EDITORIALE DI VALERIO EVANGELISTI

(Presidente della Giuria della II Edizione del Concorso Letterario Nazionale "Cristalli Sognanti")

Lo status di inferiorità della narrativa fantastica italiana sta rapidamente venendo meno. Era ora. L'Italia era ormai rimasta uno dei pochi paesi occidentali in cui la letteratura fantastica non veniva nemmeno considerata dalla critica, a meno che non provenisse da un pugno di grossi autori già illustri in altri campi, dal giornalismo all'esegesi letteraria (Buzzati, Alvaro, Calvino, Berto, Flaiano, ecc.). Tutto ciò che non si iscriveva rigorosamente nelle categorie del realismo non solo era trascurato: non esisteva proprio.

Oggi le cose sono per fortuna cambiate, la cultura italiana è meno provinciale e a chi coltiva il genere fantastico, in tutte le sue varianti, si aprono opportunità un tempo inconcepibili. Occorre però reclutare nuovi autori veramente validi, dotati non solo di buone idee, ma anche di buona scrittura: due condizioni perché il pubblico, che oggi sembra gradire il fantastico italiano al pari di ogni altro, non abbia crisi di rigetto.

Ho quindi accettato con molto piacere di presiedere la giuria del Premio Cristalli Sognanti, e di esaminare i trenta racconti finalisti. Il risultato è stato confortante. Almeno tre dei racconti letti avrei voluto averli scritti io; di un'altra decina almeno mi è parsa buona, e spesso ottima, la trama, pur con varie riserve sullo svolgimento. Sono risultati notevoli, che riscontro raramente nella massa esorbitante di racconti e romanzi che settimanalmente mi viene inviata da sconosciuti per posta o via e-mail.

Il fatto è che chi partecipa a un concorso di narrativa fantastica è anche, in primo luogo, un lettore della stessa, altrimenti non avrebbe saputo dell'esistenza del concorso; e questo è già di per sé una garanzia.

Del resto, anche tra i racconti che ho scartato pochi, in fondo, erano quelli del tutto privi di qualità, di cui spesso si poteva rintracciare un guizzo in una frase o in un singolo spunto originale.

I difetti più comuni? Be', premesso che potrebbero essere tali solo dal mio punto di vista, li individuerei in due tendenze ricorrenti: 1) quella ad adottare un linguaggio barocco ed estetizzante, con un'aggettivazione troppo esuberante che mal si concilia con le necessità della narrativa di genere (possibili influenze nefaste: i romanzieri sudamericani, o il Lovecraft minore che imita Lord Dunsany); 2) quella a tentare la via del racconto breve e fulminante, alla Brown o alla Sheckley, senza possedere né il loro talento per il paradosso, né la loro esemplare capacità di sintesi.

Ciò che conta è comunque il fatto che un numero crescente di autori riesca a evitare simili secche, dimostrando professionalità e padronanza della suspense, cioè, in definitiva, rispetto per i lettori. Nella consapevolezza che saranno questi ultimi, in fondo, l'unica vera giuria.

 

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