FUOCO FREDDO, di Francesca Tucci

Francesca Tucci è nata a Roma il 25 gennaio del 1963. Traduttrice editoriale associata all'AITI (Associazione Italiana
Traduttori e Interpreti), ha tradotto dal polacco "Traduzione artistica e cultura letteraria", un libro riguardante i problemi della traduzione e della comunicazione in rapporto alle caratteristiche della cultura ricevente (edizioni Schena, Bari, 1992).
Per molti anni ha curato la stesura dei testi di audiovisivi destinati a mostre e congressi e per l'editoria multimediale (CD-Rom e ipertesti su floppy).
Ha collaborato con numerosi articoli alla pagina culturale del periodico di attualità "Forum". Scrive racconti brevi con i quali ha vinto alcuni premi. E' appassionata di letteratura israeliana e in particolare di Abraham B. Yehoshua. Vive a Roma con due gatti.


 

"I was trapped to this life like an innocent lamb"

 

"No, è successo per caso, dev'essere un effetto del colorante. Per il resto, è una comune candela: stearina, cera, glicerina, olio essenziale. Poi, per farla diventare nera, quel pigmento che ho comprato alla bottega. Si, è straordinario. Straordinario."

Peggy sorride e scuote il capo con gli occhi sgranati, accesi da un entusiasmo simile allo scintillio rivolto verso l'interno che s’indovina sul viso di certe donne incinte. Ala la osserva sospettosa, certa che nasconda un segreto, però finge di crederci, perché è questione di urbanità : mettersi a discutere su due candele !

Passa e ripassa un dito sulla fiammella e sorride.

"Fuoco freddo. Forse hai scoperto un fenomeno fisico nuovo." dice.

"Ti ripeto: per me, è il colorante."

"E ne hai ancora ?"

"Due boccette piene. Basteranno per circa cento candele."

Peggy apre la mano sulla fiamma : la vede farsi d'un rosa carico, opaco del sangue che scorre nei capillari. Le pare persino d'intuire, in trasparenza, il grigiore delle falangi. Poi accosta il palmo alla guancia : è fresco come l'avesse esposto all'aria attraverso una finestra aperta. Anzi, come l'avesse agitato in una stanza buia. Era un gioco che facevano bambini, entrare e uscire a turno da una stanza oscurata, mentre gli altri gridavano tutti insieme, minacciosi, dietro la porta chiusa. Resistere, non mettersi a strillare di paura.

Si veniva fuori di là con la pelle fresca e poco sangue al viso.

"Mi fa impressione ogni volta : mi aspetto di sentire l'odore della carne bruciata." bisbiglia Ala eccitata, con gli occhi fissi alla fiamma.

"Era una bottega per maghi" spiega Peggy "Ci vanno i chiromanti a comprare i tarocchi. Perciò - ride - anche il colorante forse è un po’ magico. Di certo era a molto a buon prezzo. Capirai, inizialmente l'idea non era di farle nere ! La gente preferisce candele a colori vivaci, sono più allegre."

"Ma queste sono speciali." obietta Ala.

"Speciali, è vero. Non propagano neppure il fuoco ad altre candele : la fiamma è prigioniera dello stoppino, quasi fosse di carta. Accendono soltanto altre candele nere."

"Le hai fatte vedere a qualcuno ?"

"Non mi interessa che le studino. Mi interessa che le comprino."

Ala si rabbuia lievemente. Forse è il pensiero della cena da preparare. Dei piatti da lavare. Di qualche faccenda del genere. Con un grigiore sul viso che le ha spento la curiosità per il fuoco freddo, si alza lentamente e dice :

"Io vado."

Peggy non trasale neppure. Osserva la luce della candela che si perde nel debole chiarore del giorno, affogata dal timido dito di sole che riscalda il geranio sul davanzale, poi, sopra pensiero, soffia sullo stoppino e nota di sfuggita che anche la cera è fredda al tatto, come fosse metallo.

Si volta con indolenza verso Ala che esce.

"Volge al brutto. Vuoi che ti presti un ombrello ?"

Un cenno, uno scalpiccio leggero sul pianerottolo e resta col corpo assopito, coi gomiti puntati al tavolo, mentre l'altra discende la rampa di scale che le porta i passi a perdersi fin dentro l'ascensore, un piano più in basso. Quando sente le porte richiudersi, Peggy sorseggia il rimasuglio gelato del latte, appallottola un tovagliolino di carta e sospira.

Uscire con un tempo del genere.....

Ma si scuote, si stira e poco dopo, stretta nel cappotto, insegue il fumo del proprio respiro oltre la cancellata, stringendo il pacchetto dei suoi prodigi sotto il braccio. Fila dritta, attraverso il traffico, verso il negozio di articoli da regalo, quello in fondo alla strada.
E’ quasi Natale. La gente fa regali di ogni genere, perciò le sue candele nere hanno delle chances, qualcuno le troverà interessanti : niente fumo, niente calore, la bella forma a tortiglione che Peggy ha immaginato per un candeliere antico.....Ride fra sé, vedendole terribilmente fuori luogo su di una tavola imbandita. Invece, in un grande salotto col camino....Accarezza quest'immagine, mentre conta i secondi in cui l'autobus di passaggio eclissa l'altro versante della strada, poi trattiene il respiro e fende come una nuotatrice la fiumana delle auto ferme al semaforo. Vuole tentare anche al negozio dei maghi, dove ha acquistato il colore: i cacciatori di talismani potrebbero apprezzare la sua affascinante curiosità naturale.

Ma dopo pochi minuti le guance si sono arrossate nel freddo, la pelle si è tesa sul viso, le punte delle dita si sono gelate. Quando alza gli occhi, il cielo è una porta serrata da cui filtra rabbioso uno spiffero di tramontana. Si stupisce che non nevichi.

"No, grazie. Non le trova un po' lugubri ?"

"No, grazie, non vendiamo candele."

"....Ma perché nere ?"

"Oggi il proprietario non c'è. Però ritorni. Forse per il Carnevale...."

Sulla gente non fa colpo il fuoco freddo. Sembra essere il lato della questione che interessa di meno. Può darsi, allora, che abbia ragione Ala : a un fisico le sue candele farebbero più effetto. Rimane da tentare alla botteguccia dei tarocchi. E’ là che si dirige, con le sopracciglia corrucciate dal vento, stringendo a sé il pacchetto e cercando di infilare l’altra mano in tasca, perché non geli. Il negozio è poco lontano. Le due colonnine tortili all’ingresso ricordano certe illustrazioni per l’infanzia in cui il paese di cuccagna è fatto di case di zucchero candito. L’insegna a colori spicca fra i bassi alberelli nudi che sorvegliano un marciapiedi deserto. Il naso le pizzica e, di tra le ciglia strette, vede piombare a picco sulla città una notte invernale, che cade da un cielo in cui il tramonto non riesce ad aprire alcun varco. Sta svoltando l’angolo, quando quasi lo prende di petto : un uomo alto, sui cinquant’anni, con una barba grigia curata e begli occhi chiari, di ghiaccio.

Scuse, scuse, ma il pacchetto è caduto e si è aperto. Lui raccoglie da terra un candela, chinandosi sulle lunghe gambe magre col movimento di un fenicottero che stia per inghiottire una rana scovata fra i sassi. Quando alza nuovamente lo sguardo, pare che le labbra si siano atteggiate a un sorriso di scherno. Invece dice :

"Belle candele. Nella forma direi un po’ antiquate, ma belle."

Peggy non si aspettava questo commento, sul quale di certo non soprassiede :

"Le interessano ? Le vendo."

"E non trova acquirenti."

"No" ammette Peggy "In effetti, no."

"E’ per via del colore" osserva l’altro, sollevandosi il bavero ad una ventata più rabbiosa e più fredda. "Ma a me piacciono molto. Quante ce ne sono in quel pacchetto ?"

Peggy indugia, imbarazzata : non prevedeva di vendere al minuto, pensava, piuttosto, a un negozio. Ma già vede un’ombra di rimprovero negli occhi dell’uomo, per quell’esitazione. Allora si affretta a rispondere : "Ce ne sono cento." Si prepara ad aggiungere del fuoco freddo - perché un dettaglio così eccezionale non deve essere trascurato - ma lo sconosciuto alza verso di lei una mano grande, affusolata, a por termine alle chiacchiere e alla trattativa :

"Le prendo."

"Per il prezzo...."

"Non starò a porgerle del denaro qui, in mezzo alla strada. Passi da me alle diciannove. Mi chiamo De Backer. Abito lì." Indica una villetta che pare un giocattolo, un rococò a tre piani in cui i livelli si sovrappongono con grazia, come i ripiani di una torta nuziale. Gli stucchi alle finestre, il cancello, il giardino, sono decorati con l’estro di un giocatore di carte che abbia vinto una mano al pasticcere e voglia rappresentare in architettura il fascino dell’azzardo.

Peggy annuisce compita, ma si accorge che le è scomparsa la voce per replicare. Si raschia la gola due, tre volte, ma ottiene soltanto di farsi salire le lacrime agli occhi, allora tende la mano aperta, a suggellare l’accordo. L’uomo la stringe, poi tocca lievemente la falda del cappello e si volta.

Sul cielo in gramaglie, sulla facciata della casa - un giocattolo che ostenta colori lividi dietro i rami aggrovigliati degli alberi - sul metallo spento delle auto in sosta, Peggy fa correre uno sguardo intirizzito e continua a raschiarsi la gola. Il suo primo pacchetto di fuoco freddo è stato assegnato. Per prenderne un altro deve tornare a casa e sono già le sei.

L’alito caldo dei caloriferi, all’ingresso, le scioglie i muscoli delle gambe, irrigidite dal freddo. La voce, per incanto, ritorna. Il cappotto giace accoccolato sul divano come un gatto che abbia ritrovato il cuscino. Non sono ancora le sei e mezza e Peggy è davanti allo specchio che distribuisce la cipria compatta sul naso e sul mento e contempla fiduciosa il suo maglione buono, smesso da qualche tempo per mancanza di occasioni mondane. E’ nero, con ricami a forma di rosa e piccole perle scure applicate sul petto, fra i fiori.

Il borbottio tenace dello scaldabagno ha ragione dei fischi irritati del vento, che si slancia sull’angolo dell’attico esposto a nord - ovest, i pochi tulipani sgualciti, nel vaso sul tavolo buono, avrebbero bisogno di un’altra aspirina e i suoi capelli di un po’ di luce radente per scintillare come d’estate. La testa le sbuca dal maglione rotonda e pesante come il disegno di un bambino, ma il foulard pone fine al turbamento di vedersi bruttina. Potrebbe già uscire, ma sono proprio due passi. Allora si siede davanti all’orologio e guarda le nuvole correre, come fa sempre per evitare di affrettarsi. Affrettarsi a mangiare, a dormire, a consumare le poche ore di luce di giornate troppo buie, nelle quali, per l’ansia di non addormentarsi col capo appoggiato alla spalliera del divano, è sempre in anticipo.

Aspettare davanti a un cancello sbarrato, con questo gelo....Invece basta un rintocco del campanello - che ha suonato tirando una corda, davanti al numero 50 - perché si apra la porta che affaccia al giardino e compaia De Backer, serissimo, ma sempre con quella luce beffarda negli occhi, come si prendesse in giro per il fatto di usare al mondo tante buone maniere. E, cerimonioso, le bacia la mano e la fa accomodare in un salotto ampio e quasi spoglio, non fosse che per gli scaffali gremiti di libri. La luce è fioca. Una lampada a stelo, in un angolo, fa vibrare come corde di violino gli svolazzi in oro sulle coste di tela, che scrivono titoli troppo sfocati per gli occhi miopi di Peg.

La pelle morbida del divano si affossa sotto il suo peso e lei stringe le ginocchia, appoggiandosi quasi senza avvedersene alla mano destra, che, nel parlare, tormenta con leggerezza il bottone del bracciolo.

De Backer le siede di fronte come scolpito, su una poltrona dall’alto schienale che pare un trono. Nel conversare non muove un muscolo del viso. Soltanto gli occhi lucenti scintillano cristallini.

"Sembra che il caso mi abbia fatto imbattere in ciò che cercavo : ho trovato in questa casa un candeliere antico, quando l’ho acquistata. Alloggiava delle candele per metà consumate, nere come le Sue. Non ho avuto esitazioni, nell’acquistarle."

"Lei è l’unica persona che le abbia apprezzate. Ma non sa ancora che...."

Peggy gli legge negli occhi un vivido lampo di allarme e di nuovo si sente morire in gola la voce. De Backer, prontissimo, porge la tazza :

"Non si preoccupi, beva un po’ di thè. E’ l’umidità. Un clima difficile, per un paese temperato, non trova ?"

Peggy nota soltanto adesso che De Backer ha un forte accento straniero, un particolare di madornale evidenza, che finora per qualche ragione le era sfuggito. Cerca di indovinare se sia danese, tedesco o fiammingo, ma la dolcezza melodica con la quale trascina le vocali, che non le pare studiata, la dissuade dall’idea di un ceppo germanico che l’asprezza delle consonanti sembrava confermare.

"Non produco candele, di norma. Io sono informatica. Mi occupo di reti. LAN, Bytenet, sistemi integrati. Cose del genere. Ma il lavoro scarseggia. E la concorrenza è molta."

De Backer atteggia le labbra al sorriso. Ottiene una smorfia leggera, gradevole, che sottolinea il bel disegno della sua bocca. Il lampo di scherno negli occhi continua a tradirlo, a tenere Peg sulla difensiva, con l’unghia ben piantata al bottone del divano. Sente che non può trattarlo come un amico e neppure come un estraneo. La premura che le dimostra è innaturale per una conoscenza così superficiale, eppure non le appare forzata. Si chiede se riservi uguali attenzioni a tutte le donne.

Una serie di suoni molto familiari provenienti da quella che deve essere la cucina - acciottolio di piatti, frinire discreto dell’accendigas, colpi metallici di coperchi - giunge a dissipare la tensione che si è instaurata fra i suoi occhi e quelli di De Backer. Era uno sguardo di sfida. Adesso se ne vergogna un po’, perché lui, in sordina, quasi mestamente, le dice :

"E’ la mia governante. Un donnone di teneri modi. Sta preparando il pasto per noi. Permette che La trattenga per cena ? Sono le otto e forse c’è altro di cui vorrei parlarLe, davanti a un candeliere acceso."

Insinua con un gesto contenuto della mano la prospettiva di una serata tranquilla, forse di un affare. Peg non se l’aspettava, ma deve ancora intascare i suoi soldi e non vuole apparire petulante. Ha indosso il maglione elegante e la gonna adatta, la differenza d’età fra lei e De Backer è cosi soverchiante da farle escludere ogni secondo intento. Così, quando la governante si fa sulla porta - proprio al momento opportuno - ogni remora cade e annuisce "Va bene" con un mezzo sorriso.

"Ha mai vissuto in un paese freddo ?" le chiede improvvisamente il suo ospite, cambiando tema.

"Per qualche tempo, sì."

"In inverno ?"

"Sì, fra gennaio e marzo, nel periodo del gelo."

Adesso il volto di lui si trasfigura e prende un’espressione dolente, quasi confidenziale.

"A volte penso che il freddo patito nella vita mi abbia fatto perdere la memoria. Che abbia cancellato da me gli eventi a mano a mano che li vivevo, come si imprimessero su di una pellicola sovraesposta. Ci sono pianure, nel paese da cui provengo, in cui le zolle gelate lasciano il posto a immensi acquitrini. Certi cavalli sbalzano di sella il cavaliere e si perdono in distese come queste. Sgroppano e nitriscono come impazziti, poi li ritrovano poco distante con gli occhi resi pavidi dal silenzio, docili come agnelli. Agli uomini accade qualcosa di simile, quando perdono il controllo di sé in un paese del genere. Bisogna controllarsi, non crede ?" chiede, quasi rivolgendosi a se stesso, mentre la voce gli sale di un’ottava. "Per questo amo le donne : sono sempre più controllate."

"Un’abitudine a ingoiare i sentimenti." Osserva Peg, in uno slancio di sincerità, di cui subito si pente, perché, a questa frase, De Backer sembra colto da una improvvisa eccitazione. Pare che per tenere a freno o nascondere un sussulto cambi posizione sulla poltrona. Peggy si accorge ora che non è affatto l’uomo freddo che avrebbe detto dagli occhi. E’ anzi pervaso da una corrente dei nervi, che si manifesta in piccoli scatti, di tanto in tanto. Sono così ben occultati da trasformarsi in accenni di movimento, inquietudini irresolute dei muscoli del viso, impercettibili esitazioni o altrettanto impercettibile foga nei gesti. Adesso è sconcertata e comincia a pensare di avere a che fare con un malato intelligentissimo, un coltissimo esempio di sindrome di Tourette accuratamente mascherata da un lungo esercizio di autocontrollo. Cerca qualcosa di banale cui fare appello :

"E’ da molto che vive qui ?" chiede nervosamente.

"Ho acquistato la villa il mese scorso. Apparteneva ad un mio amico, un professore di filologia. E’ venuto a mancare per una malattia molto debilitante, che lo angustiava da anni. Corrispondevamo. Le cure lo spossavano, ma si deliziava degli epistolari. Io sono adesso il marito della sua ex-moglie. Ma Therèse non è qui. Attualmente è in Svizzera per studio. E’ una donna molto giovane e mi piace viziarla. Anche Herbert la viziava terribilmente."

Peggy, a questa storia, comincia a sentirsi davvero a disagio. De Backer nota che sta per alzarsi e aggiunge, rassicurante :

"Non tema : Lei non assomiglia affatto a Therése. Non l’ho invitata per questo. Non mi sento mai solo."

Peggy esita, fa girare il cucchiaino nel thè. Vorrebbe ribattere - mentendo - che non è affatto a quello che stava pensando, ma si riappoggia allo schienale per ascoltare, nella mezz’ora che segue, la breve storia della villa e una divagazione pronunciata in merito a qualche spunto accidentale che ha condotto De Backer a dissertare della letteratura slava rinascimentale. Si accorge che l’afferra il torpore, eppure le pare di distinguere i suoni del mondo esterno con una percezione eccezionalmente acuta: l’abbaiare irrequieto di un cane in giardino, un tramestio di passi affrettati sulla strada, l’inizio del ticchettio della pioggia sui vetri appannati.

Il thè è un fondo freddo e scuro nella tazza che non ha più portato alle labbra quando la governante li invita a passare nella stanza accanto per la cena.

Peggy è catturata dal camino acceso come da un sogno d’infanzia : non sa distoglierne lo sguardo, si riscalda, tende le braccia, si siede accanto al fuoco. E’ solo dopo qualche istante che nota la tavola apparecchiata con gusto, sulla quale risplende il candeliere con le candele nere. La corona di fiammelle rosa illumina la stanza di uno splendore baluginante, che si spande riflesso da un grande specchio alla parete. Alzando gli occhi su De Backer trova adesso, in quella luce, che sia inspiegabilmente cambiato : la sua figura ha acquistato fascino e maestà, si è attenuata la piega beffarda delle labbra, il vuoto intelligente degli occhi si è riscaldato di emozione. Vorrebbe studiare le cause di quella trasfigurazione, ma teme di fissarlo in modo indiscreto, e comunque non vuole lasciarsi invadere dal turbamento che le provoca il fascino di quel viso, che ora le pare bello, quieto, rassegnato a qualche misterioso dolore.

Allora si volge verso la tavola imbandita.

Sulla tovaglia candida fa mostra di sé un servizio blu di porcellana inglese con le minuziose scenette di una caccia alla volpe. I piatti, tutti diversi tra loro, seguono la trama di una battuta : un manipolo di cavalieri si allontana da una villa imponente, circondata da un giardino all’italiana. Fossati, siepi, macchie e ponticelli blu sono la pista dei cavalli sempre lanciati al galoppo. Peggy sfiora intenta il bordo lavorato di una salsiera e si accorge di essere seguita dallo sguardo premuroso del suo ospite :

"Belli, non trova ? Primo ottocento. Me li sono aggiudicati ad un’asta e ho avuto fortuna." Indica il proprio piatto con un sorriso intrigante : "Lì muore la volpe. Conclusione della caccia."

"Cacciare volpi pare non sia più di moda. Neppure in Inghilterra." osserva Peggy, gentilmente.

"Sciocchezze. La caccia è la vita. E, comunque, noi serviamo altra selvaggina."

Queste parole sottolineano l’ingresso della governante, che posa al centro della tavola, con le grosse braccia flaccide, un enorme piatto di carni arrostite.

Peggy, accomodandosi alla destra di De Backer, si rende conto che la carne sarà l’unica portata della cena, e forse alza uno sguardo interrogativo, perché lui, prontamente, le chiede :

"Lei non è vegetariana, spero ?"

"No, ma...."

Il piatto deborda di una salsa densa, sanguigna. I grossi tranci di carne, spessi, poco cotti, le ricordano un ristorante in cui è stata una volta, ricavato dall’ampio androne di un palazzo del sec.XVI, le cui pareti erano affrescate con scene di simposiaca allegria. Un luogo in cui non toccò cibo, a causa di un malore.

"Non tema : Miss Hauffner cucina stupendamente. Può aggiungere della salsa di mirtilli. Da noi si usa. Oppure servirsi del ketchup fatto in casa. E’ ottimo sulle salsicce. Mi consenta..."

Sotto gli occhi stupefatti di Peggy, De Backer le accosta il piatto fumante e, con mosse sicure, comincia a servirla. Quella che pare una spessa bistecca di manzo le rosseggia, adesso, nel piatto, sul quale si vede la volpe stanata tuffarsi terrorizzata fra i rovi e il cacciatore aizzare i cani. Cade il dovuto silenzio, nel quale il fuoco scoppietta allegro, ma la forchetta d’argento nella mano insicura di Peg pare si muova per intralciare il coltello. De Backer affetta l’arrosto senza neppure far forza sui gomiti, come fosse di burro, e inghiotte grossi bocconi con lo sguardo intento di chi partecipi ad un’occasione speciale - a una festa di nozze o a un funerale.

Il tremito che Peggy gli cerca sul viso, quello che accompagnava i discorsi sulle lande gelate, adesso ha lasciato il posto a una soddisfatta, animalesca freddezza.

Peggy inghiotte il primo boccone, ma già masticando si sente a disagio. Ora fissa il piatto fumante e le pare che quel fumo sia denso più del dovuto, che l’aroma delle carni sia dolciastro e un po’ nauseante. Ciò nondimeno si sforza di deglutire, perché De Backer le rivolge uno sguardo incoraggiante, quasi gioioso.

Quando prende a disossare la bistecca nel piatto, è inorridita dalla cedevolezza del muscolo sotto il coltello e la prende il sospetto che sia carne equina, eccezionalmente polposa e ricca di sangue. Mentre porta la forchetta alla bocca il movimento delle mascelle di De Backer le provoca un turbamento intenso e inspiegabile e deve appoggiare le posate.

"Non ha appetito ? Forse cena di solito ad un’ora più tarda ? Vuole che chieda di portare via il piatto ?" Gli occhi del suo ospite sembrano sinceramente contristati per quell’inconveniente, e già allunga la grande mano verso il campanello, per chiamare Miss Hauffner.

"No, va bene." Implora con gli occhi lucidi Peg, prendendo un respiro profondo. Eppure lo sa, che non può più inghiottire. La vista del piatto le provoca nausea. Se posa lo sguardo sulle salsicce alla griglia, la raggiunge un odore pungente che dà le vertigini.

Sotto gli occhi interdetti del suo ospite, si alza balbettando una scusa, e chiede della toilette. Miss Hauffner l’accompagna impassibile. Si chiude bene a chiave, si lava le mani, le strofina a lungo sull’asciugamano ruvido e inala avidamente l’odore familiare del sapone. Poi prende a scrutarsi allo specchio con ansia, come temesse di trovarsi diversa. Ovviamente, nulla è cambiato : il maglione con le rose è elegante, il trucco non è sfatto, gli occhi sono appena arrossati dall’aria riscaldata dal fuoco.

Quando torna in soggiorno, nota con sollievo che tutte le pietanze sono sparite dalla tavola e che il suo ospite sta sorseggiando un amaro.

"Come sta ?" le chiede, con tenera premura.

"Bene. Bene, grazie."

E’ uno sforzo di urbanità del tutto ipocrita, perché Peg sente ora, senza motivo, un rancore violento salirle dalle viscere contro il suo ospite, fino a farle serrare i denti.

"Però preferirebbe ritornare a casa." La previene De Backer, con la bonarietà e la tolleranza di un uomo che affronta il ripetersi di una vecchia storia.

"Preferirei."

"Sì., è pallida. L’ho annoiata con troppe chiacchiere."

Galantemente, l’accompagna al guardaroba e le infila il cappotto, poi le porge una busta sigillata :

"Questo è il dovuto."

"Ma.." sussurra Peg con un filo di fiato " non le ho detto ancora..."

Sta di nuovo pensando di parlargli del fuoco freddo.

"Sono al corrente dei prezzi, non tema" e questa volta De Backer ride sommessamente, come avesse pronunciato una fine battuta. La guida verso l’ingresso facendole luce col candeliere. Nella corrente d’aria che filtra dalla porta, le fiammelle oscillano selvaggiamente.

Peggy è rincuorata dalla facilità di questo commiato. Gli porge la mano da stringere e non si sorprende quando lui si china a baciarla. Ma nel raddrizzare le spalle, con un gesto inatteso, De Backer le accosta bruscamente le candele ai capelli. D’istinto Peggy si ritrae, emettendo un piccolo grido. Ma niente fumo, niente calore : soltanto il cuore che ha accelerato e la mano tremante, che rovista fra i riccioli intatti. L’uomo è rimasto impassibile e ora scandisce chiaramente, con quel suo accento impenetrabile, poche parole :

"Fuoco freddo. Una fortuna per lei. E per me, che sono un vecchio maldestro."

Peggy è fuori di sé. Non per quel commento, né per l’insensatezza della propria paura, ma perché è certa che quel movimento del braccio non sia stato involontario. Lo dice la smorfia ironica che deforma di nuovo il sorriso di De Backer. Però, prima che possa reagire, la porta le si chiude alle spalle e cammina sul vialetto in giardino.

E’ un buio opaco, rischiarato dalle luci stradali, in cui il freddo sembra fissare gli oggetti e gli alberi gelandoli in una immobilità surreale. Il fogliame non freme neppure nell’aria ferma, le ombre sono scura carta straccia sotto le scarpe da sera di Peg, che muove pochi passi stupiti fino al lastricato scabro ritagliato dal lampione.

Mentre sta per sospingere l’inferriata ed uscire, le si accosta timidamente un ragazzo.

Indossa un cappotto scuro, è di poco più alto di lei e ha grosse scarpe da camminatore, ma il colletto candido di una camicia elegante lo fa sembrare l’invitato ritardatario a una festa.

"E’ stata a cena da lui ?" chiede, accennando alla villa.

"Ma Lei chi...."comincia Peg, e vorrebbe concludere "diavolo è ?", ma gli occhi chiari che la interrogano hanno il brivido che distingue il cielo di certe mattine nude, in cui l’aria si sveglia pulita come uno specchio. Il contrasto con lo sguardo abissale di De Backer la induce a tacere.

"Se ha mangiato con lui, prenda questo."

Le sta porgendo un cioccolatino alle nocciole. La stagnola dell’incarto luccica come oro nella semioscurità.

"Perché ?" chiede Peggy, ma intasca quel dolce con un debole sorriso.
"Non ritorni. Per favore, non ritorni. Le toglierà quel sapore di bocca."

Non c’è bisogno di chiedere quale : il sapore dolciastro del sangue, della carne troppo spessa e troppo tenera, che a inghiottirla sembrava di toccare la pelle flaccida di un cadavere.

A quell’idea Peggy ha un sussulto, il viso le si riempie d’orrore, ma lui già la spinge, la supplica di nuovo di non ritornare e richiude il cancello, mentre le luci della villa si spengono.

I passi che muove verso casa sono incerti : si sente indebolita come dopo uno sforzo protratto e le tempie le pulsano, pesanti. I pochi passanti li vede grandi e lenti, come in quei sogni nei quali si è inseguiti e le gambe non rispondono. Quando ritrova la porta di casa è per lasciarsi cadere sul letto e chiudere gli occhi. Nel sonno leggero, irrequieto, forme scure si rincorrono e si sovrappongono e facce distorte ridono e sussurrano. Il mezzo delirio fa ruotare la camera su se stessa fino a metà della notte. Allora si sveglia sudata e ancora vestita, col desiderio di vomitare. Una luna stracciata invade la stanza, la luce cinerea divora i colori della sua casa. A tentoni ritrova il cappotto e mangia il cioccolatino. Lo inghiotte come fosse la pillola contro ogni male, poi ricade nel sonno.

Questa volta è un sonno buono, profondo, un abbraccio protratto che la tiene col volto premuto al cuscino fino all’alba e cede il passo ad un dormiveglia luminoso che l’accompagna fino alle nove, quando i sogni prendono a ricalcare le orme del giorno, perdendosi in un deserto chiaro, la terra di confine con la veglia, che odora di finestra aperta e di lenzuola pulite.

Peggy potrebbe dormire fino a mezzogiorno. Potrebbe alzarsi a sera e leggere soltanto sul giornale di domani che c’è stato un incidente alla villa, al numero 50, dove un giovane giardiniere si è rotto il collo all’alba, cadendo da una scala.

Dato che Peg conosce bene la via, e il mercato, e la gente, è fra i primi passanti a sapere del fatto, che la trova con lo stesso cappotto della sera prima e una carta di cioccolatino nella tasca destra..

Il giardiniere era quello che piantava peonie e scolpiva magicamente i bossi della villa color di gelato al lampone. Un ragazzo tranquillo che indossava, lavorando, camicie bianche dal colletto immacolato, quasi attendesse ospiti dal giardino dell’Eden. Lo vedevano mordere mele seduto sul muretto, ma ci parlavano in pochi, convinti che non sapesse la lingua. Certo era straniero, arrivato insieme a De Backer o poco dopo da un paese del nord. Forse lo stesso paese. Forse un paese diverso. Comunque portava sempre scarpe troppo grosse e aveva un sorriso serafico, come fosse un po’ tocco. Il modo in cui guardava metteva a disagio quelli che ci scambiavano due parole : occhi eccezionalmente trasparenti, un imbarazzo sostenerne lo sguardo. Era come fissare un uomo nudo. E, con questo, fine dell’epitaffio. Le vecchie che passano davanti all’ambulanza si segnano velocemente. Le parole conclusive, le più ripetute, sono : vent’anni.

Peggy è ancora fra la folla quando la volante si ferma davanti al cancello e un poliziotto attempato, con l’aria già stufa, entra dalla porta di servizio per parlare a De Backer.

Peg può immaginare il viso impassibile del suo ospite assorbire i commenti, le domande, le perplessità della polizia avviluppandoli ad uno ad uno, instancabile, nella cortesia fredda e beffarda di una lunatica raffinatezza. Farà vedere loro la tavola dove imbandisce le cene ? E la cucina, e il camino, e la poltrona dall’alto schienale ? In tutto questo non scorgeranno nulla di sospetto o di strano. E Peggy è certa che non troveranno niente di sospetto o di strano neanche nella morte del giovane giardiniere, perché è così che va il mondo : il loglio nel grano, la tigre e l’agnello, il sonno cattivo e il sonno dolce, fino alla fine. Si accorge con spavento che, sospinta dalla folla che preme, si trova oltre il cancello. Sgomitando, si ritira verso la strada, ma già le pare di aver visto quegli occhi gelidi spiarla da dentro la casa, da dietro le tende, e ridere di lei : dei suoi capelli che non bruciano, del sangue nel suo piatto, dei pacchetti di candele nere ben confezionati sul suo tavolo.

Deve gettarle via. Gettarle via tutte.

Risoluta, ritorna verso casa. Ma quando afferra i pacchetti chiusi, stretti da nastri ben tesi, ripensa al lavoro che ha fatto, inspira l’odore gradevole della cera e riflette su quel fuoco freddo così straordinario. Allora si siede di nuovo davanti all’orologio, e aspetta. Se quel colorante fosse stato un caso irripetibile ? Se le sue proprietà incredibili fossero limitate a quelle due boccette e quella fosse stata l’ultima partita di una tintura speciale, pervenuta per errore ad un negozio che vende soltanto giocattoli per adulti suggestionabili ? E se De Backer l’avesse invitata proprio per questo ? Le congetture più assurde si fanno strada, mentre squilla il telefono e scatta la segreteria. Come si aspettava, è la voce di lui. La gradevole tonalità di basso con la quale De Backer esprime la sua incurante cortesia :

"Signorina, avrei urgenza di rivederla qui, a casa mia. Come forse già sa, è accaduta una terribile disgrazia. Ne sono conseguite le inevitabili seccature. Penso alla serata trascorsa con Lei come all’ultimo assaggio della mia tranquillità. Ora che siamo amici, l’aspetto. Al più presto."

"Non ritorni, la prego. Non ritorni". Il viso del giardiniere si sovrappone a quello di De Backer, il cui tono non suonava perentorio, ma autorevolmente suadente.

Peggy immagina il rito della cena che si ripete ed ha un brivido. Probabilmente è stata l’ultima persona ad aver visto vivo quel ragazzo. Potrebbe consigliarsi con Ala, chiamarla subito e tesserle il delirante racconto di una notte di incubi seguita a una cena in cui un’ospite distaccato e gentile le ha offerto un piatto di cacciagione. E che cosa c’è che non va ? Ecco l’espressione stranita e sorpresa della sua amica, alla quale parrà che la faccenda sospetta sia piuttosto l’ammonimento insensato di un giardiniere da tutti giudicato un po’ tocco.

L’unico commento a seguire sarà : "Ti ha comprato le candele, no ? Era quello che volevi."

E Peggy si rammenta soltanto adesso della busta chiusa che ha appoggiato sul ripiano dell’ingresso. Corre ad aprirla, come fosse la chiave per sciogliere questo enigma che enigma non è, ma che ha provocato una morte tanto stranamente opportuna. E la cifra che trova nella busta è enorme, spropositata, stupefacente. Tanto da indurla a chiedersi che cosa De Backer abbia effettivamente comprato da lei.

Pensa di restituire quei soldi alla prima occasione, ma poi si rende conto che occasione non ci sarà, perché non ha intenzione di rivederlo mai più.

Si rode le unghie e immagina - mentre l’orgoglio dell’onestà le gonfia il petto - il postino che recapita un vaglia al n. 50, oppure un amico fidato che lascia cadere in sua vece una busta nella cassetta postale....Poi riflette stancamente sul lavoro che non ha, sulla cifra dell’affitto da pagare, sulle bollette del condominio insolute e sulla gonna che ha visto in vetrina due traverse più avanti. Sono un mucchio di soldi. Su questo ultimo assioma si alza e comincia a prepararsi il pranzo, evitando scrupolosamente ogni tipo di carne.

Dimenticare la faccenda per un po’. Accendere il forno in cucina. Riscaldare l’ambiente.

Le zucchine le taglia a rondelle, mette in acqua un bel mazzo di basilico profumato, dispone nel piatto il formaggio affumicato a fettine ed estrae dalla cartata il pane all’olio che ha comperato il giorno avanti. Ancora soffice.

L’aroma della verdura cotta e degli odori si spande allegro per la casa. Mentre aspetta, apparecchia con la tovaglia a riquadri colorati che le ricorda le cene con gli amici, i pic-nics, la primavera. Poi sceglie il bicchiere di cristallo nel quale beve nei giorni di festa, l’unico sopravvissuto ai traslochi di un servizio ereditato dalla nonna.

Il sole inonda gioioso la tavola, il geranio sulla finestra sorride, le posate risplendono.

Queste tavole apparecchiate per una persona sono quelle che preferisce : può masticare in silenzio, pensare, leggersi in testa i desideri mentre mangia e fare progetti campati in aria di giorni felici. Presto tornerà il caldo, col caldo le pesche e le albicocche.

A mezzogiorno, quando dispone le zucchine fumanti sul piatto, la temperatura del soggiorno è così deliziosamente tiepida e il sole così giallo, da far pensare che l’inverno, seppure per qualche ora, sia filato altrove, a far buio dietro altre porte, fra gente che indossa grossi maglioni fatti a mano e calze lapponi. Questo non è paese da gelo e acquitrini, da zolle inaridite sotto una crosta di ghiaccio.

La forchetta con la quale si serve la verdura è quella con un dente spuntato che ha lavato centinaia di volte, mentre due amici parlavano seduti sul suo divano e la voce di Ala diceva :"Vengo a darti un a mano".

De Backer non esiste più.

Si siede. Sceglie dal piatto due o tre rondelle più grosse, sulle quali si adagia una foglia di basilico ben cotta e le porta alla bocca insieme a un biascicotto di pane.

E non ci crede. Che il sapore di ciò che ha inghiottito sia quello della carne al sangue, di quella carne rossa, dolciastra, dalla consistenza così inusuale.

E’ suggestione - pensa. Sono i nervi.

Ma è tesa quando assaggia il formaggio, che è carne arrostita sotto i suoi denti.

Si trattiene dallo sputare, ma comincia a tossire, le pare di soffocare. Si alza e corre nel bagno, mentre si ripete fra sé che non è carne, che si tratta di verdura e formaggio... Ma il sapore del sangue le sale ferrigno al palato, stravolgendole anche l’olfatto. Quella carne non era carne animale. La certezza adesso le strappa un lamento e le lacrime cominciano a scorrere. Ecco Peggy allo specchio : non è cambiata. Allora la coglie un sospetto e va lentamente al tavolo delle candele nere. Basta accenderne una. La luce flebile e rosea della fiammella pulsa incantevole, assediata dal sole ma magica, ciononostante. Con la candela accesa si pone davanti allo specchio, ed è come pensava : vede i suoi tratti distendersi, le mani acquistare una affascinante morbidezza del gesto, gli occhi farsi cupi e splendenti come due pozze di notte, quasi ad occultare, nel buio delle pupille, un segreto dolore. Con la pelle dolcemente diafana, i capelli lucenti, Peggy è bella come mai prima e può parlare ad un uomo come una regina parla ad uno schiavo, sedendo su una poltrona dall’alto schienale. Ma dovunque vada, qualunque cosa mangi, sarà quella carne a intossicarla, a toglierle il sonno, a fare di lei quello che non osa pensare a parole.

Il delitto, il crimine, si perpetuerà ogni volta che, affamata, dovrà sostentarsi.

Guarda i soldi sul tavolo, quel mucchio di denaro contante. Una cifra che non ha mai avuto per le mani. E capisce ora a che cosa deve servire, per che cosa è stata pagata.

Quanto costa l’innocenza ? Ha abbastanza denaro da fare quello che vuole. Se fosse libera di farlo.

Poche ore dopo solleva la valigia sopra il capo, per adagiarla sui sostegni del TransEuro Express, e un uomo, sorridendo, già le porge aiuto. E’ gentile, sollecito, e la guarda come bevesse a sorsate dai suoi occhi un liquido inebriante. Ma Peggy adesso ha paura, forse avrà sempre paura.

Senza cenare si distende nel vagone letto, ed ascolta i binari scandire la notte in lunghi segmenti.

Il suo bagaglio più prezioso, i pacchetti di candele nere, stanno sul tavolo pieghevole, accanto al finestrino.

Quando si sveglia da un sonno che ancora sa del caffelatte e del profumo quieto del geranio di casa, deve fare uno sforzo per ricordare chi è, e stringere gli occhi per vedere nel mattino, attraverso la luce grigia che piove dal finestrino, le distese di zolle gelate e il silenzio agghiacciante delle betulle.

 

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