ANNOTAZIONI A PROPOSITO DELL'ESPERIMENTO PINELLI, di Federico Gattini

"Federico Gattini è nato nel 1962 ed ha il merito di avere attraversato gli interi anni ottanta senza avere mai portato uno swatch. Biologo non praticante, ha pubblicato scritti sulle riviste ANTROPOLOGIA CONTEMPORANEA, TRATTI e RUMORE e, in rete, su DELOS e NIGRALATENEBRA. Si è classificato terzo al premio Alien 97 ed è in finale all’Alien 98. Ha appena terminato un romanzo fantapolitico di ambientazione vaticana che difficilmente verrà pubblicato dalle Edizioni Paoline."


 

No, non ho mai incontrato Pinelli. Contavo di farlo alla fine del suo giro di conferenze in America ma poi è andata com’è andata. Avevo in mente di chiedergli un sacco di cose ma, adesso che è tutto finito, non me ne viene in mente nemmeno una.

Ho visitato il luogo della tragedia, in mezzo ai monti Sangre de Cristo, nel New Mexico. A distanza di settimane si possono trovare ancora pezzi di lamiera contorti e anneriti dall’esplosione, pezzi di carta che potrebbero essere stati tutto, tovaglioli, lettere d’amore, pagine di una relazione scientifica.

Il Dc-10 della Delta diretto a Washington sul quale volava la comitiva di fisiologi dell'Università di Pisa si è sfracellato al suolo a metà pomeriggio del 4 luglio 1995.

'La più grande concentrazione di cadaveri di fisiologi nella storia della scienza' titolerà poi con malcelata allegria 'La voce della cavia', notiziario vicino alle posizione della Lega AntiVivisezione.

Può darsi che il pilota abbia fatto in tempo a dare l'allarme, può darsi che gli sguardi terrorizzati, le grida, del personale di volo abbiano fatto capire ai passeggeri che le cose si stavano mettendo davvero male.

Può anche darsi che tutto sia accaduto così in fretta da non metter in allarme nessuno; certo è che Cesare Pinelli, nella sua condizione particolare di sordo e cieco, non si deve essere accorto di niente, o quasi, specie se i tranquillanti dei quali era stato imbottito durante la burrascosa conferenza stampa alla Stanford University non avevano ancora terminato il loro effetto.

Modo curioso di finire un'onorata carriera universitaria, si potrebbe pensare, ma la vita universitaria di Pinelli è stata tutto fuori che normale.

 

In teoria avrei dovuto diventare ingegnere, perpetuare una stirpe di ingegneri civili risalente a diversi nonni. Oltretutto la cosa mi andava anche abbastanza a genio, ho sempre amato smontare, rimontare, vedere cosa succedeva a cambiare i pezzi di un motore o cos'altro mi capitasse per le mani.

L'inizio, però, fu sconfortante. Passai la prima settimana di lezione circondato da branchi di maschi dall'espressione parrocchiale, incapaci di toccare un argomento che non fosse lo studio o, peggio, il campionato di calcio. Le poche femmine passavano a gruppetti di due o tre, rapide e circondate da un'aura di gelida intoccabilità.

Facevo il pendolare e, la prima mattina che mi capitò di fare il viaggio con tre ragazze, non riuscii ad evitare di pedinarle una volta scesi dal treno.

Se mi concentro riesco ancora a ricordarne le voci, il profumo dei capelli, a far affiorare dal nulla più totale brevi immagini di gambe. Le tre tipe si fermarono a discutere un po' davanti ad un portone di legno massiccio, poi entrarono.

Dentro sembrava che il tempo si fosse fermato ad un centinaio di anni prima. Luci basse, arredamento pesante e quel senso di passato, di profondamente antico, che solo certe facoltà universitarie e certe chiese sanno rendere. Tutto là dava l'idea che il sapere fosse qualcosa di sacro che poteva essere elargito solo a pochi eletti.

Avvolto da fragranze e profumi femminili, assistetti senza troppo interesse alla descrizione delle differenze tra cellula vegetale ed animale.

Prima della fine della lezione decisi che mi sarei iscritto a Biologia.

(dal diario di Cesare Pinelli)

 

Il ruolino di marcia di Pinelli come studente universitario, e in seguito come fisiologo, è tutto meno che impressionante. Voti nella media, tempi un po' superiori alla media, insomma niente di particolarmente brillante.

Le testimonianze degli stessi studenti e professori sembrano confermare l'opinione che niente in lui desse l'idea di genio.

 

Di biologi del valore di Pinelli ce ne sono miliardi, mi fa specie che lui sia sulla copertina dei rotocalchi ed io no -vedi Eva Express del 28 giugno 1993: Ecco l'Einstein del 2000 in tenero atteggiamento con la segretaria. Non vedo, non sento ma palpo-"

(Prof. Giuseppina Baglioli, Associato di Fisiologia, Università degli Studi Pisa)

 

Cesare Pinelli aveva cominciato la propria carriera di biologo stancamente, disegnando cazzi sulle illustrazioni di 'Zoologia. Gli invertebrati', il celebre tomo scritto dal professor Robert D. Barnes, Ph. D. del Gettysburg College.

Era quasi geniale nel celare forme falliche di inaudita volgarità tra le pagine dei volumi altrui. Uno poteva perderci delle ore a cancellarli, ma qualcuno si salvava sempre; a distanza di anni, io ricordo ancora con terrore quei pochi, abili, tratti di matita i quali avevano trasformato la testa di Buccinum undatum, prosobranchio marino argomento del mio esame di Zoologia 2, in un pene dei più fallici visti su questa terra.

Com'è che sia diventato uno scienziato, una celebrità addirittura, per me rimane ancora un mistero.

(Dott. Federico Gattini, Biologo)

 

Si è laureato che era già sulla trentina quindi non si può parlare di un vero e proprio genio, almeno per quanto mi riguarda.

Anche l'idea di quell'esperimento, bè, francamente era talmente folle che ad un vero studioso non sarebbe nemmeno venuta in mente. La sua grandezza, se di grandezza si è trattato, è stata solo nell'avere abbastanza coraggio da metterla in pratica.

(Prof. Paolo Galestro Montalcino, Ordinario di Fisiologia, Università degli Studi Firenze)

 

Tra i vari indirizzi che la facoltà offriva, Pinelli scelse immediatamente quello fisiologico. In diversi hanno fatto notare che, chi si fosse iscritto ad una facoltà solo per vedere un po' di donne, avrebbe per forza proseguire i suoi studi in quegli istituti dove le presenze femminili fossero maggiori, per esempio Etologia, e non certo nell'unico istituto dove quasi tutti i ricercatori ed i laureandi fossero maschi.

Una risposta a questo dubbio sulle ragioni della scelta di Pinelli può essere ricercata nel suo gusto gotico o, soprattutto, in quella sua naturale curiosità verso lo smontare, il rimontare, che l'aveva portato inizialmente ad Ingegneria.

In quale altro istituto, infatti, Pinelli avrebbe potuto giocare a fare il Frankenstein, squartare tetrapodi di ogni genere come niente fosse? In quale altro istituto esseri senzienti venivano considerati alla stregua di macchinari organici?

Le stesse testimonianze di colleghi e amici sembrano dare l'immagine di un Pinelli affascinato dalla materia, quasi sorpreso che lo interessasse in questo modo, e allo stesso tempo preoccupato dall'idea di non farcela, di non riuscire ad emergere in mezzo a quella folla di laureati e laureandi in cerca di gloria.

"Ci si faceva notare" diceva lui ad una giornalista di Gioia "rimanendo ore ed ore ad aiutare i ricercatori in laboratorio, a portar loro il caffè, a volte. E quando cominciavano a conoscerti un po', bastava niente, un errore insignificante, per essere bollati come incapaci e perdere qualsiasi possibilità di borsa di studio per i secoli a venire".

 

Verissimo. Una cretinata fatta davanti a Bruni, il capo del Dipartimento di Fisiologia, poteva segnarti per sempre.

Nicola Campus, per fare un esempio, era praticamente ad un passo dall'ottenere un ambitissimo posto di Dottorato quando, assieme al collega Turci, venne invitato dal Bruni a dare una mano per una esercitazione di Fisiologia di Relazione.

....Era un primo pomeriggio di fine aprile, i raggi del sole filtravano appena tra le persiane chiuse e nell'aula c'era già un che di sonnolenza in giro.

Il Professor Bruni aveva spiegato la differenza tra onde Alfa ed onde Beta e si apprestava ad eseguire un elettroencefalogramma dimostrativo. Fece sdraiare il Campus su di un lettino, gli raccomandò di rilassarsi il più possibile ed io collegai gli elettrodi a livello dei lobi occipitali. Il Bruni intanto ricordava agli studenti che le onde Alfa, ampie e poco frequenti, si sviluppavano durante la sonnolenza per lasciare il posto alle Beta, assai meno ampie e più frequenti, durante la veglia attiva ed il ragionamento.

Rimanemmo in silenzio cinque minuti per far rilassare il Campus. Di tanto in tanto si udiva qualche studente russacchiare, l'espressione quasi sorridente del Campus sembrava indicare il raggiungimento di una pace dei sensi sconosciuta alla gran parte dei mortali.

Nel silenzio generale feci partire l'elettroencefalografo.

Totalmente inaspettata, una sequenza ininterrotta di onde Beta tra le meno ampie che avessi mai visto.

"Cos'hai combinato cazzone?" mi chiese con l'abituale delicatezza il Bruni mentre armeggiava con gli elettrodi.

Non risposi e cominciai a sudare.

Piazzò gli elettrodi esattamente come li avevo posizionati io e fece partire nuovamente lo strumento.

Ancora una volte onde Beta che più Beta non sarebbe stato possibile.

Gli studenti cominciavano a mormorare, i più audaci a ridacchiare.

Il Bruni guardava fisso l'espressione estatica della cavia chiedendosi cosa stesse succedendo.

"Nicola?" chiamò a bassissima voce "Sei sveglio?"

Il Campus annui con una specie di grugnito.

"E pensi a qualcosa di particolare?" chiese con voce melliflua.

"No" rispose il Campus "faccio delle operazioni."

"Operazioni?"

"Si, moltiplicazioni, divisioni. Sa quella roba tipo 425 per 12 uguale .. uguale a 5100. Cose di questo tipo. E' cosi che mi rilasso io".

L'urlo belluino del Bruni interruppe a malapena le risate degli studenti.

Di fronte alla serie di improperi distribuita in parti eguali a tutti i suoi parenti, acquisiti compresi, Nicola Campus probabilmente capì di avere perso il concorso per il Dottorato.

Quel posto sarebbe stato sicuramente mio se due giorni prima del concorso non avessi investito col vespino la mamma del Bruni.

(Christian Turci, assicuratore ex-fisiologo)

 

L'esperimento Pinelli ha radici che portano lontano, all'alba della neurofisiologia sensoriale.

Tralasciato Helmholtz e le sue farneticazioni ("non si pone nemmeno il problema se il Dolce sia più simile al Blù o al Rosso, si tratta di modalità percettive differenti"), il primo a studiare seriamente la faccenda fu Muller.

La sua legge delle energie specifiche, per quanto possa apparire ovvia ai giorni nostri, risultò rivoluzionaria.

"Il tipo di percezione dipende solo dall'organo di senso stimolato, non dallo stimolo che su esso agisce".

La soggettivizzazione delle percezioni.

Se per una persona qualsiasi ogni differente colore stimolasse quelle unità recettoriali che portano l'informazione Verde, per lui il mondo sarebbe solamente verde.

Allo stesso modo esistono miliardi di sfumature di bianco nello stesso foglio bianco, ma noi non possiamo percepirle a causa delle limitate possibilità della nostra retina, del nostro organo di senso.

Gli organi di senso, quindi, determinano la percezione.

Ulteriori conoscenze di neurofisiologia hanno modificato, più nella forma che nel contenuto, il significato delle osservazioni di Muller.

I messaggi inviati al cervello dai differenti recettori sono sostanzialmente identici, potenziali elettrici che scorrono lungo le membrane neuronali e che possono differire per due soli aspetti:

frequenza di impulso e aree cerebrali di arrivo degli impulsi.

Quello che differenzia tra loro un Rosso, un Dolce ed un Acuto non è il segnale spedito ma il ricevitore, l'area cerebrale.

I più insani desideri degli sperimentatori sono stati stimolati nei due passati decenni da queste notizie. Migliaia di animali, perlopiù nostre cugine scimmie, sono stati sacrificati per veder cosa poteva succedere distruggendo una certa area cerebrale oppure stimolandola elettricamente oppure altro ancora. Ma le scimmie non parlano, non possono dire come ci sentono dopo che è stata stimolata una certa area uditiva piuttosto che un'altra.

Quindi, mentre Foerster e Penfield stimolavano elettricamente le aree visive di pazienti umani in occasione di interventi neurochirurgici, c'era chi pensava a cose ancora più audaci.

Le stimolazioni elettriche, per quanto raffinate potessero essere, non simulavano certo la complessità e la ricchezza di informazione 'elettrica' portata da un nervo sensoriale; alcuni si chiedevano come riprodurre artificialmente messaggi del genere, Pinelli, a quei tempi oscuro studente presso l'Università di Pisa, propose semplicemente di sezionare i nervi acustico ed ottico e farli finire l'uno nelle aree cerebrali dell'altro.

Com'è che si sia offerto lui stesso come cavia non è ancora dato sapere.....

(Giuseppe Gagliardo. da "La fisiologia di relazione prima di Pinelli" L'Espresso 28/6/1993)

 

La situazione di Pinelli una volta laureato non era tra le più rosee. Il suo voto di laurea era bassino e, benchè la sua tesi di fisiologia sensoriale fosse stata giudicata molto interessante dal Bruni, c'erano troppe persone davanti a lui, come anzianità di laurea e come lavori pubblicati, perchè potesse sperare in qualche borsa di studio decente a breve.

Oltretutto lui non poteva aspettare molto, si era laureato a trentun anni e non aveva voglia di diventare vecchio prima di vedere qualche lira.

Serviva qualcosa di clamoroso, questo è chiaro. O uccidere tutti i ricercatori e dottorandi o superarli in qualche modo.

Per diverso tempo si concentrò sulla prima soluzione ma non riuscì a trovare niente di fattibile.

Durante la tesi m'ero divertito a bestia. Non che io sia sadico, ci mancherebbe, è che tutto quello scasinare con i cervelli e con gli organi di senso mi sembrava più giocare che studiare, come fosse una specie di meccano organico.Avrò scoperchiato il cranio di non so quanti cani e gatti, per non parlare di scimmie; poi provavo a stimolare le loro aree cerebrali con corrente a basso voltaggio e registravo le loro reazioni. C'era di che imparare, questo è sicuro, spiaceva solo che le cavie non potessero parlare, dirmi cosa provavano.

Continuavo a pensare a tutto questo, a quanto avrebbero potuto essere più esaurienti i miei studi se solo avessi avuto un altro genere di cavia.

Un giorno decisi di parlarne con Bruni, gli esposi la mia teoria -cioè provare l'unicità del messaggio sensoriale collegando nervi sensitivi destinati ad una particolare area del cervello con un'altra area- ma lui mi bloccò subito dicendo che nessuno avrebbe finanziato i soldi necessari ad una tale operazione di neurochirurgia per non sapere nemmeno come andava a finire.

"Le cavie non parlano, Pinelli" concluse piuttosto bruscamente.

"E se ne usassimo qualcuna parlante?" gli chiesi.

Mi guardava fisso senza rispondere.

"Malati terminali, condannati a morte che potrebbero essere graziati se si offrissero come cavie, insomma gente se ne può trovare".

Bruni si toccava la barba.

"Non è che sia troppo morale" disse.

"Anche darci dentro con scimmie e cani non mi pare il massimo della moralità" azzardai.

Mi congedò suggerendomi di lasciar perdere.

Quando una settimana dopo mi offrii come volontario in cambio di un posto da associato e conguaglio mi rimase quasi secco.

"Non servirebbe nemmeno parlarne troppo con i comitati etici" aggiunsi "potremmo far risultare che sarei diventato cieco comunque e quindi non ci perdo niente".

(Dal diario di Cesare Pinelli)

 

 

Luogo dell'operazione fu la base scientifica e militare di Panamint Springs. Certo i chirurghi americani erano i migliori, ma la scelta di Panamint appare quantomeno sospetta. Molto probabilmente gli americani, i quali qualche esperimento strano su cavie umane dovevano averlo già fatto, offrirono la loro ospitalità lontano da occhi indiscreti e la loro tecnologia in cambio di una qualche compartecipazione agli 'utili' in termini di conoscenza che ne fossero derivati; c’è anche chi dice, infatti, che tutta questa operazione avesse qualcosa a che fare con quei famosi missili a neuroguida dei quali si sente ogni tanto parlare.

Amanti del complotto internazionale sostengono persino che il DC 10 sia stato fatto cadere per impedire a Pinelli chissà quali abboccamenti con il colonnello Gheddafi.

Quali che fossero i retroscena dell’operazione, Pinelli passò le sue ultime ore da essere umano ‘normale’ facedo un giro a San Francisco. I suoi colleghi dicono sembrasse quasi un turista normale; non faceva foto, questo no, ma guardava dappertutto con pignoleria, quasi, come se dovesse fare una relazione, scrivere un articolo sulla città.

"A me faceva un po' pena" scrisse poi Dorothy Moskowitz, una ricercatrice di Panamint offertasi come cicerone "mi figuravo che cercasse di immagazzinare tutto, ogni possibile colore, ogni possibile suono".

Scrisse un sacco di cartoline scegliendo con attenzione quasi maniacale tra quelle raffiguranti manifesti dell'era psichedelica; ad Height-Ashbury comprò un libro di illustrazioni di Rick Griffin e due o tre dischi dei Grateful Dead.

A volte dava proprio l'impressione di essersi scordato chi fosse e, soprattutto, cosa fosse andato a fare in quel posto.

 

E' il 28 giugno del '92. Nella base scientifico-militare di Panamint Springs, in piena Valle della Morte, c'è l'abituale agitazione, un fiume di gente che si muove da un corridoio all'altro parlando di neutroni e neuroni. Il fiume si arresta prima di giungere nella sala operatoria, davanti alla quale due guardie fanno capire con la loro presenza che non è il caso di avvicinarsi.

La sala operatoria, una delle più attrezzate del continente, è stata preparata con cura dagli assistenti di Teitelbaum, il celebre neurochirurgo a capo dello staff che eseguirà l'operazione.

La luce è talmente forte, e netta come un coltello, da apparire quasi irreale, come una luce da miracolo.

I protagonisti arrivano verso sera, quando gran parte dell'animazione che regnava nella base è svanita e solo pochi scienziati continuano esperimenti decisamente non di routine.

Ed è una sera di tempesta, questa. Tuoni, lampi ed il rumore del vento, lontano, nascosto quasi, ma che riesce a superare le doppie e triple porte d'acciaio e a farsi udire come sibilo a tutti i presenti nella sala.

Un lampo -vicinissimo, come se gli dei stessi volessero esprimere dei dubbi a proposito di ciò che sta accadendo- e subito uno scroscio di pioggia, rarissimo da quelle parti.

"Cielo" dice Teitelbaum "mi sembra di essere il dottor Frankenstein"

"Un po' di serietà, per favore" gli risponde Pinelli in un inglese stentato.

Teitelbaum accenna ad un gesto di scusa ma Pinelli non lo guarda; è troppo nervoso.

Si spoglia, si lascia sdraiare sul tavolo operatorio.

Un amico gli porta il suo walkman. Si infila le cuffiette con una lentezza esasperante.

Guarda Teitelbaum.

"Se devo diventare sordo, lo voglio fare con dignità" dice.

Chiude gli occhi e fa partire il nastro.

Una lacrima, una lacrima bella, di commozione e non di paura, scorre lungo le sue guancie mentre ascolta per un ultima volta Eight miles high dei Byrds.

 

Sembra che mi sia svegliato dopo più di ventiquattro ore.

La prima sensazione, stranissima, quella di avere gli occhi chiusi ma di 'vedere' delle cose, cambiamenti di colore, sfumature, forme geometriche.

Secondo Eva, la mia assistente già presente in sala con la sua macchinetta per scrivere in braille, le mie prime parole sarebbero state "dio, è molto meglio dell'LSD".

Pare anche che i medici mi abbiano guardato malissimo, tutti ad eccezione di Teitelbaum, il cui sguardo curioso, quasi interessato, mentre chiedeva "davvero?" non sfuggì agli occhioni neri o blu di Eva.

Non doveva essere male Teitelbaum.

Passò ancora del tempo prima che arrivassi ad uno stato di coscienza decente; nel frattempo mi portarono in una stanza da letto.

Ricordo che la mia prima impressione appena aperti gli occhi fu come di sentire un'orchestra di trapani da dentista che suonasse Schoenberg.

Qualcuno chiese via Eva se si trattasse dello Schoenberg dei lavori per piano o piuttosto quello del Pierrot Lunaire.

"Pierrot Lunaire" risposi sicuro, poi mi venne un sonno pesantissimo.

Chiesi un po' di silenzio: non sono mai riuscito a dormire con la luce accesa.

(dal diario di Cesare Pinelli)

 

 

La prima uscita in pubblico di Pinelli non fu poi così malvagia. Lo piazzarono al centro dell'Aula magna del'istituto di Fisiologia dell'Università di Pisa e cominciarono a sparargli contro la usuale sequenza di colori e suoni ai quali lui doveva rispondere in braille comunicando cosa 'vedeva' o cosa 'sentiva'.

C'era il bel mondo della fisiologia italiana e anche qualche ricercatore straniero.

Pinelli discorreva amichevolmente con tutti e l'impressione generale fu quella che lui fosse un collega bravo e sfortunato che approfittava della propria menomazione per fornire un servizio alla Conoscenza. In genere sembrava che ci si scordasse che la menomazione non era proprio naturale e, tantomeno, casuale o addirittura che non lo si sapesse affatto. Lui ci scherzava sopra e sembrava felice di essere al centro dell'attenzione; fece persino delle battute, dopo una sequenza di suoni bassi inframmezzata da un'unica nota di flauto altissima disse di ripetere il tutto perchè aveva visto delle donne nude.

"Ehi, mi sembrava ci fosse pure sua moglie" disse a Bruni.

 

Curiosamente, ho pochi ricordi visivi. Immagini sparse, senza sequenze logiche. Come quelle diapositive che ti porti dietro dai viaggi e che, col tempo, vanno a sostituirsi a tutti i tuoi ricordi.

Un prato, la nettezza gelida di certe nuvole appena dopo il tramonto, quel poco di deserto che ho visto nei giorni precedenti l'operazione.

Anche i suoni, i ricordi dei suoni, mi hanno abbandonato. Posso facilmente richiamare spezzoni musicali ma ho perso da tempo il vento, la musica delle onde, sostituiti da questi 'rumori' che le mie retine creano e che io solo conosco.

Io e, forse, quei due-tre cani sui quali era stato provato l'esperimento prima che arrivassi io a fare l'eroe della situazione.

Si, la vita è crudele ma non credo le si possa negare un certo senso dell'umorismo. Beethoven, per esempio, dicono che fosse completamente sordo quando compose il suo capolavoro, la nona sinfonia; bè, io adesso credo di essere il più celebre studioso di neurofisiologia, in un certo senso il Beethoven degli studi sensoriali, e posso comunicare tutta questa mia conoscenza solo tramite il sistema Braille.

Cieco e sordo, perlomeno tecnicamente.

Potrei parlare, questo è vero, ma ormai mi capita sempre più spesso di non riuscire a scandire bene le parole, a modulare i suoni.

Anche ieri Eva, la mia segretaria, mi ha fatto presente via Braille che i suoni, le mie quasiparole, durante il nostro furtivo incontro amoroso in istituto -Diosalvi le pause di lavoro- avrebbero potuto spaventare gli studenti o addirittura le cavie.

Senza Eva sarei finito, questo è certo.

Quando fu chiaro che avrei perso vista ed udito, fu deciso che mi fosse assegnata una persona fidata, una specie di interprete, che rimanesse con me ventiquattro ore al giorno.

Era fondamentale per la riuscita dell'esperimento.

Per motivi più che ovvi, chiesi che questa persona fosse una donna.

Eva non la volli mai vedere, prima. Mi fu presentata al termine dell'operazione e, subito, le attribuii corpo e voce di una vecchia compagna di università, una ricciolona rossa con la quale non superai mai lo scambio reciproco di appunti di anatomia comparata.

Ho superato da tempo il periodo ricciolona rossa; adesso Eva assume volto, corpo e voce di cento e cento donne che ho conosciuto, che ho intravisto, prima, nella mia altra vita.

Ultimamente ha fisionomie sempre più giovani, si rasenta il lolitismo e temo che questo sia un segno di invecchiamento più che precoce.

L'età vera di Eva non la conosco; secondo quanto mi digita dovrebbe avere 24 anni ma, certe pieghe un po' troppo rilassate del suo corpo, certe sue risposte troppo precise a proposito di film e canzoni degli anni settanta, mi fanno pensare che abbia qualche anno di più.

Per la verità, non me ne importa proprio niente.

(dal diario di Cesare Pinelli)

 

E' una stupenda mattina di primavera quando incontro Cesare Pinelli, il famoso neurofisiologo sordo e cieco, e la sua inseparabile assistente Eva Birba. Ce ne stiamo seduti a lato della piscina dello Sheraton e subito lui mi dice è che una giornata bellissima e ci deve essere un gran sole.

Eva mi ripete quello che lui ha detto -essendo sordo da ormai un paio di anni ha parzialmente perso il controllo della propria voce- e sembra contenta quando le dico che avevo già capito da sola.

"Quando ci sono giornate così limpide mi basta alzare gli occhi verso il cielo per sentire un rumore assordante. Se poi guardo direttamente verso il sole il rumore diventa di uno stridore insopportabile. E' strano che una cosa così bella come deve essere la luce di questo giorno possa essere associata a qualcosa di così fastidioso"

Quando ha parlato di rumore insopportabile, si è poi coperto gli occhi per ripararsene.

Il gesto mi è sembrato così alieno che ho provato dei brividi lungo la schiena, la voglia di alzarmi ed andarmene e poi, insopprimibile, la voglia di capire com'è che un uomo possa avere scelto di vivere in tale modo.

Glielo chiedo.

Dopo qualche minuto di attesa -lui che smanetta con un PC portatile adattato per il braille- Eva mi legge una risposta estremamente diplomatica, una specie di comunicato stampa da ministero per gli interni nel quale si dichiara felice di aver sfruttato la propria menomazione per aiutare il progresso della scienza.

Sorride in continuazione Pinelli, ma non riesco a credere che sia così felice come vuole apparire e le sue successive risposte sempre più politically correct alle mie domande sempre meno convinte mi tolgono quella gran voglia di sapere, di capire.

Ricordo il cieco del mio paese, un professore di storia in pensione, un omino vecchio che passava il proprio tempo sulle panchine a bordo lago, un bicchiere di vino, due chiacchiere e, ogni tanto, un classico in braille che gli portavano da Roma. Mai come davanti a questo scienziato che viaggia in business class, che spera nel Nobel e che ha una segretaria dolcissima, mai come davanti a questa persona che deve mettersi gli occhiali da sole davanti alle orecchie, la vita del professore cieco sulla sua panchina mi è sembrata serena.,

(Chiara Bolsena, il Venerdì di Repubblica del 17 aprile 1994)

 

Fu verso primavera del 1994 che Pinelli cominciò a sembrare insofferente nei riguardi della situazione, dava risposte scocciate a Bruni -risposte che Eva cercava sempre di filtrare- e, col suo comportamento aggressivo, fece fallire un paio di esperienze davanti ai laureandi. Niente poi sembrava svegliare il suo interesse, non si faceva più leggere nemmeno i giornali sportivi nonostante Eva avesse creato un campionato alternativo nel quale il Pisa, la squadra di Pinelli, era alle soglie del primato nazionale.

A quanto disse Eva al Bruni, anche il sesso sembrava interessarlo sempre meno.

 

A volte credo di essere più una cavia che uno scienziato. Si, io sto studiando me stesso, le mie risposte decisamente alterate agli stimoli sensoriali, ma nello stesso tempo ho la terribile impressione che ci sia sempre qualcuno pronto ad osservarmi, a spiarmi, qualsiasi cosa io faccia.

E poi c'è anche la possibilità che degli studi miei non se ne freghi niente nessuno. Ci sta anche che il Nobel del quale si vocifera di tanto in tanto in giro sia solo una palla cosmica. E del resto sa solo Dio come potrei accorgermene. Potrebbero farmi fare una girata in aereo, mettermi davanti ad un branco di pinguini del Circo di Mosca, ed io stupido a gongolarmi di questo premio Nobel fasullo come tutta questa storia di merda.

Eva cerca di rassicurarmi, digita che sono solo un po' confuso a causa del mio stato, ma a me tutto ciò comincia a non quadrare; anche lei, del resto, potrebbe benissimo essere qualcosa di più di una assistente sociale che conosce il Braille, potrebbe essere anche lei una fisiologa, magari straniera, addestrata a fare esperimenti con la mia persona senza che io me ne accorga. (dal diario di Cesare Pinelli)

 

"Non è bello da dirsi, ma Pinelli come scienziato era un bluff. Se si straparla di genio, di possibile premio Nobel addirittura, è solo perchè i meccanismi perversi dei media non si accontentano di uno studioso che sacrifichi se stesso per una teoria -che comunque mi sembra già tanto-, vogliono che questo sia il più grande, vogliono l'Einstein, il Mozart, il Platini.

L'esperimento Pinelli avrei potuto farlo io, avrebbe potuto farlo uno qualsiasi dei miei assistenti; se non è mai stato fatto prima è solo perchè cavie umane non se ne trovano e nessuno è mai stato così pazzo da offrire se stesso come cavia".

(Prof. Carlino Cremonesi, associato di Fisiologia, Università Statale di Milano)

 

Anche questa storia del Nobel non è ben chiaro come saltò fuori. In fin dei conti non aveva scoperto niente, non aveva nemmeno pubblicato niente di particolarmente interessante; di lui si occupavano le riviste popolari e quelle femminili più che il mondo accademico.

Jonathan Coe, forse il più grande filosofo della scienza di questo fine secolo, giudicò inutile e non etico l'esperimento e Douglas Adams Ph. D., direttore del dipartimento di Fisiologia della Stanford University, ricorda in questo modo il suo contatto con i fisiologi di Pisa, contatto avvenuto pochi giorni prima della tragedia:

'Sulle prime non è che questa storia mi avesse impressionato più di tanto. La letteratura scientifica internazionale non ne dava quel gran risalto e pensavo fosse una fregatura vera e propria, anche perchè l'operazione la fecero qua a due passi da noi e a nessuno venne in mente di dirci qualcosa.

Comunque mi dicono che Pinelli e Bruni saranno qua in America per delle conferenze. Cerco di mettermi in contatto con qualcuno per avere degli inviti, delle informazioni, quando, un giorno, è lo stesso Bruni che mi chiama dall'Italia e mi fa sapere che farebbe volentieri una 'dimostrazione' qua a Stanford. A parte il fatto che la parola dimostrazione mi sembra inappropriata, trovo gentile da parte sua venirmi ad informare direttamente; voglio dire, Stanford ha uno dei dipartimenti di Fisiologia più importanti di tutta la costa e mi sembra corretto che vengano loro da noi invece che farsi seguire in qualche altra università.

Solo dopo qualche giorno mi dicono che, per uno strano gioco di rimborsi con il Ministero dell'Università e della Ricerca Scientifica giù in Italia, più conferenze fa Bruni più soldi gli vengono in tasca. Alla faccia della gentilezza.

Incontro Bruni il pomeriggio del 2 luglio, il giorno prima della conferenza. La prima impressione non è buonissima, sembra uno di quei tipi che ti rifilano bidoni al posto di auto usate per nemmeno due anni da una vecchina che ci andava solo a fare la spesa al supermercato. Gli chiedo di Pinelli e quello mi risponde qualcosa tipo 'potrà vedere il nostro giovane genio domani alla conferenza'.

Il giorno dopo sarà una tragedia. Questo Pinelli era seduto al centro dell'aula, immerso nella penombra. Il professor Bruni alternava davanti ai suoi occhi fasci di luce e sequenze di colori, Pinelli digitava in braille le sue sensazioni ed una giovane donna, credo la sua assistente, spiegava ad alta voce quello che lui le aveva digitato.

Niente spiegazioni, niente metodologia. Dai banchi si cominciava a rumoreggiare e Bruni aveva cercato di zittirci come fosse ad una lezione e noi fossimo alunni. Dopo un fascio di luce gialla particolarmente intenso, Pinelli si alzò urlando e gettò l'armamentario per il braille versò Bruni. Piangeva un pianto isterico, come di bambino, e batteva il pugno destro contro la parete in legno. La sua assistente cercava di calmarlo stringendogli le mani. Bruni, la mandibola sospeva a mezz'aria, continuava meccanicamente a sparare luci multicolori verso la coppia.

Poi corse via, la corsa impacciata di chi non vede, per inciampare dopo pochi metri nel filo che portava la corrente ai macchinari luminosi del suo capo. I miei colleghi più giovani ed impulsivi, nel frattempo, gettavano palle di carta e rilegatissimi volumi di fisiologia del rene verso Bruni.

Gli insulti si sprecavano.

"Questa non è Scienza" gli dissi "è uno spettacolo da circo".

Poi, non so come, mi venne una fortissima voglia di colpirlo. Erano anni che non mi capitava e non riuscii a bloccarmi.

La sera stessa mi ripromisi di scusarmi non appena ne avessi avuta la possibilità ma il tragico schianto del New Mexico me lo ha impedito. Per sempre.'

(Douglas Adams Ph. D., capo del dipartimento di Fisiologia della Stanford University)

 

 

Sulla storia di Pinelli, sulla sua morte, mi sono interrogato per tanto tempo. A volte ho creduto che tutto sia avvenuto così, per caso, come vuole la versione ufficiale; altre volte mi è sembrato di scorgere un disegno, un progetto, che abbia coinvolto quei demoni da tutti evocati in casi del genere -servizi segreti, controspionaggio...-.

Addiritura, quando fu chiaro che un cadavere mancava all'appello post-schianto, mi feci immediatamente mandare a Tripoli e lo cercai per una settimana nei laboratori, nei vicoli, negli ospedali, prima che mi rispedissero a casa come ospite indesiderato.

Adesso non so, non so più cosa credere. Comincio a temere che ormai non me ne importi più niente.

Una soluzione sicuramente troppo fantasiosa per essere vera mi gira per la testa da quando mi è capitato di leggere un libro edito dal Native American Council of Arts, "Native americans legends and tales"; una raccolta di leggende e racconti folcloristici delle popolazioni native americane. Vi ho letto che, secondo una leggenda risalente ad un paio di secoli orsono, un giorno, quando gli Havasupai staranno morendo ed il mondo intero sarà ormai prossimo, senza saperlo, alla fine, il figlio di Dio giungerà nella tribù per prepararli al Grande Niente. Sarà cieco e sordo e muto perchè vedrà solo cose che loro non vedono, udrà suoni che loro non ascoltano e dirà parole che loro non capiscono.

Come ho già detto, non ho più voglia di stare a pensare a queste cose; lasciar perdere Bruni, la CIA e il colonnello Gheddafi.

Pinelli.

Pensare che sia diventato il potentissimo Sciamano di una tribù Havasupai e che vaghi tuttora, immortale, per i deserti ascoltando tramonti e guardando il suono di mille flauti.

 

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