IL NON RITORNO, di Antonio Intra

E’ nato a Bergamo nel 1958, e ha cominciato a scrivere una decina d’anni fa vincendo il concorso della Editrice Nord relativo al tema "Invasioni". Si è classificato per due anni consecutivi al 2° posto al Concorso Nazionale di Courmayeur e finalmente l’ha vinto proprio l’anno scorso. Era sesto classificato al "Cristalli Sognanti" della scorsa edizione. A parte la sua passione per il genere fantastico, si interessa di cosmologia e psicanalisi.


 Controllo la mia arma: verifico che il percussore scorra perfettamente, che il ricercatore all'infrarosso sia calibrato e il caricatore ben innestato. Lo stesso fanno i restanti della squadra. Siamo pronti ad intervenire... siamo pronti a colpire i cattivi. I cattivi sono naturalmente sempre gli altri e c'è né sempre qualcuno da castigare. E quando questi sono particolarmente pericolosi chiamano noi del Team 14.

- Che fai, Braigh? Non vorrai portartelo dietro!? - mi intima Urhias alludendo allo sparuto ed impaurito klyrff accoccolato sulla mia spalla.

Ai miei compagni non piace molto il mio amico alieno, e trovano alquanto puerile che me lo porti appresso anche nelle missioni. Tuttavia non voglio creare problemi: afferro il klyrff per le zampette e lo metto nella sua gabbietta. Le sue ali sbattono e mi guarda con occhi afflitti. Non gli piace separarsi da me: i klyrff sono esserini empatici e quando scelgono un umano vorrebbero non staccarsene mai. Non so che farci. Hevyen lo ha trovato su Daortis V, e subito tra loro si era instaurato un legame. E quando lei...

- Pronti? Ci siamo quasi - avverte il Maggiore.

Nawec, il più giovane del Team, imbraccia il suo thorkson e guarda fuori dall'oblò. È solo un gesto istintivo, la profondità e l'acqua torbida non permettono alcuna visuale.

- Meno male - borbotta Urhias, - non ce la faccio più a stare in questa scatola di latta.

Stiamo in effetti un po' stretti. Sette componenti, più tre di equipaggio e un medico, sono un po' troppi per una freccia subacquea.

Emergiamo. Il bocchettone superiore si apre. Diluvia, e l'oscurità notturna non permette di vedere un accidente. È quasi come stare sott'acqua. Il mio occhio elettronico si attiva e mi delinea l'ambiente con estrema precisione. Vedo gli scogli, il susseguirsi delle onde, la spiaggia, i resti arruginiti degli impianti di trasformazione, gli alloggi abbandonati... e poi le alte mura del castello: sbrecciate, quasi interamente ricoperte da rampicanti ma ancora imponenti ed apparentemente inaccessibili.

Un marinaio mette in acqua un gommone e con quello guadagnamo la riva. Balzando a terra ci disponiamo a ventaglio e ognuno di noi va ad occupare l'area assegnatagli. Dal castello non giunge segno di vita, ma ci sono... sappiamo che ci sono. Sono del gruppo di Sajhl, uno dei più pericolosi in circolazione.

Mi posiziono sotto una feritoia sbrecciata e lanciata una fune intorno ad un gancio portaemblema, mi isso su per il bastione. Raggiunta la finestrella, penetro all'interno approdando lungo una scala a chiocciola, spina dorsale della torre, scendendo poi fino al loggione da cui parte.

Il mio auricolare ronza seghettando la voce del Maggiore. - Braigh... posizione.

- Area est.

- Hai un contatto visivo?

- Negativo.

- Attento. Dovrebbero essere lì.

Mi fermo e dirigo il mio occhio elettronico verso l'ampio salone sottostante: non registro altro che del ciarpame: tendaggi logori, mobilia ridotta a pezzi, calcinacci e un sacco di polvere. Dei divoratori neanche l'ombra.

No, un momento, da una porticina sbucano una decina di individui. Sono di diversa età, vestiti piuttosto sciattamente ma armati fino ai denti. Sono loro, i divoratori, pazzi che praticano l'antropofagia... cannibali e commercianti di carne umana.

Discutono.

- Dobbiamo andarcene - sbotta il più vecchio.

- E perché? Il posto mi piace - replica un giovane sui vent'anni.

- Se restiamo troppo finiranno col l'individuarci.

- E come? Nessuno sa che siamo qui.

- Sono sulle nostre tracce; me lo sento.

- Banchettiamo almeno. Uno spuntino veloce veloce.

Sghignazzano.

Avviso il Maggiore. - Sono qui. Ma non sono in cinque, sono il doppio.

- Poco male. Tienili sotto mira. A tutti gli altri: convergere sul salone.

Un'altra figura sbuca dal buio proprio davanti a me, istintivamente alzo il mio thorkson, ma il mio segnalatore mi avverte che si tratta di Urhias. Ho un gesto di stizza: poteva anche farmi sapere che era nella mia area.

Colgo un'altro movimento; è un battito d'ali... è il mio klyrff. Come ha fatto a uscire dalla gabbia? Be' inutile chiederselo adesso, l'importante è che non faccia chiasso e non riveli la nostra presenza.

Con leggerezza viene a posarsi sulla mia spalla e si struscia contro la mia guancia.

È Urhias ad avere questa volta un gesto di stizza.

Il mio segnalatore riprende a pulsare; il resto della squadra sta arrivando: non li vedo ma sono ormai nei pressi.

- State pronti. - È sempre il Maggiore a parlare. - Li prendiamo tra un secondo.

Un secondo di troppo perché le assi cui poggia Urhias si spezzano e lui piomba di sotto facendoci scoprire. I divoratori mettono mani alle armi e sparano all'impazzata. Faccio per reagire ma ho solo il tempo di tirare un paio di colpi che un muro di fuoco mi scaraventa all'indietro...

Una mano mi scuote. - Braigh svegliati... svegliati maledizione.

Mi stropiccio gli occhi; nonostante la stanza in penombra scorgo il volto seccato di Patricia, la mia seconda moglie. - Sono sveglio... sono sveglio.

- Stavi gridando nel sonno. Mi hai spaventato.

- Scusa.

- Ancora con i tuoi incubi?

Annuisco.

- Sono mesi che sei in questo stato, non sarebbe ora che prendessi degli attenuatori corticali? Non puoi andare avanti così?

Mi alzo e vado alla finestra. Piove ancora e il vento scuote gli alberi circostanti e, stando a notiziario, il maltempo dovrebbe perdurare per altri quattro giorni. Un annuncio alquanto preoccupante visto che in più punti il fiume è già straripato.

Penso al tempo per non dover rispondere a Patricia. Lo so che devo far qualcosa per le mie ossessioni, ma mi sento talmente sottosopra che non mi va di stordirmi con dei farmaci.

- Non torni a letto?

- Fra un attimo.

- Fa' un po' come ti pare, sono stufa di pregarti per ogni cosa.

Si ricaccia sotto le coperte e io rimango accanto alla finestra in compagnia dei lampi e dei tuoni.

Spesso mi chiedo perché abbia mai consentito di convivere con Patricia. È così diversa da Hevyen. Non le somiglia per niente, nemmeno fisicamente. Lo so che è stupido ricercare in una persona le caratteristiche per cui ci si è innamorati di un'altra, ma come tutti ho i miei difetti... le mie debolezze. E sono stato troppo innamorato di Hevyen per non cercare di farla rivivere attraverso un'altra persona.

Nonostante ciò sto con Patricia. Forse perché lei è quella che mi merito.

Scivolo su una poltrona e mi stringo le ginocchia. Chiudo gli occhi e vecchie immagini tornano ad accavallarsi nella mia mente, a quando ero ragazzino... a quando passavo le mie giornate interamente con Hevyen.

Ancora non sapevo cos'era il dolore. Non lo conoscevo nemmeno.

Ora invece...

Più di ogni altra cosa rammento il capanno che ho costruito in riva al fiume e alle innumerevoli volte in cui mi ci sono rifugiato con Hevyen. Ci andavamo a giocare, a fantasticare. Volevamo diventare entrambi esploratori, lasciare questa palla di fango, visitare pianeti lontani e studiare antiche rovine.

E intanto costruivamo lì i nostri mondi... i nostri sogni.

Eravamo ragazzi.

Siamo praticamente cresciuti assieme.

Non c'eravamo che noi. Il mondo degli adulti era lontano, non meno alieno dei pianeti oltre la Nebula di Olgram. Nessuno badava a noi: ci proteggevamo a vicenda, ci sosteneva la curiosità che caratterizza gli adolescenti e la voglia di esplorare, oltre a pianeti remoti, anche noi stessi. Avevamo il sacro ed inestinguibile fuoco degli ingenui e degli incoscienti.

Penso di averla sempre amata.

Lo so che non si può parlare di vero amore a tredici anni, eppure la mia non era una semplice infatuazione: il tempo mi è stato testimone.

Nella mia vita non c'era stato altro che lei... non volevo altro che lei. Volevo renderla felice... invece l'ho uccisa.

Come schegge due uomini del Team mi passano davanti e si precipitano nel salone sparando come dannati. Vorrei muovermi anch'io ma qualcosa mi tiene incollato al muro. Intanto nel mio auricolare è un continuo esplodere di imprecazioni e ordini. - MA CHE CAZZO FATE?... CREATE UNO SBARRAMENTO... USATE LE GRANATE D'URTO, STRONZI.... CI STANNO SCAPPANDO DI MANO... SVELTI, SVELTI....

Raffiche al plasma solcano le pareti mandando in frantumi sia suppellettili che braccia e gambe. Il sangue si mischia alla polvere. Due colonne di fuoco si levano sino al soffitto e una parete crolla riempiendo l'ambiente di fumo e di pulviscolo. Per terra rimangono due del Team, uno con la testa staccata e l'altro con il ventre squarciato, e tre divoratori. Una breccia nel muro mi induce a pensare che gli altri siano fuggiti con il resto del Team alle costole.

Riesco finalmente a sollevarmi e a recuperare il mio thorkson. Mi reggo in piedi a malapena ed è traballando che scendo nel salone.

Dall'auricolare mi giungono altre segnalazioni. - Maggiore, quaggiù è un labirinto. Sulla mappa fornitaci non c'erano tutti questi passaggi e cunicoli. - La voce mi pare quella di Nawec.

- Piantala di piagnucolare e vai avanti. Hai l'occhio, usalo!

Mi imbuco anch'io nella breccia e, seguendo il consiglio del Maggiore, tengo entrambi gli occhi ben attivati. I sotterranei sono bui e umidi e le diramazioni innumerevoli. Procedo a tentoni cercando di orientarmi stabilendo dei parallelismi con la mappa che ho memorizzato e cercando di immaginare quale direzione possono aver preso i fuggiaschi. Non oso chiederlo al Maggiore, sarebbe capace di farmi restare dove sono solo per occupare e rendere sicura l'area.

Mentre cammino mi accorgo di avere il klyrff ancora appollaiato sulla spalla. Le zampe stringono spasmodicamente la mia tuta e la sua coda sottile è semiattorcigliata attorno al mio collo. Non mi da fastidio, anzi trovo rassicurante la sua compagnia, mi pare di condividere con qualcuno la mia tensione. Forse l'empatia per cui sono famosi i klyrff non è a senso unico. Mi pare di rammentare che a tal proposito i nativi di Daortis V li considerano come una sorta di angeli custodi, in grado di proteggerli dalle sventure.

Dovrò decidermi a dargli un nome.

Girato un angolo intravedo una lama di luce. È troppo ampia per essere il proiettore di uno della mia squadra. Avanzo con prudenza. La luce rimane ferma: proviene da una cella, da uno spioncino lasciato aperto. Striscio lungo il muro e butto un'occhiata dentro. Ciò che vedo mi fa accapponare la pelle: raggomitolati in un angolo ci sono una mezza dozzina di bambini in lacrime, terrorizzati... e su di un tavolaccio almeno un paio di cadeverini... smembrati, macellati come bestiame.

Il mio stomaco ha un conato di vomito.

Un tuono mi fa saltare sulla poltrona su cui mi ero rannicchiato. È mattina, ma la fitta coltre di nubi mantiene prigioniero un sole timido ed impotente, facendo perdurare un'oscurità opprimente. Il letto è vuoto; Patricia si è già alzata. Sento lo scroscio della doccia e lei che canticchia un vecchio motivo. Avrei bisogno anch'io di una doccia, ma quasi come un automa mi vesto prendendo a caso un maglione e un paio di pantaloni da un cassettone. Assieme ai capi saltano fuori anche un paio di foto: la prima mi ritrae sotto la chioma di un albero... in procinto di baciare Hevyen. Il nostro primo bacio. La seconda fu scattata che avevamo poco più di quindici anni, appena dopo il suo ritorno da Daortis V con il klyrff. La sposai due anni dopo. L'amavo più di me stesso... ciò nonostante ho permesso che morisse.

Avrei dovuto prevedere l'ingrossare del fiume, l'acqua torbida e fangosa era un segnale più che evidente. Avrei dovuto attraccare da qualche parte, lasciare la barca... invece volli continuare a risalire il fiume. Cosicché, quando la piena arrivò, fui incapace di governarla. La barca si rovesciò. Cademmo in acqua, e subito le onde tumultuose ci separarono. Tentai di raggiungerla, lo tentai disperatamente, ma la corrente me la rapì... la trascinò sotto, e non me la restituii mai più.

È morta così... per colpa mia, per la mia stupidità.

Dopo il suo funerale, mi arruolai.

Sento la doccia chiudersi, e come un ladro colto sul fatto nascondo la foto nel cassetto... lasciandovi sopra le mie lacrime.

- Ho sentito il nuovo notiziario - mi dice Patricia uscendo dal bagno avvolta da un asciugamano, - i rilevamenti fanno pensare al peggio. Le acque del fiume sono in continua crescita.

Accorgendomi di avere un nodo che mi strozza la gola, mi schiarisco la voce prima di rispondere. - Non ci voleva un genio per stabilirlo.

- Come pensi di fare?

- A proposito di cosa?

- Ma per evitare l'alluvione, no?

- Non posso far smettere di piovere.

- Spiritoso! - Fa una smorfia. - Allora? ce ne andiamo o tentiamo di salvare questa baracca?

- Tu che vorresti fare?

China la testa. - La casa è tua, se non importa a te di salvarla a chi dovrebbe importare?

- D'accordo, vedrò di fare qualcosa.

Pare sollevata, per una volta sembra che io abbia dato la risposta giusta. Forse perché nonostante l'amore tra noi sia finito lei non saprebbe dove andare, e forse perché su questa casa lei pensa di metterci le mani sopra.

- Datti una smossa allora. Perché non scavi dei canali di scolo per deviare l'acqua che potrebbe trascendere dagli argini?

- Dei canali di scolo? E pensi di evitare un'esondazione con dei canali di scolo?

- Preferisci restartene con le mani in mano?

- Non mi va di uscire con questo tempo a sbadilare nel fango.

- Vuoi che lo faccia io?

- No... no.

- Allora muoviti. E già che ci sei non sarebbe male se tu potessi far funzionare la pompa per gli spurghi che tieni in soffitta.

- La pompa? Abbiamo una pompa per gli spurghi in soffitta?

Mi lancia un'occhiata piena di biasimo. - Che ti succede, Braigh? Non sei più lo stesso da quando sei tornato dal castello di Kalkar. Devo sempre ripeterti le cose due volte?

- Scusa.

- Non devi chiedermi scusa, basta che ti concentri un poco sulle cose da fare.

- Va bene. Fatta colazione mi metto al lavoro.

Mi bacia sulla guancia. Tento un abbraccio, ma lei scivola via.

Vado in bagno. Mi sciacquo la faccia e rimango a lungo a fissare l'acqua che scorre nello scarico.

Prima che possa aprire la porta oltre la quale sono rinchiusi i bambini mi arriva il secco schioppettio delle raffiche al plasma. Non so quale svolgimento abbia avuto lo scontro, ma è probabile che abbia fatto una sorta di giro vizioso, oppure che la nostra posizione di vantaggio si sia ribaltata. Comunque stiano le cose mi preparo: mi piazzo in angolo e allungo l'orecchio in direzione dei colpi. Nell'auricolare le voci si accavallano confondendosi le une alle altre; sono perlopiù imprecazioni e resoconti frettolosi. Il fragore dura un paio di minuti poi gli spari si quietano.

- Ne abbiamo beccati altri tre. - Credo che sia Wensell a parlare. - Quelli che sono rimasti indietro.

- Vuoi che ti dica bravo? Cristo, muovete il culo, ragazzi. Tutti quanti.

Bene, ne rimangono quattro. Penso che tra poco sarà tutto finito.

Ma la mia illusione dura poco. La voce del Maggiore torna a sbraitare. - Dove sono andati?... Cristo, li abbiamo persi...

Sembra proprio incazzato, e ha ragione. Doveva essere un'operazione semplice, veloce, invece si è incasinato tutto. E ci mancherebbe pure che alcuni di loro riescano a fuggire.

Torno ad occuparmi dei bambini. La cella è chiusa da un grosso catenaccio e da un grosso lucchetto. Roba da Medio Evo. Potrei farlo saltare con un colpo ma prima sarà meglio chiamare il Maggiore per dirgli cosa ho trovato per far sì che la squadra non venga distolta dall'inseguimento qualora qualcuno dovesse sentire le detonazione del mio thorkson.

- Maggiore... Maggiore, sono Braigh... Sono nei sotterranei, mi sono imbattuto in una cella piena di bambini... - E mentre parlo mi viene il sospetto di non esserci arrivato per caso, ma che il klyrff, percepito il terrore di bambini, mi ci abbia in qualche modo portato.

Uno scalpiccio mi fa trasalire. Faccio appena in tempo a girarmi che dal fondo del cunicolo sbucano i quattro divoratori superstiti. Non ho tempo per pensare. Non ho tempo per chiedermi se sono capitati qui per caso o se hanno premeditato di recuperare in qualche modo i bambini.... ho solo il tempo di premere il grilletto.

L'espressione sorpresa di due di loro si tramuta subito in smorfie di dolore e crollano al suolo, ma i restanti rispondo al fuoco. Scie energetiche si incrociano sibilando nell'aria e schegge infuocate rimbalzano ogni dove all'impazzata.

Vengo leggermente abbagliato e, nonostante il mio pettorale corazzato, percepisco una serie di impatti che mi fanno perdere l'equilibrio... e mentre cado vedo chiaramente schizzare dal mio petto un fiotto di sangue.

Be', non si può pretendere di sostenere un faccia faccia con delle armi al plasma senza riportare un graffio.

Sebbene a terra, continuo a sparare fino all'esaurimento del mio caricatore energetico. Quando il mio thorkson scatta a vuoto sono l'unico ancora con la testa sollevata. E cosa sorprendente non sento alcun dolore. Ma so che arriverà... arriverà presto.

Comunque mi trascino accanto alla porta e, prendendo dalla fondina il mio pauser, faccio saltare la serratura.

La porta si spalanca.

- Uscite... Non avete più niente da temere ora.

Ma i bambini non escono, sono troppo terrorizzati. Non posso pretendere che mi credano.

Sto quindi seduto e aspetto con loro l'arrivo della mia sqaudra.

Mi ritrovo appoggiato ad una parete. Devo essermi sentito male. Il rubinetto del lavandino è ancora aperto. Mi alzo e lo chiudo.

È ora di mettersi al lavoro, altrimenti chi la sente Patricia?

Salgo in soffitta e recupero piccone e badile insieme a degli stivali. Erano anni che non ci mettevo piede. E mentre mi infilo gli stivali ricordo come ho trovato vuota questa casa allorché sono tornato, tanto da non riconoscerla come mia. Tutto mi apparve diverso, i mobili, gli intonaci, i pavimenti. Non è stato come ritrovare un focolare, anzi è stato come entrare in casa d'altri senza invito. Mi sono sentito rifiutato... osteggiato. E tuttora, dentro queste mura, mi sento straniero e stranito.

Per questo non me la prendo se Patricia se ne vuole impossessare, forse appartiene più a lei che a me.

Lascio la soffitta. Devo avere però qualcosa che non va: la casa sembra avvolta in una penombra innaturale, i colori hanno toni sbiaditi e tendono ad annullarsi man mano che discendo le scale. Ho le vertigini.

Vorrei chiamare Patricia, ma temo che lei pensi ad una scusa per non uscire. E forse non ha tutti i torti. La mente mi combina brutti scherzi ultimamente.

Cerco di resistere e continuo a discendere, anche perché odo lo scricchiolio di alcuni passi sulle scale. Forse è Patricia che mi ha preceduto.

Mi faccio forza, ma arrivato all'ultimo pianerottolo sono costretto a sedermi. La vista mi si offusca e il respiro si fa pesante. Mi strofino la faccia con le mani e cerco di dilatare i polmoni respirando profondamente, ma non serve a molto; quando stacco le mani dal viso ho come l'impressione di guardare due immagini sovrapposte: un oscuro sotterraneo con una cella aperta e piena di bambini, e l'atrio che da sull'esterno della casa.

E in fondo alla scala, seduta su gli ultimi gradini... Hevyen?!

Non è possibile!?

È bella come non mai, e indossa lo stesso vestito del giorno in cui ha accettato di sposarmi. Tiene la testa reclinata da un lato, come era sempre solito fare da ragazzina, e i suoi occhi... quanto di più bello mi sia mai capitato di vedere in vita mia... stanno guardando me. Sembra che mi aspetti... che mi abbia aspettato da chissà quanto tempo.

Che razza di sogno sto vivendo? A quale stadio di follia è arrivata la mia mente per permettermi di creare tale illusione?

Ma è poi un'illusione?

Di tutto ciò che mi circonda, lei è ciò che vedo più chiaramente... la cosa più reale che i miei occhi percepiscono.

- Braigh...

Mi sta chiamando. Ma le mie gambe si rifiutano di muoversi.

Ho paura... paura del suo biasimo, che mi giudichi.

Non so cosa stia succedendo, ma l'atrio si fa più buio; nel contempo il sotterraneo che lo compenetra si riempie di soldati, sono i componenti della mia squadra: imprecano e fanno cerchio attorno a me.

Ma io ho occhi solo per Hevyen... non riesco a staccare lo sguardo da lei. Quale miracolo ha potuto riportarla da me?

- Hevyen... sei proprio tu? - balbetto a fil di voce.

Lei annuisce, e mi sorride. Non mi appare contrariata, né in procinto di emettere alcuna condanna. Ma io tremo.

- Oddio, Hevyen... perdonami.

La sua mano si posa sul mio viso e tenta di asciugarmi le lacrime che ormai non riesco più a trattenere. - Smettila di tormentarti.

Con esitazione sfioro a mia volta le sue guance. - OH, Hevyen... quanto mi sei mancata.

- Anche tu. Ma ora sono qui.

- Ma... ma come è possibile? Voglio dire: tu non potresti essere qui.

- Nemmeno tu - afferma lei con amarezza.

- Non... non capisco.

Si gira, e fissa una parete come se cogliesse le mie stesse visioni.

Sento ora delle voci; le riconosco: appartengono agli uomini del mio Team.

- Cristo, ma è Braigh! - urla Nawec. - Ma come ci è arrivato fin qui con quella tempia schiacciata?

- Incredibile - mormora il medico militare, - lo avevo già dato per spacciato nel salone.

- Be', è una fortuna che sia riuscito a calarsi fin qui - sentenzia il Maggiore, - se non fosse per lui non so se avremmo mai trovato questi bambini.

- Cazzo, gua... guardate... re... respira ancora - balbetta Nawec.

Il Maggiore si precipita a sorreggermi la testa. - Presto, toglietegli quell'uccellaccio dalla spalla e...

- No - intima secco il medico. - Non fatelo. Guardate: il klyrff ha inserito il suo pungiglione caudale nel cervelletto e sono certo che gli sta iniettando delle endorfine.

- Cosa?

- I klyrff possiedono una sacca speciale contenente una sorta di endorfine che normalmente utilizzano per difendersi scaricandone violentemente il contenuto nel malcapitato aggressore - spiega il medico,- ma ho sentito che sono in grado pure di somministralo lentamente per sostenere i propri simili o i loro protetti come in questo caso.

- Bene, allora possiamo portarlo via e sottoporlo a terapia...

La testa del medico ruota in maniera sconsolata. - Non credo che ce la farà, è conciato troppo male. Le endorfine gli hanno annullato il dolore, e non so per quale miracolo si sia rimesso in piedi, ma non ce la farà a tornare, è spacciato... il klyrff lo sta aiutando semplicemente a morire.

Di colpo intuisco la verità. Per lo shock le mie gambe cedono e mi depongono sui gradini. - ODDIO! Io non ho mai fatto ritorno a casa... sono ancora nel castello.

Lei annuisce nuovamente.

Sento Patricia rovistare in cucina. Intuisco ora che non ho mai convissuto con lei. È lei a non essere reale, è solo uno squarcio su un'ipotetica vita futura... quella che avrei vissuto se avessi fatto ritorno a casa. Un'esistenza vuota, determinata dall'incapacità di accettare il passato.

Stavo intravedendo l'avvenire, non rivivendo il passato.

Mi sento esausto.

- Sto per morire, non è così?

Gli occhi di lei si inumidiscono. - Sì.

OH CIELO! Mi sono arruolato perché inconsciamente cercavo la morte... e ora che sta per arrivare non so come affrontarla

- Vieni - mi invita lei prendendomi per mano.

- Dove andiamo? - voglio sapere io.

- Fuori.

- Ho paura - ammetto senza remore.

- Non devi.

- Resterai con me?

- Te lo prometto.

Afferro la sua mano e mi lascio condurre oltre la porta.

La pioggia ci investe, ma la sento appena... sento solo il caldo tocco di Hevyen. E non m'importa sotto quale forma sia presente; sono con lei... e lei è qui con me.

E passo per passo ci addentriamo in un bosco umido, avvolto in una nebbia fittissima.

 

- È morto - mormora il medico.

Il klyrff stacca il suo pungiglione dal cervelletto e se ne vola via.

- Lo devo riprendere? - domanda Nawec.

- A che pro? - chiede il medico.

- Guardate - esclama Wensell, - ha in mano una fotografia.

- È lui con la moglie - mormora qualcuno, - ... erano inseparabili.

 

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