GRAFFITI

di Mauro Franzin

 

Vive a Settimo Torinese da trentatrè anni, è sposato e padre di due bambini. Un autore ormai non più esordiente, dalla prosa tagliente, una vera promessa ormai quasi più che mantenuta. Finalista per due volte consecutive al Concorso Letterario Nazionale Cristalli Sognanti con i racconti "La passeggiata" e "Il cimitero degli elefanti", ha ricevuto l’elogio prestigioso di Valerio Evangelisti e numerose positive recensioni. Noi vi presentiamo questa ennesima prova d’autore.

 

Il potere è fuoco che brucia; cosÏ era incominciato.

Orecchio, ascolta il respiro della terra.

Le tenebre sono acqua profonda e la caverna è il vuoto nella montagna, lo spazio tra le sue ossa dove il buio si respira come fumo e gli spiriti vestono la roccia.

Anche dentro di lui è tenebra, l‡ dove è più difficile guardare e il suo corpo è una linea sottile che separa lo stesso buio primordiale.

Respira, respira come la terra e ascolta: gli spiriti risvegliano la voce della montagna e la volta scura striscia col movimento del serpente, mentre le lacrime della roccia si allungano nell’oscurità, modellando lunghe zanne che pendono dal soffitto precipitando dentro abissi grevi di echi lontani.

Lui ora è più calmo e le sue mani nel buio lavorano veloci: la prima erba; mandibola di Caribù. Muschio; l’orma dell’orso. Cenere; il dente del lupo.

Sputa nella ciotola e lascia colare altro sangue dalla vena aperta nel braccio, poi le sue dita impastano a lungo; gli spiriti in alto sussurrano impazienti e lui sorride eccitato, accarezzando la roccia umida: non sa cosa dicono, ma la roccia si.

Sterco di bufalo, peli e cotenna...

Vicino, troppo vicino, il sordo brontolio del lupo gli solleva ispidi brividi sulle braccia; la minaccia di zanne crudeli incombe su di lui, che già fiuta nell’aria l’alito del nemico, ma il suo spirito è spinto lontano dalla magia delle sue dita, che volano come farfalle...

Non ci sono più bambini piccoli.

Due volte sono venute le piogge, a portarsi via inverni sempre più corti, da quando hanno dovuto uccidere tutti i loro bambini; altri, molti di quelli che già camminavano, sono morti dopo e da allora i cacciatori non hanno più conosciuto femmina.

Il suo braccio sinistro piange fuori altro sangue, mentre le dita della destra danzano sulla roccia liscia invisibile ai suoi occhi.

Inverni corti, lunghe piogge e sole feroce.

Il Mammut abbandona la vecchia pista e i cacciatori perdono il ricordo della sua orma.

Il Caribù migra lontano e veloce e il lupo che lo caccia è più veloce ancora; il lupo è forte e il suo branco numeroso, ricco di cuccioli grassi.

Lui si ferma inquieto ad ascoltare gli spiriti e ad annusare l’odore forte del loro guano: ali per le frecce dei suoi cacciatori, che volino come l’aquila; gambe nervose, per correre più veloce del lupo; occhio scaltro, per indovinare la traccia del serpente.

E mano sicura per colpire.

Aggiunge altro sterco di bufalo e ascolta il respiro della terra, che gli ronza nella testa assieme al sangue che il cuore gli pompa fuori dal braccio.

Gli spiriti appesi al soffitto sbattono debolmente le loro grandi ali, mentre annusano l’aroma aspro del suo sangue versato, che ancora scorre lento.

La roccia è fresca sotto la sua guancia: dorme e sogna di altre vite; altri mondi si schiudono nella sua mente e in sogno vola sulle ali degli spiriti.

Leila aveva perso l’autobus della scuola; era successo perché aveva sostato davanti al banchetto dei libri usati e per Leila il limitato assortimento di quel giovane ambulante era ogni volta fonte di assorta meraviglia; cosÏ, come altre volte era successo, la sua già scarsa nozione del tempo si era smarrita in mezzo ai colori delle copertine e all’odore promettente della carta stampata, stropicciata ai bordi dalle innumerevoli carezze di antichi lettori.

Perciò l’autobus se n’era andato e lei era rimasta a piedi e Leila sapeva bene cosa ciò significava: era sola in un mondo dal quale sua madre la metteva quotidianamente in guardia, un mondo ostile e distratto, fabbricato su misura per gli adulti, che ogni tanto calpestava un bambino senza neanche voltarsi indietro.

Non era la prima volta che Leila perdeva l’autobus del ritorno a casa e questa volta, forse, la mamma l’avrebbe castigata; a parte questo, rimanere sola non le spiaceva: aveva più di otto anni, casa sua era vicina e lei sapeva attraversare sulle strisce, aspettare il verde e, soprattutto, sapeva bene da che tipo di strade e persone stare alla larga.

E cosÏ, ferma nelle sue convinzioni, anche quel giorno era transitata davanti all’imboccatura del vicolo retrostante il grande self-service, decisa a superarlo tenendosi ben lontana da quel lezzo maleodorante, greve di cibi andati a male e acqua stagnante: quello era un postaccio dove il buio si ammucchiava negli angoli brulicanti di topi e parassiti e il marciume strisciava lungo le crepe del cemento come sangue su di un cadavere.

Leila non sarebbe MAI entrata in un posto del genere, un posto che tralaltro non portava da nessuna parte, un aborto di via che subito dopo essere venuta al mondo moriva strozzata contro un alto muro di mattoni...

Quel giorno però c’era qualcosa di nuovo, sulla parete in fondo al vicolo, dove qualcuno aveva disegnato sulla trama di mattoni pieni come su di un grande foglio di carta quadrettata, creando niente più che un disegno rozzo e impreciso, povero di linee, a suo modo terribilmente infantile eppure abbastanza efficace nella sua pochezza da interrompere la marcia di una bambina che, proprio come quei segni di gesso, era un’opera ancora lontana dall’essere compiuta, ma già cosÏ viva e presente, da sapere riconoscere la bellezza anche quando viene da un lurido muro di periferia.

Ora, sulla parete sbreccata in fondo al vicolo, alti alberi frondosi si levavano dal verde cupo di una foresta, tra profondità sconosciute a quel muro lercio; gli alberi circondavano una radura d’erba alta, percossa dagli zoccoli di un bufalo nero e gibboso e Leila, curiosa, avanzò di un passo verso il rettangolo scuro del vicolo, dove lo spazio tra lei e il disegno era ingoiato dalla tenebra.

Il bufalo era stato arrestato nel mezzo della sua corsa dai gessetti colorati di cui era costituito; dai suoi fianchi palpitanti spuntavano frecce che lo ferivano crudelmente e dalla sua froge si levava una nuvola di fumo.

I suoi occhi erano rossi e disperati.

A bocca aperta, Leila venne catturata dalla sofferenza di quegli occhi e le sue orecchie quasi udirono le grida e i fischi dei cacciatori invisibili ma ormai vicini e il mormorio del bosco che si ritirava di fronte alla loro violenza rannicchiandosi su se stesso.

Leila dondolò sulle sue Lelly Kelly e si aggiustò meglio sulle spalle lo zainetto di Sailor Moon, soffocando un singhiozzo di pena per il destino del grande bufalo.

Poi qualcosa nella tenebra si mosse avvertendo la sua presenza estranea e sotto gli occhi del bisonte ne lampeggiarono altri due: occhi profondi e ostili, che la guardavano minacciosi.

Nel vicolo c’era qualcuno; qualcuno che la fissava biasimando la sua intromissione, o forse desiderando che lei si facesse più vicina...

Quando la mano le si posò sulla spalla, Leila strillò, accorgendosi di essere arrivata più vicino al vicolo di quanto avrebbe mai voluto; ma non era l’uomo nel vicolo, ad averla toccata: era qualcuno dietro di lei.

La bambina si voltò ancora sconvolta dall’incomprensibile esperienza interiore provocata dal dipinto sul muro e dall’alto, la faccia sorridente e ben rasata di un adulto, la sorprese riportandola alla realtà; l’uomo le scostò con delicatezza la frangia dagli occhi e allargò il sorriso.

"Ciao bimba. Tutta sola?"

Senza attendere risposta lo sconosciuto si guardò velocemente attorno, forse cercando qualcuno della sua statura che si facesse avanti a rivendicare quella bambina bionda; Leila notò che era ben rasato e aveva scarpe di pelle lucida che scricchiolavano; un uomo alto e ben vestito, che si preoccupava per lei; un uomo accanto a una valigetta ventiquattr’ore, che sapeva di buono e usava un profumo diverso da quello di suo padre, ma che per molti versi gli assomigliava.

L’uomo si chinò su di lei e le toccò la guancia: aveva la mano sudata e Leila storse la bocca a quella prima nota stonata.

"Ti accompagno io a casa. Vuoi?"

L’uomo aveva i denti non troppo puliti e qualcosa sembrava essergli morto in fondo allo stomaco; la bambina retrocesse sotto la zaffata del suo alito e si accorse cosÏ che il tizio la teneva per un braccio. Gli occhi dell’uomo brillarono interessati: la guardavano, ma non la vedevano; quello su cui si posavano era uno spettacolo cui nessuna bambina della sua età aveva mai assistito, un filmino molto particolare che si proiettava senza interruzioni nella testa di un particolare tipo di persona.

Leila guardò trasognata la mano dalle unghie ben curate che la tratteneva al suo posto, il polsino inamidato della camicia e la manica della giacca.

"Mi lasci, per favore." Mormorò rigida; l’uomo invece si fece più vicino, guardandosi attorno circospetto e Leila vide il sudore che gli colava sulla faccia e ne avvertÏ l’odore un po’ selvatico che si faceva largo sotto il debole strato di profumo.

L’uomo si leccò il labbro superiore come avesse avuto in animo di mangiarsela e si lasciò scivolare fuori dalla bocca poche parole:

"Vieni con me, piccina... faremo tanti bei giochi..."

Il marciapiede non era affollato, ma tutt’altro che deserto. Leila vide passare una donna con un passeggino, poi un pensionato col giornale sotto il braccio, due ragazzi con la cuffia, un podista al trotto, un signore con un cane... eppure nessuno pareva accorgersi di lei, perché nel mondo degli adulti nessuno abbassa il capo verso una bambina distratta che ha perso il bus.

Leila aveva il cuore che rombava abbastanza forte da impedirle di pensare con una certa coerenza; avrebbe potuto mettersi a gridare, e perché no? Poteva funzionare.

Ma subito si immaginò quell’uomo ben vestito che la sollevava da terra di peso, assumendo l’espressione contrariata del genitore offeso e coprendo i suoi strilli col suo vocione pacato da persona equilibrata che ha finalmente perso la pazienza...’Vieni subito a casa e facciamola finita, ti insegno io a marinare la scuola...’

E nessuno avrebbe voltato la testa per più di un secondo mentre lui la caricava su una macchina lasciata accesa accanto al marciapiede.

L’uomo la fissava con gli occhi ridotti a due fessure che brillavano d’astuzia e Leila seppe che aveva sufficiente esperienza da immaginarsi benissimo cosa le passava per la testa.

Lui si inumidÏ nuovamente le labbra e le accostò la bocca all’orecchio:

"Non fare storie; sarai gentile e potrai tornare a casa... dopo."

Debolmente, Leila cercò ancora di farsi indietro, questa volta senza troppa convinzione: gli occhi le nuotavano nelle orbite e attorno a lei la città era una creatura selvaggia con addosso un mascherone dall’aspetto civile che si andava squagliando come la crosta di gentilezza di quel signore ben vestito, con una ventiquattr’ore che forse era vuota o forse piena di oggetti misteriosi e arcani che lui attendeva fremente di adoperare su di lei; il marciapiede, il traffico, le case... erano una giungla lussureggiante dove il verde sconfinava nella tenebra e lei era sola e disperata come un animale di fronte a un cacciatore assassino che non conosceva la pietà...

E poi, a un tratto, lo sguardo dell’uomo perse la sua presa, attraversandola per guardare oltre la sua testa.

Ma non era solo questo.

Era come se qualcosa, - qualcosa di potente - avesse spento il filmino nella testa di quell’uomo e Leila vide la sua maschera di affabilità sgretolarsi nel disordine scompaginato della faccia, mentre rabbrividiva di vergogna e disgusto di sé, ma anche di rabbia e dispetto per essere stato improvvisamente e impietosamente messo a nudo.

Leila si voltò liberandosi della sua presa viscida e vide il contorno di una sagoma ritagliata sullo sfondo delle tenebre nel vicolo: un uomo stava in piedi all’imboccatura della viuzza come sul confine tra il buio e la luce e Leila riconobbe ciò che vedeva al primo sguardo: un barbone cencioso e lurido; uno di quelli che puzzano in modo intollerabile, vivono rubacchiando e chiedendo l’elemosina, dormono sulle panchine dei giardini d’estate e alla stazione dei treni d’inverno... A bocca spalancata Leila comprese che se fosse accorso in quel momento un poliziotto, senza esitare avrebbe percosso e portato via il barbone lasciando lei in balia di quel maniaco ben vestito che apparteneva a quella che suo papà definiva ‘la parte sana della società.’

Il barbone indossava un impermeabile grigio tutto inzaccherato, pantaloni blu e scarponi pesanti marci di umidità e la sua faccia... oh, la sua faccia era un terreno accidentato di rughe cosÏ profonde da sembrare cicatrici e la barba ispida e i capelli tagliati corti non facevano che acuire la sua aria tormentata; i suoi occhi invece erano due abissi gelidi e senza età che brillavano dentro quella faccia con la luce indifferente delle stelle d’inverno. E nonostante quell’aspetto da mentecatto, anche Leila, come l’uomo alto alle sue spalle, fu immediatamente certa che il nuovo arrivato sapesse esattamente cosa stava accadendo su quel marciapiede che forse considerava il suo territorio.

Leila balzò di lato, aumentando di un metro la distanza che la separava da quel signore distinto dalle intenzioni poco raccomandabili, che ora osservava con apprensione le mani del barbone; Leila guardò a sua volta, credendo che la sua prima occhiata si fosse lasciata sfuggire un’arma: invece no; le mani del barbone erano nodose e storte; le dita piegate ad angolazioni impossibili sembravano la raffigurazione plastica di un urlo di dolore; dalla loro presa incerta spuntavano sparuti mozziconi di gesso colorato, di cui tutta la persona di quel rifiuto umano era imbrattata.

Gessi.

Leila venne folgorata dalla visione del bufalo e comprese di averne davanti l’autore... d’impulso si voltò cercando con gli occhi il maniaco e lo vide solo per un momento, mentre si infilava trasversalmente nell’andirivieni che in quel momento affollava il bordo della strada, semplicemente scomparendo tra la gente come in un fiume profondo, lasciandosi dietro solo un vago ricordo, il disegno di un sogno malvagio che già si andava stingendo ai bordi.

Leila tornò a guardare verso il vicolo, in tempo per vedere il barbone compiere un fluido passo indietro e scomparire nel buio nello stesso modo subitaneo del maniaco:

Leila era piccola e la sua mente tenace arrancava in salita dietro la sottile pista di un filo comune.

Il barbone nel buio e il maniaco tra la gente.

Entrambi apparentemente avevano il potere di muoversi nel loro elemento, apparendo e scomparendo. Mimetizzandosi. Entrambi erano reali unicamente nello spazio di attimi e vivevano perlopiù solo dentro i cattivi pensieri altrui.

E nessuno dei due era davvero ciò che sembrava.

Leila sospirò, asciugandosi col labbro inferiore il sudore che colava da quello superiore; era anche spaventata, ma soprattutto era concentrata e i suoi occhi si rincorrevano ai limiti dello strabismo nelle profondità sfuggenti del vicolo.

Un adolescente la urtò correndo dietro al suo pallone, ma lei quasi non se ne accorse; poi, lentamente, come la testa di un serpente, una mano emerse dal buio e la invitò con un unico gesto suadente ad avvicinarsi. Quindi scomparve.

Leila esitò aggrappandosi alla concretezza di quella luce forte, lasciando alla realtà il tempo di ritornare a far presa su di lei.

Era tutto a posto.

Ora avrebbe ripreso la sua strada e sarebbe arrivata a casa in tempo per Mila e Shiro, campioni della palla a volo, sempreché sua madre non l’avesse messa in castigo, in quel caso non avrebbe protestato, si sarebbe data da fare coi compiti e poi, forse, la mamma le avrebbe permesso di aiutarla in qualche piccola faccenda domestica, cosÏ si sarebbero riappacificate in tempo per i cartoni del tardo pomeriggio.

Tutto in regola.

Leila entrò nel vicolo.

E fu davvero come superare un confine; il buio era abbastanza definitivo da superare ogni possibile adattamento dell’occhio umano e per via di qualche strano fenomeno acustico i rumori del traffico giungevano lontani e ovattati. Procedendo a piccoli passi nervosi, Leila avanzò su di un pavimento di rifiuti scricchiolanti, dentro un’atmosfera pesante di cattivo alcol e vomito rappreso; c’erano davvero brusii formicolanti, là dentro, e lei dovette resistere alla tentazione di cominciare a grattarsi. In alto, sulla sua testa, i due palazzoni separati dal vicolo quasi si toccavano tramite il protendersi amichevole dei loro vecchi balconi, tra i quali ogni luce era stata cancellata da decenni di sporcizia e incuria. La sensazione era quella di stare in una caverna.

Leila capÏ dall’odore di avere il barbone accanto a sé; senza pensare aprÏ la mano e quello ci mise qualcosa che lei riconobbe immediatamente per un gessetto.

Un gessetto colorato.

A Toni la cosa prendeva male e a Pino glielo aveva già detto:

"Mi prende male. Ho detto che mi prende male."

Ma Pino, quello stronzo, continuava a prendergli il gomito e a fischiargli nelle orecchie dandogli il tormento.

"Ma perché? Cazzo, perché? No, dico, cento carte. Mica meno."

Toni si scostava, ma Pino pareva incollato al suo gomito e al suo orecchio.

"Lo facciamo. Cazzo, se lo facciamo!" Pino rassicurava il tizio a voce alta, poi ricominciava a saltellare e ad alitargli nell’orecchio.

"Dai, cazzo. No dico, cento carte! E dai..."

Toni con uno scatto lo spinse via, mostrandogli i denti e poi diede un’altra occhiataccia alla strada e al tizio.

La strada era regolare: macchine che andavano su e giù, gente a piedi attenta solo a non pestare le cacche di cane e nessuno col tempo e la voglia di curiosare; manco un pensionato con le mani in tasca a tenere d’occhio il tempo, uno di quelli che poi saltano fuori e dicono: ‘Eccomi qua brigadiere, io ero là, a tenere d’occhio il tempo e ho visto tutto: due con la testa rasata e l’orecchino, uno che saltava come volesse pisciarsi addosso e l’altro grosso con l’aria decisa. E un tizio. Tre. Sono stati loro.’

Erano tutti ai giardinetti quel giorno, i pensionati, a rompere i coglioni agli spacciatori e cosÏ la strada era regolare e frequentata solo da chi sapeva farsi i cazzi propri.

Era il tizio che non quadrava.

Toni si mosse a disagio contro il muro di mattoni pieni, facendo dondolare alcuni chilogrammi di borchie e catene e squadrò il tizio cercando di non far caso a Pino che tornava alla carica.

"E dai, Toni. No dico...,"

Cento carte. Il tizio gliele aveva anche fatte vedere, le cento carte: un biglietto stropicciato come carta da culo, come se dal posto dal quale veniva quello ce ne fossero un numero imprecisato di altri, buttati là, cosÏ a caso, in mezzo agli scontrini e alla lista della spesa della settimana prima... Il tizio aveva la faccia rossa, i capelli biondi e spettinati e l’espressione di un mastino col mal di fegato.

E negli occhi c’erano odio e paura, che erano sentimenti troppo grezzi per quella faccia da parrocchiano.

Toni e Pino stavano contro al loro muro di mattoni, a decidere come buttava, quando il tizio era spuntato fuori dalla folla in marcia ai bordi della strada; o meglio era SCHIZZATO fuori come se la folla l’avesse sputato: un omuncolo qualsiasi, con l’anima colorata di grigio e la vita programmata già da due generazioni; un impiegatucolo di mezza tacca, con gli occhiali, la valigetta e la cravatta già un po’ allentata da mezza giornata di lavoro. Si era avvicinato accompagnato dallo scricchiolare delle sue scarpe nuove e aveva piantato la sua aria da pollo proprio davanti ai loro brutti musi e Toni già sghignazzava, incredulo che una pecora simile avesse addirittura CAMBIATO marciapiede per venire a farsi tosare da lui.

E poi la faccia del pollo va in pezzi per lasciare il posto a quell’aria da pazzo omicida; il tizio si ficca una mano in tasca e tremando e sputacchiando un po’ gli mostra il centone.

"C’è un lavoretto. Niente di pericoloso. In quel vicolo là."

Gli aveva mostrato un budello nero dall’altro lato della strada e Toni si era staccato dal muro, sulle spine, mentre quel ritardato di Pino già si immaginava i cento sacchi trasformati in un unico sacchetto di polvere bianca...

"C’è un barbone. Uno schifoso. Lo voglio morto."

Morto era una parola grossa, anche per uno come Toni e centomila erano poche, ma il tizio aveva fatto intendere d’essere ben fornito, a patto che il lavoro fosse fatto subito.

Toni pensava che il barbone aveva qualcosa che il tizio voleva; Toni pensava che se proprio bisognava fottere qualcuno, sarebbe stato meglio tirare fuori la lama e tagliare l’altoparlante a quel tizio cos" ben fornito di soldi. Chissà quanti biglietti stropicciati aveva in tasca? E chissà cosa c’era nella ventiquattro ore?

Solo che l’istinto diceva a Toni che il tizio era un brutto cliente.

"Toni. Oh Toni, cazzo... cento sacchi, ha detto. Ha detto solo per cominciare..."

Toni arraffò i soldi dalla mano del tizio e se li infilò in una tasca con un unico movimento rapido.

"Facciamo presto." Sibilò, e spinse Pino verso il bordo del marciapiede; dopotutto era solo un barbone e loro avevano la testa rasata e le idee chiare: lavori come quello ne avevano già fatti anche gratis, tanto per passare il tempo...

Già, il tempo.

Il tempo è strano.

Il tempo si da per scontato che ci sia, perché il sole va avanti e indietro e non si ferma mai, proprio come la gente sul marciapiede; notte e giorno, giorno e notte... si viene al mondo e ci appiccicano una data al collo; si muore e il cartellino ce lo mettono all’alluce e se facciamo tanto da comprare un detersivo, come minimo ci troviamo dentro un orologio, perché anche del bianco che più bianco non si può, che cosa te ne fai, se intanto non dai un’occhiata al tempo?

Perché il tempo va tenuto d’occhio, questo tutti lo sappiamo.

Ma quando sei al buio, il buio quello vero, dove non c’è sole ne orologio e dove persino il battito del cuore si stempera nel ronzio generale dei tuoi circuiti accesi che captano solo il vuoto, allora in QUEL buio, il tempo non esiste più.

Il sapere è acqua che cade e Leila era una terra arida.

Il potere è fuoco che brucia, è cosÏ che si comincia.

Leila percepiva più che vedere chiaramente i brusii concitati e frementi che provenivano dalla scura soletta dei balconi, e vibrava di angosciata solitudine, oppressa da scelte che sentiva troppo grandi.

CosÏ la presa si era allentata e lei si era voltata lentamente verso la luce.

E aveva visto i tre uomini entrare nel vicolo, con le loro facce buie e un lampo freddo in fondo agli occhi e rabbrividendo davanti alle loro fauci scoperte, li aveva riconosciuti per ciò che erano: lupi.

Avrebbero massacrato il barbone, invisibile accanto a lei, da qualche parte, e l’uomo ben vestito e spettinato se la sarebbe portata via sotto il braccio, come un pacchetto natalizio; o forse, qualunque sorte avesse in serbo per lei, avrebbe consumato le sue voglie l", nel vicolo, al riparo da sguardi indiscreti.

Leila sapeva di avere poco tempo; sapeva anche che avrebbe comunque dovuto cercare di fare qualche cosa. Qualunque cosa.

Chiuse gli occhi e annusò l’odore dei tre mescolato alla propria paura, cosÏ furono i brusii dall’alto, a dirle cosa fare.

Leila strinse più forte il gessetto e allungò la mano verso il muro; non l’avrebbero presa; non avrebbero preso il bisonte.

Il potere è fuoco...

Le macchine per la strada andavano e venivano; anche le persone sul marciapiede andavano e venivano e nessuno faceva caso al vicolo: quell’andirivieni era la vita della grande metropoli, la circolazione del sangue del suo immenso organismo; un continuo, inarrestabile divenire che non conosceva soste. Eppure, quel martedÏ, ci fu un momento particolare che ciascun membro di quella farneticante e multicolore circolazione sanguigna aveva pensato di vedere trascorrere in modo indolore sul proprio cronometro, un momento in cui invece qualcosa che stava accadendo dentro a quel vicolo, da dove il tempo era scivolato via, si prese il disturbo di arrestare il traffico concitato e di richiamare l’attenzione di tante persone.

All’inizio fu solo la luce: il sospetto di bagliori rossastri che occhieggiavano nell’oscurità e che fecero rallentare la gente, sempre pronta a disputarsi il merito dell’avvistamento di un qualsiasi disastro capace di spezzare per pochi attimi la monotonia di tutto quel precipitarsi da un marciapiede all’altro.

Un uomo avvolto da un cappotto color cammello si arrestò esitante e strizzò gli occhi dietro le lenti, aggrappandosi più saldamente al borsello, come cercandovi conforto.

"Ma che cavolo succede, la dentro?"

Accanto a lui, l’autista di un Autobus che faceva capolinea lÏ vicino, avanzò di un paio di passi, con le mani in tasca, il cappello all’indietro sulla testa e il nodo della cravatta allentato: pareva una guardia di frontiera sudamericana in un film con Chuck Norris; non gli mancavano ne i baffi ne lo stecchino in bocca.

I due rimasero affiancati, mentre altra gente rallentava, arrestandosi in ordine sparso e altra ancora accelerava bruscamente, per portarsi a distanza di sicurezza. Il vicolo sembrava una scatola nera, rovesciata tra i palazzi, in cui qualcuno avesse lasciato colare un buio grumoso e compatto; sul fondo, verso il muro, i bagliori si facevano più vivi e roteavano su sé stessi disegnando spirali nell’aria.

Una studentessa bionda, coi libri imprigionati da una cinghia, suggerÏ la similitudine con un vulcano in eruzione e un suo coetaneo la fulminò con uno sguardo di gelido disprezzo. Nuovi arrivati cominciarono a farsi largo per vedere; alcuni chiedevano ai primi cosa stesse accadendo di interessante e l’autista del bus, forse per il solo fatto di avere indosso una divisa, si teneva in dovere di informare chicchessia su quello che sembrava " un principio di incendio."

"E perché non lo spegnete?" SuggerÏ qualcuno, alquanto avventatamente.

"E perché non lo spegne lei?" Contrattaccò il signore col cappotto cammello. Qualcun altro, forse una commessa che aveva appena terminato il turno al Self-service, disse:

"Qualcuno dovrebbe chiamare i vigili del fuoco..."

Già. Ma chi?

Poi le cose precipitarono.

Dal fondo del vicolo arrivò una forte corrente, come lo spostamento d’aria di una deflagrazione e furono in molti a pensare a una bomba: le prime file di curiosi si fecero improvvisamente indietro; alcuni caddero e furono calpestati. Si udirono grida e imprecazioni.

Ma le grida più forti venivano dal vicolo.

Come ravvivate dalla corrente d’aria, lingue di fuoco vibrarono nel buio, aggrappate a forme confuse che si dibattevano invisibili, poi fu il buio stesso a prendere vita e a tremare vistosamente, animandosi. La studentessa bionda allungò un braccio nella calca di persone che si spingevano urlando e maledicendosi e indicò verso l’alto i balconi che letteralmente coprivano la viuzza.

"Guardate... Il terremoto."

Alla ragazza era sembrato che i balconi stessero crollando. Invece volavano.

Il vicolo vomitò uno sciame apparentemente infinito di grossi pipistrelli neri che si riversò nella luce del pomeriggio, urtando contro le persone e confondendosi con esse, facendo impennare la frequenza e l’intensità delle urla. Dietro a pipistrelli, dal buio emersero due figure scure, che si dibattevano avvolte dalle fiamme: erano due giovani, con giubbotti di pelle e stivali da motociclisti, due giovani dalle teste rasate che rotolarono sull’asfalto, in mezzo a una frenetica danza pagana di passanti isterici coi capelli impigliati tra le zampe di pipistrelli impazziti.

L’uomo cammello e l’autista si guardarono, pallidi e tesi, mentre la folla si richiudeva attorno ai due disgraziati in fiamme più per caso che per volontà di intervento, poi entrambi guardarono nel vicolo e videro che se i bagliori se n’erano andati assieme ai due uomini incendiati, l’oscurità pareva essere stata espulsa con i pipistrelli, come fosse stata la loro stupefacente abbondanza a costituire il buio.

L’uomo cammello e l’autista rimasero in contemplazione per un lungo minuto, perdendosi l’arrivo di un’auto della polizia e il seguente e alquanto tardivo spegnimento delle fiamme. Dopo quel minuto, l’uomo cammello si tolse gli occhiali e cominciò a pulirli contro la manica del cappotto, a testa bassa; l’autista invece sputò lo stecchino e tolse le mani dalle tasche senza riuscire a trovare loro un’occupazione alternativa.

La parete di fondo del vicolo era coperta da un grande murales rosso vivo: lingue di fuoco leccavano languidamente il muro, inclinate verso sinistra da una brezza immaginaria abbastanza reale da provocare brividi .

Ai piedi del muro, tra un vecchio impermeabile sporco di gesso e uno zainetto di Sailor-Moon, c’era il cadavere di un grosso lupo grigio, con le fauci contratte dalla morte e la gola attraversata da due lunghe frecce brune; accanto a lui c’era una ventiquattr’ore aperta contenente dozzine di pubblicazioni pornografiche che sventolavano esposte all’alito d’un aspiratore d’aria e poco più lontano un uomo nudo e sicuramente morto, se ne stava rannicchiato, immerso nel proprio sangue versato; puntava verso il lupo un braccio magro, profondamente inciso per tutta la lunghezza.

L’autista e l’uomo cammello evitarono accuratamente ogni commento, si separarono senza più guardarsi e ripresero ognuno la propria strada per non più incontrarsi; alle loro spalle, quattro poliziotti si agitavano cercando di fare riprendere la circolazione, prima che alla città venisse un ictus, e sul marciapiede, un giovane senza più la faccia moriva sussurrando nell’orecchio di un’agente chino su di lui:

"Mi prende male... l’avevo detto...che mi prendeva male..."

L’agente non poteva non convenire che tutta quella storia prendesse malissimo.

La bambina ora è in piedi, immobile; a uno a uno i pensieri le si staccano dalla testa come gocce di rugiada da una foglia...

Quanto tempo ha passato da sola al buio?

La roccia è ancora fresca, sotto la sua guancia accaldata.

I suoi cacciatori aspettano, accucciati sulle loro pance vuote, coi loro occhi rossi e le facce dipinte del colore della morte: il loro spirito ora è sottile e affilato come la punta della freccia.

La bambina accarezza la roccia con gesto pigro, segue compiaciuta le linee che imprigionano il destino del bisonte e sotto le sue dita la roccia E’ il bisonte e pulsa come il suo fianco.

Il bisonte sta arrivando.

Gli uomini si sarebbero lavati col suo sangue; avrebbero mangiato e preso di nuovo le femmine; avrebbero dato la morte e poi la vita.

La bambina si scuote di dosso il torpore di quella nuova veglia e si volta nel buio, avviandosi coi suoi piccoli passi nervosi; ali grandi e fredde le sfiorano il viso e sembrano spingerla fuori, verso la luce.

L’occhio giallo le da il benvenuto, ferendole gli occhi ed esplodendole nella testa; il mondo è un foresta verde che gocciola di prostrata umidità nella calma ingannevole di un meriggio insanguinato, mentre un sole giovane e violento illumina il suo popolo, che geme d’incantata meraviglia.

La bambina alza le braccia nude al cielo abbacinante, vestito di flaccida afa e gli uomini le mostrano le loro armi affilate, guardandola con occhi che mandano sinistri bagliori.

"Madre, madre..."

Sussurrano dondolando e lei sorride, perché loro sono una terra arida , e lei è acqua che cade.

"Il potere è fuoco che brucia..."

Spiega loro.

 

 

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