RITORNO, di Alberto Cola

 

Sono nato a Tolentino, in provincia di Macerata, nel 1967. Agente immobiliare, cerco di portare avanti il corso di laurea in Scienze Politiche. Adoro i gialli di Rex Stout e rimpiango il "primo" King. Scrivo da una decina di anni ma soltanto da cinque mi sono deciso a tentare la via del confronto "diretto" nei premi letterari. Il racconto "Moctezuma" (1995) è giunto tra i finalisti del Premio "Lovecraft" e con "Mekong" (1996) ho vinto il Premio "Alien"; lo stesso "Mekong" comparirà a marzo nell'antologia "Millemondi" della Mondadori. Oltre ad alcune segnalazioni (ancora "Lovecraft e Alien"), ho vinto con un saggio storico il Premio "Le Ore nella Storia" (1998), promosso dalla regione Marche e dalla Comunità montana del Tronto. I racconti "Parco Chimera" (1996) e "Consigli per gli acquisti" (1997) sono stati pubblicati su "Futuro Europa", rassegna europea di science fiction (Perseo Libri,Bologna).

 

RITORNO

 

"Parigi. Contravvenendo alle regole di sicurezza e isolamento previste, una squadra di soldati ha inseguito un gruppo di spacciatori fino al secondo livello sotterraneo della metropoli abbandonata. Là, dopo un non meglio precisato scontro con elementi indigeni (le autorità hanno immediatamente aperto un'inchiesta in proposito), i supersiti della squadra sono riemersi in superficie accompagnati da quattro esponenti di una specie umana ibrida, chiaramente mutata e adattatasi alle avverse condizioni ambientali.

Subito affidati al professor Tozieff dell'Istituto di Antropologia dell'università, i quattro elementi, apparentemente una famiglia, sono stati curati e accuditi da un'equipe specializzata. Il professor Tozieff esclude che i soggetti in questione abbiano avuto contatti con una civiltà evoluta. Dai suppellettili trovati loro addosso, alcune pietre affilate e una piccola accetta di legno nero durissimo, l'illustre scienziato ha ipotizzato possa trattarsi di elementi appartenenti a una razza che approssimativamente sta attraversando una nuova età della pietra.

I quattro non dimostrano animosità verso gli studiosi. Per ovvi motivi comunque la famiglia è tenuta in quarantena. Si prestano volentieri a qualsiasi tipo d'esame e anche il raffreddore, preso da uno dei soldati, non sembra infastidirli più di tanto..."

France Press - dispaccio n°143/0, 18 settembre 2078

 

29 agosto 2079. Rue...

Finalmente, dopo gli immancabili ritardi, tutto è pronto.

La casa è a pochi metri da un ingresso secondario abbandonato. Il ministero ha deciso che era meglio evitare un lungo tragitto di spostamento dall'istituto dell'università. Si è parlato anche troppo del "ritorno", giornalisti e reporter sono costantemente a caccia, meglio tenere segreto l'accesso deciso tempo fa. Il ministero non vuole pubblicità, e onestamente gliene sono grato.

Efrain continua ad aggirarsi per le stanze come un animale in gabbia. E' incredibile come le sue espressioni cambino velocemente, con un'intensità così genuina da lasciare stupefatti. Ogni tanto si ferma davanti alla finestra dello studio e fissa la bocca scura dell'ingresso, restandone ipnotizzato. Chissà cosa pensa. I suoi occhi verde smeraldo brillano più del solito, indecifrabili.

Ieri ha picchiato Leticia dimostrando, ammesso che ce ne fosse bisogno, i suoi generosi progressi sul cammino verso la civilizzazione. Non sono intervenuto, limitandomi a restare con i bambini in cucina. Siamo tutti tesi anche se ci sforziamo di dimostrare il contrario.

L'equipaggiamento è essenziale. Non pensiamo di restare a lungo là sotto. Ho cercato per quanto possibile di prevenire ogni evenienza, prevedere ogni circostanza. La certezza che ciò è di fatto impossibile lenisce in parte tutti i miei dubbi.

Mi ritrovo sempre più spesso ad accarezzare la piccola pietra dalle venature azzurre che Efrain mi regalò agli inizi della nostra avventura. L'ho sempre vista come un piccolo tesoro dagli inesplicabili e significativi sottintesi mistici. Ora la stringo a me come a chiederne protezione, e beandomi del suo calore.

I piccoli giocano con tutto quel che trovano in giro. Ora la sedia, poi il tavolo, ogni cosa è buona per arrampicarsi o nascondersi. Nessuno si è mai preso la briga di capire i loro nomi per quanto i genitori si prodigassero nel tentativo di spiegare attraverso quella lingua simile a un lamento. Per tutti sono Charlie e Tina, frutto dello sforzo creativo del primo giornalista che li incontrò, giornalista che pensò bene di battezzare anche i genitori in base a qualche sua oscura reminiscenza.

La scorta è in gamba. Jorge e Misha sono nati alle porte dei primi sottolivelli e li conoscono a sufficienza per guidarci. Hanno insistito per avere delle armi, dicono che laggiù è meglio così. Bolo, sempre allegro e con qualche chilo di troppo, è un cartografo; ogni buco sotterraneo di Parigi è immagazzinato nella sua testa come un mosaico inamovibile. Yves, insieme a me, rappresenta l'università anche se viene grazie alle molte insistenze da parte di Tozieff. E' troppo ansioso di partire, felice di partecipare al progetto "ritorno". Dice che nessuno ha mai tentato nulla del genere dopo l'abbandono dei sottolivelli; non che la cosa stimoli il morale del gruppo.

Questa per la famiglia è l'ultima notte in superficie. Efrain continua a ripetere "...iskhee ...iskhee" e indica in basso con le dita. Chissà, forse è il nome di quello che considera il suo paese, il suo mondo.

Insieme a Leticia ha deciso cosa portare via. Hanno riempito lo zaino con indumenti sintetici, riviste, piatti di plastica, posate, due memocassette rotte e mille altre cianfrusaglie, persino alcune lampadine. Sono convinti che basterà volerlo per vedervi sgorgare la luce.

Ora li sento piangere di là, in silenzio. Non riesco ad addormentarmi.

30 agosto

Fa caldo. Il sole pizzica la pelle senza alcun riguardo. Gli operai sono al lavoro da una buona mezz'ora, sbuffano e imprecano, per loro solo dei matti possono voler tornare là sotto.

Bolo dice che ci sono molti punti dei vecchi raccordi della metropolitana che si collegano ai sottolivelli. Sarebbe facile passare da lì. Tutti si oppongono all'idea; entrare da uno degli ingressi chiusi da almeno trent'anni dà un gradevole sapore d'ufficialità. I passaggi abusivi sono usati soltanto dai profughi e da chi ha bisogno di nascondersi in fretta. Non vogliamo sentirci dei clandestini.

Sono le dieci passate quando i sigilli finalmente saltano. Il rumore che fanno ha un nonsoché di fastidioso, sembra sentir stridere il tempo. Tina si nasconde dietro di me mentre suo fratello resta vicino al padre. Efrain non fa trasparire nessuna emozione, è il primo della fila, sente che è suo diritto entrare alla testa della spedizione. Leticia piagnucola sommessamente; scorgo i suoi occhi trasformarsi in un intenso blu elettrico, simbolo di paura. Osserva veloce le case, i palazzi, le auto posteggiate con scarsa cura. Sembra voglia immagazzinare dentro di sè il più possibile di quello che, forse, non avrà più l'opportunità di vedere. Stringe convulsamente lo zaino, le tre dita di ogni sua mano si sbiancano; cerco di sorriderle, lei non ricambia.

Efrain si volta verso di me. - Iskhee... iskhee houronn - mi fa, il tono deciso, le parole che tremano nella canicola.

Mi avvicino seguito dagli altri; sento i passi come appesantiti, frenati.

- Sì Efrain. Iskhee... iskhee... - rispondo, sperando che quelle siano le parole giuste. Lui accenna un sorriso, è evidente la sua lotta interiore: da una parte il mondo nuovo con le sue attrattive e la luce, dall'altra il richiamo di ciò che è e sempre sarà.

Ci avviamo. Il buio avvolge subito ogni cosa cancellando i nostri volti. Un soldato non resiste e ci fa una foto. Non oso pensare al valore che potrà avere nel caso non tornassimo.

31 agosto

Parti di palazzi crollati ci costringono a mille peripezie. Dobbiamo deviare in continuazione; pur essendo comode le strade sono piene di rottami e macerie in quantità assurde. Qua e là s'intravedono tracce delle vecchie barricate, i segni degli incendi che nessuno ha cancellato.

Alcuni neon ambientali funzionano ancora, ma sono sempre di meno a mano a mano che scendiamo. Misha avvista la carcassa di una vecchia Renault Ariane di non so quanti decenni fa, dice che anche solo il rottame varrebbe un bel po' al mercato nero.

Le rampe si susseguono con buona periodicità. Bolo conta i codici dei cartelli, non c'interessa arrivare al centro degli agglomerati urbani inferiori, è meglio la periferia. Presto siamo costretti a mettere le lenti sensottiche; il buio comincia a diventare pesante, i pallidi riflessi dei neon lontani non sono più sufficienti. Efrain e la sua famiglia camminano davanti con scioltezza, i loro occhi non hanno bisogno di aiuto. Ogni tanto si voltano per vedere se ci siamo ancora. Mi sento a disagio nello scrutare in quelle orbite luminose.

Bolo, che ci precede di qualche metro, fa un segno con la lampada, ha trovato quello che cercava con tanta insistenza. Illumina la targa non appena arriviamo nel piccolo cono di luce.

- Ci siamo - bisbiglia laconico.

St. Germain en Laye 2E

1 settembre

Abbiamo passato la notte - l'uso di questa parola, me ne rendo conto, ha un forte significato ironico - in un vecchio magazzino. La cena è stata limitata a un succoso scatolame. Tutti noi, accovacciati in cerchio intorno a un fotoilluminatore di misere dimensioni - Jorge e Misha hanno insistito nel non volere fuochi - sembriamo dei fantasmi spaventati dalle loro stesse ombre.

Leticia culla i bambini. Tina è già addormentata, Charlie, da buon maschio, si sente in dovere di resistere insieme ai grandi, ma alla fine anche lui cede. Scorgo Efrain che mi osserva con attenzione. Forse, non so come, ha colto il mio sguardo amorevole verso i suoi.

Dopo un attimo d'esitazione indica se stesso. - Cumoyaa.

E' il suo nome? No. Ora tocca a Leticia e i bambini, stessa parola. Probabilmente è il nome della tribù o un appellativo che li identifica. E' la prima volta che si sforza di entrare in contatto tramite la sua lingua; mai fino a ora eravamo riusciti a decifrare vocaboli che ci potessero aiutare. Tozieff aveva instaurato un dialogo basato su gesti e mimica facciale; si erano sempre rifiutati fermamente di fornirci indicazioni sulla loro lingua. La teoria di Tozieff è che temono di aprire oltremisura il loro spirito, perdendo così ogni identità che li unisce ai ricordi e a ciò che sono. E' una sfera nella quale non ci è dato scrutare.

Ora quel semplice cumoyaa riveste un significato enorme. Leticia mi regala un sorriso d'approvazione. Sembrano felici di questa confidenza che, ai loro occhi, è una grande prova di fiducia. Vorrei avere parole per ringraziarli.

Il mio orologio m'informa che è mattino presto, i sensi sono invece spiazzati, confusi. Nonostante la stanchezza ho faticato ad addormentarmi, come mi succede da un po' di tempo. Ho dovuto togliere le lenti, quella fluorescenza insistente, nonostante sia progettata per scemare con il diminuire delle funzioni vitali a causa del sonno, era come un faro puntato contro di me, anche a occhi chiusi.

Facciamo una colazione frugale, nessuno ha voglia di parlare.

Ci rimettiamo in cammino, dopo pochi metri il primo incontro. Osservo Misha stringere nervoso il fucile, un gruppo di profughi compare dall'oscurità annunciato soltanto da uno strascicare di passi. Quello che sembra il capo indica i nostri zaini, i volti di tutti sono pieni di pustole e cicatrici, le orbite bianche fanno impressione, non riesco a capire come possano vedere. Si fanno più vicini. Efrain e i suoi mantengono un'aria tranquilla.

Jorge risponde loro in una sorta di slang suburbano dalle inflessioni dure. Poggia il suo zaino in terra e ne estrae alcune confezioni di carne preplastificata. Il capo insiste, vuole tutto, anche quello che si trova nei nostri. Ora il dialogo si fa serrato, il tono poco rassicurante. Misha si unisce al duetto, forse dice qualcosa di sbagliato od offensivo, subito un coro di mugugni si leva verso di noi. Qualcuno prova a strappare via lo zaino di Bolo, Jorge spara, grida e grugniti aumentano di numero e impeto.

Bolo con uno strattone ha impedito che lo depredassero. - Di qua! - urla, poi scompare in una stradina laterale. Gli echi delle detonazioni ci seguono senza tregua, infine anche quel baccano cessa. Jorge e Misha arrivano dietro di noi dopo pochi secondi; cerco Efrain, i bambini, Leticia. Nessuna traccia.

Cambiamo strade con una rapidità vertiginosa. Per me sono tutte identiche, mi consola il fatto che Bolo sembra padrone della situazione. Finalmente, dopo quella corsa estenuante, raggiungiamo l'orbita spalancata di un vecchio montacarichi. Bolo si ferma. - Giù di qui, più avanti le rampe sono tutte crollate dopo il terremoto - dice con voce affannata.

- Un momento, gli altri... - provo a ribattere.

Efrain spunta dal buio con aria rilassata e divertita. Sospetto ci abbiano sempre seguito a debita distanza; mi dà una pacca sulla spalla con un gesto che non gli appartiene, ma che ha imparato a suo tempo.

- Jimoss vehh - sghignazza, accompagnato da Leticia e dai bambini che gorgheggiano felici. Non so cosa abbia detto, ma il senso del suo comportamento mi è comunque chiaro: lì sotto è il loro ambiente, siamo noi che, con la nostra goffaggine, rappresentiamo un pericolo. Non riesco a togliermi di dosso la sensazione che le circostanze stiano mutando.

2 settembre

Il quarto livello è completamente allagato. I vecchi palazzi spuntano dall'acqua come strani funghi dall'aria malsana, l'umidità impregna qualsiasi cosa. Le enormi volte non conoscono manutenzione da troppo tempo, le infiltrazioni d'acqua, che non possono attaccare i livelli superiori che sono in uno stato migliore, si riversano quaggiù. Bolo non riesce a orizzontarsi molto bene senza punti di riferimento precisi, dice che dovremmo essere sotto la Senna ma non ha idea di come scendere.

Efrain si allontana senza dire una parola, l'acqua fino alla cintola. Cerco di richiamarlo, accenno a seguirlo, ma Leticia mi trattiene con ampi gesti. Restiamo sulla piccola piattaforma sopraelevata che abbiamo raggiunto grazie a dei raccordi di servizio; originariamente doveva essere un ascensore da carico, ora è soltanto una pezzo di ferro dalle estremità consumate e con gli ingranaggi divorati dalla ruggine. Yves e Misha spingono per tornare, mi oppongo fermamente, senza Efrain, che intuisco deve avere qualcosa in mente, non ci si sposta in alcuna direzione. Aspettiamo, anche se non so bene cosa.

Quando ricompare, dopo più di un'ora, si trascina dietro un'enorme massa scura a pelo d'acqua. - Khijj ass - ci urla indicandola. Lo aiutiamo a issare quello che, al tatto, sembra un groviglio filamentoso e scivoloso. Pur avendo le lenti non riesco a capire bene, ma ha tutta l'aria di un'alga molto dura e di colore scuro, chiaramente una mutazione.

I reattori chimici che all'inizio alimentavano la città sotterranea prima del crollo sono da tutt'altra parte, ma i loro effetti hanno certo avuto tempo per spingersi fin lì. Discutiamo ancora sull'opportunità di proseguire.

Sembra incredibile, la massa spugnosa di quelle che ostino a considerare alghe, dopo essere stata debitamente legata con corde di nylon resistente, riesce a stare a galla sostenendo il nostro peso. Scivoliamo sull'acqua in silenzio, i fucili usati come remi. Efrain si sbraccia indicando la direzione da prendere, Bolo mi guarda dubbioso ma non può controbattere, la sua conoscenza si ferma lì.

Nei sottolivelli abbandonati non ci sono più colori; l'occhio tende sempre verso l'alto alla ricerca di qualcosa che non c'è. Solo una muta caverna fatta d'ombra accoglie lo sguardo. La famiglia sonnecchia a prua mentre Jorge e Misha sbuffano spingendo quella strana imbarcazione; non ci sono correnti, soltanto una palude stagnante.

Yves è sdraiato davanti a me, tiene il braccio penzoloni con la mano che sfiora la superficie dell'acqua. Il suo urlo ci scaglia via da quello stato d'ipnosi collettiva; lo vedo balzare di lato e contorcersi per poi accasciarsi. La massa di alghe ondeggia paurosamente. Mi avvicino prudente, tanto basta per vedere la mano piena di sangue, lo spazio lasciato vuoto da due dita. Bolo gli blocca il braccio e con efficienza disinfetta tutto, cosparge la ferita di sulfamidici e crema cicatrizzante, poi fascia l'intera mano. Proseguiamo.

Dopo qualche ora il limite estremo del livello ci si fa incontro. Non vedo passaggi ma Efrain sembra sicuro. Dall'oscurità emergono degli scalini rozzamente scolpiti nella parete concava; saliamo fino ad arrivare alla maestosa presa centrale dell'impianto di aspirazione del livello. I condotti sono talmente grandi che ci si può camminare in piedi con comodità. Probabilmente in passato gli impianti di depurazione e riciclaggio dell'aria dovevano costituire il vanto di qualche progettista, oggi sono solo dei facili corridoi di passaggio.

Seguiamo Efrain e i suoi infilarsi in un dedalo d'acciaio che scende in profondità. Da un po' di tempo sembrano preda di una frenesia mal trattenuta.

Non possiamo far altro che arrancare loro dietro.

4 settembre

Les Moreaux 6E. Come un razzo che si allontana dalla terra con una velocità che aumenta regolarmente nello spazio, gli echi della civiltà si spengono agonizzanti alle nostre spalle. Ci dirigiamo inconfondibilmente verso il passato; a ogni passo gli anni che risaliamo a ritroso raddoppiano impietosi.

La distesa d'acqua che abbiamo incontrato al quarto livello s'insinua ancora in crepacci e fratture della volta, ma in buona parte defluisce per un percorso a noi sconosciuto. L'umidità, se possibile, è ancora più terribile, un vero e proprio flagello. Tutto si scioglie, si scolla; i muri lasciano abbondanti porzioni di materiale tra le dita, le strade, imbevute fino all'inverosimile, hanno la stessa consistenza del muschio. I fotoilluminatori non funzionano più, le provviste sono ammuffite. Comunque non abbiamo problemi di approvvigionamento, Efrain caccia tranquillamente qualsiasi cosa si muova, ha una mira incredibile e usa ogni tipo di detrito. I nostri fucili servono come mazze, le pallottole sono inutilizzabili.

C'inoltriamo in un elemento liquido che non è più né aria né acqua. Non riesco a distinguere fino a che punto sono sudato o bagnato, il peso dello zaino dev'essere triplicato. Yves sta male; nonostante i farmaci, divenuti un'accozzaglia di poltiglie strane, in alcun modo siamo riusciti a interrompere i suoi brividi o ad abbassare la temperatura. Avanza stoico in mezzo a noi, ma i suoi occhi sono sempre puntati sul braccio dal colorito violaceo. Questa mattina ha scoperto delle macchie sulle gambe, dice che non c'è nulla di cui preoccuparsi, ma la sua espressione urla il contrario.

Mentre noi soffriamo, la famiglia, molto a suo agio, fa la spesa come in un grande magazzino. I bambini hanno scoperto la tana, nient'altro che l'accesso a una vecchia fogna, di una specie di tripede grosso come un maialino. L'essere si agita, scalcia, batte due alette rozze in modo convulso prima di cadere sotto i colpi di Efrain.

Nessuno di loro sente il dovere di offrircene.

Si accampano più in là, in silenzio.

7 settembre

Barranquilla 9E. Il cartello pende di lato in una posa sgraziata. Credo sia uno dei quartieri ispanici dai quali partirono i disordini. Le vecchie mappe segnalano undici livelli complessivi, siamo vicini al fondo di tutte le cose.

Efrain è sempre più nervoso, sfuggente, sembra ce l'abbia col mondo intero. Da quel che posso capire in qualsiasi momento rischiamo d'imbatterci nella sua tribù; Jorge più di una volta mi ha segnalato tracce appariscenti per chi, come lui, è avvezzo a questo genere di cose. Incrociamo in continuazione le loro piste, impronte, persino resti di vasellame incustodito in quelli che hanno tutta l'aria di accampamenti abbandonati in fretta. Mi chiedo Efrain cosa racconterà loro di noi.

Un crepaccio attraversa orizzontalmente la strada e non se ne vede la fine, né l'inizio. Un piccolo ponte costruito con un'accozzaglia di materiali si allunga traballante davanti a noi.

- Sharaa naa!

L'ordine di Efrain, perché inequivocabilmente di questo si tratta, ci blocca al primo passo. Attraversa il ponte con Leticia e i bambini, qualche metro più in là si accovaccia davanti a un tugurio arrangiato. La terra tutt'intorno è smossa, piccoli oggetti scolpiti sono adagiati qua e là. Tombe.

La famiglia, quasi all'unisono, piange. Non un pianto normale però, è come un canto rituale, esagerato. Efrain di fatto ulula, Leticia lancia in aria lamenti assurdamente acuti. A turno si voltano verso di noi, quelli che arrivano alle nostre orecchie hanno tutta l'aria d'insulti.

Esito, ma troppo forte è il desiderio di capire. Attraverso il ponte seguito dagli sguardi sconcertati degli altri. Bolo dice qualcosa ma le sue parole si perdono. M'inginocchio dietro di loro con atteggiamento umile. Efrain si volta, lo sguardo duro e crudele stampato in viso come una maschera che in circa un anno nessuno di noi aveva mai visto.

I suoi occhi sono totalmente bianchi ora, non c'è profondità, niente di niente. La mia mente vacilla, si fissa in quelle orbite aliene e ne viene attratta, senza difese. Percepisco il dolore, lo faccio mio in modo avido. No, è sbagliato, è lui che s'insinua prepotentemente allargandosi dentro di me come una malattia troppo salda per essere respinta. Odo gli spari, divise, compagni che cadono vittime della propria curiosità, e dell'altrui ignoranza. Vedo, ma non ricordo.

Efrain, ma è soltanto una supposizione, deve aver recepito qualcosa, forse un mio stato d'animo. Ora so che lì sono sepolti i corpi delle vittime fatte dai soldati, proprio ai limiti del loro territorio. C'è una vita nuova oltre quel simulacro, diversa; il monito è chiaro, per trovarla bisogna capire: la vita passa sempre attraverso la morte.

Efrain mi fa cenno di proseguire. Improvvisamente sento freddo.

9 settembre

Quaggiù non c'è nome. Camminiamo meccanicamente, più vicini di prima, sembriamo soldati nascosti in un rifugio mentre fuori cadono le bombe. Non possiamo fare a meno di avere paura, i nostri volti sono di marmo.

Abbiamo sepolto Yves in un anfratto scavato dal tempo. Gli altri, lividi, sono rimasti a lungo a fissare il corpo; era come guardare il nostro peggior incubo prendere forma.

Efrain ormai non ci degna più di attenzione. Lo sguardo serio, ostile, fisso avanti; stupidamente cerco d'immaginare quali sentimenti lo muovano in questi attimi. Riconoscenza? Vendetta? Risentimento? Forse segue soltanto l'istinto, e l'istinto gli dice che per lui - per gli altri come lui - noi siamo il male, il pericolo.

Non possiamo fermarci, non ora. La meta è vicina, null'altro m'importa.

10 settembre

Ultima fermata. Neanche i cunicoli che s'insinuano nel terreno riescono a stupirmi. Ora ci troviamo all'imbocco del più grande, ai miei occhi una voragine dal diametro di circa venticinque metri, sormontata da una sorta di capanna, una cattedrale di tronchi presi chissà dove. La costruzione è aperta lungo tutta la circonferenza, con il tetto che arriva a pochi metri da terra, sostenuto da quattordici pilastri.

Misha è preso da risa nervose simili a singulti. - Cristo, vivono sottoterra... sottoterra...

Jorge e Bolo mi fissano preoccupati, forse pensano che dovranno scendere.

Volevamo vedere con i nostri occhi, e ora siamo arrivati alla fine del viaggio. Tento di avvicinarmi al limite dell'ingresso, Efrain si oppone energicamente; sorrido, ma nulla sembra smuoverlo. Insisto una volta di troppo, si alza pieno di collera, mi gira intorno, sbraccia, gli occhi di una luminescenza mai vista. Faccio aprire gli zaini agli altri, mostro che non ci sono armi. Non serve a nulla.

Ci accampiamo distanti. Siamo stanchi, esausti, ma è la tranquillità quella che fa dormire e noi ne abbiamo davvero poca. Dall'ingresso sembra fluire il continuo lamento di una corrente d'aria, o almeno spero sia così. Jorge si avvicina dopo un po', la mano sulla mia spalla. - Gente - mi soffia nell'orecchio.

Un coro di orbite sfavillanti si accende nell'oscurità. Le nostre lenti non sono in grado di scrutare così lontano, restiamo fermi, paralizzati. Canti iniziano a disperdersi nell'aria, un'onda di turbamento si solleva dentro di noi dal nulla, c'invade, ci provoca. Siamo colpiti da immagini, pensieri sconosciuti; tutto sembra somministrato con infinita discrezione, ma la fermezza che trasuda da ogni segnale è fin troppo chiara.

Il mio ultimo desiderio non sarà avverato. La famiglia aspetta che ce ne andiamo per raggiungere la propria gente, non ci porteranno mai con loro. In pochi minuti non riuscirò a cancellare decenni d'isolamento e ad abbattere quel muro di diffidenza istintiva, naturale, tra noi e loro; quel muro che ora si sta inesorabilmente innalzando anche davanti a Efrain. Forse arriverebbe persino a uccidermi.

Uno stato preistorico ai piedi della civiltà, quella che noi consideriamo civiltà. Saperlo, togliersi l'idea, il dubbio, in fondo, è quanto di meglio potessi sperare. Rinuncio con un gesto che sa di resa, restituendogli la piccola pietra azzurra. Non andrò oltre. Un essere primitivo, ma libero, non lo vuole.

Decidiamo di partire subito, senza indugi. La famiglia si è di nuovo stretta in cerchio, tutti accovacciati intorno a un centro immaginario fatto di ricordi ed emozioni tumultuose. Ne avverto le vibrazioni ancora una volta. Mi avvicino, poso la mano sulla spalla di Efrain; nessuno si muove. Per loro siamo già partiti, ora sono soli nel presente che gli appartiene.

Quell'aria grave e fintamente indifferente è il simbolo della scelta che hanno fatto.

10, 11, 12... settembre

Procediamo a marce forzate, in un silenzio voluto. Ripercorriamo a ritroso sentieri già visti, bivacchi consumati, sensazioni che non sono più le stesse.

Una caduta di Bolo ci ritarda. Lo aiuto a proseguire e solo in quel momento mi accorgo di quanto sia dimagrito. Per la prima volta prendo coscienza del fatto che sembriamo un manipolo di spettri ben poco agguerriti. Se non altro riempiamo con credibilità la desolata cornice che ci avvolge.

...17, 18... settembre

L'imbarcazione fatta di alghe è ancora lì. Nessuno lo dice, ma la presenza di Yves è palpabile tra noi. Restiamo lontani dall'acqua.

Scale, rampe, cemento. In lontananza due neon duettano a colpi di luce.

Misha passa di fianco al rottame dell'Ariane senza degnarlo di uno sguardo.

Il blocco di vetro che racchiude la piccola trasmittente d'emergenza, premurosamente installato all'interno degli enormi portelloni d'acciaio, si frantuma con facilità. La mia mano si adagia tremante sul tasto rosso.

24 settembre

Ancora non mi hanno tolto la maschera dagli occhi; dicono che nessuno ha portato quel tipo di lenti così a lungo. Le infermiere svolazzano premurose nella stanza isolata, me ne accorgo dai continui spostamenti d'aria che arrivano come sussurri delicati.

Provo a chiedere degli altri ma la risposta è sempre la stessa: stanno bene, e presto avrò tutte le informazioni che desidero.

Ora, considerato il silenzio e la relativa calma, dovrebbe essere notte. Mi sembra di avere due biglie incandescenti incassate nelle orbite, sudo, avverto la pelle riscaldarsi e raffreddarsi in continuazione, sono stanco di parole.

Lo sento nel preciso istante in cui apro la porta del bagno, un urlo nella mia testa, poi nelle orecchie, disperato, frasi sconnesse, la forza di un'onda senza controllo. Non capisco come, ma so che è Misha; il suo terrore è come una massa di gelatina che mi cade addosso ricoprendomi.

Allungo le mani e avverto la superficie fredda d'uno specchio. Le dita trafficano in modo convulso con i lacci e le cinghie della maschera; gli occhi bruciano, mi sembra di scoppiare.

E' buio, e ci vedo benissimo. Sono dimagrito, la pelle bianca, pochi capelli. Dentro di me trovo la forza di parlare a Misha, i pensieri attraversano i muri fino a lui con leggerezza; farlo viene naturale, risponde stupito e subito inizia a rilassarsi. Domande, domande, la sua mente è un caos, come pure quella degli altri miei compagni, che percepisco chiaramente.

A tutti, mentre lo specchio rimanda l'immagine dei miei occhi che baluginano al buio con vivide fluorescenze color smeraldo, non posso che parlare piangendo, e raccontare loro di quando verrà il momento, il momento del nostro ritorno.

 

 

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