PROBLEMA DEI CRAMPI ALLE ALI DEI PICCIONI DURANTE IL VOLO, di Salvatore Perrillo

 

Salvatore Perillo è nato ad Andria il 25/12/1962, risiede a Pescara ma vive e lavora a Bologna. Nel settembre del 1995 ha pubblicato la raccolta di poesie "Misavvenire" per la Book editore. L'anno seguente ha vinto il premio "Alien" per la fantascienza e il premio "Primavera Haiku" per la poesia. E' giunto terzo classificato alla terza edizione del premio "Lovecraft", nonché finalista nell'ultima. Suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista "Shining" e sull'antologia "Terzo Millennio" per i libri del settimanale Avvenimenti. E' in prossima uscita un suo racconto dal titolo "Gli inappartenenti" sulla collana Millemondi Urania della Mondadori, a cura di Franco Forte.

 

 PROBLEMA DEI CRAMPI ALLE ALI DEI PICCIONI DURANTE IL VOLO

 

E se tu non fossi Orfeo venuto a cercare Euridice ma morte nella morte?

 

1

 

La donna di cuori apre la scatola del trucco con la base del pollice: il destino è mascherato dietro lo specchietto, la fine sepolta nelle ciprie fosforescenti. Quando Clay Maggiani si illude di poterle baciare il sorriso, lei gli riserva una fredda carezza, un ventaglio composto da cinque dita ed altrettante lame affilate; unghie metalliche con pessimo smalto per modellisti.

E prima che l’uomo fiuti il pericolo, diversi centimetri di lama attraversano il suo cuore.

Come un aquilone inseguito da orde barbariche pronte a massacrarlo, libero da ogni forza gravitazionale, Clay tenta una via di fuga senza prospettiva di spazi percorribili: dinanzi a lui c’è il buio infinito ed una ferita insanabile al petto. La capacità di non esistere nel nulla.

Già.

Dovrebbe ringraziare le chiacchiere isteriche della radiosveglia che l’hanno strappato da quest'incubo terribile, destandolo con le note edulcorate di "God save the Queen" sputate senza rispetto alle sette in punto.

Ed ora che il suo corpo è seduto ad angolo retto sul materasso, i pensieri scavalcherebbero qualsiasi confine pur d’allontanarsi dalla forte apparenza della città, dalla metropoli rinchiusa nel guscio geloso delle proprie carni. Anche se ha la lucidità d’un bambino che ha perso la mamma al supermercato, deve svegliarsi; farlo con forza. Alzati uomo, ordina a sé stesso, non credere al frutto della mente stanca. Altro da inventare non c’è, basta e avanza la dura realtà per sbatterci il muso. Soprattutto non temere. Arriverà il giorno in cui una donna ti riserverà più docili carezze.

Nel frattempo, dalla finestra della camera, transitano cumuli temporaleschi, sudici francobolli che scivolano sul cielo ingolfato. E’ il male peggiore di Roma, la pessima abitudine di sperperare il potere adesivo delle cose migliori sospese sulla sua testa. Quel che resta delle nuvole inquinate cade ormai a pezzi e i loro frammenti incontrano i tetti.

In quel fiume ibrido — che si ostinano a chiamare cielo — scorrono i monoplani, i biplani e i più agili triplani; l’insistente presenza dinamica disegna ombre alate sulla capitale sopravvissuta all’ennesima notte trascorsa in tensione. Una notte davvero poco italiana condita con stupri e omicidi; altre porcate.

C’è molto traffico nell’aria, la percezione elicoidale dello sfarfallare meccanico, avvoltoi affamati intorno alla carcassa della città. E in questo rumore fastidioso quest’uomo non potrà mai metabolizzare il dormiveglia.

Alzati Clay, sono le sette e un minuto, tempo di giocare.

Attraversato il corridoio gira a destra, scende due scalini, prosegue fino alla porta del bagno. Stabilendo se quella cosa impressa sullo specchio sia davvero la sua faccia, ecco che dal telefono abbandonato sullo sciacquone geme uno squillo. Lui ne approfitta per liberarsi del liquido fisiologico.

— Clay Maggiani, sì?

— Il...professor Maggiani? — pone l'accento una voce femminile dall’altra parte. E’ difficile classificarla tra le poche donne passate nella sua vita.

Riattacca. Il telefono squilla ancora, forse troppo presto per le dita della stessa persona. Eppure, quello stesso tono raffinato ed esitante.

— Che ne direbbe del caso "Volatile insicuro"?

Strano modo di presentarsi.

— Mi spiace. Non ho preso una laurea per curare i mariti impotenti...

Battuta di pessima scuola filosofica.

— Mi aspettavo una risposta più arguta dall’ultimo ornitologo rimasto in città. La mia creatura ha ali e piume sul corpo ma è malata all’estinzione. La pagherò bene se riuscirà a risolvere il mio problema.

— Renderò stabile l’emotività del suo pennuto anche per poche monete.

— Allora l’aspetto alle 9 in via Veneto 150. Troverà Schiribilla F. sul campanello.

La comunicazione si è spezzata, al professore resta solo la cornetta, una laurea in ornitologia, il mondo che ha sterminato gli uccelli per usurparne il territorio. Grazie alle eliche degli aeroplani, quest’uomo si ritrova disoccupato a tempo pieno.

Tira pure la catenella, Maggiani.

Otto minuti fermo a guardare il centro del water: in otto minuti cuociono gli spaghetti, puoi ascoltare due volte "Time rimembered" di Bill Evans; si è così abili a consultare le immagini della propria esistenza da non correre il rischio d’annegarci. Insomma, esistono cose più utili che osservare con interesse il fondo del water. Fortunatamente, il ventilatore del corridoio entra in azione e gli acri odori metropolitani gli precludono altre capacità di pensiero.

L’orologio al polso invita ad affrettarsi. La cornetta è tornata al suo posto. Lui continua a darsi una ripulita in uno specchio lurido che imprigiona l’esile forma del suo petto glabro. E’ maschio quanto basta, uno dei pochi esemplari che hanno superato la mezza età. Occhiali fuori moda, qualche cicatrice come ricordo, pantaloni sdruciti, cravatta ridotta ad una fune oleosa: squallidi elementi del settimo grado della scala Mercalli raccolti in un impermeabile écru. Ditemi se può farne a meno: a che serve un professore se non lo si può riconoscere?

Giura all’ultima sigaretta che non fumerà le altre sorelle rimaste nel pacchetto. L’orologio a muro suona qualcosa e l’umidità filtrata all’interno distacca una spicciolata di minuti che si disgrega per terra in sessanta sessantesimi. Avendo guadagnato del tempo prezioso si guarda bene dal raccoglierli.

2

Sul marciapiede antistante Cinecittà accende la seconda sigaretta. Non ditemelo, ha spergiurato. Otto e dieci. Una bella giornata dopotutto. E’ sbucato dal portone di casa con una "Dispensa sul pettirosso" sotto l’ascella. L’ha acquistata giorni fa in una vecchia libreria, lasciandosi tentare da una scatola di fiammiferi in omaggio. In realtà, la postfazione consiglia d’appiccare fuoco a tutto dopo aver letto l’ultima pagina: caro lettore, gli uccelli sono ormai semplici figurine impresse sulla carta. La carta brucia.

Frugando a lungo nelle tasche riporta alla luce poche monete, un segnalibro, una mignon dove c’era del cognac molto tempo prima. Oggi non potrà permettersi neanche una corsa economica su un monotaxiplano, nessuna comodità volante, solo mezzi sociali e marciapiedi da percorrere in fretta, perché muoversi in strada fino all’ingresso della metropolitana è un chilometro lanciato nel pericolo.

Rischia perfino la vita quando oltrepassa tre uomini appoggiati alla stessa parete che aspettano la stessa persona da accoppare. Per fortuna non è la vittima predestinata: se a un professore non è concesso d’insegnare la propria materia, il portafoglio diventa sottile, la cintura ogni giorno più lunga.

Raggiunge la metropolitana, sicuramente il peggior posto della città, un incrocio tra statue animate dall’iperrealismo inferocito e geometri senza scrupoli. Troppi cadaveri e poca pulizia sociale minimizzano perfino i soggetti incontrollabili lasciati in superficie.

In questa epoca, dove il traguardo è planare a lungo nel cielo, Roma funziona così: più si scende in basso, maggiore è la possibilità di non far ritorno in superficie. Nulla di più sensato, quindi, che tenersi lontano dai vagoni zeppi d’esseri con stampi organolettici diversi, dai biotipi invasati dalle droghe, dalle facili donnine con facce da shampiste. C’è l’India senza Buddha, l’Arabia con troppi Allah, l’Europa esasperatamente felliniana; altri paesi e continenti miscelati in poco spazio vitale. Maggiani decide di evitare quella scenografia opprimente.

Accelerando e mugugnando è comparso su una strada dove i tassisti parcheggiano le loro macchine stanche. L’unico in servizio, il più ubriaco, fuma la pipa seduto sul barile del propellente; appoggiato con il gomito sulla coda dell’automezzo alato aspetta che un cliente compri il mangime preferito.

Il ritardo di Maggiani potrebbe costare la vita ad un preziosissimo uccello, un buon motivo per afferrare il tipo per il bavero e tirarlo giù dalla bomba potenziale in letargo sotto le chiappe. Il vecchio pilota si distende come una marionetta, schiavo della sua impazienza. Profuma di cadavere sotto spirito.

— Calma amico. Oggi mi sento molto generoso. Ti porterò in giro per la città per la modica cifra di tre monete — una proposta espirata direttamente in faccia.

Clay Accetta con aria di sufficienza: — Sei l’ultima persona con cui volerei.

— Gli ultimi saranno i primi — dice lui.

— Gli ultimi resteranno ultimi; credimi. Adesso portami in via Veneto.

— ... davvero una buona notizia quando si cerca uno scalo che non è scritto neanche sulle mappe militari! — si lamenta il tipo scuotendo la testa.

Sul serio, quando il professore comunica la destinazione, per quanto i tassisti siano pratici della capitale, riesce sempre a metterli in difficoltà. E’ la profonda conoscenza della zona storica che spesso li sconcerta. Intanto, prende posto sul sedile offrendo all’autista le sue qualità di navigatore.

Ottantasei metri di rullaggio. Decollano in direzione nord verso la zona industriale, evitando facili collisioni con altre macchine sospese.

Da qualche settimana però, l’aria è divenuta quasi irrespirabile a causa dell’incremento della produzione siderurgica. Le ciminiere sono cresciute sensibilmente e gli operai laboriosi ci stanno sopra per aggiungere altri mattoni.

Lo ha suggerito il governo: ci vuole più fumo per fare più aeroplani, motori intelligenti, pistoni automatici, ruote al metallo, leghe d’alluminio, lamiere, protesi e giunture; roba che possa facilmente decollare come questo biplano, metalli forti e leggeri sui quali poter incidere una tacca per ogni uccello incappato nelle fauci rotanti.

— E devo prestare molta attenzione agli scarti di fabbricazione trasportati dalla cortina fumogena — sottolinea il pilota — Giusto ieri ho beccato in pieno il braccio d’un tornitore nelle pale dell’elica. Per poco non mi schiantavo contro un campanile.

— Questa assurda voglia di volare ci renderà degli esseri inutili — gli dice Maggiani sollevando il colletto della camicia — non dovrebbero crearla così in alto la nuova Babilonia.

Intanto, Roma sfila come una caramella gommosa vista da un aeroplano che scoreggia nel cielo traboccante. Vista da lassù non può nascondere il frutto marcio cresciuto intorno al nocciolo morbosamente vitale delle rovine.

E dopo un po’ il tragitto aereo si esaurisce ai margini della destinazione richiesta: una virata stretta, due centimetri Good Year consumati rumorosamente sull’asfalto.

Maggiani raggiunge l’indirizzo tirando su il naso. Alle nove. Quando le ombre dei triplani s’incrociano sui volti dei barboni in pace con bottiglie quasi vuote. Entra al 150, un portone già aperto nella vecchia città, percorre tre rampe prima di trovare l’unico appartamento che sembra ancora agibile.

Qualcosa s'agita frettolosamente nella tromba delle scale, un frullo veloce dal sapore di un'improbabile spia impacciata. Se non è un piccione, si tratta certamente di un’altra creatura alata troppo debole per sopravvivere ancora a lungo, pensa il professore.

C’è scritto Schiribilla F. su una targhetta avvinghiata al legno, caratteri gotici scavati nell’ottone ossidato. Clay batte due volte il pugno.

Ora che la porta del cliente è completamente aperta ecco apparire la miglior condizione fisica presente in città: una ragazza alta e formosa, morbide labbra e due splendidi occhi a mandorla —disegnati col carboncino.

Dopo un primo momento di prevedibile imbarazzo la mente di Maggiani scivola sulla fantasia ritrovandosi d’un tratto a petto nudo, in bermuda, con tanto di calzino bucato, schizzato come un gatto in calore. E’ ridotto all’immateriale, uno stomaco vuoto, un buco nero nella galassia. Del resto lei non è messa meglio mentre cerca una forma d’equilibrata compostezza sui tacchi vertiginosi.

Ha il piacere di conoscere Schiribilla e sebbene esibisca una quantità tale di rossetto per coprire l’intero arco della settimana, crede d’essersi follemente innamorato di lei.

 

Ciò che resta nello squallido monolocale è coperto dalle lenzuola bianche, fantasmi immobili intorno al letto matrimoniale. C’è una finestra aperta, il neon blu sul soffitto, la luce radioattiva sulla moquette consumata, decalcomanie di Mirò sulle pareti. Infine i piccioni. Maggiani ne ha contati tre, una rarità da quando le ali rigide degli aeroplani hanno rubato il posto ai pennuti.

Questa razza, però, ha la forza strabiliante di riciclarsi tatuata direttamente sul DNA. Secoli trascorsi ad assimilare il chiasso e lo smog delle automobili per restituirlo in prodotti organici su statue e monumenti. Lezioni prese nel ventesimo secolo per affrontare la guerra contro le eliche rotanti del terzo millennio.

— Sarebbe questo l'uccello "insicuro" del quale dovrei occuparmi? — le chiede raccogliendo il più impacciato dei tre.

— Non è mai riuscito a volare. Lo lanci in aria e vedrà.

Ed ecco che quell’anima infelice è un corpo spaurito quando batte le ali con forza. Ma la sua sagoma danza a peso morto, la spinta dinamica è quella resa da un motore in avaria. May Day professore, qualcosa ti dice che non resterà a lungo in aria. Potresti addirittura pensare che mamma e papà piccione abbiano ceduto ai capricci del loro pulcino concedendogli di restare troppe ore davanti al televisore, e che da quello stesso schermo siano giunte le immagini violente dei telegiornali. I programmi educativi che insegnano a volare su d’un ipotetico dissimulatore di volo hanno fatto poi il resto.

Eppure, questa tragica immobilità dell’esercizio non ha sfiancato la vitalità delle teneri ali che sembrano sufficientemente slanciate per sostenerlo in aria. Lo hai studiato a scuola, Maggiani.

— Visto professore? Mi renderà infelice questo piccolo se non volerà... — un tono disperato. Dolcissimo.

— Sono probabilmente disturbi psicosomatici ed hanno origine nella paura di affrontare il cielo. Sa che gli aeroplani lo falcerebbero perfino sul cornicione. Io, — tentenna perdendosi negli occhi della ragazza — proverò ad aiutarlo, ma non le assicuro nulla. Ne sono rimasti talmente pochi in giro che ho perso l’abitudine... — ammette asciugandosi il sudore della timidezza sulla fronte.

Lei si accomoda ai piedi del letto avvolgendosi in un mantello rosso come il colore dei suoi capelli. Regge le ginocchia, poi accarezza le calze smagliate dalle quali affiorano isole di morbida pelle bianca. Alle sue spalle un grande acquario e nel liquido verdastro un pesciolino blu con una pinna di squalo allacciata sul dorso: recitando la parte del Re dell’oceano azzanna, per semplice esibizionismo, due suoi simili assunti per fargli da spalla.

Sul fondale, il trovarobato del misero spettacolo teatrale: galeoni fantasma, lische semi sepolte, lattine, rondelle seghettate. Il sipario, semplice cibo avanzato tornato a galla come fanfaluca impazzita.

E’ passato un pomeriggio, un pranzo non consumato, ore lavorate senza sosta; Schiribilla canta "Revolution" versando della Cola ai suoi cactus.

Il Sole entra in crisi emorragica sulla vecchia Roma quando i biplani accendono le luci per rincorrere le loro stesse ombre, prima che il buio le ingoi ancora.

Il professore è ancora lì, seduto sul pavimento, intento a sconfiggere la paura d’involare del giovane pennuto. L’ha invogliato a saltare mostrandogli del becchime sul palmo della mano, come facevano i turisti a Venezia, in piazza San Marco, quando le gondole non indossavano ancora le ali. Come si mostra l’osso ad un cane che danza su due zampe impazienti.

Ma è troppa fatica voler lanciare un aereo di carta piegato male su sé stesso: se la testa è pesante, le ali troppo vicine al corpo, la coda rigida e scomposta, non c’è da meravigliarsi che la deriva risulti incontrollabile.

— E’ tardi Clay, riposati — Schiribilla torna a parlagli — Se passerai qui tutta la notte io ne sarò felice.

Il suo tono è suadente, confidenziale. L’impegno e l’amore che il professore ha riservato per il piccione hanno trovato il favore della padrona. Ora ne vorrebbe un po’ per sé stessa:

— Ho comprato una bomboletta di "SFIORATORE UNIVERSALE" da un commerciante capitato qui per caso, dopo un atterraggio di fortuna. Mi ha assicurato che si applica su tutto. Può rendere le lenzuola di cotone più morbide della seta. Garantito per una notte intera, Clay: otto ore.

3

 

La regina di cuori avanza sul materasso con l’incedere d’una mantide lussuriosa. Ostentando le guance marmorizzate da ciprie fangose e pregiate polveri selenite, tira su il naso e le calze bianche con incerta malizia.

La metamorfosi è alle porte, l’incanto trasformerà le sue braccia in ali d’airone. Ma la crisalide muore in farfalla; gli occhi piangono ruggine.

Già.

Questa volta è stato un dubbio terribile a svegliare Maggiani nel mezzo della notte. Lui non l’avrebbe mai sospettato quando Schiribilla l'ha condotto tra le lenzuola per farlo sentire uomo per la prima volta (e un po’ meno professore). Si sentiva troppo felice e frastornato per pensare.

Il dubbio è spuntato nel silenzio, quando gli aeroplani erano appollaiati per strada e si percepiva solo il placido tubare dei piccioni dentro la stanza. Ha accarezzato la pelle della ragazza, le sue spalle simmetriche, i capelli ammorbiditi dall’ultima goccia di sfioratore universale; ha sentito la carne ondularsi sotto il movimento di sofisticati martinetti idraulici tornati in posizione di riposo. Un terribile sospetto.

Adesso mantiene gli occhi serrati fingendo d’essere tra le lenzuola di casa sua, convincendosi che sia stato qualche aeroplano ubriaco a destarlo con i suoni asimmetrici dei pistoni. Suonano invece le sirene, il turno di notte nelle fabbriche: tutt’intorno c'è l’ambigua stanza di Schiribilla.

Finalmente ha capito ed è sceso dal letto infilandosi gli occhiali. Richiamato a sé quel piccolo piccione lo conduce impazientemente in giro per la camera in cerca d’un cacciavite che faccia al caso suo: con lo strumento giusto potrà riconsegnare la creatura nelle mani dell’etere.

Sotto la finestra sulla Roma incustodita, il piccolo imbranato si lascia accudire dalle mani esperte del professore. Lascia aperte le ali chinando indietro il piccolo capo, ama lo strumento preciso che tara le sue giunture meccaniche.

Il vetro ha dalla parte opposta una notte blu e molto più in alto milioni di nuvole che la impallinano con l’impietosa comprensione d’un artista ingolfato nella sua opera migliore. Nessuno capirà mai perché si accaniscono a scolpire una scultura divenuta fino in fondo materiale intrattabile. Sono lassù per rivestire un mondo disposto ad avvelenarle con le tossine delle ciminiere più alte, a ferirle nell’ingenua trasparenza.

Dov’è finita la mia felicità, si chiede Maggiani mentre accorda i meccanismi. Perché l’umanità persevera a farsi del male con una semplicità impressionante. C’è davvero bisogno di voler rassomigliare alle macchine per combatterle? Non è un modo altrettanto feroce di castigarsi?

Schiribilla, si è alzata e a piedi nudi raggiunge il professore. Osservando la delicata operazione intuisce il male comune che la legava al pulcino:

— Hai fatto volare anche me, Clay. Ti prego, fa che io voli ancora e ancora. Abbiamo la stessa pelle dopotutto — una voce sottile e sincera; parole che scottano le gengive.

E forse ha ragione, vivono nella stessa pelle, ma è un derma stellarmente non condivisibile. C’è troppo universo tra i loro corpi, totem diversi da adorare, nuove tribù belligeranti, segnali di fumo all’amianto. Clay cercava una donna dove affogare l’amore, non un manichino animato.

Ed intanto quel piccione è una farfalla così perfetta da sfidare il più agile dei triplani: fa cento acrobazie volando lungo il perimetro della stanza, azzarda manovre pirotecniche avvalendosi dei meccanismi sincronizzati con il profondo universo.

Ancora in via Veneto a passo veloce. Ha fame il professor Maggiani e prenderebbe qualcosa in una tavola calda a prezzo fisso se non possedesse il nulla nelle tasche. Galleggia sul mare della disperazione a bordo d’una barchetta di polistirolo, uno stuzzicadenti per albero maestro ed un foglio di carta igienica per vela.

La Luna, immobile sulla testa della città, è talmente bella da stimolargli una perfetta crisi di panico: mio Dio, pensa l’uomo infelice, non so quale dei due ruota davvero intorno all’altro, quale sia il vero satellite. In fin dei conti Schiribilla si prenderebbe cura di me come un dentifricio allo zucchero, questo genere d’amore non funzionerebbe, sarebbe troppo diverso da quello vero.

Ma il vero amore lo può giudicare chi l’ha conosciuto almeno una volta, non un ornitologo disperso in una notte pericolosa.

Non potrei mai amare un cuore meccanico nascosto in due quarti di bue ricuciti con pessimo filo di sutura. L’ha detto alla ragazza, sulla porta, prima di sbattergliela in faccia. Quel genere di espressioni infelici che ferirebbero anche Maciste.

Se da un cratere della Luna un astronauta lancia un sasso con la fionda, forse urlando al suo compagno lo avviserà, esultando sulla sabbia, che ha colpito un terrestre proprio sulla fronte. Allora, quando la pioggia, dal sapore di marmellata scaduta, sfugge ad una nuvola impazzita e le strade appaiono più insidiose, ecco un piccione fuggire dalla finestra d’un terzo piano e librarsi nell’aria. Volteggiando, divertendosi, superandosi nella città che riposa i suoi triplani, raggiunge la sagoma solitaria del professore diretta verso destinazioni sconosciute e, come un bombardiere strategico meglio non può fare, sgancia la sua bomba organica abbandonando il campo con una rapida cabrata.

Ha centrato in pieno l’uomo infelice.

Ora dimmi mentre ti pulisci gli occhiali: qual è il giusto motivo per tornare indietro, professor Maggiani?

 

 

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