TATTOO, di M. Emma Muracchioli

 

M. Emma Muracchioli ha una trentina d’anni, vive a Milano e fa il consulente editoriale per alcune delle maggiori case editrici di questa città. Da sempre appassionata della cosiddetta "paraletteratura", si è laureata con una tesi sul romanzo giallo intitolata Il labirinto e l’enigma. Alcuni suoi racconti noir e fantastici sono stati pubblicati da la Repubblica (Il treno dall’altra parte, sotto pseudonimo), Rai Radio Uno (Sospensione totale) e Il sestante (Un matrimonio in fumo).

 

TATTOO

 

La diva, seduta sul bordo del letto, fece scorrere le lunghe unghie laccate (impianto Onisynt™ da 3 cm) sopra la scagliosa superficie degli stivali in flexococco che le inguainavano quasi totalmente le gambe. Infilò i pollici tra i bordi e la pelle delle cosce, agitando contemporaneamente le altre dita a simulare piccole ali. Con un sospiro sfilò i pollici e si lasciò andare all’indietro, le braccia allargate sul biondo ventaglio dei capelli. Dopo qualche secondo si alzò con un guizzo e camminò fino allo specchio a tutta parete. Si esaminò di profilo e frontalmente, lisciandosi la microgonna sul ventre piatto, che poi sporse in avanti per far scintillare i minuscoli diamanti incastonati attorno all’ombelico. Sollevò quindi le mani al viso, posò i polpastrelli sulla fronte e da qui scivolò, con parallela lentezza, su sopracciglia, zigomi, lungo la linea del mento, il collo, lo sterno e infine l’incavo tra i seni perfettamente globulari, che serrò nelle mani a coppa. Sembro proprio un fumetto, pensò. Ma un fumetto autodisegnato. La differenza tra lei e le sue concorrenti, infatti, non riguardava il possedere o meno protesi e impianti (checché ne dicessero, le loro forme a prova di gravità le smentivano pietosamente), ma ciò che la diva amava definire la propria «intelligenza fisica». Lei sapeva come ottenere cosa da ogni centimetro della sua lussuriosa epidermide.

Quando il suo simulacro virtuale appariva al più smaliziato dei cyberpartner, non uno di loro riusciva anche solo a ricordare di aver pagato, appena un minuto prima, quell’illusione. Dopo, sapere che il leggerissimo dilatarsi delle narici era uno sperimentato pezzo di bravura o che parecchie prominenze riportavano un marchio di fabbrica non serviva proprio a niente. Non in quei momenti.

La diva allontanò dallo specchio quella conturbante immagine che nello stesso istante si stava muovendo in milioni di altre stanze – sparse su quella Terra ormai inesorabilmente claustrofobica –, ora torcendosi, ora scivolando o tendendosi davanti/dietro/sopra/sotto altre creature variamente meno attraenti di lei.

Con fretta improvvisa si denudò, poi svuotò sul letto un cilindro portaindumenti e lo gettò all’indietro senza guardare. Si rivestì dando le spalle al proprio riflesso, quindi tirò un profondo sospiro e si girò. Quel fagotto grigiastro che si vedeva di fronte ... beh, semplicemente non era lei.

Tirò un calcio all’involucro oblungo, raggrinzito sul pavimento come una muta di serpente, spinse nel cappuccio bordato di opaca pelliccetta sintetica un’ultima ciocca platinata ed entrò nella capsula individuale di teletrasporto che tanti le invidiavano (d’altronde, lei era molto ricca; anzi, più che ricca: annoiata).

Si rimaterializzò in un punto pubblico di conversione nell’estrema-estrema periferia milanese. Annusando con gratitudine la nebbia dicembrina che l’aveva accolta nel suo mantello invisibile, s’incamminò alla ricerca del numero civico a tre cifre appuntato sul bigliettino che stava gualcendo in una tasca del giaccone.

361, 365... Una saracinesca venne fragorosamente abbassata pochi metri dietro di lei, facendola sussultare. Il numero che cercava corrispondeva a quella che un tempo era stata la bottega di un riparatore di biciclette. L’antica insegna, mai sostituita, lasciava ancora intravedere alcune sbiadite ruote, sinistramente simili all’ingranaggio di un qualche perverso macchinario. In un punto imprecisato della strada alcune tapparelle venivano chiuse una dopo l’altra. Lei le stette ad ascoltare mentre continuava a stropicciare il foglietto nella tasca, ferma nella nebbia scura davanti alla porta del 369. In un altro momento, avrebbe apprezzato il fascino pressoché esotico di un posto tanto immobile nel tempo, nella sua coriacea povertà. In un altro momento.

Gezz il Geco posò contrariato lo sguardo sul fagotto umano che stava entrando nel suo laboratorio, e solo quando quello abbassò il cappuccio riconobbe la diva. Comunque, mentre da quegli indumenti anonimi sgusciava fuori il corpo bianchissimo e burroso di Rocsana la Bestia Padana, il Geco non salutò né disse altro. Per lui, le parole rientravano in due sole categorie: fastidi e pericoli. A maggior ragione in una circostanza come quella.

Rocsana si aggirò nel locale mentre Gezz bloccava la porta d’ingresso e iniziava tutta una serie di preparativi. Con aria noncurante la diva aprì un campionario di olotatuaggi, scansando involontariamente lo sciame di fantasmatiche vespe che ne uscì. Le vespe erano fuori moda. I serpenti erano fuori moda. I dragonchi di Belta erano in procinto di diventarlo.

«Posso rivedere il disegno?» chiese, sussurrando nell’aria muta, più che altro per avere qualcosa da fare mentre l’uomo continuava ad affaccendarsi.

Lui estrasse un rotolo da un cassetto e lo appoggiò sul lettino al centro della stanza. La diva sciolse il laccio, stese il foglio e guardò il Geco, che a sua volta aveva interrotto la sua attività per osservarla. Rimasero così qualche secondo, sondandosi a vicenda. Poi lui le fece un cenno con la testa, prendendosi nel contempo una piega della camicia tra le dita e scuotendola brevemente. Rocsana lo interpretò come un invito a spogliarsi e si accinse a farlo. Il Geco le dava ora la schiena, assorto a frugare e scegliere dentro una cassettina i piccoli strumenti che disponeva via via in un vassoio metallico pieno di un liquido rosato. Tutto l’ambiente aveva un odore chimico. L’odore faceva parte della scenografia, così come gli obsoleti, sinistri strumenti che avevano reso il Geco una sorta di leggenda tra gli amanti dell’arte corporea estrema.

Finalmente, Gezz terminò quell’operazione, tolse dal lettino il disegno e indicò alla diva di sistemarsi. Mentre lei si stendeva, il Geco riempì una siringa e spruzzò dell’alcol sopra un batuffolo di cotone. Si chinò su di lei, le passò il disinfettante nell’incavo del braccio, poi buttò il batuffolo e appoggiò le dita lunghe e sottili sulla pelle per tenderla e inserire l’ago. Rocsana rabbrividì al contatto, ebbe solo il tempo di chiedersi se davvero avesse preso la decisione giusta e subito perse conoscenza.

Gezz il Geco contemplò per qualche istante la bianca forma stesa davanti a lui come una tavolozza davanti al pittore. O meglio, come un blocco di candido marmo di Carrara in attesa dello scultore, pensò. E per la prima volta sorrise. Un sorriso intimo, solo per sé.

A quel punto si chinò e sollevò dal piano inferiore del carrello degli strumenti un contenitore in Inersonotex™ dai bordi smussati. Lo aprì e prese delicatamente tra i polpastrelli una delle piccole placche che conteneva.

Parecchie ore dopo, il Geco decise di concedersi una pausa. Si preparò una razione alimentare e attivò la TriVisione Cablata.

«...notizia dell’ultim’ora. Secondo un’agenzia, il manager della famosissima pornostar nota come Rocsana la Bestia Padana ne avrebbe denunciato la scomparsa. La diva non si sarebbe infatti presentata allo spettacolo dal vivo che avrebbe dovuto tenere ieri sera presso il night Sexophone di...»

Gezz appallottolò la stagnola che aveva avvolto il fitoprosciutto e la gettò. Stappò quindi una bottiglia di acqua e ne bevve quasi un terzo senza prendere fiato, godendo la sensazione di quella massa fredda che gli scivolava pesantemente dentro. Quando lavorava era talmente concentrato che dimenticava per ore qualsiasi altra cosa, tanto che il mondo lo riassaliva all’improvviso, con le sue esigenze fisiche, non appena staccava l’attenzione dalla sua opera.

La sua opera... Si lavò le mani e tornò ad ammirarla, sfiorando con dolcezza d’amante le parti già cesellate, come gli piaceva definirle. Peccato che un giorno sarebbe stata distrutta, sepolta o incenerita come un altro involucro qualsiasi. Peccato anche non poterla firmare, non poterne parlare con nessuno. In compenso, la sua opera avrebbe parlato per lui a lungo e con forza, sarebbe stata osservata, studiata, forse persino desiderata. E la diva sarebbe rimasta stupita dall’enorme scalpore generato da quel suo piccolo, piccolissimo capriccio iniziale.

Il Geco infilò un nuovo paio di guanti chirurgici, scelse uno strumento e ricominciò a incidere la pelle.

«...quasi tre giorni, ancora nessuna notizia della pornostar scomparsa. Rocsana, che qui vediamo alle prese con due veguriani in una delle sue esibizioni più discusse, secondo fonti ufficiose sarebbe stata rapita a sco...»

Il Geco chiuse l’ultimo barattolino di pigmenti, ruppe il sigillo di una Sterilspugna-fix™ e la passò metodicamente sull’intera superficie cutanea di quella che un tempo era solo Rocsana la Besta Padana. La diva conservò la sua totale immobilità.

Alcune ore più tardi, due nottambuli, ansimanti per l’emozione, richiesero l’intervento di un’unità mobile di emergenza (nonché di varie troupe della TriVC). La diva fu inserita in un modulo di soccorso, e qui si svegliò. Diede una prima occhiata circolare, guardò le facce che la sovrastavano e sentì un fremito. Nessuno la guardava in viso, anzi, nessuno si era nemmeno accorto che avesse ripreso conoscenza. Diresse lo sguardo sul punto che aveva così catturato l’attenzione generale. E urlò.

La pelle della pornostar più famosa e desiderata di tutti i tempi era totalmente disseminata di tatuaggi – estremamente realistici – di ragni di varie specie e dimensioni. La diva alzò di qualche decibel il suo urlo. E il corpo delle piccole creature dipinte prese a lievitare piano ma inesorabilmente, fino a dare una tondeggiante tridimensionalità all’incubo. Alcuni operatori TriVC schizzarono via premendosi una mano sulla bocca, gli altri retrocessero fino a schiacciare la schiena contro le pareti del modulo, le mani sbiancate dallo sforzo di non far tremare gli obiettivi.

Rocsana smise un attimo di gridare, si guardò intorno per un istante, quindi riportò fulminea gli occhi su di sé. Ora le piccole masse vibravano, dando l’impressione che i ragni si stessero preparando a muoversi, chissà se per allontanarsi dal corpo che avevano infestato o per immergervisi in profondità. A quel punto, l’urlo della diva fu letteralmente disumano.

Gezz il Geco fu l’unico spettatore di quell’evento a provare orgoglio e ammirazione per Rocsana. Certo, lei era un’attrice famosa, ma nessuno poteva nemmeno lontanamente immaginare quanto fosse brava.

Ancora assaporando l’ultima eco di quel grido agghiacciante, il Geco raccolse da terra il rotolo con il disegno che un mese

prima la Bestia Padana gli aveva commissionato, discutendolo con lui sin nei minimi particolari. Lo aveva stupito soprattutto vederla rigirarsi tra le dita il campione della semisfera intrusiva Humoblast™ (modello ad attivazione sonora), mentre flautava con il computer su spese nude e percentuali, tassi di visibilità e ritorni pubblicitari gratuiti in TriVC. Il Geco non riteneva affar suo analizzare le scelte dei suoi clienti, né le loro ipoteche sul futuro, ma di una cosa era sicuro: per quel tipo di impianti, lei non avrebbe avuto concorrenza.

Fu solo quando finì di riordinare il laboratorio, sempre con quell’ultimo urlo che gli graffiava il cervello, che venne afferrato dalla stessa, tetragona certezza che prima di lui aveva catturato milioni di altri cyberpartner della diva. Contro ogni sapere, contro ogni volere.

Rocsana, adesso, non stava più fingendo.

 

 

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