MICHELANGELO INGUAIATO, di Fabio Nardini

Sono nato a La Spezia nel 1963. Laureato in Giurisprudenza a Pisa, sono attualmente iscritto al Diploma Universitario in Giornalismo a Genova.
Ho contribuito a fondare la fanzine BLADE RUNNER, attiva nella seconda metà degli anni Ottanta e sono stato per alcuni mesi redattore della rivista Isaac Asimov's Science Fiction Magazine (versione italiana). I miei racconti sono usciti su diverse fanzine. Nel 1988 ho vinto il premio Città di Montepulciano con il racconto "L'isola". Più recentemente ho pubblicato "Zona di guerra" sull'antologia di fantascienza italiana curata da Mirko Tavosanis per Avvenimenti, settimanale con il quale ho collaborato anche come giornalista.


 

Il carnefice è stanco. E con buoni motivi: è un nichilista, lavora per la morte, nega ogni valore, uccide ciò che non comprende e poi guarda con occhio disincantato il frutto sanguinante del suo lavoro. E anch’io, pensa Michelangelo, non sono da meno. Ogni artista è un cannibale, ogni poeta un ladro. Eccetera. Eccetera.

Ispirato intinse il pennello nello stesso rosso che aveva usato per il sangue sgorgato dalla testa tagliata e firmò la grande tela. Era, meditò stancamente, un gesto eccessivo che poteva richiamare con troppa evidenza certe pratiche artistiche già desuete ma, poiché ricalcava esattamente quando era già stato compiuto più di quattro secoli prima, andava senz’altro bene. Michelangelo sorrise perché la circostanza di rifare ciò che già era stato fatto lo poneva al di sopra di ogni possibile critica.

Buttò su un tavolo tavolozza e pennelli e si asciugò le mani su un pezzo di scotex, poi arretrò di un passo per poter fingere di osservare il quadro in tutta la sua grandezza.

In realtà pensava ad altro e precisamente, in primo luogo, al bel ragazzo russo che aveva conosciuto la sera prima al "Leningrad Cowboy", in secondo alla scorta di pasticche che stava drammaticamente calando e infine a come ottenere una scheda IGR ultimo modello al mercato nero. I diversi pensieri si accavallavano confondendosi e mescolandosi in forme ibride come poco prima del sonno e Michelangelo avvertì, nel suo barcollare e quasi svenire, il duplice effetto della stanchezza fisica e della mancanza di Pleagine.

Esibì il tesserino al lettore ottico della porta. Attese. Il click di apertura lo riscosse da una fantasia di corpi maschili e ritmi ossessivi di techno music.

"Ho finito" disse all’uomo seduto davanti al terminale.

"Vai a casa allora? Ti chiamo la scorta...".

Michelangelo fece un cenno distratto di assenso. Odiava la scorta - ottusi ucraini muscolosi in completi blu che portavano come se fossero divise - ma doveva accettarla in certe occasioni per poterle sfuggire in altre.

"Ricordati che domani c’è una riunione. Alle 11, negli uffici dell’Ispettorato".

"Okay" disse Michelangelo. Sentiva gli occhi che gli si chiudevano e sperò di riuscire a resistere fino a casa.

Due, tre, quattro Pleagine.

Una doccia bollente. Due dita di vodka.

Accese la televisione.

"... prosegue la ricostruzione dell’Europa. Grazie allo storico accordo firmato tra anni fa tra il Presidente degli Stati Uniti e il Generale Grashenko è stato possibile finanziare la bonifica di migliaia di ettari di territorio radioattivo. Oggi Berlino, Parigi, Milano, Amburgo sono tornate ad essere metropoli vivaci e stimolanti... Eppure molto resta ancora da fare soprattutto per la ricostruzione del patrimonio artistico andato distrutto durante la guerra atomica. L’apposita commissione russo-americana si è riunita martedì scorso a Zurigo per decidere...".

Cinque, sei, sette Pleagine.

Alle 21.30 squillò il telefono. "Pronto? Sei tu Boris?".

"No". La voce sembrava tradire un certo imbarazzo. Una voce calma, un uomo di mezza età. Michelangelo, la mano che tremava leggermente per le troppe pasticche, guardò il cordless come se potesse vederci la faccia del suo interlocutore.

"Sono un collega, mi avrai visto qualche volta dipingere al Centro".

"Sì....".

"Ho bisogno di vederti..."

"No, aspetta: stasera ho già un impegno e poi non credo...".

"E’ una cosa importante, ho assolutamente bisogno del tuo aiuto. E vorrei parlarne a voce. D’accordo?".

Michelangelo sospirò. La serietà di quel tipo - ora lo ricordava, silenzioso, quasi sfuggente, sempre intento sulla stessa tela per chissà quante settimane - lo raggelò.

"D’accordo - disse. Perché Boris non chiamava? "Domani al Centro, alla caffetteria". Boris, occhi di smeraldo, perché non chiami? Perchè non compari adesso?

L’erezione non lo sorprese. Ugualmente, si infuriò con se stesso. Uscì e, prima che la sorveglianza potesse rintracciarlo, si infilò nel primo métro in partenza.

Le metropolitane, dicevano tutti, non erano cambiate dall’ultima guerra. Erano le città ad essere più simili a gigantesche stazioni del métro. Sotterranee per via della polvere radioattiva, perpetuamente illuminate al neon. Piene zeppe di una folla stratificate nelle più diverse tribù generazionali. Giovani azeri interamente vestiti di jeans e tossici quarantenni con abiti lacerati. Adolescenti con residuati bellici incastonati nella pelle. Soldati sovietici in libera uscita, sbarbati e con indosso vestiti eleganti e fuori moda. E poi: agenti di alleanze militari dissolte, rappresentanti di multinazionali dell’estremo oriente, veterani di guerre dimenticate, militanti di partiti forse appena disciolti oppure ancora da costituire, rivoluzionari senza rivoluzioni e conservatori senza più niente da conservare. Poliziotti di stati soltanto desiderati. Spacciatori di droghe immaginarie.

Michelangelo si guardò intorno, nel vagone sovraffollato; la collezione dei visi e corpi era come l’esposizione di merci negli ipermercati sotterranei. Bastava lasciarsi incantare, sedurre dalla varietà e dalla ricchezza di possibilità; così l’oggetto scelto riverberava su di sé il valore degli altri e possederne uno equivaleva a possederli tutti.

"Sono un pittore. Uno dei più grandi della storia. Sono morto e sono rinato. Ho dipinto Cristo come un adolescente nudo che avrei voluto amare e la Madonna come una puttana annegata nel fiume. Ho dato forma alle mie figure con i colpi di frusta della luce. Come Dio. Capisci? All’inizio è il caos, e il caos è l’impasto indifferenziato dei colori, uno smorto color fango...è fango di palude finché la luce non comincia a inciderlo...capisci?".

Khaled ricambiò il suo sguardo. Non aveva praticamente aperto bocca da quando era entrato in casa. Teneva gli occhi scuri, molto belli, fissi su di lui. Michelangelo si chiese se non fosse spaventato. Come lo vedeva? Troppo schizzato? Troppo fatto?

Respirò profondamente cercando di assumere un tono più rilassato.

"Avrai sentito parlare del Restauro, no? E’ su tutti i giornali. Ok, non li leggi.... anche in Tv comunque. La CNN e Telemosca non parlano d’altro. Sai come funziona, no? Tornano indietro nel tempo per cercare un artista del passato, uno che sia stato veramente importante e lo portano nel presente perché possa rifare i capolavori distrutti durante la guerra. E’ semplice, anche se tutta l’operazione costa l’ira di dio. Beh, io sono uno di loro. Direttamente dal 1640, solo per i tuoi occhi".

Khaled, immobile, sbatté le palpebre. Michelangelo si alzò e gli girò intorno.

"Non mi credi, vero?" disse posandogli una mano sulla spalla. Khaled fece un cenno negativo.

"Ah, lo so, lo so. Perché dovresti credermi? - scosse la testa - Voglio farti il ritratto Khaled. Voglio che tu posi per me, che tu sia Bacco avvolto dai tralci di vite. Dioniso, lo sai vero? Dio del vino, dio dell’ebbrezza, dio dell’hashish e della cocaina, dio dei Roipnol, dei Tavor, dei Serenase...".

Si chinò su di lui. Occhi negli occhi, le labbra quasi a contatto. Stava già pensando se era il caso di baciarlo subito, o di continuare la commedia un altro po', quando bruscamente collassò a terra.

Khaled lo guardò rantolare per un paio di minuti, si alzò, gli sfilò l’orologio, lo girò e cercò il portafogli nella tasca posteriore. Non c’era. Innervosito, lo colpì con un calcio.

"Vecchia troia" disse, uscendo dalla stanza.

Infilzò la forchetta nella fetta di roastbeef, la intinse con cura nel piatto e la sollevò davanti a sé: carne semicruda gocciolante. Rembrandt. O Bacon, o Pollock. La cacciò in bocca e - lo stomaco chiuso come un pugno - cominciò a masticarla meccanicamente.

"Il viaggio nel tempo, va bene. Ma su quali basi? Dov’è la fisica che lo permette? Dove sono le equazioni che regolano il percorso delle capsule temporali? Perché si rifiutano di fornirci i dettagli più elementari?".

Michelangelo meditò, masticando, l’apparente incongruenza. Infine inghiottì.

"Non lo so. E’ matematica ipercomplessa, richiede studi specifici".

"Ma perché non ci danno i testi? Perché gli archivi informatici sono censurati? Non quadra, è chiaro? Non quadra per niente".

"Vabbè, hai ragione. Ma è così importante? In qualche modo ci hanno portato via dal passato e ci hanno trascinato qui. E allora? Ti fa schifo? Io sono morto di febbri malariche...’fanculo, oggi potrebbero curarmi con niente. E poi qui hanno... cristo hanno tutto! Nemmeno in paradiso pensavo potessero esistere certe cose. Sono tempi strani, questi, sono tempi meravigliosi. Anche pazzi, certo, te ne do atto. Hanno distrutto tutta l’Europa e sembra che abbiano giocato a biglie. Riesci a pensare a tutta la potenza....! Ti fa schifo vivere questi supplemento di vita? A me no. Te lo giuro, mi diverto un casino".

"Già - sorrise - L’ho sentito dire". Poi tornò serio: "Ma non è questo il punto. Io voglio sapere la verità".

Michelangelo allontanò il piatto da sé. "Lo so" disse.

"Ho bisogno del tuo aiuto. Devo avere pieno accesso agli archivi del Centro, ma una parte sono protetti da una password".

"Io non lo so fare. Sono ancora un dilettante in queste cose".

"Non ti ho chiesto di farlo personalmente. Dovresti soltanto darmi i contatti giusti".

"La sorveglianza ci bloccherebbe subito".

"Questo è un altro problema. E anche per questo ho bisogno di te".

Michelangelo chiuse gli occhi, stringendosi la testa fra le mani. Primo: la sorveglianza aveva bloccato Khaled appena fuori casa, la sera prima. Dunque sapevano più di quanto volessero far sembrare. Secondo: se la password copriva segreti militari o simili nessuno tra le sue conoscenze sarebbe stato in grado di forzarla. Terzo: sapere la verità? Michelangelo sentì il fremito di una risata, da qualche parte dietro gli occhi chiusi. Lui voleva qualcos’altro. Boris, per esempio. O il ladro Khaled.

"Ti chiamo domani - disse - Non prometto niente, per ora. Ti chiamo io, ok?".

"Non parlare la telefono...".

"Lo so" tagliò corto Michelangelo.

Michelangelo era sobrio.

Da molto, molto tempo non era stato sobrio come adesso. Niente alcool nelle sue vene, né Darkene, né cocaina, né altro. Perciò stava male, male come un cane. Non aveva più voglia nemmeno di scopare.

Barcollando si avvicinò a un telefono pubblico. Si mise in contatto con uno spacciatore indonesiano che conosceva un disertore russo il quale lavorava con informatici australiani ed europei in un centro di ricerca sotterraneo sul Baltico. Dopo cinque o sei giri di telefonate riuscì a prendere il contatto giusto, un sito illegale nel quale si scambiavano informazioni contro altre informazioni. Alcune di queste informazioni un tempo si sarebbero chiamate "denaro".

Michelangelo cercò un terminale, digitò un breve messaggio in codice, qualcosa che a prima vista potesse sembrare un annuncio erotico, quindi se ne andò via, navigando fra le onde del suo malessere.

Francoforte-di-sotto era una città che amava ma adesso gli sembrava soltanto una fogna popolata da folle di ratti. A volte (durane brevissimi flash allucinatori) li vedeva davvero come topi, o come maiali. Figure alla Goya; mostruose , grottesche. Si era sempre rifiutato di dipingere questi ibridi nati dai sogni o dall’eccesso alcolico. Pensava che l’orrore fosse piuttosto un’economia di gesti: come sapevano bene il suo carnefice e gli inventori delle bombe termonucleari.

Si chiese, distrattamente, come ne avrebbe pensato Leo. Stimava quell’uomo, anche se lo comprendeva poco tanto era diverso da lui. Troppo freddo, troppo cerebrale. Sempre in cerca della radice delle cose, sempre lucido. Non riusciva a capire come potesse essere stato pittore - e un grande pittore.

Michelangelo amava la superficie delle cose; la pelle tratteggiata dagli squarci di luce, la torsione della carne, la vibrante eleganza di un nudo. Si perdeva nel volto della gente. A volte questo lo portava a non capire niente dell’altro.

A essere ingannato.

I viaggi nel tempo?

Cercò di ricordare l’istante del passaggio, l’attimo in cui era stato prelevato da quell’angolo paludoso dove stava agonizzando e trascinato in avanti, secolo dopo secolo, fino a quel tempo più strano del paradiso. Non riusciva a ricordarlo. Un istante prima era malato, febbricitante, odore di urina e sudore impregnava i suoi deliri. Dopo era lì. Luce bianca innaturale, mai vista prima. Guarito.

Forse aveva ragione Leo a dubitare. Ma lui l’aveva accettato. Aveva accettato quel tempo con tutte le sue possibilità. Le droghe e i metri di tela per dipingere e il cibo e gli occhi scuri dei Khaled, i corpi pallidi dei Boris.

Si fermò in mezzo al corridoio dove la folla fluiva nei due sensi di marcia. Leo cercava la verità, l’essenza delle cose. Lui cercava un contatto epidermico, pelle contro pelle, che gli dicesse che era ancora vivo.

Lo trovò in un locale delle superficie, una casa occupata nell’area ancora in fase di bonifica. Vendevano ottime pasticche di un tipo nuovo: piccole e rotonde, andavano giù che era un piacere. Si sentì subito meglio, pronto a rincorrere i ragazzi che sorridevano nella musica compatta di moda due anni prima.

Il telefono lo svegliò da un sogno circolare di paludi e città sotterranee. Si alzò a sedere sul letto, accanto al corpo di un giovane addormentato che russava leggermente.

Afferrò il cordless, disse: "Pronto?".

"Ho ricevuto il tuo messaggio. E’ tutto a posto".

Michelangelo si schiarì la voce. "Avete...".

"Sì. Sono cinquantamila. Ti sta bene?".

Disse "sì" sperando che Leo avesse il denaro perché lui era rimasto quasi al verde.

"Ti farò sapere quando mi avrai accreditato i soldi. D’accordo. Ciao".

"Ciao".

Il ragazzo si girò nel letto.

Michelangelo lo guardò. Era bello. Assomigliava - troppo - al modello che aveva posato per l’Ecce Homo. La tenerezza improvvisa del ricordo lo spinse a sfiorargli la schiena. Lui contrasse i muscoli nel sonno, come un animale addormentato.

"Leo?".

"Sì?".

"Sono io. Ho il contatto. Quando ci vediamo?".

"Al bar dell’Hotel New Rose. Tra due ore".

"C’è solo un problema. Hai soldi?".

"Quanto basta".

"Allora a tra poco".

Michelangelo guardò fuori, attraverso il vetro sporco della cabina.

Finito il grande quadro della decollazione - il termine lo faceva ridere - non aveva più prospettive. Tutti lo incalzavano per una flagellazione o una cena in Emmanus. Roba vecchia. L’arte non era mica rimasta addormentata in tutti questi secoli. Pittori più pazzi di quanto lui fosse mai stato (e dio sapeva se era stato pazzo, ai suoi tempi) avevano portato luci, colore e forme al loro punto terminale. E dopo? E adesso?

Le armi atomiche gli sembravano una risposta adeguata alla crisi dell’arte: lampi di luce all’ennesima potenza, altro che le modeste sciabolate dei suoi quadri. Megatoni di energia che indicavano una possibile direzione di sviluppo, come un gigantesco auto-da-fè, l’immolazione delle immagini a una austera e sconosciuta divinità

Si accorse che stringeva ancora la cornetta del telefono. Tanto fuori non c’era nessuno. Uscì dalla cabina. C’era vento nel sotterraneo, una corrente d’aria filtrata e rifiltrata che circolava tra sotto e sopra e puzzava di metropolitana. Cemento umido e vetture polverose.

Prese il primo treno che passava, dopo tre fermate scese e proseguì a piedi. Il New Rose non era lontano: due o tre piani sotto, scale mobili affollate, corridoi semibui.

Leo era già là. Michelangelo lo salutò, scelse un tavolo appartato. Dietro un bicchiere di vodka gli passò le informazioni ricevute.

"D’accordo, cinquemila - disse Leo - Ma quando ci darà la password?".

"Hai un modem?".

Leo gli allungò il suo portatile. Lui lo aprì, cercò il suo contatto nei vari indirizzi che aveva. Dopo una serie di ricerche andate a vuoto riuscì a scovarlo su un falso sito gay. Si scambiarono due o tre battute in codice quindi Michelangelo fece accreditare i soldi su un conto di Manila e una trentina di secondi dopo gli apparvero gli undici caratteri alfanumerici che formavano il codice di accesso agli archivi del Centro.

"E’ fatta" disse restituendo il portatile a Leo che guardò lo schermo e annuì.

" Grazie " disse.

Michelangelo finì la sua vodka. Sospirò. "Davvero non so perché ti ho aiutato. Forse è perché sono fatto così, riesco sempre a mettermi nei guai. In una vita come nell’altra".

Leo lo guardò dritto in faccia.

"Forse hai capito che è ora di cambiare aria. Di muoverci, eh?." Gli strizzò l’occhio.

Michelangelo si alzò senza capire.

Colori a olio sulla tavolozza. Figure di giovani modelli. Quattro secoli di arte che pesavano come macigni su di lui, costretto a ripetersi come fosse il falsario di se stesso. Muoversi? ma verso dove? Certo, fuori c’era tutto un mondo ma solo pensarci gli dava il mal di testa - molto peggiore dei postumi di qualsiasi sbronza avesse mai avuto.

Da quando l’arte è morta è diventato facilissimo travestire dei poliziotti da artisti. Perciò Michelangelo doveva guardarsi soprattutto dai colleghi. Non andò a lavorare al Centro ma si portò i colori a casa e stese la tela direttamente sul pavimento. Lavorò per un paio d’ore pensando non a ciò che la luce scopriva negli oggetti ma alla luce stessa. Si fece mandare le immagini di ricognizioni satellitari notturne sulle grandi metropoli ancora intatte, Los Angeles, Tokyo, Il Cairo, distese astratte di luci, reticoli di punti giallo-arancioni tremolanti come stelle sul punto di spegnersi. Un paesaggio luminoso che sembrava scaturire dall’interno dei suoi occhi chiusi, dall’attività caotica delle cellule della retina priva di stimoli.

Quando si fermò a guardare la tela si sentì prendere dallo sconforto: non aveva nulla a che fare con ciò che aveva fatto prima, nell’altra sua vita. Era come ricominciare a dipingere. I vicoli ciechi che aveva dovuto affrontare all’inizio gli si pararono ancora davanti. C’erano mille direzioni sbagliate che portavano nei territori del già fatto. Disperato passò una mano sulla tinta ancora fresca. Il caos, l’impasto primordiale dei colori.

Più tardi chiamò Leo ma rispose una segreteria telefonica. Lasciò un messaggio. La risposta arrivò prima di quanto pensasse, sotto forma di un fax. Sul foglio era scritto: NIENTE E’ VERO TUTTO E’ PERMESSO. ATTENDI LA VISITA DI UN ANGELO. LEO

Michelangelo scosse la testa e si infilò sotto la doccia.

Angelo era un italiano giovanissimo, una creatura pasoliniana che entrò in casa con l’imbarazzo strafottente di un quindicenne.

Michelangelo lo divorò con gli occhi ma il sesso era solo un trucco per aggirare la sorveglianza. Doveva accompagnarlo da Leo il più presto possibile.

"Lo stanno cercando, si sono accorti che ha forzato l’accesso all’archivio. Dice che possono uccidervi tutti e due da un momento all’altro".

Uscirono dagli scantinati, passando per un corridoio che serviva normalmente per portare via i rifiuti. Angelo fece una smorfia annusando l’aria rancida del tunnel.

"Muoviti - disse Michelangelo passandogli un braccio intorno ai fianchi - Anche tu sei nei guai, lo sai?"

Lui annuì pensieroso. "Leo paga bene" aggiunse, rassegnato

Percorsero mezza città in metropolitana, finché non sbucarono all’esterno. La stazione era protetta da una cupola in fibra di vetro ma fuori si vedevano grandi costruzioni erette in mezzo a una campagna grigia, completamente priva di vegetazione.

"Là" disse il ragazzo. Michelangelo rabbrividì quando sentì l’aria fredda sulla pelle.

Una scala mobile li portò al decimo piano di una edificio che odorava ancora di calcestruzzo fresco. Si aprì una porta. Leo si guardò intorno e fece cenno a Michelangelo di entrare mentre liquidava il ragazzo allungandogli una scheda bancaria.

"Avevo ragione - disse facendolo sedere sul pavimento. La stanza era vuota, a parte uno strato di gommapiuma, un forno a microonde, un televisore, un mucchio di indumenti usati.

"Non esiste una teoria fisica che ammetta i viaggi nel tempo né una tecnologia capace di realizzarli. Prima della guerra erano stati fatti degli studi ma non hanno portato a niente. Il passato è chiuso adesso come lo era ai nostri tempi".

Michelangelo lo fissò cercando di conciliare le diverse verità. "MA noi...noi siamo qui, siamo venuti dal passato...".

"No. Tutto quello che ci hanno detto è falso. Lo sospettavo già da tempo ma soltanto adesso ne ho le prove: noi siamo cloni, organismi prodotti a partire da frammenti di DNA originari. Per loro non deve essere stato così difficile, dopo aver resuscitato il mammut e l’archaeopteryx, resuscitare anche una decina di artisti morti da diversi secoli. Non chiedermi come hanno fatto a procurarsi il materiale genetico. Avranno scavato nelle tombe. Il problema per ora è un altro."

"Quale problema?".

"Non capisci? Abbiamo sempre pensato di essere importanti, pittori di fama, personaggi storici unici. Pensavamo di essere intoccabili. Non è vero niente: siamo perfettamente sostituibili, almeno individualmente. Quanto credi che costi ai tecnici del Centro fare un’altra copia di me o di te? Capisci bene che la nostra posizione è molto diversa da come l’avevamo pensata finora".

Leo tirò fuori una fiaschetta di vodka. "Penso che ci voglia qualcosa di forte, per tutti e due".

Bevve un lungo sorso, poi passò la fiaschetta a Michelagnelo che la rifiutò con un gesto.

"Non mi sono mai sentito di appartenere al passato - disse pensieroso - Ho sempre vissuto nel presente. Sempre qui, adesso. Il resto erano sogni, memorie senza realtà". Alzò le spalle. "Leo, dobbiamo andare via. Hai ragione al cento per cento. La nostra vita non vale più niente. Io ho perfino smesso di dipingere quello che volevano loro".

"Sì, anch’io ho cominciato a farlo. Bene, prenderemo l’aereo questa notte. Volo delle 2.37 per Istanbul. Da lì raggiungeremo l’Australia o il Giappone. Ho già messo da parte un buon numero di schede bancarie che dovrebbero bastarci per i primi tempi. Tu muovi i tuoi contatti: dobbiamo falsificare i dati negli archivi, fabbricarci un passato che non abbiamo. Se ci muoviamo con attenzione abbiamo buone probabilità di farcela".

"Lo credi veramente?" chiese Michelangelo.

"Sì - disse Leo sorridendo - Siamo molto più intelligenti della maggior parte di loro. Forse di tutti loro. Il XXI secolo è a nostra disposizione".

Scoppiarono a ridere e anche Michelangelo ingollò un sorso di vodka. Il liquido gli scese nello stomaco vuoto, irradiando un senso di pace assoluto.

"Non sanno che portiamo loro la peste" disse.

 

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