più avanti, e dove c'è fumo c'è fuoco: se fossi foco ucciderei mio padre, dove l'ho sentita, non mi ricordo, ma sarebbe bello se le fiamme potessero divorare anche i mostri che abitano i miei incubi, cancellando le fauci e le zanne che mi sbranano sera dopo sera.

Sterzo bruscamente: una curva a gomito che non mi aspettavo mi è apparsa davanti all'improvviso. Merda.! La macchina scivola quasi sul lato opposto della carreggiata e riesco a riportarla sulla strada solo grazie al fatto di non avere toccato il freno.

Mi tremano le gambe, e rallento la corsa. Al diavolo i pensieri idioti, che mi distraggono: devo stare attento a quello che faccio. Non voglio dare loro la soddisfazione d'interrogare le tracce sull'asfalto e le lamiere contorte. Io sono la pioggia, il tuono e la folgore e non devo sbagliare. Viaggio come un treno, ma il treno non sbanda e io sì, e la testa rimbomba, adesso l'adrenalina mi sale e io ho preso solo la Valeriana e non ho Tavor, non ho un cazzo, ho solo paura, non che non è vero io sono immortale!

Si profila un ponte all'orizzonte. Chi cazzo l'ha mai visto prima ?

Non avrò sbagliato strada ? Sui colli ? Impossibile. È solo la nebbia che mi confonde e la testa che mi scoppia e poi forse mi sono sbagliato, non si vede neanche dallo specchietto, un ponte qui, mai stato.

Ho la vescica che mi tira, ma se penso di fermarmi qui con questa aria umida mi viene il voltastomaco. E poi devo viaggiare, niente soste, ricordi, e via diritti alla meta.

- Come va vecchio ?

Nessuna risposta, e mi viene da ridere. Va da morire.

Accelero.

La bambina mi si para davanti all'improvviso, ed ho solo un istante per agire.

Freno e frizione, lo so che non si deve ma è un secondo.

L'adrenalina mi da una sensazione di scossa elettrica, mentre l'auto scivola dolcemente sul fondo bagnato, saltando giù dal bordo. Mi vedo con gli occhi di un angelo, cazzo, penso, vuoi che sia già al capolinea, e vedo la macchina inarcarsi come una giumenta impazzita e capriolare elegantemente nel prato bagnato sottostante.

Sento solo il colpo del piantone dello sterzo sullo stomaco, mentre la testa sbatte violentemente sul cristallo anteriore

"Maledette cinture" poi il buio sbarra la strada ai sensi.

2.

La bambina. La bambina.

La prima volta che aveva visto la piccola fiammiferaia era il 12 giugno del 1977: aveva tredici anni ed era immerso nella febbre, un caimano nella palude del dolore. Era a casa della nonna, che dormiva al piano superiore.

Il suo intestino era sparso sul pavimento, e i brividi di freddo lo crocefiggevano al letto come una vergine di Norimberga.

Tetano, e i denti si serravano a spasmi irregolari, e il suo corpo s'inarcava verso il soffitto come riempito d'elio. Febbre febbre febbre e le labbra incartapecorite. Si gustava il suo stesso sangue malato, unico refrigerio.

Aveva appena avuto una crisi, ed era distrutto, finito, decomposto in un rivolo di sudore, e lei gli era apparsa davanti.

Era ovvio, che lei fosse lì: non esisteva altra possibilità, era naturale, era il tetano.

Era rimasto a fissarla, la mente annegata in un silenzio di ghiaccio, il cuore imploso nell'attesa d'un battito devastante. Poi l'aria era defluita dai suoi polmoni, e come in un gemito aveva detto:

- Chi sei ?

Lei lo aveva guardato sorridendo.

- Ciao.

E niente altro. Solo una semplice ciao, un soffio di voce che sembra un uragano. Spazza via la febbre, voce, spazza via il freddo.

Lei si era avvicinata.

Lui era morto, e il suo fiato usciva ancora.

La sua mano si era allungata, una carezza lieve, e a lui era sembrato di svenire.

- Ti prego ... - aveva mormorato. La pelle aveva reagito, bruciando, pelle e occhi, pelle e fuoco e il fuoco gli aveva sconvolto le viscere. Aveva sentito un calore tiepido invadere le coperte, le lenzuola, e aveva pianto.

Lei allora aveva riso, ed era un riso strano, in una bambina così piccola.

Sempre ridendo, gli aveva mostrato cosa aveva in mano. Un fiammifero. Un piccolo, innocente fiammifero. Acceso.

Lui era stato a guardarla, ingoiando le lacrime.

- Mamma - aveva mormorato, - mamma...- ma la mamma era lontana, a bordo di una meteora solcava il cielo, e lui era rimasto a terra, e c'era lei, vicino a lui, con un vestitino a fiorellini con un colletto di pizzo, ed i capelli biondissimi, e due incantevoli occhi indaco che trapassavano. Sembrava la fiammiferaia nella copertina del libro che sua nonna gli aveva regalato quando lo aveva visto piangere dopo una delle gite con suo cugino. Sua nonna sapeva. Forse no. Forse non voleva sapere.

Poi, lei gli aveva messo il fiammifero in mano, e la sua mano si era mossa. Non l'aveva vista muoversi, l'aveva sentita muoversi. Poi, era stato il fuoco.

Il fuoco. Il fuoco fuori. Il fuoco attorno. Le lingue atroci e il fumo. Il fuoco dentro.

Divampava alle sue spalle. Un'atroce sinfonia di calore e miasmi di materiale sintetico in rapida decomposizione lo avvolgeva e gli bloccava il respiro in gola.

Cominciò a tossire, mentre gli occhi si annebbiavano.

Non provava paura, però: era come se il suo spirito si fosse disincarnato, e stesse osservando la lenta agonia di fiamme che danzavano come spiriti inquieti nella camera.

Poi, lei allungo la sua mano, a richiedere la sua.

Come d'incanto le gambe ripresero la loro funzionalità, e lui si lasciò trarre in salvo, uscendo con passo trasognante dalla stanza, mentre le lingue di fuoco lambivano il soffitto, indebolendone la struttura, come avrebbe scoperto sua nonna nella camera al piano superiore, precipitando nella Geena.

La sua schiena bruciava, ma se ne sarebbe accorto solo dopo, quando il dolore lancinante delle fibre sintetiche del pigiama sciolte sulla pelle lo avrebbe fatto svenire, alle prime medicazioni.

La bambina non c'era, quando arrivarono i soccorsi.

La termocoperta, avrebbero detto poi, ed è stato un miracolo, e poteva morire, e se non è morto è stato un miracolo, un miracolo vero.

Non era vero, e lui lo sapeva, ma non aveva detto niente a nessuno, lui sapeva cosa era successo, o forse non era successo niente, e lui aveva sognato, e il suo era stato un delirio, e il deliro è buio, il delirio è falsità, ed era stato veramente fortunato.

Lei non c'era, non c'era mai stata e non sarebbe tornata.

Forse.

 

3.

Non sapevo che l'intricato gioco di venature del cristallo anti-sfondamento anteriore dell'auto fosse così affascinante.

Dio, dove cazzo sono ? Dov'è la mia testa ? Dov'è il mio corpo? .

Mi sale alla gola un gemito soffocato.

La testa mi rimbomba in maniera atroce, bum bum sbam, plotoni di grossi buoi ci marciano sopra ma le sono quasi grato: è un dolore lieve se paragonato al martirio al quale è sottoposto il mio povero corpo.

Muovo impercettibilmente il braccio: una fitta di crudele sofferenza mi attraversa come una saetta da capo a piedi.

Urlo, sali alto verso il cielo. Lo vedo quasi che s'innalza, in volute pigre e affonda nella nebbia.

Un violento accesso di tosse mi fa rintanare l'urlo tra il gorgoglio dei polmoni: vedo il cruscotto macularsi di rosso.

Bene: le costole devono aver perforato i polmoni. L'intestino si contrae. Non voglio morire. Non posso, non adesso. Il treno ha deragliato.

Respiro, adagio, che respirare costa e lo spillo rovente che ho nel costato grida, taglia, smembra. Aiuto. Il treno è fermo.

Qualcosa s'introduce nella mia barriera di sofferenza, bussa alle porte del mio dolore: profumo aspro e pungente. Benzina ! Il serbatoio deve essersi forato.

Uscire, uscire al più presto. Giù dalle carrozze. Gli indiani, presto, gli indiani...

La più piccola scintilla mi trasformerebbe in un bonzo urlante. Non voglio pensarci. Penso che in fondo sarebbe una maniera rapida di morire. Scaccio subito il pensiero.

Uscire, uscire, devo uscire. Uscire o morire, questo è il dilemma. Devo essere impazzito. In Danimarca, ora !

Provo a muovere il braccio sinistro. Tutto bene.

Ho la vista appannata: i tergicristalli non servono, non c'è acqua, c'è solo il sangue dal taglio della fronte. Lo vedo con il terzo occhio: è un canyon slabbrato che mi attraversa la ruga superiore. Frankenstain, I suppose. Il treno mi ha maciullato.

Il torace, il torace chiama e urla anche lui: le costole non gradiscono le presentazioni troppo ravvicinate con il piantone dello sterzo. Sembra di essere allo stadio. Urla e febbre, febbre e vomito. È qui la festa ?

Abbasso gli occhi e gemo di nuovo.

Uno spuntone d'osso, all'altezza del ginocchio, ha lacerato i pantaloni.

Le lacrime sgorgano senza che io possa controllarle, irrefrenabili, e si trasformano in un gorgoglio ansante.

Ho un cuore nuovo nella gamba, lo sento pulsare.

Sposto il bacino di lato, ed alzando il braccio sano provo ad afferrare la maniglia della portiera. Non si apre. Tiro con più forza. Niente da fare.

La spina dorsale dice stop, per oggi ho lavorato abbastanza. Pausa caffè. Mi accascio sul sedile singhiozzando come un vitello portato al macello. Mi sono sempre chiesto se i vitelli capiscono la loro fine, e in un giornale ho letto che no, non lo capiscono, perché devono seguire un percorso che non fa vedere al vitello cosa succede a quello che lo precede. La curva pietosa, la chiamano. Ho già superato la curva ?

La vista mi si fa sempre più appannata, per colpa delle lacrime, che mi lasciano in bocca il gusto acre e salmastro del sangue.

Sono nella nebbia diffusa, e la realtà è nebbia. Girando impercettibilmente la testa verso destra, mi pare di scorgere qualcosa.

Giro di più la testa.

Regoliamo i diaframmi, regoliamo i prismi e le lenti: immagine a fuoco.

Non dovevo, non dovevo farlo: l'espressione stupefatta degli occhi di mio padre, ancora aperti nella poltiglia di sangue e materia celebrale, mi si fissa nella mente.

Il grido mi erompe dalla gola con tutto il fiato possibile.

Mi sposto di scatto, istintivamente, a fuggire la cosa morta al mio fianco, e sbatto contro la portiera.

Il dolore che mi esplode dentro è come un drago pietoso, ciao Drago, che chiude le sue fauci sul mio capo e cancella il mondo dalla mia vista.

 4.

Ricordava solo vagamente la bambina.

Ricordava però chiaramente il colore dei suoi occhi. Indaco. Un dolce, meraviglioso indaco.

L'aveva vista scendere dall'autobus, fermata del 7. Un'argentina cascata di parole aveva attirato la sua attenzione e seguendo la direzione del suono l'aveva vista. Un batuffolo di innocenza, e di malizia allo stesso tempo. Avrà avuto nove anni, dieci forse, ma già i suoi cromosomi si stavano dando da fare per condurla nel porto della femminilità. Lui ne aveva quasi il doppio, dei suoi anni. Una fatalità, un segno, forse.

Simpatica, aveva pensato, e carina. Molto carina. Lui era al semaforo, in sella al suo cavallo da battaglia. Un Bravo azzurro cielo, sella lunga, elaborazione Spabet da 70 cc, marmitta Proma, quella grossa e sgraziata ma che tintinnava come le collane di un coro di arcangeli, al minimo, e ruggiva come l'ira di Dio appena si sfiorava il rapido.

L'autobus si era mosso lentamente, mentre lei faceva ciao ciao con la manina alle sue amiche che la salutavano a loro volta dai finestrini. Lui si era spostato al bordo strada, lasciando passare il catafalco arancione, e aveva abbassato gli occhi, fingendo di manovrare il rubinetto del serbatoio. La fatina azzurra non si era mossa, aveva solo appoggiato l'Invicta e aspettava.

Non abitava da quelle parti, dunque.

Spense il motorino, e si avvicinò al cartellone degli autobus.

L'aria era quella tiepida della primavera.

Passava solo il 10, oltre al 7, e in quella direzione andava alla Mandria.

Si girò a guardarla. Lei lo stava osservando, e gli sorrise. Lui sentì il volto avvampare. Strinse più forte il manubrio. Aveva le manopole rosse, il Bravo. A lui, adesso, sembrava stessero da schifo.

Lei gli disse - Ciao -. Era stata lei a cominciare.

- Ciao-, rispose, meravigliandosi di come gli appariva fioca la sua voce. - Abiti al Bassanello ?-

Lei rise. -Come hai fatto ad indovinare ?-

Si sentì grande. Grande sul serio.

- Senti, vuoi un passaggio ?-

Il motorino era lì apposta, sembrava fatto apposta per viaggiare in due, non aveva comperato la Giuliari da novanta mila per niente, e poi era sulla strada che doveva fare, e non c'era niente di male a dare il passaggio a una bambina, e insomma...

- E se ci danno la multa ?-

- Ma no, a quest'ora i caramba sono a mangiare anche loro, che ti credi, che vivono d'aria ? E poi li seminiamo, ho una bomba di motorino...-

- Mio papà mi uccide, se mi vede tornare in motorino...-

- Dai, ti metto giù prima di casa. Il 10 passa tra venti minuti...-

- Ma non voglio che ci diano la multa...-

- Senti, la pago io la multa, e poi facciamo gli argini, passiamo per il Brentella e usciamo al Bassanello in un secondo...-

Aveva il vestito corto, e due calzette bianche che facevano tanto Shandy di Grease, che lui una come Shandy se la sarebbe sposata subito, e in malora Travolta e i Bee Gees.

Lei aveva detto di sì. Aveva detto sì. Lei.

Aveva acceso il motorino con una brevissima corsa, e il cuore batteva forte. Per una brevissima corsa. Erano partiti, e lei gli si era stretta addosso. Lui correva, e lei aveva paura, e gli diceva corri piano, ma a lui piaceva che lei stringesse. Sentiva caldo. Il motorino andava e anche lui andava. Avevano imboccato l'argine all'altezza del curvone della Pelosa. Aveva dovuto rallentare per forza, e lei aveva continuato a tenersi stretta. Bello, bello un casino.

L'argine si apriva davanti a lui, lungo e dritto, una freccia di primavera scagliata contro l'autunno dell'asfalto.

Lui aveva detto -Tieniti che si vola-, lei aveva riso, lui aveva dato gas.

Si erano sollevate delle piccole nuvolette di polvere, mentre il motorino schizzava come fiondato. Sentiva le maniche della camicia garrire. Lei aveva appoggiato la sua testa alla sua schiena, con la guancia appoggiata.

Aveva pensato a come sarebbe stato se la guancia fosse stata appoggiata alla sua. Bello, ma cosa vai a pensare, è solo una bambina. Però sarebbe stato bello.

Il motorino viaggiava. Attento alle buche, attento alle radici. Lui era attento, è un attimo farsi male, e il motorino viaggiava.

Poi, la piccola fiammiferaia gli si era presentata davanti. Prima non c'era, poi era lì. Il motorino viaggiava.

Non aveva fatto tempo a urlare. Aveva semplicemente schiacciato i freni. Tutti e due. Ora, lui era sicuro che funzionavano tutti e due. Dovevano funzionare tutti e due. Se fino ad un istante prima avevano funzionato, non c'era motivo perché adesso si rifiutassero di farlo.

Invece, aveva funzionato solo il freno anteriore.

Il motorino aveva descritto uno splendido arco, avendo come fulcro la ruota anteriore, e li aveva catapultati verso l'azzurro, e poi l'azzurro era diventato terra e poi la terra era diventata dolore.

Passarono alcuni enormi secondi di quiete assoluta, prima di capire che era ancora intero. Dolorante ma intero.

Chiamò -Ehi, stai bene ?- ma nessuno rispose.

Si rialzò a fatica.

La bambina era distesa sull'argine. Sembrava dormisse. Ma la testa era sbagliata. Non doveva essere girata così. Non poteva essere girata così. Perché era girata così ? Sentì la paura, sentì il dolore.

Era colpa sua, solo sua, avrebbero dato la colpa a lui e lui non aveva colpa.

Tirò su il motorino, è stata una radice che non ho visto, neanche le forcelle imbarcate però, della piccola fiammiferaia nessuna traccia, ovviamente, forse è tumore al cervello, ma non è colpa mia, e poi magari mi mettono in galera, forse lei non è morta, e il motorino è truccato e non paga neanche l'assicurazione, e perché le ho dato un passaggio, e mio padre mi ammazza e forse anche il suo, meglio andare, non c'è nessuno, non mi ha visto nessuno, e poi chiamo l'ambulanza e devo fare in fretta e speriamo che nessuno abbia visto...

Il motorino ripartì. Nessuno aveva visto. Nessuno capì.

Dopo due mesi andò a fare la TAC.

Nulla di anomalo da segnalare.

I rimorsi non lasciano traccia.

Forse.

 5.

Sogno cieli nuvolosi.

Mi sento bruciare. Fuoco. Febbre. Delirio. Dove si è fermato il treno?

La gola riarsa è in una morsa. Un tizzone incandescente ha trovato casa nel mio esofago. Ho paura a passarmi la lingua sulle labbra: cadrebbero a pezzi.

Riapro lentamente gli occhi. Una sciabolata di luce mi invade la retina. Le palpebre si richiudono stringendosi fino a farmi male. Voglio scendere.

Il sole è allo zenit. Bella fortuna, cazzo, adesso c'è il sole. Complimenti allo scenografo di merda che ha programmato questo. Complimenti vivissimi.

Riapro lentissimamente gli occhi.

Oscurità, buio, penombra, che cose divine mi sembrano adesso.

Il cristallo anteriore è un tripudio di raggi violenti, che mi accecano.

Sono in un lago di sudore, e il viso brucia.

Sto bruciando, fuoco fuocherello, brucio, cazzo, brucio, aiuto...

Alzo la mano, a ripararmi gli occhi, e tento di guardarmi intorno.

Il sole artiglia la macchina da un varco nella nebbia, che però torna padrona del campo a pochi metri dalla vettura, formando una spessa muraglia grigiastra.

Il dolore, sono a disposizione del signor Dolore. La testa mi scoppia. Tumore, cazzo, tumore per forza. Quante volte dovrò trovarmi ancora nella merda per colpa delle allucinazioni, prima di rifarmi tutti gli esami, cazzo?

Giro lentamente la testa: mio padre è ancora lì. Mi viene quasi da ridere: ho il flash di mio padre, con la testa fracassata, la testa a fiore, che bussa alla porta della più vicina stazione della polizia dicendo:"Sono venuto a denunciare un omicidio". Zombie n.2, la vendetta. L'impatto con il suolo deve avere scardinato il sedile posteriore, scaraventandolo in avanti. Croma di merda. Poi si lamentano se la gente compera le BMW, le Mercedes. Se avevo il 180 non succedeva, cristo, non succedeva di certo.

- Ciao vecchio, giornata da fogna vero ?-

Conservo il mio humour del cazzo: mi servirà, quando sarò davanti al vecchio Lucy. Forse sono già all'inferno: brucio ardo mi cauterizzo.

Se ne vengo fuori vivo, ho paura che dovrò spendere un capitale in gesso. Devo essere un'unica frattura.

Non mi muovo. Cazzo, passerà pur qualcuno in questi colli di merda.

Di urlare, neanche a parlarne. È già tanto se riesco rantolando a rubare un po' d'aria bollente.

Deve passare qualcuno, cazzo, deve deve deve. I segni del deragliamento ci devono essere sulla strada, per forza ci devono essere.

E se mi trova la pula ?

Cazzo, anche questo pensiero, doveva arrivarmi.

Ragazzo, cerca una giustificazione. Rapida, concisa, reale. Altrimenti sono cazzi.

Cosa gli racconto, che andavo a spasso con mio padre con la testa fracassata ? Che lo stavo portando all'ospedale, sui colli ? Ho paura che non crederanno che sia stato l'incidente a ridurlo così. Cristo, è ovvio che non ci crederanno. In galera, nella fossa dei sodomiti. Bella fine, mister genio.

Gelo dal caldo.

Mi inumidisco le labbra riarse.

Devo uscire da questo cumulo di rottami in decomposizione, e fare esplodere la macchina. La benza c'è, in tasca ho lo Zippo, deve funzionare. È l'unica speranza che ho di uscirne a posto.

Boom!! Una fitta violentissima al basso ventre mi fa trasalire: la vescica urla.

Non mi è scoppiata con l'impatto. Mancava quello. Ho letto che se uno ha la vescica piena e fa un incidente è facile che gli esploda. Sarebbe stato il coronamento ideale per una splendida giornata.

Una grossa mosca, ronzando rumorosamente, si posa sullo sfacelo che era mio padre.

-Vattene stronza- sibilo, con una forza che la disturba appena. Muovo il gomito e quella pigramente si allontana, posandosi poco più in là.

- Vattene affanculo mosca, maledetta mosca.-

Mi fanno schifo le mosche: devo protestare con il controllore, quando passa, che su questo cazzo di treno gli orari non sono rispettati e che ci sono le mosche. Con quello che ho pagato. Sono un cliente, io. Aiuto. Ho la febbre. Brucio. Un sorso d'acqua, uno solo basterebbe. Uno solo.

Devo riuscire ad uscire dall'auto, a tutti i costi.

Mi giro lentamente, afferro la maniglia, e provo a tirarla nuovamente, con maggior forza.

Ho i muscoli tirati allo spasimo.

Dai, dai un secondo solo, muscolo mio, e poi ti prometto pace...

Qualcosa finalmente cede.

Ma dalla parte sbagliata.

Rimango a fissare sbigottito la maniglia in mano.

L'urlo sta per uscire, anche se i polmoni non vorrebbero, quando vedo qualcosa.

Un'ombra. Un movimento furtivo, all'esterno della macchina, mi blocca il fiato in gola.

Guardo attraverso il cristallo incrinato del finestrino, ma non vedo niente.

- C'è qualcuno là fuori ?- ansimo con tutto il fiato di cui dispongo.

- Aiuto, sono ferito. Se c'è qualcuno, si faccia vedere, cazzo. Sto male!-

Silenzio.

Qualcosa mi sale alla gola. Un'ondata di panico mi serra le budella, strappandomi un gemito prolungato.

- Per dio, so che c'è qualcuno là fuori. Aiutatemi, cristo, sto male, sto tanto male ....-

Solo silenzio. Silenzio e nebbia.

E nella nebbia qualcosa.

Piango. Non riesco più a trattenermi. Le lacrime escono.

La risata argentina.

Confusa tra gli scricchiolii dell'auto, si fa strada tra i miei sensi molto lentamente, invadendomi piano il cervello.

La bambina esce dalla nebbia, venendo verso di me con un passo lieve.

Il pianto si è disciolto in un rivolo di sudore rossastro. Ne sento il gusto in bocca.

Socchiudo gli occhi, per meglio mettere a fuoco quella visione.

- Chi sei ...- gorgoglio

So chi è, ma non è lei. So chi è, ma non è lei. SO CHI È, MA NON È LEI.

Il cuore è fermo. Il treno è in galleria. Sento gli stantuffi che gridano, vedo il carbone che entra nella bocca infuocata della fornace, vedo le scintille che sprigionano i reostati. Voglio scendere.

La bambina si avvicina allo sportello, infila una mano dal finestrino rotto e mi accarezza sul viso.

Non controllo più i muscoli del mio corpo. Mi rilasso all'istante.

Una tiepida carezza mi scende tra le gambe.

La bambina vede la grossa macchia disegnarsi sui pantaloni, e comincia a ridere.

È come ricevere un pugno in pieno viso

Le viscere si aggrovigliano; vecchio, tu non sai che fortuna hai a startene lì, al riparo della tua testa maciullata. Navigo nell'incubo.

- Aiutami, ti prego ....- biascico, sputando l'ultima saliva che mi resta.

La bambina smette di ridere e mi fissa.

-Stai molto male, vero ?- sussurra.

Non rispondo. Non riesco ad organizzare le parole. Ho male. Ho freddo, nonostante il sole fosse a picco. Ho paura.

- Non mi vuoi rispondere ? Stai molto male, vero ?- La bambina si appoggia sul finestrino e ricomincia a ridere.

- Stronza... - la rabbia si fa strada come un torrente di fuoco in me. Sono nei corridoi di Doom e devo fare fuoco.

- Aiutami ad aprire questa porta, maledizione ! - ringhio

La bambina zittisce e fa un passo indietro. Ora è il suo viso che tradisce preoccupazione.

- Mi hai sentito, piccola stronza ? Hai sentito cosa ti ho detto ? Se non apri subito questa maledetta porta giuro che come scendo ti spacco al testa a calci ...-

La voce si crepa in un accesso di tosse.

La bambina si allontana camminando all'indietro. Deve avere anche visto il cadavere, e deve essersi spaventata .Ma io ne ho le palle piene. Chiunque sia, che chiami pure la polizia. Non ce la faccio più.

Agitò il pugno tentando di essere minaccioso, ma lo sforzo è stato eccessivo. Mi accascio sul volante.

Spero solo non mi lasci qui chiuso ad arrostire, in compagnia del vecchio. Ho bisogno di cure e in fretta. Sto troppo male, e ho gli incubi che mi vengono a trovare, ma quali incubi, una deficiente celebrolesa, ecco cosa mi viene a trovare, merda.

Rialzo lentamente la testa. Lei avrebbe dovuto essersene andata in malora, ormai.

Lo stupore deve dipingermi la faccia più idiota del mondo.

La portiera è aperta, e la bambina mi sorride tendendomi la mano.

Mi sale alla bocca un gorgoglio sanguinolento, che vorrebbe essere un ringraziamento.

Forse non tutto è perduto. Hai fatto trenta, si può fare trentuno....

Una fitta violentissima alla gamba spezzato mi fa riemergere istantaneamente dai miei pensieri.

-Piano, fa piano , per l'amor del cielo...- farfuglio, spostando lentamente la gamba sana e scivolando a terra.

Il contatto con l'erba inumidita mi da un sollievo che non ha eguali: bacio la terra con impeto, ansimando e tossendo.

Sono un fiore, sono una radice nuova, e il drago di luce che mi sovrasta è benevolo adesso. Spero solo di non sognare, che il padrone di questo sogno non sia il delirio. Sono fuori. Vado come un treno, ancora ancora ancora... Mi trascino a qualche metro da ciò che resta della mia auto.

Sono contento. Adesso sono in salvo, qualunque cosa succeda. Fuoco, ardi pure la vecchia carcassa, sii la pira sulla quale immolare l'offerta: l'agnello sacrificale l'ho procurato io.

Rimanere immobili, che bella cosa.

La guancia appoggiata sul cuscino erboso, la leggera brezza che mi sfiora il corpo martoriato. Mi sento quasi poeta. Poeta di stronzate, ma poeta.

Giro la testa, incuriosito da dei rumori che provengono dall'auto: la bambina adesso è là, ne intravedo le gambe magre sbucare impertinenti dal vestito. Deve essere inginocchiata sul mio sedile.

A tu per tu con il vecchio. Gran cosa la morte, per i bambini.

Mi giro meglio: non capisco cosa stia facendo adesso.

Sembra quasi che voglia tirare fuori mio padre dall'auto. La vedo indietreggiare, tenendo il cadavere per le spalle, trascinandolo con violenza giù dall'auto. Non immaginavo che potesse essere così forte. Lo dispone a pancia in su, e gli si siede vicino. Poi si china su di lui.

Ma che cazzo sta facendo ?

La vista è offuscata dal sudore e dal sangue.

Non riesco a capire che cazzo stia facendo.

Provo a chiamarla, ma la voce mi esce come in un gorgoglio ansimante.

Lei non da cenno di avermi sentito, e continua a rimanere china.

Poco sole, e nebbia più densa. Ho brividi di freddo continui.

Devo avvicinarmi e vedere meglio, boia mondo.

Arranco sui gomiti, pochi centimetri alla volta, che mi costano stille di dolore.

Mi vengono in mente i vecchi western, con l'imbecille sepolto nella sabbia del deserto, la testa fuori a fare da antipasto alle termiti. Ho la stessa sensazione: mi sento divorare da dentro.

Poi mi blocco. Il cervello rifiuta di dare un senso logico a ciò che sto vedendo.

Delirio. Sto delirando. Sono ancora nella macchina e il mio cervello di merda sta andando in pappa.

So che non è vero.

-Mio dio, no, ti prego... - gemo.

Poi divento vomito.

La bambina alza il viso sporco di sangue, si passa la lingua sulle labbra e mi sorride. Fulgide zanne.

Oh Dio, poi il buio.

6.

Il prete, rivestito della tonaca rossa, lo guarda, tenendo stretto in mano il frustino in salice. La sua voce interroga. La sua mano colpisce. La sua bocca ride.

Dio mio, Dio mio, perché m'abbandonasti ?

non pensi al mio soccorso, al gemer mio ?

Lo scompartimento è piccolo e soffocante, rivestito di una moquette rossa e polverosa. I sedili, in finta pelle sdrucciola, sembrano trasudare umori sudici, mentre nella cornice posta subito sopra i poggiatesta forforosi scene della Roma antica incartapercoriscono in silenzio. Sua madre piange vicino a lui, stringendo il rosario e scivolando i grani uno ad uno. Lui allunga la mano per accarezzarla. Lei lo respinge. Lui guarda fuori.

Quia apud te propitatio est, et temebemus te.

Sustinui te, Domine : sustinuit anima mea in verbo eius, speravit anima mea in Domino.

Il volume della radio è troppo alto. Sente il colpo che arriva dall'alto, come una folgore divina, e che gli scaraventa tonnellate di fuoco sulla faccia, lasciando le impronte della mano come scavate sulla guancia. Le lacrime bruciano, mentre scivolano piano.

Ma io sono un verme, e non un uomo, ludibrio a tutti, scherno della plebe.

Quelli che mi vedon, mi prendono a scherno, torcon le labbra, tentennano il capo !

"...la tua ruota girerà

sopra il giorno di dolore che uno ha". Spegne l'autoradio, e si pulisce la mano. Il cruscotto è macchiato di muco e di sangue. Non doveva colpirla così forte sul naso. La vede allontanarsi barcollando, caracollando come un dromedario tra le dune. La sua mano brucia, e la sua bocca vorrebbe chiedere scusa, ma non c'è saliva che tenga : anche la gola brucia e le parole diventano cenere.

Contro di me spalancano la bocca come un leone che sbrana e che rugge, e io com'acqua mi vado sciogliendo e tutte son disgiunte le mie ossa.

Il mio cuore s'è fatto come cera, e dentro al petto mi si va struggendo.

Il mio palato è secco quasi argilla, e la mia lingua s'è attaccata alle fauci.

È a terra, raggomitolato contro il suo stomaco, mentre attorno piovono i colpi. Un calcio lo prende al fianco e gli strappa un alto gemito, che va ad infrangersi contro il loro ghigno. Mancano solo cinquecentomila lire, e valgono esattamente tre costole rotte e una probabile pleurite. La testa sembra scoppiare, mentre la bocca pronuncia parole di scusa per il massacro che sta subendo. Lo lasciano lì, raggomitolato, a trascinarsi verso l'angolo. Sente le loro risate allontanarsi, mentre le mosche cominciano a volteggiare, attratte dall'odore del suo sangue.

Quasi esanime a terra m'hai ridotto, già mi vanno accerchiando i cani in frotta.

Si iniquitates observaveris, Domine, Domine, quis sustinebit ?

Le mosche che volteggiano sopra di lui.

Le mosche...

Le mosche...

 

7.

Qualcosa mi disturba.

Qualcosa nelle narici. Scuoto la testa d'impulso e una grossa mosca disturbata vola via, ronzando in maniera insopportabile. Ho la testa che mi scoppia.

Febbre, ho la febbre e sono tutto un brivido.

Non riesco ad aprire gli occhi: se tento di sforzarli sento un dolore che mi fa desistere. Comincio a ricordarmi qualche cosa: l'incidente, e io che scendo dall'auto.

Capisco all'improvviso cosa mi tiene chiusi gli occhi: il sangue dalla ferita sulla fronte, coagulandosi, mi deve avere imprigionato le ciglia.

Sollevo il braccio sano e con la mano aiuto gli occhi ad aprirsi. Il sole non mi ferisce più: vedo alte nel cielo delle grosse nuvole nere, ed intorno a me una nebbia leggera. Sono quasi felice, e non capisco perché. Forse è perché sono ancora vivo.

Faccio un piccolo movimento per rialzarmi, ma sono a pezzi: il dolore mi filtra in profondità, nelle fibre più remote, e mi fa suo.

Dove cazzo sono ?

Dove cazzo sono ?

Il mondo gira e io giro con lui. Mi ricordo un treno, dov'è il treno adesso, devo tirare il freno, dove sono ?

Flash: ricordo.

Il terrore si catapulta nella mia mente con la forza di un ariete, e mi fustiga i muscoli. Con un estremo sforzo riesco a mettermi in ginocchio.

Non c'è nessuno.

Nessuno intorno.

Nessuno nessuno nessuno.

Nessuno tranne la macchina sfasciata ed una figura informe a poca distanza da me.

Non riesco a vedere bene, ma mi sembra una creatura fatta solo di spigoli e aria.

Mio padre. Ciò che ne resta.

Il pasto crudo di Cronemberg. Il mio incubo personale.

La nausea mi riprende, e mi allontano all'indietro strisciando.

La nebbia mi avvolge da tutte le parti.

Però sono ancora vivo. Sono vivo, cazzo.

Non capisco. Non capisco.

Mi infilo il pollice in bocca. Voglio addormentarmi, sono stanco, lasciatemi dormire, ho prenotato le cuccette, cristo, spegnete quella luce, io non leggo, aiuto.

Il cuore mi batte all'impazzata. Sento i tamburi di guerra. Una Tavor con un bel bicchierone d'acqua... subito subito, al tavolo 12.

Vedo delle tracce rosse che scompaiono nella nebbia. Dalla mia posizione riesco solo a vedere che sono tracce di mocassini. Da bambina.

La febbre mi assale, vorrei chiudere gli occhi ma non posso. Non devo lasciarmi sorprendere.

Sono a pezzi, ma sono un uomo, e lei è una bambina.

Vieni stronza, vieni che ti dono gli organi.

Devo trovare un'arma. Preferisco tenerla lontana, non voglio che mi si avvicini troppo, se dovesse tornare.

C'è solo un pezzo di legno vicino a me.

Mi muovo lentamente, sono un serpente di dolore e di nausea e di febbre e di chissà.

Riesco ad afferrarlo ma mi si sbriciola tra le mani. Legno marcio.

-Merda- ansimo e lo scaglio via, con la poca forze che mi rimane.

Rotola qualche metro, poi si ferma.

Su una scarpa. Una scarpa da uomo, nuova, perfino lucida.

Rimango imbambolato a guardare quella scarpa che si affaccia dallo spesso muro di nebbia, con il pezzo di legno imputridito a bloccarne il passo. Alzo lentamente gli occhi.

Voglio la mamma.

Datemi la Novalgina.

Niente si muove.

Mi attraversa il cervello il pensiero che forse sto sognando. Che cazzo di sogno. Ho paura. Svegliatemi. Devo svegliarmi. Aiuto.

Rimaniamo così, sospesi, in quel vuoto immoto per quella che mi sembra un'eternità.

Io, la scarpa e il pezzo di legno. La trinità immobile.

Poi, lentamente, la scarpa si muove. Schiaccia il pezzo di legno, e io vedo a chi appartiene.

Me la faccio addosso. Il treno è lungo, e io devo scappare prima che arrivi nella galleria. La galleria è al buio e nel buio ci sono le cose. Le brutte cose.

Mio padre avanza verso di me, una maschera putrefatta e dilaniata. Con il vestito nuovo.

Bel taglio sartoriale- penso. Non si risparmia, per il papà.

Dietro di lui, una bambina, che si guarda le spalle, ma non dovrebbe guardarsi le spalle così, gli si spacca l'osso del collo, cazzo, gira la testa, aiuto, e chi si rivede, ciao nonna, ciao ciao, e io devo andare adesso, parte il treno e non posso proprio fermarmi, mi ha fatto piacere vedervi comunque, ma adesso cazzo lasciatemi andare , la mamma mi aspetta, e non ho la cartella e via via via, andate via...

C'è anche la fiammiferaia. Io non ho rimorsi.

Tento di spostarmi, ma non ci riesco. Sono inchiodato a terra dal terrore.

Gemo, e poi il gemito si trasforma in urlo.

Loro sorridono. I miei rimorsi. Fulgide zanne di nuovo.

Sto per svenire. Prego solo che finisca tutto in fretta. Finisci sogno, che devo svegliarmi. Fischia il treno.

Prima che il buio mi prenda, sento come in un soffio di vento la sua voce:

"Anche loro hanno fame".

 

 

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