UNA FAVOLA POCO CINESE, di Salvatore Perillo

E’ nato ad Andria nel 1962 e vive a Bologna da alcuni anni.

Nel 1995 ha pubblicato la raccolta di poesie Misavvenire (Book editore, Castel Maggiore). Vincitore del premio Alien 1996 per la fantascienza e del premio "Primavera Haiku" per la poesia, è giunto finalista in due edizioni del premio Lovecraft e nella seconda edizione del premio Cristalli Sognanti. I suoi racconti sono stati pubblicati sulla rivista "Shining" e sull'antologia "Terzo Millennio" per i libri del settimanale Avvenimenti. L’ultimo lavoro, Gli inappartenenti, è apparso sulla collana Millemondi Urania della Mondadori.


Un uomo abbattuto da un
avversario può rialzarsi.

Un uomo abbattuto dal
conformismo rimane steso
per sempre.

(T. Watson Jr.)

 

Doveva aprire la lavanderia alle cinque in punto e perciò, oppresso dall’ansia, s’era alzato qualche secondo prima che la sveglia devastasse la squallida pace della camera da letto.

Viveva in uno scantinato fatiscente costruito per sostenere i pesanti macchinari della sua bottega. La finestra, essenzialmente un oblò aperto su un vicolo cieco dove i gatti e le pantofole spaiate convivevano nelle notti di luna piena. Di cognome faceva Wootang ed essendo nato molto cinese, altro genere di lavoro in città non aveva saputo inventarsi.

Entrò nel bagno per valutare quanto gli incubi avessero compromesso l’armonia del suo viso: al posto dei capelli aveva una foresta di piccoli alberi verdi dalla quale sgorgava un rigagnolo d’acqua che, scorrendo lungo il dorso del naso, andava a confluire in un delizioso lago formatosi nella fossetta del mento. Sullo zigomo sinistro una catasta di legna e un’ascia abbandonata.

Gli accadeva, soprattutto nei giorni dispari, d’essere la vittima preferita dei propri sogni e a volte, questo prodigioso scherzo del pensiero, poteva risultare anche divertente. Quella mattina, al contrario, pensò che il profilo del boscaiolo gli conferisse un’aria piuttosto bucolica, troppo distante dal suo carattere orientale.

Si affrettò a lavarsi per evitare che si trasformasse tutto in realtà. Ne uscì lindo e profumato cinque minuti più tardi, mentre lo scarico del lavandino, otturato dai ricordi rimossi dal viso, faticava ad ingoiarli in un vortice fragoroso.

Dopo aver frizionato delicatamente l'asciugamano sul collo magro, tornò in camera e riprese posto sul materasso. Ricominciò intenzionalmente a sognare, questa volta ad occhi aperti. Ed ecco una scena, girata in 35 millimetri, proiettarsi sulla parete bianca della camera.

Ci sono tre piccoli indiani che cercano disperatamente di sfuggire alle orde barbariche di soldatini blu pronte a massacrarli. Non riusciranno mai a raggiungere l'armadio buono dove potersi arroccare e vendere cara la piuma dei loro scalpi, pensa Wootang. Eppure, come accade nei film senza lieto fine, l’ultimo degli indiani in coda scaglia una freccia segnando la sorte del tenebroso capitano americano, che rovina dalla sella del suo purosangue e si ritrova a far testamento tra le braccia di una semplice comparsa. Bastano solo pochi metri di pellicola per farlo spirare in pace.

Wootang esitò nel deglutire, lasciò cadere l'asciugamano. Desiderava tanto morirci in quel film, disteso preferibilmente sulla sottana d'una piccola squaw. Non aveva più senso la sua misera vita di lavandaio.

L’essenza della disperazione evaporava dal suo corpo giallo, portato ad ebollizione dal letto sul quale aveva trascorso l'intera giornata precedente, smarrito nell'inoperosità ossidante della domenica. Quando ne era uscito, quel lunedì d'un giorno dispari, s'era sentito come un pesce balzato fuori dallo stagno, senza forza per morire, prigioniero del mondo precipitosamente verticale che gli ruotava intorno.

S'alzò raccogliendo l'asciugamano, riportò in cucina i piatti sporchi della sera prima, e gli cercò un posto nella torre di stoviglie eretta sul lavabo. C’era un gran disordine distribuito ordinatamente per tutta la stanza. Gli oggetti si sentivano così trascurati da non possedere più l’ombra di se stessi: le marmellate di rose erano sbocciate nei barattoli, l’aglio sapeva di cipolla. L’aceto scaduto era diventato aceto. Sulle mensole, a causa dell’umidità, erano spuntate delle orribili bomboniere matrimoniali.

Oh, pensò Wootang guardandosi intorno, chissà se dovrò pulirla questa cucina o se basterà fare l’inventario.

Iniziò col raccogliere le fotografie della sua fidanzata, utilizzate come simpatici sottobicchieri, che erano sparse per buona parte del pavimento. Ma ben presto il cuore gli s'indurì per la disperazione e le forze gli vennero a mancare perché non riusciva più a sottrarsi alla solitudine. Non aveva senso vivere senza la sua piccola DooDoo.

Da quando lei era fuggita, la lavanderia aveva perso molto del colore naturale, e i clienti protestavano perché i panni si impregnavano di tristezza e solitudine. Durante il giorno, specialmente dietro il bancone, era un assillo perpetuo: tutti gli chiedevano dove avesse nascosto quella splendida creatura.

Come se non fosse abbastanza grande quella disgrazia, gli pretendevano anche la ricevuta fiscale.

— E' fuggita senza preavviso, — rispondeva educatamente — lasciandomi come un formichiere senza formiche, un biglietto senza obliteratrice, abbandonato a marcire i miei cinquant'anni di dura vita metropolitana in una lavanderia di proprietà, che ogni giorno pretende orari d'apertura disumani.

E se quella tortura psicologica non era abbastanza crudele, c’erano i numerosi ritratti di DooDoo a stuzzicare la sua angoscia infinita: il profilo verginale, gli occhi color liquirizia disegnati a mano libera, i capelli lisci sul lungo e morbido collo —ideale per un Modigliani. E tra un ritratto e l’altro, le reminiscenze della loro tumultuosa convivenza si materializzavano assumendo la forma di morbidi palloncini colorati, imbottiti di belle emozioni e tanti dispiaceri.

Eppure, a una settimana dalla sua sparizione, non riusciva a spiegarsi perché fosse fuggita con quell’odioso ingegner Scott uomo più ricco e americano di lui conosciuto in tutto il mondo per le sue stravaganti invenzioni elettroniche.

 

Cosa importa se i clienti trovano l'immagine della ragazza impressa sulle lenzuola e si rifiutano di pagare, e se a volte le camicie sembrano plastificate più che inamidate. Questo pensò Wootang salendo le scale, districandosi tra le ceste dei panni disposte sui gradini come pedine pronte a far dama.

Si fermò a metà rampa dove un grande ritratto di DooDoo, appeso sulla parete destra, ciondolava pericolosamente cercando di allinearsi all’inclinazione della scala.

Oh, fantasticò sulle labbra il lavandaio non c'è bellezza in un quadro che non lotti con l'equilibrio della sua tela.

Ricollocato il ritratto nella posizione naturale, i gradini seguirono la rotazione della base della cornice e ad essa s’allinearono fedelmente.

Adesso possedeva scale orizzontali in casa.

— Mah, — si meravigliò interrogando la sua stessa immagine riflessa sul vetro — saranno comode le scale orizzontali, Wootang?

L'immagine, prima di replicargli, alzò gli occhi al cielo. — Che domande! Vuole mettere, Wootang: privando questa bettola delle barriere architettoniche è tutta fatica risparmiata! Provveda a limare questi gradini e vedrà come diventeranno comode!

Ottimo suggerimento, si congratulò Wootang ma sono troppo depresso per dar peso ai capricci dei miei quadri.

Detto questo riprese a salire.

Ci vuole pazienza con DooDoo disse, percorrendo gli ultimi gradini che lo separavano dalla bottega. I ritratti risentono molto della sua personalità. Ci sono giorni in cui le cornici smussano gli angoli, altri in cui li acuiscono per rendere l’atmosfera spigolosa, ad ogni costo.

Raggiunto il piano terra, l’odore acre dei detersivi lo destò dai discorsi filosofici. S'avvicinò lentamente alla saracinesca per spiare la città attraverso le giunture del metallo: erano circa le cinque e il quartiere russava intorno alla modesta lavanderia.

Gli apparve la fetta peggiore del Bronx, strade talmente deserte da sembrare malate. Potevi attraversare gli incroci da un angolo a quello opposto, in diagonale, senza dover necessariamente percorrere i due lati della strada. C’erano sempre gli squallidi palazzi intorno, molto presto le pareti avrebbero imprigionato le casalinghe per torturarle con le tenenovelas.

In lontananza, qualcuno s'avventurava sul catrame fresco, un soggetto appartenente ai generi di bestiari metropolitani che sbucano dai cartoni e spariscono nel nulla, dopo averli piegati in quattro e averli caricati in spalla. Presto le camere da letto si sarebbero svuotate dei mariti, gli autobus riempiti di impiegati e borseggiatori. Tutti con la stessa sollecitudine.

Wootang sollevò la saracinesca accartocciandola rumorosamente al soffitto. La calda luce del sole penetrò nel negozio e trasportò l’odore madido dei marciapiedi. Poco prima dell’alba era venuta giù una pioggia mista a scampi e vongole ma l’aria sapeva di colazioni americane.

Quando i raggi sfiorarono le foto di DooDoo, la rugiada che vi si era formata evaporò, e il muschio regredì lateralmente negli angoli delle cornici. Ora l’atmosfera profumava di geranio, gelsomino, orchidea, tamarindo. Sembrava che lei girasse ancora per casa cantando e ridendo il fiore dei vent’anni.

 

Disgraziatamente, un minuto più tardi, il giovane inserviente Su Chou Lang giunse precipitosamente a bordo del suo motorino assordante.

Il cinese, piuttosto stupito nel ritrovarselo davanti il primo giorno delle sospirate ferie, pensò di non avergliele concesse. Ciò lo turbò alquanto poiché, la cosa che riusciva meglio a Su Chou, era dormire: oltre questo magnifico tempo di stand-by, oltrepassate le otto ore d'incoscienza, era così abile nell'ingarbugliare le consegne o nel lasciare l'impronta del ferro sulle camicie, da rendere il padrone un essere perennemente nervoso. Ma Su Chou era figlio di una sorella sposata nel Queens. Facile pronosticare cosa potrebbe capitarti quando non accontenti un parente.

— Ho dimenticato di pagarti il salario della settimana scorsa? — gli domandò sbarrandogli l'ingresso affinché non arrecasse altri danni.

— Certo che no, onorevole zio. Ho perso tutto giocando a biglie — gli rispose il ragazzo digrignando gli incisivi sul labbro inferiore.

— Allora, qual buon vento ti porta da queste parti?

— Volevo riconsegnarle questo magnifico orologi — disse Su Chou. Lo estrasse da una tasca e glielo mostrò con soddisfazione.

— A quale orologio ti riferisci?

— Forse appartiene all’ingegner Scott. L’ho trovato nei suoi pantaloni durante un lavaggio della settimana scorsa.

Udendo quel cognome il viso di Wootang non sapeva se impallidire o diventare color melograno: quel furfante ha il coraggio di portare i suoi panni lerci nella mia lavanderia, pensò stringendo i pugni.

— L’hai trovato nei pantaloni dell’ingegnere? — chiese ancora, in realtà lo nominò dentro di sé in modo poco onorevole.

— L'ho detto — rispose Su Chou, grattandosi il ginocchio destro.

— E per quale ragione me lo rendi solo oggi?

— Era rotto e credevo d’essere in grado di ripararlo. Ma è stato tutto inutile — si giustificò il ragazzo.

— Bene nipote, per questa volta non ti sgriderò. Adesso però fammi un piacere: torna alle tue ferie. Possibilmente dall'altra parte della città.

Il ragazzo tirò su gli occhiali ripercorrendo l'intero setto nasale, accese l’aggeggio infernale e scomparve al primo angolo utile della strada.

 

Per metà della giornata Wootang stirò cravatte, ventagli spagnoli, crêpes sgualcite, orecchie sulle pagine di libri usati; se un cliente si lamentava perché l’economia americana stava prendendo una brutta piega, lui gli stirava anche quella. Infilò il primo carico nel cestello della lavatrice. Firmò ricevute fiscali, uccise due mosche, protestò contro il governo, discusse di cultura generale con i microbi delle sue mani ed infine se le lavò, evitando che la conversazione degenerasse in questioni politiche.

Come tutti i lunedì dispari, il garzone della vicina gastronomia italiana, gli consegnò un piatto di spaghetti alla cipolla. Wootang chiuse bottega e scese al piano inferiore. In cucina, tra uno spaghetto e l'altro, si ricordò dell'orologio.

Era un modello digitale con tanti tasti colorati disposti sulla base, che lo rendevano interessante come un video game. Provò a pigiarli in sequenza ma non accadde nulla. Tentò allora con due tasti alla volta, finché un messaggio comparve sul quadrante: «BENVENUTO NEL REAL-TAMAGOTCHI, L’ULTIMA CREAZIONE MICROBIOTICA DELL’INGEGNER SCOTT: INSERISCA UNA PASSWORD DI SEI CARATTERI, CHE NON SIA DooDoo, PER FAVORE.»

— Niente male! — si meravigliò Wootang. Non avevo mai visto un oggetto così tecnologicamente avanzato. Questi ingegneri progettano sistemi elettronici con protezioni sempre più complicate. Questo gli fa onore.

In realtà, qualcosa gli suggerì d’eludere la password utilizzando esattamente quel nome. Scrisse "DooDoo" con la punta d'uno spaghetto crudo.

Avendo sentito strane storie su quegli aggeggi infernali, trovò normale che la curiosità gli stesse corrodendo le tonsille. Spesso, le prime pagine dei quotidiani, riportavano le storie di bimbi portati alla pazzia dopo la morte del pulcino e di generi infedeli condannati a mantenere in vita l'immagine della suocera, di giorno e di notte. Soltanto una mente malata come Scott poteva perfezionare simili idiozie.

Finalmente accadde qualcosa. L'orologio lampeggiò e il metallo divenne materiale frizzante nelle sue mani. Una figura apparsa all’interno, terribilmente simile alla compianta fidanzata, iniziò ad animare i pixel dei cristalli liquidi.

Il lavandaio rimase sconcertato. Per andare fino in fondo alla faccenda utilizzò l'auricolare d'una vecchia supereterodina infilandolo nel pertugio laterale. Il filo era annodato e Wootang lo sciolse per lasciar fluire in pace l’elettricità. Ora non aveva più dubbi: conosceva quell’adorabile tono iroso.

— Che ci faccio qui?— esordì la voce recuperata nell'auricolare.

Wootang non credeva ai suoi occhi: è certamente una provocazione architettata dall'ingegner Scott, pensò grattandosi il cervello.

— Macché, vecchio rincitrullito. Questa è una cosa seria, e io comincio ad averne le tasche piene — rispose lei leggendogli nel pensiero.

 

— Cosa ti hanno fatto, tesoro mio? — le domandò Wootang mentre una lacrima delicatissima risaliva la sua fronte sconfiggendo la forza di gravità.

Scotty mi ha imprigionata in questa macchina virtuale perché è follemente geloso della mia bellezza. Lui mi vuole tutta per sé — rispose la ragazza, stirandosi le ciglia disegnate a forma di chiocciola.

Wootang divenne più triste. Era facile intuire quanto lei desiderasse un altro uomo. Le lacrime erano tornate ad essere pesanti e gli grondavano sulle labbra, una dietro l’altra.

— Premi il pulsante rosso, devo far pipì — disse DooDoo. Il lavandaio divenne rosso in viso e si voltò dall’altra parte. Un semplice beep la fece sospirare felicemente.

Wootang tornò a guardarla con occhi languidi. La pessima risoluzione del quadrante non intaccava per nulla la bellezza della sua amata. DooDoo restava la dea che aveva sempre venerato, perfino in quell'atteggiamento fumettistico ed implorante: lei come l'ottava nota del pentagramma, lui come la setola del suo zerbino.

— Ho fame, tordo! — riprese la ragazza con un tono arrogante. — Premi quello verde, poi dammi tre volte il tasto blu.

Aveva anche molta sete.

— Ma che sapore ha? — le domandò il cinese.

— Di quel che voglio. Una buona cucina virtuale, notevolmente superiore alla tua, Wootang.

Lo chiamava per cognome anche quando non era necessario, soprattutto nei momenti intimi. Forse per dispetto.

— Non imparerai mai a chiamarmi per nome — sospirò il lavandaio. — Figuriamoci se hai sentito la mia mancanza in queste interminabili settimane...

— Cosa dovrebbe mancarmi di te? — chiese acidamente lei, sgranocchiandosi lo smalto delle unghie.

— Eppure, eravamo abbastanza felici una volta. Ricordi la gita dell’Ottobre scorso, quando ci recammo al planisfero per contare le stelle che brillano fuori dal Bronx? Ne rubasti una dal soffitto e la spegnesti con un soffio. Avevi un sorriso così dolce mentre si riduceva in cenere tra le tue mani.

— Capirai che sballo di vita. E’ stata l'unica volta che mi hai portato fuori da quest'odioso quartiere. Brutta faccenda essere promessa in sposa ad un lavandaio, soprattutto quando ad importelo c’è una famiglia povera alle spalle. Per fortuna ho incontrato Scott: lui mi porta a ballare tutte le sere — disse lei, appoggiandosi allo schermo.

Wootang non aveva argomenti per controbattere, al momento. Eppure, aveva vissuto giorni così lieti con DooDoo da non credere più che la morte esistesse. Avrebbe rivenduto perfino la lavanderia per comprargliele in blocco quelle stelle. Ma se erano questi i suoi sentimenti, cos’era tornata a fare? Le ragazze come DooDoo non sono dei boomerang, raramente ritornano sui propri passi. Quando succede, per propria volontà o per caso, fanno sempre un male esagerato.

Allora preferì pensare ad altro o il carapace del suo cuore si sarebbe frantumato in mille pezzi, con serie complicazioni per stomaco e polmoni.

— Come ci sei capitata in questa gabbia elettronica?— le chiese cambiando discorso.

Lei gli illustrò le proprietà virtuali dell'orologio nel quale era, suo malgrado, ospite forzata. Svelò con quale stratagemma l'ingegnere l'avesse trascinata tra le memorie del congegno. Il suo corpo giaceva in stato di morte apparente nelle cantine di villa Scott. Tutta per colpa d'un minuscolo ago, installato alla base dell'orologio e pronto a risucchiare l'essere e i suoi ricordi, se da qualche tempo il suo cuore pulsava al ritmo d’una batteria atomica.

— Mi riconsegnerai a Scotty solo se ti prometterà di tirarmi fuori da questa prigione — gli suggerì sbattendogli le palpebre.

— E' un'invenzione orribile. Scott potrebbe credere d'essere vittima d'un complotto ordito dalla concorrenza — si preoccupò Wootang. — Ma per te, piccola mia, sfiderò qualsiasi pericolo — aggiunse, modulando un lungo sospiro.

— Allora, che aspetti a chiamarlo? Ho voglia di tornare alle mie comodità!

A questo punto era lecito arrabbiarsi e Wootang divenne color melograno.

— Spiegami per quale motivo dovrei riportarti nelle sue braccia. — urlò sul vetrino del quadrante.

— Perché l'amo! — rispose stupita DooDoo.

— Ma eri la mia sposa promessa...

— Scott è molto meglio d’un marito lavandaio. In tutti i sensi — affermò lei.

— Oh, DooDoo…perfino l’aquila più grande fa «pio pio» almeno una volta nella sua vita! Siamo tutti uguali: nessuno è meglio di un altro!

— Io l'amo e basta!

— Allora t’insegnerò a fare a meno di lui!

— E' forse una minaccia da lavandaio?

— Ci puoi scommettere! Stasera a letto senza cena, tanto per cominciare...

Wootang non s'era mai alterato così. C’era da giurarlo sui panni sporchi.

 

Il pomeriggio era trascorso piuttosto in fretta a causa dell'inflazione economica. Wootang aveva lavato a mano i pantaloni dell’ingegner Scott preoccupandosi che si stringessero di almeno due taglie. Poi, una volta stesi sul filo, erano giunte le mollette più feroci per morderli senza pietà. Quelle più pigre, rimaste ad osservare le altre al lavoro, se la risero a squarciagola e precipitarono per terra.

Lui era disteso sul letto. Stringendo gelosamente a sé il prezioso orologio microbiotico, l'esaminava con un perverso ghigno di soddisfazione.

— E’ meraviglioso averti ancora qui — sussurrò, accarezzandolo teneramente. Per quanto la prigioniera virtuale continuasse a pronunciare frasi indecenti, Wootang riuscì a cadere in un sonno profondo. Un suono acuto lo svegliò due ore più tardi.

— Ho fame. Dammi da mangiare Wootang! — urlò DooDoo.

Per tutta risposta Wootang le mostrò la linguaccia e, dopo aver caricato la sveglia, tornò a dormire fino alle tre. Alle tre la sveglia suonò ancora. Lui pigiò il pulsante viola impartendo la sequenza di comandi corrispondente a: sveglia donna! Vai a passeggiare e a far pipì!

— Vuoi farmi venire le occhiaie, vecchio pazzo? Lasciami dormire! — disse lei.

Wootang continuò a pigiare sul pulsante e gli occhi della ragazza si gonfiarono per la stanchezza: doveva percorrere molti circuiti stampati con le sue gambe, non poteva esimersi dal farlo.

Riapparsa sul display tornò ad interrogarla:

— M'ami o non m'ami delizioso essere infedele?

— Come puoi pensare che io torni a lavare i tuoi panni? Le donne giovani e belle amano solo uomini con tanta servitù — rispose DooDoo con voce stressata. Non aggiunse altro. Aveva percorso mille chilometri nella giungla dei chips alla velocità della luce e si sentiva molto stanca.

Wootang, per nulla intimorito, la tormentò per tutta la notte svegliandola ad intervalli regolari di un'ora. La ragazza però non cedette al ricatto, anzi, si chiuse testardamente tra le pareti del suo guscio metallico.

Chiusa a serrate.

 

Il mattino seguente la sua vocina imbestialita esplose nuovamente nell'auricolare. Il cinese non diede troppo peso alla faccenda: aveva un'occasione irripetibile tra le mani e non se la sarebbe lasciata sfuggire. Adesso poteva finalmente prendersi cura di lei fino in fondo.

Al piano superiore c'era un mattino americano e il negozio doveva essere aperto da un pezzo. C’era un martedì pari da dedicare alla piacevole riconversione sentimentale di DooDoo.

Improvvisamente, il soffitto della camera cominciò a tremare sotto l'ennesima ed estenuante centrifuga della lavatrice.

— Accidenti a te, Wootang, — frignò l'elettrodomestico industriale — liberami da questi panni umidi. Ho la bocca amara!

Dopo trenta lavaggi rischiava di sfilacciarli come un chewing-gum masticato a lungo. Era un arnese vecchio e voleva olio minerale per i suoi ingranaggi, per non stridere i denti smussati dall'usura. La cinghia, inoltre, bisognava cambiarla. Bisognava farlo presto.

— Ero una bella lavatrice una volta! — strillò caracollando sul pavimento. — Guarda come mi hai ridotta! Sembro Polifemo con un occhio di vetro convesso! Questo grazie a te, maledetto proprietario sciagurato.

 

Wootang si svegliò di soprassalto. Questa volta non era stato un incubo ad angosciarlo, aveva il cuore distrutto dal rimorso.

Cercò l'orologio sul comodino. DooDoo era ancora lì dentro, ma alle spalle del paralume c'erano fantasmi e camicie inamidate che correvano sul muro per dipingervi un’orribile carta da parati.

I ritratti erano diventati negativi incolore, i palloncini precipitavano come paracadutisti senza paracadute. Ogni singolo oggetto, presente in quella casa, gli rimproverava d’essere un sudicio aguzzino.

Cosa peggiore, qualcuno cercava di penetrare all'interno della lavanderia.

Philip Lachart, il capo gendarme del II° distretto di polizia del Bronx, tentava di forzare la saracinesca servendosi d’un piede di porco mentre il vice-capo gendarme, Mark Esposito, ventidue chili più giovane di lui, era sdraiato per terra e si prestava a fargli da leva con la schiena.

Tutto sotto lo sguardo vigile dell'ingegner Scott.

— Avanti Wootang, apra il negozio — esortò spazientito Lachart. — Suo nipote ha confessato tutto in cambio di tre biglie colorate.

— Apra o mi verrà il mal di schiena a furia di far perquisizioni! — supplicò Esposito reggendosi il fianco indolenzito.

Il terzo gendarme giunse in ritardo, ma volle dire ugualmente la sua: — Sei un cinese parecchio circondato. Gomma bruciata. Un tir senza rimorchio.

Quest’ultima affermazione sconcertò alquanto Wootang. Sebbene la sua capacità di pensiero avesse una larghezza di banda notevole, non capiva cosa intendesse quel tipo per "tir senza rimorchio".

Comunque non avendo via di scampo ci rimase male e giurò al soffitto che si sarebbe vendicato. Abbastanza.

Ma gli restava poco tempo per pensare perché la saracinesca stava ormai per cedere le maglie al nemico. Allora optò per la risoluzione estrema della faccenda. Appoggiato l'orologio sul polso, cliccò su una scelta del menù che sembrava fosse stata percorsa raramente da un cursore, giocandosi così l'ultima partita dell’assurdo video game contro il temibile rivale in amore. Un ago scese in fretta e s’infilò nella sua pelle. Wootang provò dolore, sentì il sapore del suo sangue divenire agrodolce quando i pensieri l'attraversarono; la sua anima era impazzita e cercava una via di fuga, ma l'ago impietoso la condusse inesorabilmente tra le memorie dinamiche.

Aveva azzardato la manovra d’accesso in un orologio omologato per un solo posto, mettendo in serio pericolo l’integrità dei circuiti; per fortuna era ancora lì, trasformato in un pulcino cinese, pronto a scovare DooDoo tra le viscere della grande memoria virtuale.

Adesso il suo corpo era un contenitore vuoto disteso sul materasso. L’orologio si staccò dal suo polso e cadde sul pavimento. Dopo aver attraversato tutta la camera s’infilò in una buca scavata sotto l'armadio, nella quale il lavandaio occultava i suoi risparmi. La buca era molto profonda, perché il conto era piuttosto esiguo.

 

— Ingegnere, a parte il cadavere del buon Wootang, che Dio l'abbia in gloria, non vedo orologi d’alcun genere — disse il capo dei gendarmi dopo l’oculata perquisizione. Poi si segnò con la croce.

Gli altri due, che erano stati battezzati ma non praticavano da molto tempo, cominciarono a fischiettare facendo finta di niente.

Scott esaminò attentamente ogni angolo della camera frugando ancora nei cassetti, sotto il materasso, nel tubetto del dentifricio, dentro il telecomando del lavandino. Infilò il naso quasi dappertutto.

Infine, stanco di cercare ancora, egutturò qualcosa trascinandosi fuori da quel posto umido. In quell’istante, l'orologio allacciato al suo polso, emise un suono leggero ma insistente: premendo due volte un pulsante azzurro concesse la dose giornaliera di droga a sua sorella Jane.

 

Nella buca profonda, l'orologio giaceva sul morbido tappeto di dollari americani. Delle strane voci gracchiavano nell'auricolare ingarbugliato. Wootang inseguiva DooDoo per il breve perimetro digitale. Era Topolino, ora il Genio della lampada o Aladino; Eta Beta travestito da Uomo Ragno. In qualche modo l'avrebbe raggiunta, non poteva sfuggirle ancora a lungo.

Infatti, quando il salva-schermo avvisò con un sibilo l'imminente dissolvenza, il viso esausto di DooDoo si rimpicciolì in un angolo, prigioniero d'una mano che la trascinò via con sé.

Una scritta orizzontale apparve sul display buio, in basso, come le frasi che scorrono spesso sui p.c. degli impiegati statali quando s’allontanano per un caffè. Era gialla, nitida e fosforescente:

«Io, Wootang, prendo te DooDoo... finché batterie scariche non ci separino.»

 

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