INCENSO D'INDIA, ROSE D'ARABIA, di Gloria Barberi

 

Gloria è una nostra vecchia conoscenza, essendo già stata finalista della scorsa edizione di "Cristalli Sognanti". Scrittrice elegante, dalla prosa estremamente evocativa, abita a Recco (Ge) e pubblica racconti da molti anni: i suoi lavori nel campo del fantastico sono stati editi , tra l’altro, da "Urania" Mondadori, "L’Eternauta", Cosmopolitan", "Inchiostro", oltre che da un vasto numero di fanzine.

 

INCENSO D'INDIA, ROSE D'ARABIA 

 

Il sapore del mare tra i denti era simile a quello del sangue. Un ricordo degli anni tutt'altro che lontani dell'infanzia - lo schiaffo di suo padre che gli aveva spaccato un labbro, recidendo per sempre ogni legame tra lui e la famiglia - galleggiò alla superficie della memoria, cadavere di un annegato restituito dall'oceano.

Un'ondata gli percosse la schiena. Aggrappato allo scoglio come un neonato al seno della madre, il mozzo cercava invano di richiamare alla mente le parole di una preghiera, ma c'era soltanto quel ricordo: lo schiaffo e il sapore del sangue. Neppure i particolari del naufragio riuscivano a ricomporsi in una successione logica che iniziasse con una falla, un disalberamento, e terminasse lì su quello scoglio. Un gemito di legno che si schianta, bestemmie e grida di terrore, e il gelo dell'acqua che si richiudeva su di lui... Questo quanto restava alla memoria. E poi l'oscurità picea della notte che sussultava sotto la frusta del fulmine, il ruggito iroso del mare in lotta con il vento, l'abbraccio tagliente dello scoglio. Sì, non era stato lui a nuotare verso la massa scura intravista alla luce dei lampi, ad aggrapparsi alla roccia; era stato lo scoglio a venirgli incontro, artigliandolo con alghe morte e cirripedi.

Ma l'onda lo voleva per sé. Lo allettava con merletti di spuma e velluto d'alghe. Non avrebbe mai avuto un abito altrettanto elegante, lui, il piccolo mozzo della "Santa Margherita"! E presto, comunque, non avrebbe avuto più niente del tutto, se non fosse riuscito a porsi al riparo dalla bramosia del mare. Muoviti! E, traendo forza dalla rabbiosa umiliazione di quell'antico schiaffo di cui la salsedine rinnovava il bruciante sapore, il ragazzo si mosse; lacerandosi il palmo delle mani e le ginocchia, strisciò, centimetro dopo centimetro, tra il viscidume delle alghe e le conchiglie taglienti, verso la salvezza. L'onda, sibilando la sua delusione in schizzi di spuma, rinunziò a lui. Dopotutto, si era già sufficientemente riempita il ventre con i cadaveri degli altri marinai.

I sassi lavati dalla pioggia erano lisci e freddi, e il loro contatto alleviava il bruciore delle escoriazioni scottate dalla salsedine. Il ragazzo ristette bocconi sulla spiaggia per qualche minuto, a mondarsi abiti e carni sotto le raffiche d'acqua pura. Poi, quando il gelo cominciò a inzuppargli ossa e volontà, si riscosse e si mise in piedi. Il vento lo colpì in pieno petto, cercando di abbatterlo. Ma lui resistette, eretto come un albero maestro nella tempesta. Era più forte, lui, dell'albero della "Santa Margherita"; perché non era legno inanimato e insensibile, lui: era sangue e cuore, disperazione e speranza. Aveva tredici anni.

Tutt'attorno i fulmini schioccavano racchiudendo il paesaggio, per un istante brevissimo, in una ragnatela di fulgore violazzurro; poi scomparivano, riassorbiti nella massa tempestosa delle nuvole, lasciando un'oscurità ancora più profonda.

In quella sarabanda di luce e buio nero pece, era difficile anche soltanto valutare le reali dimensioni della spiaggia. Il ragazzo non sapeva neppure dove la nave si trovasse al momento del naufragio, né dove la furia delle onde l'avesse trascinata prima del definitivo affondamento. E quanto a lungo lui aveva nuotato? Per quante miglia si era lasciato andare alla deriva - aggrappato al coperchio di una cassa - cominciava a rammentare adesso - prima di finire tra le braccia dello scoglio? E quello era il continente o soltanto una manciata di scogli persa in mezzo all'oceano? Sapeva solo che il giorno prima - diciassette luglio o diciotto? Ma l'anno era il 1883, su questo non poteva sbagliare - la nave aveva ripreso il cammino verso ovest, verso la Liguria.

Si scosse come un cane, in un lungo brivido, e si guardò attorno cercando di penetrare il sipario della pioggia.

Un lampo. Ombre frustarono la spiaggia davanti a lui. C'era qualcosa, laggiù, come una barriera d'oscurità più fitta, ma inquieta, che proiettava quelle ombre selvagge a ogni lampo. Una parete di pietra. No, semplicemente la scogliera che si innalzava tra frange di vegetazione tormentata dal vento: cespugli di rovi, agavi, spettri scarni di rari pini marittimi. Il mozzo sentì un singhiozzo salire a chiudergli la gola. Era come se avesse ingoiato l'acqua dell'oceano intero. Non ce l'avrebbe mai fatta a salire fin lassù.

Un'ondata gli tuonò alle spalle.

Non aveva scelta. Davanti a lui la scogliera che si arrampicava verso i lampi, alle sue spalle soltanto l'ira dei marosi. No, non c'era altra via.

 

Non mi lascerai morire adesso, vero, Gesù? Altrimenti perché mi avresti portato fin qui. Arrampicandosi. Strisciando. Le mani e i piedi ormai insensibili, le ginocchia due nodi di dolore. Il vento impugnava spade di agavi, tirandogli stoccate ai fianchi e al volto, protendeva dita di sterpaglie cercando di afferrarlo per i capelli e precipitarlo sugli scogli sottostanti. Non voleva credere che quel ragazzino di tredici anni potesse essere più ostinato di lui. Ma lo era. E la voglia di vivere, come un amo prodigioso, lo trasse fino in cima al promontorio.

 

Ce l'ho fatta. Troppo stanco per provare trionfo o sollievo. Sono salvo. Ma ancora non sapeva dove si trovasse. Si guardò attorno. Pochi alberi pennellati contro la luce dei lampi. La vastità del cielo indisturbata da ostacoli di montagne o edifici. Un'isola! Il cuore che affonda nel vuoto dello stomaco. Sono finito su un'isola. E piccola, sembrava. Disabitata. No, un momento... Alla luce di un lampo gli era sembrato di distinguere qualcosa, come un pallido ed enorme tumore cresciuto sul buio. Socchiudendo gli occhi, cercò di mantenere lo sguardo fisso in quella direzione, nonostante la furia accecante della pioggia, e attese il lampo successivo. Sì, era là. Una grande massa sbiadita, con una sottile torre svettante verso le nuvole. Doveva trattarsi di un edificio sacro: una chiesa o un convento. Non era distante.

Si lasciò portare dal vento, che adesso lo spingeva da quella parte. C'era un sentiero, anche se mal tenuto.

In pochi minuti il ragazzo raggiunse l'edificio che biancheggiava nella notte. Non si era sbagliato. Si trattava di un convento, e il portone della piccola chiesa era rivolto proprio verso di lui. Poco lontano, sulla destra, si intravvedevano delle croci. Il cimitero in cui venivano sepolti i confratelli defunti, certamente.

Il ragazzo aveva sperato in una voce umana, un fuoco e magari degli abiti asciutti e decenti - la camicia e i calzoni che indossava erano ridotti a brandelli - ma quel posto sembrava abbandonato. Non si vedevano luci. Provò a urlare, ma la sua voce arrochita dalla salsedine e lo sfinimento non poteva contrastare l'urlìo della tempesta. Era come se diecimila tritoni impazziti ululassero la loro follia dal fondo dell'oceano. O forse erano soltanto infuriati perché era riuscito a sfuggirli.

- Non ne avete avuto abbastanza dei miei compagni?

Troppo stanco per girare attorno all'edificio in cerca di un ingresso munito di una campanella o di un battocchio, il ragazzo si avvicinò al portone della chiesetta e, senza troppe speranze, provò a spingere uno dei battenti. Era pesante ma cedeva, si apriva. Una conferma che il posto era abbandonato. Non importava. Non avrebbe trovato né fuoco né abiti asciutti, ma almeno sarebbe stato al riparo dalla furia della tempesta. Avrebbe potuto riposare, e all'alba... Non voleva pensare all'alba e alla barca che sarebbe potuta non passare mai accanto all'isola. E poi.. il convento era abbandonato, certo, ma questo non significava che l'isola fosse del tutto disabitata. Potevano esserci case di pescatori, forse un intero villaggio, non lontano da lì. Entrò nella chiesa.

Appena ebbe richiuso la porta, un odore di polvere e d'incenso lo avvolse assieme a una subitanea quiete. Era come se la tempesta fosse cessata. Il palpitare dei lampi, smorzato e addolcito attraverso la patina di salino che smerigliava i vetri, rivelava un luogo spoglio e abbandonato. Un pavimento di nuda pietra, colonne grigie come tronchi antichi a sostegno le navate; sul presbiterio, delimitato da una balaustrata di marmo, un altare privo di paramenti e altri oggetti liturgici, su cui la croce di legno nero incombeva enorme e severa: solo la croce, nessuna immagine di Gesù morente.

Il ragazzo mosse qualche passo. Il pavimento, sotto ai suoi piedi doloranti, era più freddo dei sassi della spiaggia.

- C'è nessuno? - Un bisbiglio (lo sfinimento non gli permetteva di più) che ricadde senza eco, soffice come una manciata di polvere.

Tra le colonne, solo ombre e solitudine. Non c'erano nicchie con santi dagli occhi di vetro rivolti al cielo, né serene Madonne con bambinelli ricciuti. Niente banchi di legno. Nei candelabri di ferro battuto, solo antiche lacrime di cera e polverosi mozziconi di candela.

Aveva l'impressione di muoversi come un fantasma. Forse sono morto. E un suono improvviso, come una lieve risata, ricadde sull'ultima parola di quel pensiero.

Il mozzo trasalì e si guardò attorno. La pioggia che scuoteva i vetri, senza dubbio. Ma somigliava talmente a una risata... - C'è nessuno? - azzardò per la seconda volta.

Le ombre danzavano al ritmo dei lampi. Ma, nelle pause d'oscurità, dall'abside sembrava provenire un lieve chiarore, come se vi fosse qualche cero acceso. Attratto come una falena, nonostante la stanchezza, il ragazzo si trascinò in quella direzione.

Canne d'organo svettanti a guisa di parafulmini a raccogliere il bagliore dei lampi, la massiccia struttura di legno che ospitava le tastiere e la pedaliera... E a pochi passi... Niente ceri né lampade. Sulla pietra grigia risplendeva una larga chiazza bianca, simile a una pozza di latte, ma perfettamente circolare. Sembrava che la luce si sprigionasse dal pavimento stesso. Cautamente, attratto da quella bizzarria e insieme timoroso, il ragazzo si avvicinò... e si trovò a guardare direttamente nell'Abisso. Un pozzo apparentemente senza fine affondava lisce pareti di calcare nella fosforescenza che saliva dal cuore della terra.

Colto dalle vertigini, il mozzo barcollò per un istante. Il cuore gli martellava nelle orecchie e il mondo intero gli ondeggiava attorno nella tempesta. Quel movimento nauseante, come una lunga onda lo respinse contro l'altare, e lui si aggrappò a quel blocco di pietra scolpita come prima si era aggrappato allo scoglio. Aspettò a occhi chiusi che la vertigine lo lasciasse.

Un fulmine schioccò non lontano. Il ragazzo spalancò gli occhi. La Morte gli sogghignava in faccia.

E lui, passato lo sgomento, rispose con una fievole risata. Perché, davvero, non c'era nulla da temere. La Morte era a pochi passi da lui, ma non poteva toccarlo. Era una Morte troppo antica.

Lungo la concavità dell'abside c'era una fila di nicchie. Ogni nicchia ospitava uno scranno; ogni scranno, un saio mummificato dal tempo e la polvere; ogni saio, uno scheletro.

Il ragazzo rabbrividì di disgusto, ma la paura se n'era andata. Sapeva che era costume di molti conventi esporre così gli scheletri dei confratelli, come a sancire la loro eterna appartenenza all'ordine religioso. Lugubre e bizzarro, però, che fossero sistemati proprio lì nel coro, invece che in una cripta.

Il ragazzo represse un altro brivido stringendosi nelle spalle. Poi sbadigliò. E la musica irruppe dall'oscurità. In un vibrare di note cupe come paramementi quaresimali, solenne e maestosa, dilagò tra le colonne, s'allargò sotto le navate con un'irruenza d'acqua alluvionale.

Boccheggiando nelle pulsazioni del proprio cuore, il mozzo si era voltato verso l'organo. Ma nessuno spettro sedeva alle tastiere. E la musica non proveniva dalle canne dello strumento; sembrava piuttosto trasudare dalle pareti, dal pavimento, come se la pietra assorbisse e filtrasse il fragore sconnesso della tempesta, rielaborandolo attraverso risonanti vene di quarzo. Poi, in un perfetto agghiacciante unisono, tutti i polverosi mozziconi di cero ancora infissi nei candelabri s'accesero. Un chiarore giallastro ricadde sull'altare e le balaustre, strisciando sul pavimento si diffuse nelle cripte vuote, cancellando ombre, creandone di nuove. Come se qualcuno avesse rovesciato un'enorme giara piena di lucciole.

Intrappolato in luce e suono, come un insetto nell'ambra, il mozzo era incapace di muoversi; gli occhi sbarrati non vedevano altro che il sogghigno della Morte, e la voce non voleva uscire dalla bocca spalancata. Gesù... Gesù... Il pensiero ruotava impazzito intorno a quell'unica parola, quel santo Nome: Gesù! E, come per miracolo, esso gli diede la forza per strapparsi dalla gola l'urlo che lo soffocava; e l'urlo strappò le radici di terrore che trattenevano i piedi alla pietra del pavimento. Il ragazzo corse verso la porta, sospinto dall'onda immane della musica.

- Aspetta. Non aver paura. - La voce era profonda, e così risonante che sembrò scendere su di lui, attraverso le tonanti note dell'organo, come un ampio mantello, avvolgendolo in un calore confortevole.

Il mozzo si fermò, il palmo di una mano già sul battente della porta. Per un istante, combattuto tra curiosità e timore, restò immobile. Poi, un in respiro profondo, prese la sua decisione; si voltò.

C'era qualcuno accanto all'altare. Un sacerdote, vestito con paramenti luttuosi. E il volto, forse per contrasto con quel lugubre colore, appariva pallido e luminoso, giovanissimo. Incuriosito, il ragazzo mosse qualche passo verso l'altare. - Padre... - bisbigliò. La musica era cessata, e a lui parve quasi di udire il rumore dell'aria smossa dalla mano del sacerdote che si era levata in un gesto di benedizione. D'istinto, il ragazzo si segnò. - Padre - ripeté.

Egli si mosse nell'appena percettibile fruscio dei paramenti. - Figliolo... E il signore che ti ha mandato a me. Finalmente. - Scese i gradini dell'altare. Tre gradini. E il mozzo indietreggiò di nuovo. Tre passi. Perché il sacerdote si muoveva come fosse fatto di nuvole e sogni.

- Gesù! - in una espirazione, e un altro rapido segno di croce. Il mozzo si volse verso la porta, afferrò le maniglie tirando a sé i pesanti battenti.

- No! - un'esclamazione inaspettatamente appassionata. - Non andartene! - Poi un bisbiglio che fu quasi un singhiozzo: - Per l'amor di Dio.

Solo un'altra volta il mozzo aveva udito un simile tono implorante; sotto un cielo torrido e straniero, in una piazza sbiancata dal sole, dalle labbra piagate di un uomo alla gogna. Allora, quel bisbiglio singhiozzante implorava acqua. Ora... Il mozzo tornò a voltarsi, inghiottì lo sgomento e chiese: - Che cosa volete da me?

Il sacerdote trasalì, quasi non sperasse in quella domanda. - Prima devo sapere - mormorò, - se la tua anima è pura.

- La mia anima... - Ombre agitate dalla fiamma di una lanterna, nei vicoli dietro il porto; tende scostate; bisbigli. E la donna, in quella taverna portoghese dove il nostromo l'aveva portato una certa sera; la donna con capelli color della pece e anelli d'oro sulle mani brune da zingara: gli si era seduta accanto, parlandogli in una lingua sconosciuta e con il tono di un gatto che fa le fusa, e poi aveva allungato una di quelle sue mani brune sotto il tavolo, e l'aveva toccato... proprio lì... E il nostromo era esploso in una gran risata, afferrando la donna per la vita e tirandosela sulle ginocchia. - Per te ci vuole roba più sostanziosa! - E lui era scappato via, a rinfrescarsi le guance in fiamme al vento della sera. - Io.. non credo, Padre. - Non aveva mai peccato con una donna, ma quanto l'aveva desiderato! E soltanto inesperienza e timore gliel'avevano impedito.

- Vieni più vicino. Devo vedere i tuoi occhi.

Lui obbedì, soggiogato, s'accostò alla balaustra.

- Alza il viso. Guardami. - E, ancora una volta, il ragazzo obbedì.

 

Occhi color della notte, al fondo dei quali brilla la debole luce di una stella morente. Era così strano, lo sguardo del sacerdote! Ma quello che vide dovette piacergli; perché un sorriso, sottile come una falce di luna al primo quarto, illuminò per un istante il pallore del viso. - Sì. La tua anima è intoccata. E dimmi; hai mai servito messa?

Il ragazzo scosse la testa. - Però l'ho visto fare.

- Non importa. Iddio ti guiderà. - Il sacerdote gli volse le spalle e si diresse all'altare. E l'altare non era più vuoto. La luce dei ceri traeva barbagli solari dall'oro dei vasi sacri, rivelava i delicati ricami dei lini. Da un invisibile turibolo, un fantasma d'incenso saliva verso la croce.

 

Non è possibile. Non può essere vero! Ma né il sogno né il delirio hanno pietra così solida su cui inginocchiarsi, e una voce così chiara che con tanta fermezza possa sussurrare: - In nomine Patris, ed Filii et Spiritus Sancti...

Il ragazzo chiuse gli occhi. Se avesse saputo leggere e scrivere, avrebbe potuto dipingersi quelle sante parole su una lavagna d'oscurità, ma sapeva appena compitare il proprio nome. Così, sperò che lo sostenesse il ricordo.

 

- Introìbo ad altare Dei.

- Ad Deum... - Parole quante volte udite e pronunciate - ... qui laetificat juventútem - ... ma da quanto tempo non udite e non pronunciate? - ... meam. - Eppure, su quella lavagna d'oscurità già iniziava a delinearsi qualcosa. Non parole, ma immagini. Dapprima pochi pallidi tratti, come vergati con il gesso: una figura umana inginocchiata, un'altra in piedi a pochi passi dalla prima. Poi i colori, tenui acquerello che si facevano mano a mano più vivi, e altre forme: una sedia in legno dall'alta spalliera, scintillii di tessuti preziosi... Infine, la scena si animò. E vennero le voci.

- Padre mio... - A capo chino. Un ginocchio a terra. Il pavimento, di pietra, freddo attraverso la stoffa della calzamaglia. - Se è il vostro volere... - E, dentro, nella segreta dell'anima, un rancore ribelle alla catena. - Così sia. - Quando un "no" silenzioso, più vasto ed echeggiante di qualunque cattedrale, riempie ogni spazio della mente.

- Figlio mio! - Il vecchio si avvicina al ragazzo inginocchiato, lo aiuta a rialzarsi, se lo stringe al petto. - Io e tua madre non finiremo mai di ringraziare Iddio per aver risparmiato la vita di tuo fratello Filippo. Aveva due anni appena, e già la malattia voleva strapparcelo, ma tua madre pregò i santi Francesco e Chiara; e, per loro intercessione, il Signore risparmiò il nostro amato primogenito! Così ella fece voto di consacrare loro il figlio che allora portava in grembo.

 

La mia vita barattata con quella di mio fratello! Che diritto avevano di fare una cosa del genere a un bambino non ancora nato? Condannarlo al saio per un'assurda promessa in cui lui non ha parte né volontà! Già nel nome che gli hanno imposto è il suo destino: Simeone, "Colui che la Provvidenza ha mandato per esaudire i voti dei suoi genitori". E, adesso, il cuore che sogna battaglie e gloria avrà soltanto rimpianto e amarezza; la carne che invoca i languori dell'amore si mortificherà col digiuno e il cilicio; le dita che meriterebbero anelli, sgraneranno rosari.

- Oramus Te, Dómine, per mérita Sanctórum Tuorum...

Giorni impregnati salsedine, nel convento bianco come un osso spolpato, su un isolotto arido poco più grande di uno scoglio. La voce del mare che a volte sussurra miserere, a volte tuona con l'ira di Dio stesso. E l'alba che gonfia lentamente a colmare la cella, una luce lattea come pelle di donna e, quando la brezza spira da terra, altrettanto profumata. La carne che grida forte, un urlo di desiderio e struggimento che la voce del mare non riesce a coprire. E la sua disperazione a volte è così profonda... Profonda come quel pozzo che c'è dietro l'altare e che, qui dicono, conduce direttamente nell'Abisso.

I soli momenti in cui il tormento si placa sono quelli dedicati al sapere, alla conoscenza.

Nella grande biblioteca dove la luce del sole, filtrata dai vetri piombati, giunge in un chiarore acquoso, l'odore della pergamena e degli inchiostri, e il fruscio delle pagine, scacciano dalla memoria altri profumi e altri fruscii.

Visioni, sante parole di cieca fede. Apprendere, così da diventare saggio e devoto come uno di quei santi le cui vicende risplendono negli azzurri e gli ori delle miniature, rifulgenti quanto le gesta dei più prodi cavalieri! La nobiltà del martirio può compensare la privazione d'altre nobiltà un tempo vagheggiate? L'amore per Dio può appagare quanto l'amore per una donna?

Sfogliare le antiche pagine e i giorni, imparando ogni sillaba, ogni segno di interpuzione, fino a conoscerli a memoria, fino a che la familiarità non abbia ucciso il fascino. Esattamente come avviene con una donna quando, svelate tutte le sue grazie e suoi vezzi, la carne e la mente ricominciano a smaniare. Altre, nuove passioni. Altra conoscenza. Altro sapere. Ma dove cercarlo? Dove trovarlo? L'isola è racchiusa in sé come un'ostrica. Un mondo in una sfera di cristallo.

- Exáudi oratiónem meam: ad Te omnis caro véniet...

La tempesta urla nella notte. La luce dei lampi dilata sulla nuda parete della cella la sagoma del crocefisso, tetro fantasma del sacrificio.

 

Per cosa e chi hai tanto patito e sei morto? Per me? Anche per me? Ma perché io dovrei fare altrettanto? A chi giova tutto questo? Interrogativi che s'avvolgono senza fine sul fuso nero delle notte. Quando mai il telaio della Via Lattea inizierà a intessere le risposte?

Poi un grido umano nella tonalità del richiamo, scalpiccii, altri richiami concitati. Quasi un corteo di spiriti irrequieti che transiti davanti alla porta della sua cella. Ma lui non si muove. A che scopo? Che il resto del mondo s'agiti quanto vuole, si scuota in sussulti tellurici; che un'onda titanica capovolga l'isola; che l'abisso ingoi tutto e tutti. Pace, finalmente! No. Lui non si muoverà. Ma bussano alla porta, adesso. - Fratello Simeone, correte! Venite a vedere! - Rumori e voci troppo imperiosi per continuare a fingere il sonno. Voci e rumori l'afferramo per i capelli, lo strappano fuori dal letto, dalla cella, lo trascinano dietro i confratelli che s'affrettano nei corridoi in un fruscìo di sai e di sandali, fuori nel temporale.

- Ho guardato per un attimo dalla finestra della mia cella e ho intravisto la barca... - Fra' Gervaso si china in avanti per contrastare la violenza del vento, cercando di riparare la lanterna. - Veniva avanti sulle onde di traverso, la corrente la trascinava verso il promontorio, poi s'è rovesciata. Ma chi può essere tanto pazzo da uscire in mare in una notte come questa?

Il mare in tempesta aggredisce la scogliera come se volesse strapparle la rara vegetazione inaridita. Cadaveri di alghe, pesci disorientati, conchiglie infrante, e... - Laggiù! Guardate! - Fra' Gervaso protende il braccio scarno verso la piccola insenatura che segna la spiaggia come un morso, al di sotto della frangia pietrosa irta di agavi. - Vedete, fratelli? Vedete? - Alla luce dei lampi, qualcosa di pallido, come una gigantesca medusa morta. - Un corpo umano! Un naufrago!

Scendono lungo un sentiero più intuito che tracciato, nel vento che agita i sai zuppi di pioggia con un rumore di schiaffi ripetuti. Le lanterne danzano come fuochi fatui. Sassi che mordono le caviglie. Lampi che feriscono gli occhi. Fratello Gervaso è il primo a raggiungere il corpo, a chinarsi su di esso. In una pausa tra un tuono e una raffica di vento, la sua esclamazione, violenta come un colpo di tosse: - Oh, buon Gesù! - Lo schiocco di un fulmine sul mare, uno scroscio di pioggia, e tuttavia il sospiro che segue non va perduto, anzi, percuote come una frustata i timpani dei confratelli: - E una donna!

- Kyrie eléison...

- Christe eléison...

L'hanno portata in una delle celle vuote, improvvisandole un giaciglio; e su di esso l'hanno distesa, immobile e pallida come quelle statue di cera che racchiudono i poveri resti dei martiri. Ma di certo non si sono mai chinati sul tali sante reliquie con altrettanta trepidazione. Fra' Severo che per breve tempo, prima di scegliere il convento, ha lavorato come aiutante di un cerusico; e Fra' Raimondo, che conosce i segreti delle erbe. Ma scuotono la testa, si stringono nelle spalle, allargano le braccia. E gli altri, tutt'attorno: curiosi, timorosi, ritrosi, qualcuno audace; la fissano, chi addossato al muro della cella come se volesse sprofondarvi dentro, chi dalla porta spalancata.

E lei giace - carni martoriate e stracci e lunghi capelli neri - immobile, il respiro così lieve che solleva appena i seni tra i brandelli della veste grigia. I piedi sono feriti, come avesse corso scalza a lungo; il palmo delle mani è lacerato dagli scogli. E altre ferite macchiano qua e là le carni bianche, sbocciando come fiori rossi tra gli strappi della stoffa.

La cella è piena di respiri, ma nessuno sembra provenire dal petto di lei.

Poi un'esclamazione soffocata. E Fratello Raimondo si rialza, arretra di qualche passo; sul suo volto lo sgomento inorridito di chi ha appena veduto qualcosa di immondo. - Fratelli, guardate! - Indica qualcosa su una spalla della donna; un segno scarlatto: una piaga, una delle tante ferite che segnano quel povero corpo. Ma, anche da lontano, Simeone ha già riconosciuto quel segno e sa che non si tratta di una piaga qualunque. E un marchio d'infamia.

- E fuggita dalla prigione! Una criminale... Una donna di malaffare, sicuramente. Gesù, sotto questo santo tetto!

Bisbigli e scalpiccio di sandali, un rumore di foglie morte sospinte dal vento. I curiosi, i timorosi, i ritrosi, persino gli audaci, retrocedono nel corridoio. Solo Simeone rimane, radicato al pavimento della cella come un albero pietrificato. Le voci gli giungono dal corridoio in quel fruscio autunnale.

- Non possiamo tenerla qui!

- Ma, in nome di Dio, che vorreste fare? Ributtarla a mare? E una peccatrice, dite, ma siamo tutti peccatori. E anch'essa è una creatura di Dio.

- Una donna della sua razza non ha Dio!

- Vorreste venir meno agli insegnamenti di Nostro Signor Gesù Cristo? Non accolse forse Egli la meretrice?

E Simeone li ode appena. Non riesce a staccare gli occhi dalla donna esanime. Dal viso, tutto pallore e ombre; dal corpo, un ricordo di sofficità dove la sofferenza adesso tende la pelle sulle ossa; dall'appena percettibile sollevarsi del seno nel respiro... E quasi morta. Non c'è ragione di temere la sua contaminante presenza. Morirà presto.

Perché questo irragionevole dolore che lo strazia nel profondo?

Poi, inaspettato, dalle labbra della donna un lamento; e un respiro, tanto profondo che agita i brandelli della veste sul petto, rivelando per un istante l'ombra brunorosata di un capezzolo. Le palpebre tremano, schiudendosi a svelare gli occhi. Occhi color della notte, al fondo dei quali brilla la fievole luce di una stella morente.

- Dove sono? - Le dita tormentano debolmente la stoffa della coperta, il capo si muove sul cuscino. - Qualcuno... Devo parlare con qualcuno. - La luce della stella trova lo sguardo del giovane, lo incatena a sé, lo attrae. - Tu! Vieni qui. Non temere. - E lui, contro la sua volontà, come un cane alla catena, si avvicina, si china sulla donna per ascoltare il bisbiglio, bere l'alito che filtra tra quelle labbra.

- Non devi aver paura di me. Sono soltanto una donna... E vero, sono fuggita dalla prigione. Sarei morta sul rogo, altrimenti. Dicono che sono una strega, ma non è vero. Non vogliono... non possono... accettare che una donna abbia intelligenza e sapere. Solo per questo loro... Ma tu sei diverso. Sì, i tuoi occhi non possono mentire. Anche tu brami conoscenze dalle quali, per ignoranza e crudeltà, fosti escluso. Tu! Sei tu la persona più degna... - La mano tremante fruga tra le vesti, sul petto, dalla parte del cuore. - Ti prego, abbine cura. Siine il guardiano!

Sul palmo piagato, un oggetto. Un piccolo sasso, si direbbe, eroso in una sagoma curiosa. Ancora contro la sua volontà, Simeone si china di più sulla donna per meglio osservare il bizzarro oggetto.

Sembra una rosa. Una piccola rosa ancora parzialmente in boccio, i petali semidischiusi... ma di pietra, e di un colore bruno giallastro come quello delle foglie morte, o della polvere sulle strade di campagna.

- Viene da un paese molto lontano, aldilà dei deserti d'Africa. Lo chiamano "fiore della Conoscenza", poiché colui che lo porta su di sé acquisisce grande sapere e saggezza, tanto che non gli è più necessario cercare conoscenze e verità nei libri. Esse vengono a lui spontaneamente durante il sonno. - Gli prende la mano, gli posa sul palmo la piccola rosa e, una a una, gli chiude le dita attorno a essa. Un brivido come acqua lungo la schiena del giovane. La rosa di pietra è tiepida, scaldata dalla languente scintilla che ancora anima le carni martoriate della donna.

- Conservalo tu. Siine degno. - Le palpebre tremano sugli occhi color della notte; quell'unica debole stella palpita ancora per un attimo al fondo di essi, prima d'estinguersi. La mano della donna ricade sulle coltri.

E solo adesso gli altri Fratelli cominciano a rientrare nella cella, uno dopo l'altro, come bambini timorosi. A Simeone sembra quasi di udire il sollievo alleggerire i loro respiri, quando constatano la morte della donna. E stringe il pugno attorno al suo segreto. Orgoglio, timore e anticipazione gli fremono dentro.

 

- Exórtum est in ténebris lumen rectis: miséricors, et miserátor, et justus.

Vengono in sogno, come lei ha promesso. Visioni di terre lontane: città dalle cupole d'oro e le strade lastricate di marmo; oceani di sabbia, azzurri sotto un cielo notturno trafitto dalle stelle più fulgide; e cordigliere dentate che s'innalzano a mordere le nuvole, e pinnacoli di ghiaccio; e templi dalle titaniche colonne avvolte in rampicanti di geroglifici, e idoli di dèi sconosciuti nell'ombra di tabernacoli pagani. E poi, ancora, i più bizzarri animali d'ogni bestiario, e tutte le sconcertanti immonde e affascinanti anomalie della natura. E genti d'ogni razza e colore, vestite di stoffe principesche o stracci, di barbare armature e di veli impudichi; a volte, addirittura, del tutto nude, ma innocenti nelle carni e nello sguardo. E le loro voci! In tutti gli idiomi, musicali come acqua tra i sassi o aspri come il rumore del martello sull'incudine; e che lui, incredibilmente, riesce a comprendere: raccontano di semplici gesti quotidiani e imprese eroiche, virtù incorruttibili e risplendenti come l'oro e vizi preziosi e abbaglianti come il fuoco di un diamante nero.

E il mondo intero che gli si offre con la passione e l'arrendevolezza di un'amante, si lega a lui, legandolo a sé. Gli appartiene. E lui appartiene a esso.

 

- Munda cor meum, ac lábia mea, omnípotens Deus...

In cima alla scogliera, dove si ode soltanto la voce del mare e il grido affamato dei gabbiani. Un mucchio di sassi. Lei è là sotto, tra le ombre taglienti delle agavi.

L'avrebbero portata in paese, aldilà delle onde e del volo dei gabbiani, se la tempesta non fosse durata, rabbiosa come non mai, per dieci interi giorni, impedendo a qualsiasi imbarcazione di prendere il largo. Così lei è rimasta lì; la sua ultima dimora quest'angolo di terra pietrosa benedetta soltanto dagli schizzi d'acqua salmastra. Meretrice, indegna della terra consacrata del loro piccolo cimitero. Strega... e soprattutto donna, perciò contaminata e contaminante più di un bubbone della peste. Ma è di certo più lieta di giacere lì, sulla scogliera protesa verso il mare aperto. Verso la libertà.

- Sequéntia Sancti Evangelii secúndum Joannem...

Dapprima un'ombra fuggevole sul pavimento di marmo di un palazzo, lungo un muro piastrellato di maioliche, tra i cespugli di rose di un giardino arabo. Poi uno sguardo: rapido come una stoccata e rilucente come l'acciaio, dietro una grata di legno intagliato; lungo e torrido come un giorno d'estate, al di sopra di un velo ricamato d'oro; limpido come un diamante d'Africa, soffice come le sete della Cina. Con la sfrontatezza inavvertita dell'acqua cheta, lei s'è insinuata nelle visioni. E accanto a lui ogni notte, ormai. Lo prende per mano, lo guida tra i vicoli sordidi della conoscenza proibita, sotto le volte oscure del segreto, giù nelle cripte dell'abominio. E gli parla della gemma di inestimabile valore nascosta sotto il fango, del fiore di insuperabile bellezza che sboccia dalla putrefazione, della densa oscurità che chiunque voglia raggiungere la luce deve prima attraversare. I fetori immondi della nigredo, prima dello splendore della pietra filosofale.

E lui ascolta le voci straniere che pure comprende, con sguardo devoto segue i gesti di un rituale misterioso e affascinante quanto la Transustanziazione.

L'ostia tra le mani tremanti. La patena rifulgeva come un sole alla luce delle candele.

- Suscipe, Sancte Pater, omnípoténs ætérne Deus...

666 scalini. Contati come sgranando un rosario. A ogni scalino, l'oscurità si fa più fitta. Ma la mano della donna gli stringe il polso, sicura, le sue dita sono bracciali di ghiaccio e fuoco e diamante. Lo guida. Scalino dopo scalino. Verso la tenebra. Oltre la quale è la Luce! E sebbene possa sembrare così impenetrabile, quella tenebra, lui riesce a vedere: rivoli d'umidità come vene d'argento lungo le pareti, a ogni suo passo un fuggire frenetico di piccole forme di vita. Scendendo, scendendo, nell'infinito spiraleggiare della scala.

666 scalini. Affondando nella pietra che s'avvolge su se stessa, affondando nel buio del pensiero. Poi, improvviso, un lucore simile a un palpitare di lucciole. E la cripta si spalanca innanzi a lui: arcate d'oscurità, echi d'acque prigioniere.

Al centro di un pavimento vasto come un deserto di pietra, su un leggìo di granito nero... Il Libro. E da esso che si sprigiona quel lucore palpitante. La mano di lei (dita-bracciali di ghiaccio-fuoco-diamante) ancora lo guida, lo attrae. Verso il Libro.

Lui guarda il leggìo, che raffigura un caduceo; guarda il Libro che riposa, chiuso, sulle teste affrontate dei due serpenti, le lettere d'oro che rifulgono in un invito, una promessa.

Aprilo. Solleva il velo sulla Tenebra.

Le dita sfiorano la copertina, tremanti. Una sofficità di pelle umana. E le lettere antiche, che cantano parole d'invito e promesse, fremono sotto quella carezza.

 

Aprilo!

E Simeone obbedisce.

Pagina dopo pagina dopo pagina... E a ogni pagina voltata, cade un velo dalla sua mente, cade un velo dal corpo della donna. Finché non resta che un ultimo tenue diaframma tra lui e la verità, un soffio di seta tra lui e la donna. Così vicine entrambe, adesso. Le dita di ghiaccio e fuoco e diamante gli sfiorano la pelle e il pensiero. Passione e desiderio gli alitano in bocca, fino in fondo all'anima. Passione e desiderio; e Verità, finalmente! Luce, che esplode in tutta la sua abbagliante gloria. Verità.

*

Il vino scendeva nel calice. Rosso sangue.

- Deus, qui humánæ substántiae dignitátem mirabìliter condidìsti...

Il ricordo del sogno è sapore di miele e aceto che invischia, brucia, dalla lingua alle viscere, aderisce alla pelle come il sudore dei giorni d'estate più umidi. Il ricordo del sogno è un piccolo grumo di calore che palpita accanto al cuore. Simeone si mette a sedere sul giaciglio, si passa le mani sul viso per allontanare le ragnatele dello stordimento. Poi cerca la fonte di quella pulsazione, che non proviene dal suo cuore ma da un punto molto vicino a esso.

La pietra. Il fiore. I suoi petali silicei appaiono incredibilmente mutati, ora. Hanno cambiato colore. Da arido ocra si sono fatti rosati, di un tenue rosa carnicino, e soffici come autentici petali di rosa... o come pelle di donna. Impossibile, eppure incontrovertibilmente reale.

Nella coppa delle sue mani il fiore palpita, tiepido come una cosa viva. E lui non può resistere. Deve portarselo alle narici, aspirarne il profumo. Tutto l'incenso delle Indie, tutte le rose dei giardini d'Arabia. E lui non può resistere. Deve portarselo alle labbra, sfiorarlo come in un bacio. E il fiore, umido, tiepido, risponde come labbra di donna.

- ... Ne perdas cum ìmpiis, Deus, ánimam meam...

L'antico peccato. Il sibilante bisbiglio tra le fronde dell'Albero, nel giardino dell'Eden. Ma lui, ormai, è come la falena, testardamente votato alla fiamma. Bruciarsi le ali è l'ultima delle angustie. Tornare nelle tenebre, quella sarebbe la vera tortura, il vero inferno.

*

- Déxtera eórum repléta est munéribus...

Lei è qui. Scaturita dal sogno. E qui nella cella, e si piega su di lui simile a uno di quei grandi fiori esotici che una volta gli ha mostrato in sogno. Ma questo non è più un sogno. La luna l'avvolge in un velo d'argento che non riesce a celare le sue forme. Idolo d'avorio in un tabernacolo pagano, levigato da unguenti e carezze lascive. Si stende su di lui. E nebbia, lo avvolge. Umida, calda, bianca. Si scioglie su di lui. E latte di madre.

- Mio, finalmente. Anima e corpo. Mio. Per sempre.

- Hanc ìgitur oblationen servitútis nostræ...

La notte è un immenso lenzuolo di seta nera teso lungo la curva del cielo, così teso che sembra impossibile non si laceri. Già sfilacciature di lampi percorrono l'orizzonte. Il vento che soffia dal mare è pesante e caldo come il respiro di un febbricitante, e avvolge nel suo umido odore d'alghe putride il giovane Simeone che cammina a passi concitati lungo la frangia della scogliera.

Sapere. Deve. Se è sempre là. Deve sapere se lei è ancora là.

Un'agave solitaria duella con la salsedine.

E poco profonda, la fossa. Ma il vento sembra accanirsi di proposito spingendo di nuovo al suo posto la terra appena smossa, gettandone manciate in viso a Simeone, negli occhi. Come se volesse impedire la profanazione. Ma la determinazione del giovane è più forte di un uragano e incurante, ormai, d'ogni vincolo morale, priva d'ogni scrupolo e ritegno.

Sapere. Deve.

Il vento beve il sudore dalla sua fronte.

E infine... Color della cenere d'incenso, in un raggio di luna: l'orlo lacero della veste. E biancore che affiora qua e là tra il bruno della terra: una caviglia, una mano...

Si era preparato al lezzo della morte, ma l'odore che sale dalla fossa è simile a quello che si sprigiona dall'orto del convento dopo un acquazzone d'estate: fango fresco e basilico. La corruzione non ha toccato il corpo che da più di un mese giace nella fossa; il verme non ha mai banchettato in quelle carni.

Intatta. Come quando l'hanno sepolta. E, come in uno di quei suoi torridi sogni d'ombre orientali, Simeone si genuflette di fronte a quel prodigio. Con mani tremanti rimuove la terra che ancora ricopre il volto; dita lievi e timorose sulle palpebre e le labbra, come sui petali di un fiore. Intatta. E anche più bella. Il suo pallore non ha le sfumature livide della morte, ma una tonalità madreperlata che ricorda l'interno di una conchiglia esotica; le labbra rosee, leggermente dischiuse, sono quelle di un bambino addormentato. Sì. Sembra soltanto dormire, cullata dal mormorio del sangue nelle proprie vene. E appare tenera, calda, profumata, come il fiore che palpita contro il cuore di Simeone.

Ed è un istinto così naturale, irresistibile, chinarsi su quelle labbra a cercare, follemente, un segno di vita, un respiro... Il respiro. Profumo. Tutto l'incenso delle Indie, tutte le rose dei giardini d'Arabia. E se pure le labbra sono fredde, s'arrendono al bacio come quelle di una donna viva.

... Il vento beve il sudore dalla sua fronte...

Terra sotto le unghie; mani che scavano, cercano; braccia che cingono, sollevano, stringono il corpo morbido... morbido e leggero come una coltre di piume. E non c'è spazio per preghiere o pentimento. Lei è tutto l'universo.

 

- Mia, finalmente. Anima e corpo. Mia. Per sempre.

E lei gli strappa dalla gola l'ultimo sospiro d'estasi, lo fa suo.

*

- Hoc est enim corpus meum.

All'alba, da un sonno inquieto, l'ha svegliato il fetore. Come un vento caldo che spiri da un campo di battaglia: tutto il lezzo della morte e della sofferenza.

Si guarda intorno nella stanza, ma ha già compreso. E da lui che proviene quell'odore ripugnante, dal suo corpo... dalla sua anima?

Esita un istante appena. Poi, con determinazione di condannato al patibolo, porta le mani al petto, cerca quel suo secondo cuore che fino a ieri pulsava accanto all'altro. Viscidore di limo sotto le dita.

Il fiore non è più che un grumo brunastro di materia corrotta, come un boccone di carne dimenticato in un piatto, brulicante di minuscoli vermi bianchi.

Vorrebbe scagliarlo lontano, fuori dalla finestra della cella, ma non può. Gli appartiene. E il suo peccato. E lo vivrà fino in fondo.

- ... sanctun sacrificium...

Viva. Risorta dal cuore nero dell'Abisso. E si aggira tra di loro.

Lui la sente, a notte, una corrente d'aria gelida che lambisce la porta della sua cella, un suono al di sotto della soglia dell'udibilità, ma agghiacciante quanto la risata di diecimila demoni. E sa che non gli farà visita; sazia di lui, come un bambino viziato che disdegna il sorbetto fino a ieri favorito, sono ormai molte notti ormai che diserta la sua cella e i suoi sogni. Ha altri appetiti, adesso, che può soddisfare soltanto con nuove anime. Si nutre di esse come la zecca si nutre di sangue.

E nella luce del mattino, gli occhi nell'ombra dei cappucci sono come pozzanghere in una marcita: il peccato si stende, grasso limo, sotto la superficie vitrea.

Per colpa sua. Per colpa sua stanno marciando verso la morte! Lui li ha condannati!

Inutili le preghiere, ormai un balbettio incoerente sulle labbra tumefatte da troppi baci. Inutile il cilicio: il dolore è estasi della carne che richiama altra lussuria.

- Memento étiam, Dómine, famulórum, famularúmque tuárum...

Uno a uno vennero i nomi di coloro che per sua colpa si erano perduti: Gervaso, Arduino, Raimondo, Severo, Pagolo, Tomaso... Il ragazzo, a capo chino, recitava la sua parte nel rituale con la tranquillità trasognata del sonnambulo, porgendo il santo libro, agitando il piccolo campanello d'argento: parole e gesti suggeriti da una Forza superiore. E la voce dell'officiante si riversava in lui, fluida e costante come la corrente di un fiume. - ... qui nos præcessérunt cum signo fidei et dórmiunt in somno pacis.

Poi, repentina la risata. Di nuovo! Lo stesso suono di una vetrata percossa dalla pioggia. Il sacerdote non sembrò averla udita e continuò a bisbigliare le sacre parole: - Per Ipsum, et cum Ipso... - e la sua mano pallida evocava spettri di croci sul velo di fumo. Ma il mozzo era trasalito, strappato alla sua calma trasognata. Si voltò a scrutare tra le ombre. La vide. Veniva dalla semioscurità di una cripta, e al suo passaggio le fiamme dei ceri tremolavano e si facevano piccole e azzurre quasi stessero per affogare nella cera disciolta, come un penitente nelle proprie lacrime. Simile a una grande ombra che si stendesse a ingoiare la luce, lei avanzava, inesorabile. Bellissima, anche più bella della zingara nella taverna portoghese. Il mozzo fece per alzarsi in piedi, fuggire, ma quale luogo più sicuro poteva trovare dei gradini dell'altare, all'ombra della grande croce?

 

Non devo temere. Lei non può avvicinarsi. Dovrei essere io ad andare da lei. Ma io non andò, no! E alla donna bisbigliò in una cadenza di preghiera: - Non riuscirai a farmi muovere da qui!

La risata, uno scroscio di pioggia. - Oh! Sei così forte, tu?

 

Lo sarò.

- Sed lìbera nos a malo.

La patena era un sole nelle mani del sacerdote. Ma il volto della donna risplendeva di una luce anche più calda. - Vieni qui. - E le braccia d'ombra si tendevano, accoglienti come un porto dopo mesi di mare aperto. Il profumo (incenso d'India, rose d'Arabia) le aleggiava attorno come una grande nuvola. Il mozzo si sentiva mancare il respiro. Non ascoltare! Non guardarla! Segui la Parola di Gesù.

- ... et a peccàto simus semper lìberi, et ab omni perturbatióne secúri.

Tornò a chiudere gli occhi, rifugiandosi nelle sue visioni.

 

Nel cuore della notte, attraverso l'oscurità animata soltanto dalle pallide fiammelle dei ceri. Dietro l'altare. Una grata di ferro chiude l'imboccatura del pozzo, ma la disperazione ha forza più che sufficiente per sollevarla. Metallo che stride contro la pietra; così stridono, forse, i cancelli dell'Inferno nello spalancarsi.

Il fiore gli palpita nel pugno, contro le dita e il palmo, animato dall'inquietudine dei vermi. Ma lui non avrà pietà dei vermi, come lei non ne ha avuta della sua anima.

Si stringe al petto quel grumo di putredine, di nuovo sul suo cuore. Un ultimo sguardo. Le fiammelle immobili, le ombre, la croce. Perdono. Ma avrei dovuto farlo tanto tempo fa. E in un urlo che scuote le perle di cera dai candelieri: - Torna al luogo al quale appartieni! Al quale appartengo! - Poi, occhi serrati, braccia strette al petto, Simeone si tuffa nel grembo dell'Abisso.

 

- ... Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi, dona eis réquiem...

Una caduta infinita attraverso buio e silenzio; l'uno e l'altro compatti come granito e altrettanto pesanti, premono attorno a lui, l'opprimono, ma non sono in grado di arrestare il vertiginoso movimento verso il basso.

Allora è questa, la morte? Un eterno cadere cadere cadere prigionieri nel bozzolo della propria colpa. Niente fiamme e punte di forconi e folli risate di demoni, e neppure compagni di dannazione con cui dividere i tormenti, ma una totale, avvolgente, soffocante solitudine. Oh, Dio! No!

Fermarsi. Per un istante solo trovare tregua nell'inarrestabile precipitare. Un appiglio! Un appiglio... Abbi pietà di me, O Eterno, perché sono in distretta; l'occhio mio, l'anima mia, le mie viscere, sono rosi dal cordoglio...

E viene la risposta. Non pronunciata da una voce fatta di suono, non in parole composte di sillabe e accenti, poiché non v'è suono né voce nel nulla. Piuttosto, una consapevolezza. Un grande gancio di luce a cui aggrapparsi in quella nera desolazione.

 

"Poiché infinita è la misericordia di Dio, Egli ti offre la possibilità di riscattarti. Ogni notte a mezzanotte sarai richiamato dall'Abisso a recitare una messa per quelle anime che la tua stoltezza ha perduto. Così sarà, nei secoli dei secoli, finché non venga un essere umano che voglia condividere con te il Santo Sacrificio. Solo allora avrai pace."

Il Nulla si riempie di lacrime. Sono stelle nel cielo dopo la tempesta. Speranza di luce.

*

- ... lìbera me per hoc sacrosánctum Corpus et Sánguinem tuum...

Ad occhi serrati, il mozzo seguiva la liturgia, e le sue labbra si muovevano senza suono a dar forma alle sante parole affiché non gli sfuggissero, spazzate via dalla forza dell'imperioso richiamo di sirena; ma le sante parole si sfilacciavano, si laceravano come una vela nel vento.

- Panem cæléstem accìpiam... invocábo...

E la voce tentatrice gli accarezzava i timpani e l'anima con il suo tono soffice: - Vieni. Vieni da me.

 

No! Saldo come un albero maestro, e lei non era la tempesta che l'avrebbe spezzato, anche se grandi ondate di desiderio e passione si abbattevano sui suoi sensi, e il suo corpo si scuoteva e gemeva e vibrava proprio come una nave perduta nel fortunale. Il ragazzo agitò il campanello d'argento, tre volte, come per uno scongiuro.

- Corpus Dómini nostri Jesu Christi...

L'ostia risplendeva tra le dita del sacerdote, il ragazzo riusciva a vederne la luce anche se aveva gli occhi chiusi.

- Ecce Agnus Dei...

Come un soffio di vento che gli sfiorasse la bocca, fresco, puro; il bacio casto di un bambino. - Dómine, non sum dignus... - Il ragazzo schiuse le labbra a ricevere il corpo del Signore. - ... et sánabitur ánima mea.

Fu come se la bonaccia si stendesse all'improvviso su un mare solo un istante prima squassato dalla più furiosa delle tempeste. La voce di sirena tacque di colpo. Nella perfetta pace, solo il bisbiglio del sacerdote, come una brezza profumata di terra: - ... ut in me non remáneat scélerum mácula...

Limpida, l'anima, pura come l'acqua dell'oceano il giorno in cui Dio la separò dal Caos.

Le ultime gocce di vino. - Dóminus vobíscum...

L'ultimo bacio all'altare. - Requiescant in pace.

- Amen. - Lieve, quella conclusiva parola d'accettazione, come una goccia di cera che cade. Poi, silenzio.

Un silenzio totale e compatto (la tempesta doveva essersi ritirata aldilà di qualche lontanissismo orizzonte) e tuttavia lieve anch'esso, dolce, come la quiete che segue a un clamore assordante.

Piano, un piccolo movimento alla volta, il mozzo disgiunse le mani. Le dita, fredde, gli dolevano come piagate dai geloni.

Si guardò attorno. Era solo.

Le candele si erano spente. Solo un pallido chiarore lunare venava d'argento il legno nero della croce e la pietra del pavimento. L'altare era vuoto.

Incerto sulle gambe molli come pane inzuppato nel latte - rise sarcastico tra sé a quel pensiero - il ragazzo si trascinò a sbirciare dietro l'altare. La Morte non sogghignava più dagli scranni del coro, e il pozzo era soltanto una macchia d'oscurità più fitta. La maledizione era vinta.

***

La tempesta si era acquietata e l'alba si stendeva come un rivestimento di madreperla sui fregi di spuma di un mare appena increspato. Il mondo restaurato, rimesso a nuovo. E la costa si apriva in un arco frastagliato di spiagge e bianche casette di pescatori contro il verde delle colline, non lontana dall'isolotto. Nell'aria limpida palpitavano già le prime vele. Non ci sarebbe voluto molto prima che alcune di esse prendessero il largo in quella direzione.

L'intero creato appariva tranquillo, adesso. Passata la tempesta che aveva squassato il mondo con fulmini e pioggia, e la sua giovane anima con passione e desiderio; zittito l'urlo del vento e il richiamo della sirena. Aveva trionfato su tutto questo, lui, piccolo mozzo tredicenne, aveva condotto in porto quella nave fatta di notte e turpitudini, con il suo carico d'anime perse. Saldo il timone, la vela non s'era lacerata, l'albero maestro non s'era spezzato. Tutto finito, ora. Finito.

Una piccola onda nera increspò in lontananza la bonaccia del pensiero. Una settimana fa, su una spiaggia straniera, tra la sabbia... Il mozzo infilò la destra nella tasca posteriore dei calzoni. Forse era andato perduto. Forse... C'era ancora.

L'aveva raccolto quasi meccanicamente, come raccoglieva le conchiglie e i sassi di foggia insolita che colpivano la sua fantasia. E, al momento, quello non gli era sembrato di più: un sasso scolpito dal capriccio del mare. O dalla perfidia di una sirena?

Il ragazzo abbassò lo sguardo sulla propria mano. Schiuse le dita, adagio, una a una. Sul palmo, una rosa. Una piccola rosa ancora parzialmente in boccio, i petali semidischiusi... ma di pietra, e di un colore bruno giallastro, come quello di certe foglie morte, o della polvere sulle strade di campagna.

Non aveva mai saputo cosa farsene, ma ora... Città dalle cupole laminate d'oro e le strade lastricate di marmo color del miele; oceani di sabbia, azzurri sotto un cielo notturno trafitto dalle stelle più fulgide... Tutto e tutto e tutto. Mentre cos'ho da perdere? Solo anni di salsedine e sole e solitudine.

Chiuse le mani a coppa, le sollevò al viso. Salsedine e sole e solitudine, sussurravano le onde ai piedi della scogliera.

La voce di sirena chiamava. Per quale motivo non rispondere? Chi agognava salvezza e riscatto li aveva ottenuti, grazie a lui. Un ciclo era compiuto.

 

Salsedine e sole e solitudine...

Gli sembrava che il fiore adesso palpitasse, tiepido come una cosa viva. E lui non poté resistere. Lo portò alle narici, ne aspirò il profumo. Incenso d'India, rose d'Arabia.

Lo portò alle labbra, lo sfiorò come in un bacio. E il fiore, umido, tiepido, rispose come labbra di donna.

 

 

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