NOTTE DI SANTA LUCIA, di Enrico Girardi

Ho trentotto anni. Lavoro in una scuola media di provincia dove insegno matematica, scienze e scacchi. Non ho mai pubblicato racconti e non ne ho nemmeno mai scritti. Lo scorso novembre sono stato costretto a casa per tre settimane a causa di un intervento chirurgico. Smanettando con il computer ho visto che esistevano numerosi concorsi letterari, fra cui il vostro, e ho provato a partecipare. Leggo parecchio. Tra gli autori italiani mi piacciono Vassalli e Tabucchi, tra i classici Borges. Fantascienza pochissima. Se non fosse per qualche romanzo di Crichton, consigliatomi dai miei alunni, sarei fermo a Verne, che ho letto con passione da bambino. Sono abbonato a Le Scienze.


Domattina Alice si sveglierà, si ricorderà subito che è un giorno speciale, dalla sua cameretta si precipiterà in salotto, si fermerà sulla porta per un attimo, giusto il tempo per una visione d'insieme, poi eviterà mandarini, fichi secchi e noci, e comincerà ad aprire i pacchetti colorati partendo da quello più vicino. Alice è mia figlia. E domani è il 13 dicembre. Qui da noi è il giorno di Santa Lucia; la Santa passa durante la notte per portare i regali ai bambini buoni, quelli richiesti qualche giorno fa con una letterina scritta insieme ai genitori, se i bambini sono stati cattivi porta invece il carbone. Mai conosciuti bambini cattivi, mai visto carbone vero, a volte arriva il carbon dolce, insieme alla cioccolata e al mandorlato. In altre zone d'Italia è Babbo Natale, in altre la Befana, in altre ancora sono i morti che portano i regali. Cambia la data, cambia chi ha il compito ingrato di visitare tutte le case, magari passando per il camino e lasciando il somarello o le renne parcheggiate in giardino; sono cambiati, con il tempo, i regali, le letterine sono ora scritte con il computer, i bambini non si chiamano più Giuseppe o Teresa, ma i Jonathan, le Serene, i Denis in quel momento, a quella visione, provano esattamente le stesse sensazioni che provavamo noi o i nostri genitori quando eravamo piccoli.

Alice ha cinque anni, e forse per l'ultima volta vivrà questo momento; forse, poco prima del 13 dicembre dell'anno prossimo un ragazzino le si avvicinerà con fare "da grande" in un aula di prima elementare e con aria vissuta le domanderà: "Lo sai chi è Santa Lucia?". E il danno è fatto. Inizio del dubbio, fine del sogno. Prima vera perdita d'innocenza e prima vera consapevolezza. La domanda successiva sarà: "Ma credi ancora a Santa Lucia?". E l'infanzia, quella vera, sarà finita, per sempre. Un processo irreversibile che farà crescere Alice e che renderà un po' più poveri e vecchi anche noi suoi genitori, visto che lei è l'unica nostra figlia e che altri non ne arriveranno.

Per questo Marta ed io prepariamo con cura i pacchetti questa notte, per questo c'è molta ritualità nei nostri gesti, c'è tanto amore, tanta "famiglia"; c'è il sapore agrodolce della nostra vita che si consuma, che è bella, che ci rende felici, ma che si consuma.

Se fossi un padre e un marito come gli altri vivrei bene questa serena quotidianità familiare esattamente come lo fa Marta. Non è così, quello che mi nascondo dentro è così grande e pesante da schiacciarmi. Non so perché sia successo proprio a me. Quello che ho scoperto - ma è giusto ancora usare questo verbo? - è la più grande rivelazione nella storia della scienza e, contemporaneamente, la fine della scienza stessa. Posso far uscire l'umanità intera dalla sua infanzia conoscitiva. Posso essere io quel bambino che dice ad un altro: "Lo sai chi è Santa Lucia?", solo che al posto di mia figlia Alice c'è tutto il genere umano. Inizio del dubbio, fine del sogno. Fine del sogno. FINE DEL SOGNO. Fine dell'illusione che la musica sia musica, che l'arte sia arte, che le scoperte scientifiche siano un prodotto del pensiero umano, che, in ultima analisi, l'uomo sia dotato di un pensiero originale. Tutto questo per merito o per colpa mia, o forse nemmeno questo è vero: sono semplicemente stato scelto. Ma allora: perché proprio io?

Alice dorme profondo, domattina si sveglierà e goderà dei regali di Santa Lucia, giocherà tutto il giorno. Marta riposa felice, domani abbiamo preso un giorno di ferie per stare tutti uniti. Io non riesco a farlo, sono immensamente solo. Sono oppresso da una responsabilità gigantesca. Ho bisogno di mettere un po' d'ordine in questa mia testa; a volte scrivendo, ci si schiariscono le idee. Soprattutto, un software per videoscrittura è l'unico confidente che posso permettermi nella mia situazione. Andiamo con ordine.

 

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7 Febbraio 1995

La cultura

Si andava a volte, con chitarra e flauto, ricordo il registratore acceso nascosto nella borsa indiana di Davide appesa a qualche spalliera di vecchia sedia in paglia. Si andava, su indicazione di amici o semplicemente ritornando in contrade già conosciute per qualche festa tra anziani o alle sagre di paese.

Quella sera fu tra le migliori. La mia vecchia R4 ci portò dalla nebbia della pianura al cielo stellato, la luna illuminava le bianche lastre d'ardesia che da sempre sulle nostre montagne delimitano i terreni di pascolo. I Vurmi era rimasta una delle poche contrade non disabitate e non ristrutturate come seconde case da montanari arricchiti o cittadini colonizzanti. Persa tra i castagneti, conservava il fascino di un'architettura essenziale dettata dalla povertà di materiale e dalla scarsa vena innovativa della gente di montagna.

Ci avevano informato che, per il compleanno di una cugina avrebbe suonato il Nello. Nello Grobberio, ottantasettenne, uno degli ultimi "sonadori" superstiti. Eravamo attesi, anche a noi sarebbe toccato una fetta di "bole" e "recioto" a volontà.

Cosa spingeva noi, che eravamo studenti universitari di chimica e legge, lassù, tra quella gente così lontana? Per Davide sicuramente un autentico interesse culturale; il suo progetto di recuperare il maggior numero possibile di antiche cante dell'altipiano, registrarle dalle voci di anziani interpreti, scriverne musica e parole, pubblicare poi un libro. Si sentiva un po’ investito dal compito di trasmettere alla gente del millennio successivo qualcosa di quello che stava terminando e che lui riteneva importante. Io ero coinvolto da Davide, avevo sempre ammirato chi era in grado di provare una grande passione per qualcosa, qualsiasi cosa. Mi aveva coinvolto nel suo gruppo musicale, suonavo i fiati: flauti, pive, bombarde. Suonavamo soprattutto quello che avevamo scoperto, nelle situazioni che ci si presentavano: seminari di musica popolare nei conservatori, scuole, feste private, negli alberghi del lago per i turisti stranieri. Ma era il momento della ricerca che mi piaceva di più, l'incontro con gli anziani, i ricordi di una vita scandita dalle stagioni e dalle sagre legate ai tempi dell'agricoltura di sussistenza e della pastorizia. Era forse per me la fuga da un mondo che non mi piaceva, da coetanei che vivevano a velocità eccessiva, dalla povertà dei rapporti umani che si trovava in città. E poi Davide non aveva la patente, cosa assai inconsueta per un venticinquenne degli anni '90; aveva sempre bisogno di un passaggio.

"Eco, ariva i foresti, taca a sonar Nelo!"

La R4 non era passata inosservata nel silenzio della vallata; eppure l'avevamo lasciata dove finiva il viottolo sterrato, all'inizio della contrada. Entrammo: una vecchia cucina economica con sopra un paio di pignatte fumanti, un tavolo ricoperto da un telo di plastica colorata, bottiglie di vino, pan biscotto. Cinque vecchi, tre donne e un gatto ci stavano aspettando.

"Faghe sentir qualcossa a sti zoeni de cità"

"Buongiorno, permesso"

"Entrè in pressia, sioreti, che se ingiassemo tuti, noaltri semo veci!"

Lo chiamano dialetto, ma è una lingua, affonda le sue radici nei mille anni di storia della Serenissima Repubblica. Qui da noi per molti, e non solo anziani, è l'unica lingua, per tanti altri è la lingua della confidenza, quella che si usa con i familiari e gli amici veri.

I sonadori vivevano muovendosi da contrada a contrada, suonavano per le feste, i matrimoni, venivano pagati con farina e formaggi. Erano amati per la loro musica, ma considerati "strani" dalla gente normale; niente terra da lavorare, girovaghi, spesso senza famiglia, vivevano alla giornata e non di rado erano costretti a girare alla larga da sentieri già battuti per evitare l'ira di mariti, padri e fratelli di donne che, incantate dal fascino del "foresto", avevano troppo concesso al "sonador" di passaggio. Erano anche cantastorie, i portatori di notizie in un'epoca di analfabeti ancora lontana dall'avvento di radio e televisione. Non di rado si dedicavano anche a piccoli commerci, cose che potevano facilmente trasportare, sapone di Marsiglia, bottoni e quant'altro. Nello era stato tra gli ultimi, negli anni '30, prima dell'ultima guerra.

Magro, curvo sulla fisarmonica, muoveva a fatica le dita non più agili sulla tastiera. Si produsse in una serie di polche, di sotis, di manfrine, tra le quali una che non avevamo mai sentito. Purtroppo le donne, intimidite dalla nostra presenza e frenate dagli acciacchi dell'età, non vollero ballare. Accompagnai Nello con il flauto in fa, ne venne fuori una porcheria, ma un po' per il vino, un po' perché eravamo tutti allegri, nessuno se ne accorse. Probabilmente era solo il fatto di suonare e cantare con loro che non ci faceva essere completamente estranei, eravamo passeggeri di una stessa nave, seppur con provenienze e mete diverse. E poi, al solito, Davide fu un maestro nel conquistarsi la complicità del vecchio interprete.

"Nelo, la seto quela de la Dele?"

"No, caro dal signor, le gò desmentegàde tute!"

"Bevi, che te fa bon!"

In realtà, l'obiettivo principale del mio amico era quello di farsi cantare una versione integrale de "La cavra del Bertoncelli", un classico della regione del quale era riuscito a recuperare la musica e la maggior parte del testo. Alcune strofe erano però ancora incomplete; c'eravamo spinti fin lassù, pensa un po', per avere una versione completa de "La cavra del Bertoncelli"! Davide sosteneva che l'interezza del testo era fondamentale e che poteva chiarire alcuni dubbi sulle tecniche d'allevamento dei caprini nella montagna veneta nel settecento.

Beh!, io la "cavra" non l'avevo mai sentita, ma appena Nello attaccò, ebbi subito la sensazione che quell'aria non fosse nuova nemmeno per me, che mi arrivasse da un passato lontano. Aveva una buona voce da basso, la memoria era incerta, la stanchezza della serata cominciava a pesare; Davide lo imbeccava avendo l'accortezza di non precederlo mai nel canto, piano piano la canta si completava e risolveva come un puzzle. Commozione per Nello che, grazie alla maieutica del mio amico, ritrovava uno degli "hits" della sua gioventù, grande soddisfazione per Davide, obiettivo raggiunto, serata proficua.

Poi via verso la pianura, bisognava stare attenti: prima il ghiaccio, poi la nebbia. E mi ricordo di quei discorsi da studenti.

"La cavra del Bertoncelli è citata anche nel trattato del Marangon"

"???"

"Una pubblicazione dell'editore Mardesteig, Verona 1884: Fole, conte e cante degli altipiani"

"Davide, perché tutta questa fatica? Perché è così importante secondo te ricordare tutto? Non sarebbe meglio lasciar morire il passato insieme a questi vecchi? Non ti sembra di derubarli di qualcosa?"

"Sì, hai ragione, ma è anche il modo per farli continuare a vivere. E poi, in quest'epoca di musica, cinema, televisione, vestiti uguali dall'Australia all'Europa, dal Messico alla Cina, non dimenticare ciò che ci rendeva diversi dagli altri è forse l'unica opposizione a questa omologazione planetaria. Lo sai? Il mese scorso sono stato da un'amica a Berlino: aveva una libreria identica alla mia!"

"Libreria Ikea?"

"Sì, modello Ivar. E' bella, costa poco. La disegnano in Svezia, usano legno malese, lavorano i pezzi in Polonia e ognuno se la monta a casa sua. Mi piaceva, quando l'ho vista a casa di Anja ho avuto un brivido per la schiena. Non mi piace più. I nostri figli vivranno in un mondo di tutti-uguali."

"Però cantare e ballare come i nostri antenati resterà sempre una cosa di pochi, di piccoli circoli di appassionati, magari un po' snob."

"Saranno loro che terranno accesa la fiammella dell'identità culturale, del senso di appartenenza ad una etnia."

E via così, poi Davide cantò "La cavra", quasi per impadronirsene, farla sua, mandare subito a memoria tutto il testo. Probabilmente ne esistevano un tempo diverse versioni, forse ciascun "sonador" ne aveva una propria, ma quella era la prima volta che ne avevamo una completa. La cantammo insieme, Davide, libero da impegni di guida, ne scrisse il testo in matita sul suo quaderno; per me rimaneva la sensazione di un motivo già conosciuto e non facente parte del nostro repertorio di musica tradizionale, qualcosa di diversa provenienza. Poi, vinto dalla stanchezza, il mio compagno passò ad una confusa canticchiata, poi ad un mormorio indistinto prima di addormentarsi pesantemente. In quel momento, grazie a quei processi sorprendenti della mente umana, ebbi un'illuminazione:

"Mia nonna!"

"Mi hai svegliato. Tua nonna cosa?"

"Mia nonna cantava "La cavra". Beh, non proprio. Cantava una ninnananna a mio fratello, e probabilmente lo fece anche con me, con lo stesso motivo."

"Tua nonna polesana? Ne sei sicuro?"

"Sì, sì, mi ricordo anche qualcosa: el gà ma-gnà le pa-pe ca-roel me bu-tin…"

"La gà le te-te fia-pe el pie-tro ti-rà su…; sorprendente, è proprio la stessa. Forse una donna dell'altipiano andata a vivere tra Po e Adige, un matrimonio combinato. Spesso i contadini della bassa arrivati ai trent'anni senza essere ammogliati si rivolgevano a qualche sensale. Questi battevano le zone di montagna alla ricerca di donne disposte ad abbandonare castagne e pecore per la vita della pianura. Interessante però questa trasformazione in ninnananna, profuma di nostalgia di una madre per la propria gioventù, ricordi di prati verdi e notti stellate affogati nella nebbia sul fiume; te lo immagini il suo primo incontro con le zanzare? Tua nonna è morta vero? Peccato, sarebbe stato bello avere il testo completo."

Sì, mia nonna era morta sei anni prima, però era stato commovente per me ritrovarla in una canta di montagna. Forse aveva proprio ragione Davide a dire che quello che facevamo serviva a non far morire i nostri vecchi, a farli restare ancora con noi. Con le loro cante, le fole, le danze, i giochi antichi con i quali erano cresciute decine di generazioni. E che il gran male della nostra società è quello di aver perso la memoria del passato. Uomo bianco non hai più radici.

 

15 Marzo 1995

La scienza

Ero all'ultimo anno d'Università. Facoltà di scienze, corso di laurea in chimica, indirizzo biochimico. Mi mancavano ancora due esami complementari, ma già da qualche mese stavo lavorando alla tesi: ricorrenze statisticamente significative di sequenze di basi nucleotidiche nel dna di e.coli. Tesi da me proposta al docente di biogenetica, che accettò di farmi da relatore, devo dire con un certo entusiasmo. Certamente non una tipica tesi da chimico, bensì più da matematico o da enigmista.

Il DNA, la supermolecola essenziale per la duplicazione delle cellule e per la costruzione delle proteine consiste di lunghe catene di molecole relativamente semplici chiamate nucleotidi. Ogni nucleotide è composto di tre parti, due sono sempre uguali e solo una, la base, distingue un nucleotide da un altro. E' sufficiente quindi specificare la base per identificare il nucleotide. Le differenti basi che compaiono nei nucleotidi sono solamente quattro: A (adenina), G (guanina), C (citosina) e T (timina). Il DNA di qualsiasi essere vivente può quindi essere semplicemente rappresentato da un'unica lunga sequenza formata da queste quattro lettere, ad esempio ….CTTGAGCTGATAAGTCG…. La complessità del problema è data dalla lunghezza di queste sequenze. Il DNA del batterio Escherichia Coli era stato molto studiato dai biologi molecolari che proprio in quegli anni ne avevano risolto la sequenza formata da circa venti milioni di basi.

Questa "parola" lunga venti milioni di lettere prese da un alfabeto che ne possiede solo quattro era appunto il mio oggetto di studio. Cosa dovevo verificare? Se c'erano delle serie di 2,3,4 o n lettere presenti più di quanto ci si potesse statisticamente aspettare. Ad esempio per la serie AGGT bisognava contare quante volte si presentava nella "parola" lunga venti milioni di lettere e calcolare quante volte avrebbe dovuto presentarsi nel rispetto delle leggi della casualità; se i due valori erano sufficientemente distanti la serie AGGT veniva, per così dire, segnalata. Il mio compito finiva lì, un lavoro squisitamente induttivo; ad altri sarebbe toccata l'interpretazione delle mie eventuali interessanti "scoperte". Io progettavo le prove da fare, mi producevo il software necessario allo scopo, utilizzavo il computer del dipartimento di fisica che girava anche per me nelle "code di calcolo", durante la notte. La mattina vedevo i risultati e decidevo di conseguenza le nuove prove, il pomeriggio programmavo la macchina, di notte il cervellone lavorava e la mattina successiva avevamo un nuovo appuntamento; naturalmente durante la giornata mi rimaneva parecchio tempo per preparare gli esami residui.

Di quel periodo ricordo con piacere gli sforzi e le conquiste della mia instancabile mente giovane, e la serenità che derivava dalla completa dedizione ad un lavoro intellettuale nell'illusione d'essere utili allo sviluppo della scienza.

A volte, nei momenti di stacco, la sera con gli amici, andando in bici da casa alla facoltà o nel dormiveglia il mio cervello, forse per riposarsi, giocava con quelle quattro lettere A, C, G, T; le rimescolava, le disponeva nei modi più strani, tentava di scovare chissà quale codice segreto che permettesse di estrarre da quel caotico guazzabuglio un qualsiasi recondito ordine. Fu proprio a letto prima di addormentarmi, dopo una serata passata con gli amici del gruppo a provare un paio di pezzi appena scoperti da Davide che, forse anche grazie a qualche contributo etilico, mi venne la strana voglia di mettere quelle quattro lettere su un pentagramma. Una lettera una nota naturalmente, quindi solo quattro note: do, re, mi, fa ad esempio. Tempo quattro quarti, ogni lettera una croma, otto lettere una battuta. Scrissi un dozzina di battute tratte dalla sequenza: ne venne fuori qualcosa che non si poteva proprio chiamare musica.

Il giorno dopo, quel 15 marzo appunto, l'idea di poter in qualche modo "suonare" il DNA dell'Escherichia Coli non mi abbandonò. Cercai quindi un modo un po' più raffinato per tradurre una sequenza di lettere in una frase musicale. Pensai che mi servisse almeno un ottava completa. Poiché ci sono dodici altezze in una ottava avevo bisogno di un codice che trasformasse combinazioni di due lettere in una nota, avendo così a disposizione sedici differenti possibilità. Provai con una tabella più o meno così:

A

C

 

G

T

A

AA

Pausa

AC

Do

AG

Do

diesis

AT

Re

C

CA

Re

diesis

CC

Pausa

CG

Mi

CT

Fa

G

GA

Fa

diesis

GC

Sol

GG

Pausa

GT

Sol

diesis

T

TA

La

TC

La

diesis

TG

Si

TT

Pausa

Inoltre decisi che una ripetizione di un gruppo di due lettere non venisse letta come due crome separate bensì come una semiminima. Scelsi ancora come tempo i quattro quarti, una battuta era formata così da sedici lettere. Con una certa soddisfazione vidi che quello che si otteneva assomigliava molto di più a della vera musica. Provai anche a suonarla con il flauto dolce: certamente non orecchiabile, non bella, ma conoscendo le sue origini manteneva un certo fascino.

Entusiasmato dalla faccenda feci questa prova. Tradussi la prima musica che mi venne in mente, un'intera strofa della "cavra del Bertoncelli", otto battute, in una sequenza di centoventotto nucleotidi. Sparai questa sequenza nel cervellone per vedere quale sua parte era presente nel DNA dell'E.Coli. Dalla mia esperienza mi aspettavo la rilevazione di sequenze costituite da quindici-venti lettere al massimo. La mia sorpresa fu enorme nello scoprire che una sequenza di ben 85 lettere derivanti dalla musica della "Cavra" era presente nel DNA del batterio. Feci calcolare alla macchina la probabilità che una serie casuale di 85 lettere fosse presente in una sequenza che ne conteneva venti milioni: una su 19300; e il risultato mi lasciò di sasso.

Dunque. Avevo giocato inventando un codice che trasformava note musicali in sequenze delle quattro lettere A,C,G,T e viceversa. Sempre per gioco avevo trovato che la musica di una canta tradizionale veneta era presente nel DNA del batterio che stavo studiando da mesi; che questa cosa era accaduta pur se estremamente improbabile; e che tutto questo era privo di senso. Però era lì, l'avevo visto, e le possibilità erano due: o io casualmente avevo imbroccato quell'unico caso su circa ventimila o c'era una qualche misteriosa relazione tra musica e la successione di nucleotidi nel DNA.

Quel giorno, di mercoledì, avevo il mio settimanale incontro con il relatore per informarlo sul procedere del mio lavoro, per decidere insieme le strategie per proseguirlo. Dopo le consuete analisi delle prove svolte in settimana ed aver discusso le linee di ricerca per il futuro, vinto dall'impazienza gli accennai del codice di traduzione musico-genetico e della sorprendente correlazione trovata. Non diedi molto peso alla faccenda, la presentai come un divertissement, una curiosità.

"La ritenevo una persona seria, non perda tempo in queste sciocchezze, e per favore non ne parli in giro; non si renda ridicolo coinvolgendo anche me per giunta! Non voglio diventare la barzelletta dell'Istituto!"

Il tono di voce, lo sguardo gelido testimoniavano un'autentica incazzatura del professore. Nessun dubbio: se avessi voluto continuare con le mie strane ricerche, e sapevo bene che l'avrei fatto, non avrei dovuto parlarne con nessuno. Pena il 110 e lode a cui aspiravo, il concorso per il dottorato, il posto da ricercatore a cui ambivo e che pensavo avrei potuto meritare.

Cominciò allora la mia solitudine.

17 Ottobre 1998

La musica

La mia carriera universitaria proseguì nel rispetto delle previsioni. Questo mi permise di sposare Marta, conosciuta tra gli invitati di un matrimonio al quale eravamo andati per suonare danze tradizionali, di avere una figlia. Avevamo una vita normale. Entrambi laureati, mia moglie veniva chiamata per qualche supplenza nelle scuole superiori; facevamo parte di quella minoranza al di sopra alla media culturalmente, ma che economicamente ne restavano al di sotto, perlomeno rispetto ai nostri coetanei. Trilocale in affitto vicino all'Università, auto usata, l'unico lusso che ci concedevamo, prima dell'arrivo di Alice, erano i nostri viaggi estivi in Asia e in America Latina. Evitavamo accuratamente quelle che chiamavamo le "riserve per i turisti bianchi", ci piaceva gironzolare senza meta, incontrare gente comune, tentare di conoscere differenti culture nella loro quotidianità. La nostra padronanza delle lingue straniere e il cambio favorevole ci permettevano di vivere con piena soddisfazione i due mesi che ogni anno passavamo oltre oceano. Ritornavamo ricaricati e felici di ritrovare la nostra casa, le nostre amicizie, le nostre abitudini: il cineforum, il ciclo dei concerti, le domeniche in collina con la bici.

Però, come previsto, le mie ricerche clandestine invasero progressivamente la mia vita. Grazie allo sviluppo dei PC mi fu possibile eseguire tutte le prove sul computer di casa, evitando così che qualsiasi altra persona ne venisse a conoscenza. I tentativi andarono in molte direzioni. Dedicai molte energie al perfezionamento del codice di traduzione musico-genetico: innanzitutto dovevo rendere traducibile una musica che si estendesse su più ottave, possibilmente su tutta la finestra di udibilità dell'orecchio umano; poi, in qualche modo, bisognava tener conto delle diverse durate delle note, dalla breve alla semibiscroma. Non potevo poi accontentarmi di eseguire i test esclusivamente sul DNA dell'E.Coli. Fortunatamente tutto il mondo della biogenetica lavorava per me: in quegli anni si completarono le sequenze di basi nucleotidiche di altri esseri viventi procarioti: l'Haemophilus influenzae, il Mycoplasma genitalium, il Saccharomyces cerevisiae e altri ancora; i risultati erano di dominio pubblico e vi ci si poteva accedere comodamente da casa grazie ad Internet.

Ma il grande salto di qualità delle mie ricerche venne dai risultati dell'Human Genome Project (HGP). Nella seconda metà degli anni '90 vi furono enormi finanziamenti per lo studio del DNA umano; per la prima volta nella storia della biologia le risorse scientifiche ed economiche dedicate ad un unico progetto di ricerca furono dello stesso ordine di grandezza di quelle solitamente destinate alla fisica delle particelle. L'obiettivo era grandioso: completare la sequenza per l'Homo sapiens, costituita da circa 10 miliardi di basi, l'equivalente di 750 Megabyte d'informazione. Uno sforzo colossale, migliaia di ricercatori coinvolti, investimenti complessivi dell'ordine delle decine di miliardi di dollari, quindici anni il tempo stimato per portare a termine l'impresa. Ma la ricaduta, soprattutto nel campo della prevenzione e cura delle malattie genetiche era così importante da giustificare tutto ciò.

Mano a mano che venivano risolte porzioni della sequenza del DNA umano io le prelevavo dai siti degli enti di ricerca, le salvavo sull'hard disk e mi rimanevano così a disposizione per i miei giochini. Su quelle sequenze i risultati delle prove furono sconvolgenti. Il DNA umano risultava essere pura musica, per lo più semplici motivi orecchiabili e cantabili, del genere di quelli prodotti dalla tradizione popolare in tutto il mondo. Questa permanente musicalità mi permise di eliminare alcune imperfezioni nel codice di traduzione musico-genetico che trovò così la sua forma definitiva perlomeno per ciò che riguarda una successione temporale di note, cioè per quello che i musicisti chiamano melodia.

Come vivevo questa avventura intellettuale? Il mio stato d'animo oscillava tra un'esaltazione quasi mistica, un autentico stato di trance che mi portava a lavorare per notti intere senza affaticarmi e una profonda depressione per non poter condividere con nessuno tali scoperte. La mia vita conservava un'apparenza di normalità. Il lavoro di ricerca "ufficiale" per l'Università proseguiva ovviamente senza particolari successi, tuttavia riuscivo a produrre la necessaria quantità di "carta", articoli e pubblicazioni per riviste specializzate, che mi permettevano di sopravvivere senza passare per un rubastipendio; avevo poi imparato l'arte di far lavorare per me i laureandi. A mio merito devo dire di essere riuscito a non trascurare la famiglia, forse per questo ho mantenuto una certa sanità mentale. Per Marta ero un marito affettuoso con l'unico difetto di essere un po' troppo preso dal lavoro, ma questo è un vizio di molti mariti. Alice era nata da pochi mesi e ho vissuto la paternità con gioia e impazienza. Non avevo più tempo invece per gli amici, ma il distacco da loro fu solamente un poco più rapido e netto di ciò che solitamente capita a chi si sposa e genera dei figli.

Che strategia tenevo per le mie ricerche? Che piste seguivo? Andavo avanti brancolando nel buio, ma trovavo sempre una strada nuova; i progressi erano continui. Mi rimaneva in testa però l'assurdità di quello che mi si presentava. Il fatto che il DNA umano risultasse molto più musicale degli altri, che alcune sequenze fossero identificabili in successioni di strofe e ritornelli, che tutto questo sembrasse opera di un qualche supremo compositore, mi sembrava francamente ridicolo.

Il passo successivo per me fu quello di anticipare gli esperti dell'HGP. Provai a completare "ad orecchio" una trentina di sequenze che erano rimaste incomplete e rimasi ad aspettare. Puntualmente, il 17 ottobre appunto, in una serata piovosa i dati appena messi in rete dalla Human Genome Organization (HUGO) coincisero esattamente con quelli da me previsti "musicalmente". Confesso: la prima reazione fu quella di mettermi a ridere come un matto pensando a quanti soldi ed energie mentali avrebbero potuto essere state risparmiate.

Ora ne ero sicuro: anche se tutto ciò rimaneva senza nessun senso scientifico c'era una logica musicale nel DNA umano. E io l'avevo scoperta. Ed ero l'unica persona al mondo a conoscere un segreto che, come minimo, poteva far risparmiare qualche miliardo di dollari! Chissà cosa ne avrebbe pensato il mio relatore così preoccupato della sua immagine e di quella dell'istituto.

 

16 Giugno 2002

La celebrità

Mai avrei pensato di essermi ritrovato lì dopo tanti anni. Il negozio di dischi nella via pedonale del centro era il nostro punto di ritrovo da preadolescenti. Ci si incontrava in quel posto lasciando i Ciao legati con i lucchetti a qualche decina di metri di distanza. Si dava un'occhiata a quei quadrati di plexiglas che contenevano la grande novità, il prodotto rivoluzionario nel campo della riproduzione dei suoni: il Compact Disc. Si sceglievano quelli interessanti, si facevano noleggiare ad Andrea, l'unico con il lettore CD a casa, che li registrava per tutti sulle vecchie cassette a nastro, fruscianti sì, certamente sequenziali ma tanto, tanto più economiche. Poi si finiva il pomeriggio mangiando un gelato, guardando le ragazze che passavano, e via a casa per fare i compiti.

Quel giorno la coda era di quelle da eventi importanti. Decine di ragazzini eccitati si spingevano aspettando l'apertura del negozio; chissà che impressione doveva far loro la presenza di quell'unico ultratrentenne che condivideva la loro impazienza. Arrivava sul mercato l'ultimo prodotto degli Ozone Calamity. La loro musica era un rock melodico con contaminazioni world, i testi postecologisti. Niente di particolare, la solita menata proposta dall'industria musicale e mediatica, ultrapromossa su radio, TV, Internet, e data in pasto nei cinque continenti a giovanissimi affamati di qualcosa di comune nel quale identificarsi e con disponibilità economiche certamente superiori rispetto a quelle che erano le nostre di vent'anni prima.

Il fondatore e leader degli Ozone era Paul Mc Tyre. Autore unico della musica e dei testi del gruppo, nei concerti non suonava strumenti , ma si limitava a cantare e a trascinare il pubblico. Bello, pallido e maledetto, soprattutto nei suoi confronti si scatenava l'isteria delle ragazzine e l'attenzione dei media. Su di lui era stato montato ad arte un autentico culto della personalità.

La trovata della sua casa discografica era quella di fornire nel solito dischetto di plastica non solo musica e video, ma anche la sequenza del suo DNA. L'idea era stata di Paul, la tecnologia si era sviluppata più velocemente delle previsioni; con un grande investimento, ma che poteva ragionevolmente presumersi ripagato dai diritti su musica, video, concerti si era commissionata la ricerca. Paul Mc Tyre diventava così il primo uomo ad aver richiesto ed ottenuto a pagamento la trascrizione completa delle circa dieci miliardi di basi nucleotidiche del proprio DNA. I suoi fans avrebbero potuto possedere non più solo le magliette con la sua faccia, i DVD interattivi con i suoi video, o la possibilità di osservarlo qualche ora al giorno con una webcam sul suo sito Internet, ma anche possedere tutta l'informazione che, dall'ovulo di sua madre fecondato da uno spermatozoo di suo padre, aveva guidato la sua costruzione biologica come essere umano. Una colossale operazione di marketing.

E' forse inutile dire cosa feci appena ebbi in mano la sequenza.

E' forse inutile dire cosa mi aspettassi.

Tutta la produzione musicale di Paul Mc Tyre era presente nel suo DNA. Tutti i pezzi fino a quel momento pubblicati. Tutti quelli che avrebbe composto e inciso successivamente. Tutti quelli che non fece in tempo a scrivere visto che morì per un blocco cardiaco meno di un anno dopo.

8 Novembre 2003

La pittura

Ormai non avevo più niente da attendermi dal codice musico-genetico. La mia ricerca doveva spingersi in altre direzioni.

Cominciai a lavorare ad un algoritmo che trasformasse sequenze formate da quattro caratteri in immagini. Le quattro lettere A,C,G,T potevano rappresentare i tre colori primari, il rosso, il blu e il verde, più il nero, l'assenza di colore. La principale difficoltà era però quella di passare da una serie unidimensionale di caratteri alla distribuzione bidimensionale dei pixel di uno schermo. Pensai a come in numerose antiche civiltà il simbolo della vita fosse la spirale e mi consumai in numerosi tentativi in quella direzione. Ma ci sono innumerevoli modi di costruire una spirale e tutti le prove mi portavano a immagini inintelligibili, caos di colori e nulla più.

Dopo qualche mese di sforzi infruttuosi cominciai a utilizzare la successione di Fibonacci per la formazione delle spire. La successione di Fibonacci è una serie ordinata di numeri naturali ognuno dei quali risulta dalla somma dei due che lo precedono: 0,1,1,2,3,5,8,13,21,34,55,89,144,233 e così via. La si ritrova in numerosi fenomeni naturali come la distribuzione delle foglie sui rami o gli accrescimenti delle conchiglie dei gasteropodi.

Lavoravo ormai solamente sul DNA umano. Il mio PC provava ad avvolgere lunghi segmenti delle sequenze in strutture spiraliformi. E' risaputo che infinitesime perturbazioni in un algoritmo di digitalizzazione trasformano una qualsiasi immagine in un caotico insieme di punti colorati. Sapevo quindi che non potevo far altro che attendere; la macchina variava in maniera continua e separata ciascun parametro dell'algoritmo e mi avrebbe segnalato l'apparire di una qualsiasi immagine coerente.

Così fu. Disegni infantili, il sole con i raggi, la mamma e il papà più grandi della casa, il tratto delle matite colorate. Le immagini avevano una forma circolare, all'esterno, verso i margini del monitor, esplodevano nel solito rassicurante caos di colori.

Gli studi della scienza ufficiale sul DNA umano erano proseguiti velocemente. Si stavano riesumando resti di defunti per poter indagare su eventuali cambiamenti nel tempo delle caratteristiche statistiche della supermolecola. Ero venuto a conoscenza di una ricerca basata sull'analisi di capelli rimasti incollati su una tela di un pittore minore del '500. Come al solito il risultato era di pubblico dominio e lo si poteva recuperare sulla rete al sito dell'istituto. Sottoposi la sequenza alle "cure" del mio computer. Bastarono tre settimane di tempo macchina per ricavare una decina d'immagini che rappresentavano questa volta - occorre dirlo? - dipinti d'epoca.

Rudighiero Vascon era stato un mio compagno di classe al liceo ed ora lavorava per l'Accademia d'Arte. Lo invitai con la moglie a casa nostra quell'8 novembre 2003. Dopo una cena messicana, tacos, frijoles refritos e guacamole, gli chiesi di dirmi qualcosa di quelle immagini.

"Pittura italiana del '500, c'è un uso della luce tipico della scuola veneziana… sono soggetti perlopiù profani. Belli questi paesaggi, con questi alberi a bioccoli di cotone. Sembrano essere opere di Dosso Dossi, un mantovano che visse quasi sempre a Ferrara, alla corte degli Estensi, grande amico dell'Ariosto. Mai visti questi quadri però… ah, ecco questo è un particolare de L'allegoria di Ercole".

I capelli erano stati prelevati proprio da una tela attribuita a Dosso Dossi. Non mi diedi cura di verificare se le mie immagini corrispondevano tutte a dipinti conosciuti di quell'artista, se erano andati persi nel corso dei secoli o se non avevano mai visto la luce, nascoste fino ad ora nel suo DNA. In quest'ultimo caso, in un senso completamente nuovo, ne sarei io l'autore!

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In quest'ultimo mese mi sono fermato. Dopo anni di iperattivismo notturno mi sono adagiato esausto nella rassicurante quotidianità di un ritmo di vita più naturale. E' un'illusione che durerà per poco.

Una delle ipotesi sulla scomparsa di Ettore Maiorana è quella che si sia gettato in un cratere dell'Etna. Prefigurava le conseguenze degli esperimenti sulla fissione dell'atomo che, insieme a Fermi e al gruppo di fisici di Via Panisperna, stava portando a termine. Temeva la costruzione della bomba atomica, la catastrofe nucleare, l'estinzione dell'uomo e di tutte le forme di vita sulla Terra. Si sarebbe suicidato per il terrore della propria responsabilità.

Se lui temeva per la distruzione fisica del genere umano io lo faccio per il suo annientamento psichico. Letteralmente.

Ciò che ora mi è evidente per la musica e la pittura lo sarà per le altre arti, la letteratura, il cinema, la scienza stessa. Tutto quello che fino ad oggi è sembrato conquista della mente, prodotto originale del pensiero di persone che, per cultura, creatività, coraggio intellettuale, hanno in qualche modo contribuito al progredire della nostra civiltà, era in realtà una cosa già esistente e nascosta nel loro DNA. Tutto quindi deterministicamente prestabilito dalle leggi dell'ereditarietà, rimpastato dalle riproduzioni sessuali e dalle mutazioni genetiche che nel corso dei millenni hanno prodotto la nostra specie Homo sapiens. Il nostro cervello, quest'organo di cui siamo tanto orgogliosi, è così ridotto ad una sorta di decodificatore, di "esplicitatore" di conoscenze che già risiedono in ciascuna delle nostre cellule.

Se Copernico ha tolto all'uomo l'illusione di vivere in un luogo privilegiato dell'Universo e Darwin quella di avere un'origine distinta rispetto agli altri esseri viventi, io gli farò perdere il possesso della sua caratteristica peculiare: il pensiero.

Fine del sogno, uomo. Coraggio, da domani può iniziare una nuova epoca. Si tratta solo di rimettersi dallo spaventoso shock culturale e di abbandonare questo stadio infantile di conoscenza. Ci vorrà del tempo.

Forse prima della mia morte avrò la fortuna di conoscere chi, elaborando codici appositi, estrarrà dal mio DNA la descrizione di questa scoperta.

 

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