PRIMO CLASSIFICATO

Ho un po’ più di quarant’anni, risiedo a Savona dalla nascita, sono laureata in chimica e lavoro come ricercatrice presso un’industria (finché globalizzazione permette). Sono sposata e ho una figlia di dieci anni. Da sempre sono appassionata di fantascienza, e da molti anni scrivo. Ho provato prima con i romanzi, poi sono passata ai racconti, e ne ho ricavato qualche soddisfazione in più. Sono stata per diverse volte finalista al Premio Courmayeur, e nel ’96 ho vinto la sezione fantasy . Sono stata anche finalista al Lovecraft. Oltre ad essere comparsi in Internet, su Delos, alcuni miei racconti sono stati pubblicati in antologie "cartacee" della Keltia editrice e nella raccolta "I mondi di Delos" della Garden editoriale.

 

Sotto un cielo che corre

Di Milena Debenedetti

 

 

Ci spostiamo in continuazione. E’ l’unica cosa da fare, del resto.

Non per via della vecchia favola di trovare il-posto-dove-tutto-è-rimasto-inalterato, (anche se ogni tanto fa bene al cuore fare finta di crederci) ma piuttosto perché è il modo più sensato per cercare di mantenere la pancia piena e il cervello non del tutto in avaria.

Così, con la luce camminiamo, e con il buio mettiamo le tende in qualche posto adatto. Ogni tanto incontriamo altri gruppi, ma per lo più c' ignoriamo. Sono rari gli scambi e altrettanto i conflitti: c’è ben poco da commerciare, e niente per cui valga la pena di battersi. E poi siamo talmente in pochi…

Ecco, se dovessi definire il nostro mondo, in qualche modo, lo direi "mediamente rassegnato". Una quieta disperazione sembra essere il sentimento prevalente.

Si dice che altrove sia diverso, che le bande siano molto più selvagge e violente, ma non so poi se sia vero: io continuo a incontrare gente dimessa, con i vestiti sgualciti e gli occhi sempre rivolti al cielo, che a volte saluta appena e poi scappa via. Solo i capi tentano di darsi un’aria più sicura, più militaresca. Ma è tutta scena.

Il gruppo a cui mi sono unita non è dei peggiori: sono stata saggia nella scelta, e ne sono piuttosto soddisfatta. Del resto, li ho osservati a lungo, di nascosto, prima di decidermi.

Una trentina di persone, tutte in buona salute, e un discreto equilibrio dei sessi. Ci sono due uomini in più, ma a Tina e Elena non spiace affatto dividersi: sono molto accomodanti, in proposito. Il che, tra l’altro, evita anche a me noiose incombenze. Ne ho avuto abbastanza, di quelle cose, e da un pezzo.

Ci sono persino due preziosissimi bambini. Mi chiedo come cresceranno, e soprattutto se cresceranno, in un mondo impazzito come il nostro. La prima generazione della nuova era.

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Vladek mi guarda con aria interrogativa. La piccola cicatrice che ha sotto l’occhio sinistro sembra più livida. Osserva poi con occhio critico il cielo: le nuvole sono quasi ferme, si direbbe un posto tranquillo. Non c’è nessun segnale che farebbe presagire guai.

Eppure io ho appena detto: sento aria di complicazioni, Vladek. E lui non si sognerebbe mai di mettere in dubbio una mia sensazione.

Molte persone, dopo il disastro, si sono scoperte doti strane: dalla veggenza, ai sogni premonitori, alla telecinesi. Sembra che ci sia un collegamento biochimico, fra queste alterazioni della psiche e i cicli temporali: mio padre tentò di spiegarmelo, un giorno, senza molto successo.

Il fatto è che la maggior parte di queste doti sono dovute a un livello elevato di contaminazione. Chi le aveva molto sviluppate è già morto da un pezzo, con il corpo devastato dalle onde o la mente del tutto sconvolta.

Pochi sopravvivono, e sono in genere persone prive di equilibrio, emotivamente instabili: non riesci a resistere al caos che è fuori, se te lo porti anche dentro. Eppure i gruppi li ritengono preziosi, se li trascinano dietro anche quando sono ridotti a straccetti umani, li curano premurosamente per farli sopravvivere e ascoltano i loro vaneggiamenti con molta solennità.

Be’, io sono più fortunata: sono solo leggermente sensitiva, però ho conservato la testa sul collo. Almeno credo: non si può essere più sicuri di niente, del resto.

Comunque tutti mi rispettano, perché sanno che non mi fermo alle impressioni, ma cerco anche di ragionare. E poi, ho assorbito gli insegnamenti di mio padre, e so un sacco di cose.

Insomma: anche senza fare troppa fatica, essere fertile, attraente, e cedere a ricatti sessuali di ogni tipo, un posto di rispetto in qualsiasi gruppo decente me lo posso sempre trovare.

Come Sonia, il nostro medico. E’ vecchia e brutta, ma nessun uomo di buon senso la sbatterebbe via, neppure per far posto a una bella ragazzina. Elia, che è più giovane di lei, se la scopa pure.

- Pensi che questo posto sia pericoloso? - mi chiede Vladek, corrugando la fronte.

Non gli piace molto tornare sulle sue decisioni. Ha appena detto di fermarsi e montare le tende, dopo aver osservato brevemente il bosco intorno.

Un parco secolare di solito è un luogo ideale per la sosta: poche cose cambiano, anche sotto l’effetto delle onde, e puoi dormire tranquillo. Potremmo persino permetterci di fermarci per un po’: abbiamo appena fatto abbondanti provviste nel paesino vicino, e anche lì, a parte la fitta nevicata che stava ricoprendo il centro e il sole a picco in periferia, tutto sembrava calmo, e la contaminazione sotto controllo. Immagini di persone apparivano e scomparivano a tempi lunghi, senza rischi di interferenza, e i negozi erano ben forniti e poco frequentati. Persino i bambini hanno potuto fare pratica di rifornimento, senza grossi rischi.

Per questo Vladek è così nervoso: non vuole bruciarsi una possibilità allettante di dare riposo al gruppo. Eppure lo farebbe senza esitazioni, se io insistessi.

Ma io non me la sento di insistere. Respiro profondamente, raccolgo le idee, e rispondo:

- No, non è il posto. Accadrà qualche imprevisto, a tempi brevi. Ma non saranno le onde. Dobbiamo solo tenerci pronti, tutto qui.

- D’accordo. Spargerò la voce.

Mi va a genio Vladek. Mai discorsi inutili, e nessuna boria. Non ne ha bisogno, del resto. La sua autorità è indiscussa. Anche se non sappiamo chi sia, né da dove venga, e il suo nome e il suo aspetto possono solo far supporre le cose peggiori. Ma chi si formalizza più, a questo mondo?

Quando si è presentato a noi, un bel po’ di cicli-luce fa, era quasi l’imbrunire, e stavamo montando le tende, stanchi e zuppi di pioggia, dopo aver tentato di zigzagare fra una serie di repentini e violenti temporali, giù nella valle.

Ci ha guardato tutti, a lungo, poi ha detto, semplicemente, con un forte accento straniero:

 

Mi chiamo Vladek. Rimarrò con voi e sarò il vostro capo.

Nessuno se l’è sentita di obiettare, alla vista del coltellaccio che portava alla cintola. Più che sufficiente, in un mondo in cui le armi da fuoco hanno cessato di funzionare. Noi eravamo tutti disarmati. Elia, il nostro capo di allora, non ha fiatato.

Ma gli altri del gruppo non lo guardavano neppure. Guardavano me.

Cosa si aspettavano, che protestassi? Fossi scema, a cercarmi guai: io preferisco essere quella che ragiona, e dà consigli. Un capo deve decidere in fretta, dare pochi ordini precisi, far rispettare la disciplina. Vladek non sarà un genio, non avrà molta fantasia né inutili sentimentalismi, ma ha l’istinto del comando. E questo si vedeva subito.

Così, ho detto che andava tutto bene, che non avevo presagi negativi. Vladek ha capito che non ero un pericolo, e si è insediato fra noi senza altri fastidi.

Tranne che per qualche tempo mi ha fatto evidenti pressioni di tipo sessuale: non perché gli interessassi, ma semplicemente per ribadire la sua autorità, anche nei confronti di quella considerata la "mente" del gruppo. Lui è un po’ all’antica, in fatto di donne. Ero rassegnata ad andarci a letto un paio di volte, sperando che al suo orgoglio bastasse e che dopo mi lasciasse in pace: ma per fortuna è arrivata Emma, una brunetta spaurita a cui non pareva vero di diventare la donna del capo, e lui ha definitivamente cambiato interessi.

La proposta di fermarsi è accolta da tutti con sollievo ed entusiasmo. Qualcuno si siede subito per terra, massaggiandosi i piedi doloranti.

Non è uno scherzo, camminare lungo la ferrovia. Si fa il doppio di fatica. Eppure, è l’unico punto di riferimento ragionevole, da seguire nelle nostre migrazioni. Le strade sono troppo pericolose: il percorso cambia spesso, seguendo l’evoluzione nel tempo, anche nelle zone meno contaminate; si aprono improvvisamente buche e voragini, le gallerie scompaiono. E poi le macchine: ti spuntano da dietro all’improvviso, a tutta velocità, come niente possono travolgerti e scomparire nel nulla. Solo i pazzi e gli sbandati camminano per strada.

Le ferrovie sono più stabili, cambiano lentamente e hai tempo di accorgertene. I treni sono più rari, e per qualche strano motivo non sbucano di colpo, li senti arrivare e puoi scansarti.

La ferrovia è diventata un simbolo, un riferimento per tutti i noi. Il nostro legame con il passato. A volte i treni rallentano, ti sembra di poterli toccare, e oltre i finestrini ci sono tutti quei volti di persone, tu li vedi e loro non sanno di te, e te ne rimani a fantasticare, con una punta di invidia e malinconia struggente.

Guai a soffermarcisi troppo: è una delle tante cose che possono farti impazzire. Meglio vederle come immagini, e basta.

Eppure intorno alle stazioni, edifici che cambiano, scheletri di pensiline, ombre sfuggenti dietro i vetri delle sale d’attesa, vedi sempre qualcuno, qualcuno di noi poveri sopravvissuti, che aspetta, accanto a un cartello con il nome della città, a tratti sbiadito e mezzo cancellato, a tratti lucido e nuovo.

Aspetta un passaggio verso il passato. Un ciclo dopo l’altro, luce-notte-luce, sta lì fermo, senza quasi dormire né mangiare, fino a che non crolla.

I treni sono ombre sfuggenti, pallide immagini, un fischio, una luce di fari, uno stridio di freni, e niente di più.

Raramente, molto raramente, una di quelle immagini si concretizza, prende definizione, si ferma per un istante, tanto che riesci a vedere lo sportello che si apre, un passeggero che scende, l’ombra del capostazione.

Allora la gente in attesa si anima. Chi ne ha ancora la forza si accalca, si avvicina. Non c’è che una frazione di secondo, l’attimo in cui le due onde temporali si sfiorano, l’istante in cui l’apparizione diventa concreta, un oggetto, metallo, carne, vetro, odori: una realtà. Non c’è che il tempo di un lampo, per tentare di salire.

E qualcuno si butta, sperando di indovinare quell’istante. Quasi sempre, subito dopo, l’aria è di nuovo trasparente, silenziosa e vuota. Tranne per quella figura umana accasciata a terra, che si contorce, orribilmente dilaniata e squassata dal rimbalzo temporale, a volte agonizzando per cicli interi, finché rimane immobile, un fagotto sui binari, che qualcuno, pietosamente, rimuove e porta via.

Ma si mormora che non sempre sia così. Si favoleggia che qualcuno non sia più ricomparso, che sia riuscito a salire, a perdersi nel tempo che fu. Chissà se è vero, e cosa ne è stato di lui. Dubito che possa essere sopravvissuto a lungo. Ma per questa sola, piccola speranza, per questa insopportabile nostalgia, molti continuano ad aspettare.

---- oo ----

La "complicazione" non si fa attendere. Arriva con il buio, quando stiamo cenando. Un uomo, scuro di pelle e di capelli. Un bell’uomo, direi anche, con un viso aperto, quasi dolce nei lineamenti.

Mi stupisco io per prima dell’attrazione che suscita subito in me. Sono fra i primi che si avvicinano, incuriositi. C’è anche Vladek, la mano posata sul coltello da cui non si separa mai; Vladek che mi osserva, e per una volta, capisce al volo.

- E’ lui, il guaio di cui parlavi? - chiede.

A malincuore, annuisco. Non so perché, ma non mi va di procurare fastidi al nuovo venuto.

- E’ contaminato? E’ un fantasma?

Ogni tanto qualcuno sbuca dal passato, e piomba nel nostro tempo, in carne e ossa. Non so perché succeda: forse per compensare qualche altra anomalia temporale. Si dice che le oscillazioni delle onde abbiano avuto qualche sconfinamento all’indietro. Li chiamiamo "fantasmi". Sono irrimediabilmente danneggiati dal passaggio, e in genere muoiono entro pochi cicli. Prima, però, se ci capitano a tiro cerchiamo di spremere da loro più informazioni possibili. E con ogni mezzo, anche: se non collaborano, non si va troppo per il sottile. Intanto, sono spacciati comunque, e per noi, ogni conoscenza è preziosa.

Per questo mi piace tanto il nostro gruppo: perché tutti sono ansiosi di apprendere nuove nozioni, e perché Vladek è particolarmente abile nell’ottenerle.

Inghiotto la saliva, annaspando con i miei pensieri. Ma non posso mentire. Non posso ingannare il gruppo: la sua sicurezza viene prima di ogni mio scrupolo. Questa è la nostra legge più importante.

- Non lo so - rispondo, sinceramente. – Non riesco a vedere niente di lui.

- Tranne che è un pericolo.

- Che è una presenza insolita – preciso, anche se dubito che Vladek comprenda la sottile differenza.

Poi interviene lui, lo sconosciuto. Ha una voce gentile, pacata.

- Mi chiamo Jerome. Sono venuto con intenzioni pacifiche: volevo soltanto chiedere qualcosa da mangiare, e un posto da dormire, se l’avete.

Accento francese. Forse di origine nordafricana.

- Perquisitelo.

Tutti si muovono prontamente, all’ordine secco del capo. Lo straniero sembra indignato, e oppone una debole resistenza. Alla fine salta fuori che ha addosso dei congegni strani, mai visti prima. Il più strano di tutti è una specie di piastra, con due antenne laterali che terminano in una pallina gialla, e un quadrante.

Elia trova il pulsante per accenderlo, e il quadrante si illumina. Una lucina rossa lampeggiante.

- Attento a dove lo punti – ammonisce Vladek – potrebbe essere un’arma.

Elia allora dirige le antenne verso Jerome, tanto per vedere come reagisce. Lui non sembra impaurito: piuttosto, ansioso per la sorte dell’apparecchio.

La lucina ora è verde brillante. Elia scuote il capo.

- Sembra più un misuratore. Mai visto niente del genere, Lidia?

Sentendomi interpellata, scuoto la testa. La lucina passa da verde a rossa, lampeggiando in continuazione. Ora inavvertitamente Elia ha rivolto le antenne nella mia direzione. Il quadrante è verde e non lampeggia più.

Vedo lo straniero in preda a una grande agitazione; ma si domina subito, e forse io sono l’unica ad accorgermene.

- Che cosa misura, questo? – chiede Elia. – La contaminazione? Le onde? E come mai è funzionante?

- Non so niente. – risponde Jerome. - L’ho trovato in un laboratorio abbandonato, e sto cercando di capire a cosa serve. Per favore, spegnilo: non so quanto duri la sua energia.

- Anche tutti gli altri apparecchi erano in un laboratorio? – chiede Vladek, in tono scettico.

Non gli crede, ovviamente. Io, per parte mia, sento che sta mentendo (mai avuto sensazioni così nette) ma evito di peggiorare la situazione sottolineandolo.

Ascolto le sue spiegazioni sempre più improbabili, e dalla perplessità generale capisco che le cose per il poverino si stanno mettendo male.

Alla fine c’è un gran silenzio. Vladek si gratta la testa con aria solenne, poi estrae il coltello, osservandone attentamente la lama

- Va bene – dice, secco – adesso voglio sentire qualcosa di meglio.

So cosa significa. E lo deve intuire anche Jerome, perché sbarra gli occhi terrorizzato, mentre accennano a trascinarlo via.

- Aspetta – intervengo, senza sapere bene perché, rivolta a Vladek – non è sicuro che sia un fantasma, e neppure che sia pericoloso per noi. Teniamolo prigioniero per un po’, e vediamo di capirci di più, prima di interrogarlo.

Il capo mi considera, pensieroso.

- E’ una tua sensazione? – chiede.

- No, non lo è, ma…

Non finisco la frase. Vladek mi ha mollato un manrovescio in pieno viso, così forte da farmi barcollare. Sento subito il sapore del sangue, in bocca.

- Allora, la tua opinione non è richiesta, né gradita.

Ha ragione lui, naturalmente, e io sono stata una vera stupida. Me la sono proprio cercata, questa volta, non c’è che dire. Almeno, la faccenda mi dà una scusa per andarmene. Stavolta non ho voglia di assistere. Giro i tacchi, in silenzio, e mi ritiro nella mia tenda.

---- oo ----

Le informazioni sono vitali, già. Abbiamo sete di conoscenza. Ricordare il passato, come si viveva, come si è arrivati a questo punto. Trasmettere le nozioni ai nostri figli, se riusciremo ad averne, perché chi è nato dopo non si smarrisca e non dimentichi.

Preferiamo non chiederci troppo spesso se ci sarà un domani, se troveremo un equilibrio, se il sistema si assesterà, in qualche modo, o si arriverà al collasso totale, alla fine di tutto, al caos. Per queste domande non abbiamo risposte, e non vogliamo abbandonarci allo scoraggiamento e alla disperazione.

Ma neppure alla cieca speranza: fanatismi e superstizioni hanno già fatto abbastanza danni. Per il momento, il nostro unico scopo è continuare a sopravvivere, il più a lungo possibile.

Il motore di tutto è stata la stupidità umana, come sempre. La scoperta era di quelle sensazionali: anche il tempo, come ogni altro fenomeno fisico, è riconducibile a una equazione d’onda, anche se questa definizione "onda", entrata subito nell’uso comune, era molto impropria, in questo caso. Si trattava di qualcosa di molto, molto diverso dalle onde elettromagnetiche, e per quantificarlo ci volevano paginate di simboli e calcoli.

Mio padre, che era un fisico e faceva parte del progetto, non è mai riuscito a semplificare tanto il discorso, da farmelo capire; per me resterà sempre un concetto molto misterioso e molto astratto, anche se ne so più della media delle persone.

Ovviamente, come prima applicazione pensarono subito di farne un’arma. Mio padre tentò spesso di protestare, ma non era che una voce isolata, un ricercatore straniero, poco più di uno studentello, che non contava niente. Alla fine, lasciò il gruppo e se ne tornò in Italia. Per quanto avesse sudato sangue per entrare in quella università californiana. Il traguardo di una vita.

Da allora, non poté che assistere impotente a ciò che accadde.

L’arma era pronta, e perfezionata, in gran segreto. Si diceva che fosse migliore delle bombe intelligenti, che producesse danni limitati e facilmente rimediabili, ma di grande impatto psicologico, per prostrare il nemico.

C’erano fior di studi, ed esperimenti di laboratorio, per dimostrarlo. Mio padre diceva che erano tutte stronzate, che non avevano studiato abbastanza a fondo il fenomeno, che scherzavano col fuoco. Mia madre, un ingegnere che aveva conosciuta in università e che era venuta via con lui, annuiva preoccupata.

Tentarono anche di interessare qualche associazione pacifista, senza troppo successo.

Furono gli americani, a iniziare tutto, ovviamente, con la loro mania di fare i poliziotti del mondo. Una bomba a onde temporali, teoricamente di potenza molto bassa, fu lanciata in una zona "calda". Ero bambina, allora, e c’è stata così tanta confusione dopo… non riesco a ricordare bene dove. Sarà strano, ma non ho mai incontrato nessuno che se lo ricordi. Chi dice in Asia, chi uno stato balcanico, o africano, o mediorientale.

Il fatto è che l’effetto fu devastante, e non solo sul luogo dell’impatto: le onde sembravano propagarsi, come cerchi nell’acqua, e lentamente, insidiosamente, quasi in modo subdolo, raggiungevano luoghi sempre più lontani, producendo improvvise anomalie temporali, anche a mesi di distanza.

Fu il caos: diplomazie impazzite, minacce atomiche, borse che crollavano, ritorsioni, impennata di suicidi.

Il mondo ondeggiò così, sull’orlo dell’abisso, per cinque lunghi anni. Ci furono dei momenti neri, altri in cui sembrava persino che si potesse trovare una tregua, o che il fenomeno dovesse ridimensionarsi e cessare, prima o poi.

Poi tutto esplose. India e Cina avevano la nuova bomba, e in un crescendo di pazzia, la lanciarono sui loro nemici. Si scoprì che gli USA non avevano affatto cessato gli studi, stavano continuando a creare e perfezionare sempre nuove armi basate sulle onde temporali.

Le usarono, cercando di riportare il loro ordine nel mondo, in una guerra combattuta su ogni fronte, cielo, terra, mare.

Si diceva che avessero messo a punto anche una specie di antidoto, un rimedio per proteggersi dalle onde o addirittura per annullarne gli effetti.

Forse era solo una voce, messa in giro per calmare l’opinione pubblica: di certo, se anche avevano questa contro-arma, non fecero in tempo a usarla.

Non so esattamente quanti morirono, subito, in questi attacchi, o lentamente, per effetto della contaminazione, o ancora, per via delle privazioni, delle malattie fisiche e mentali: nessuno riuscì a calcolarlo, perché non ci fu più alcuna legge o stato dopo di allora, e nulla che potesse funzionare. Per non parlare degli animali, delle piante, dell’ecosistema impazzito. Probabilmente perì la stragrande maggioranza della popolazione terrestre.

Mia madre fu tra i primi. Io e mio padre ci salvammo, rimanendo insieme, e dovemmo anche considerarci fortunati: nessuna famiglia era sopravvissuta per intero.

Così, iniziammo quel vagabondaggio che, da allora, non ho più abbandonato. Ero molto giovane: per quel che si può calcolare, avevo circa quindici anni.

Lui era un uomo saggio, forte, equilibrato. Cercò di insegnarmi tutto quello che sapeva, di aiutarmi a sopravvivere e a difendermi dai pericoli.

Ma tutte le sue conoscenze e la sua esperienza non gli impedirono di finire proprio sopra una mina temporale, una delle ultime inesplose in circolazione, né lo aiutarono a salvarsi.

Però salvarono me: dalla frequenza delle sue mutazioni, calcolai esattamente la zona di impatto, e riuscii a tenermene al di fuori. Rimasi al sicuro, assistendo impotente alla sua agonia, consapevole che un solo passo in avanti sarebbe solo servito a consegnare anche me a quella morte orrenda.

Sono una che ragiona, io, e che sa mantenere la calma. Non mi mossi, neppure quando iniziò a gridare, a chiedere aiuto, mentre la sua forma mutava continuamente, dolorosamente. Ora era un vecchio cadente, ora un ragazzo, ora di nuovo un uomo. Si rattrappì, divenne un bambino, che con una vocetta esile e straziante mi chiamava, mi supplicava di aiutarlo, tendendo le manine.

Ben presto non fu più qualcosa di identificabile. Un ammasso straziato e pulsante, e poi, il nulla. Non potei neppure dargli sepoltura.

Non ho mai avuto rimpianti né rimorsi, per aver fatto l’unica cosa logica possibile. Solo ogni tanto torno a sognarmele, quelle manine paffute. E a risentire quella vocina.

---- oo ----

E’ ancora buio, e fa freddo. Sembra che non voglia proprio fare giorno. Me ne sto avvolta in una coperta, senza poter dormire.

Sonia si affaccia dentro, offrendosi di medicarmi la faccia. Scuoto la testa. Il labbro è gonfio, e la guancia mi fa male. Ma passerà in fretta. Il leggero dolore è quasi piacevole: aiuta a mantenersi coscienti.

- Vai da lui, piuttosto. Se è ancora vivo. - non posso impedirmi di commentare.

Si stringe nelle spalle, e mi dice che l’ha già fatto. In tono indifferente.

Mi decido ad alzarmi, a uscire. Fuori della tenda c’è un mondo intorpidito. Vladek è già in circolazione, a dare ordini ai pochi svegli.

Mi parla in tono insolitamente gentile. Non arriverebbe mai a chiedere scusa, ci mancherebbe, neppure a tornare sull’argomento. Né tantomeno voglio farlo io. Però non mi aveva colpita, prima d’ora. Anche perché non gliene avevo mai dato motivo.

Con aria annoiata, mi comunica che il primo interrogatorio non ha portato a niente di utile. E’ stato solo un assaggio, precisa.

A giudicare dalle urla strazianti che ho sentito echeggiare a lungo, fin nella mia tenda, non l’avrei mai detto. Credevo che il tipo non fosse neppure sopravvissuto.

- Ha continuato a insistere sulla sua versione. Comincio quasi a crederci, in quell’assurdità del laboratorio abbandonato.

Rivaluto le capacità di resistenza dello straniero: non saprà sopportare il dolore in silenzio, ma sa tenere i segreti. Però il tono di Vladek è ironico: è evidente che non gli crede affatto.

- Voglio dargli un po’ di tempo per pensare e per riprendersi: ma la prossima volta farò sul serio. Sono deciso ad andare fino in fondo. Almeno finché non sarò sicuro che non ci sia pericolo per il gruppo. Spero che stavolta ti unirai a noi.

Nonostante quello "spero", si tratta di un ordine. Vladek è nervoso, su questa storia. Se no, non sarebbe arrivato a picchiarmi. Annuisco in fretta, e mi allontano.

L’alba arriva bruscamente, e il sole è subito alto. La luce impietosa incornicia le querce secolari, che quasi a vista d’occhio si contorcono, allungano e accorciano i rami, seguendo il ritmo nascosto delle onde.

Ho compassione di queste creature vegetali. La loro sofferenza è molto più lenta, misteriosa e dignitosa della nostra.

Alla fine do retta al mio impulso, e mi infilo in una tenda. Non è proibito, dopotutto.

Con un solo colpo d’occhio, mi accorgo che Vladek aveva ragione: si sono limitati a tagliuzzarlo un po’. Sonia l’ha medicato con cura, e non è poi tanto malridotto. Ma ha l’aspetto abbacchiato, lo sguardo fisso. E’ seduto per terra, legato al palo centrale della tenda.

- Come… stai? - gli chiedo, esitante, inginocchiandomi a terra.

- I bambini. - mormora, invece di rispondere. - Erano lì, a guardare. E davano consigli, anche. Ma che razza di bestie siete?

- Bestie che cercano di sopravvivere. Perché ti stupisci tanto? Da dove vieni, tu?

Si volta lentamente. Vede il mio viso gonfio, mi riconosce. Non so perché, sembra rianimarsi.

- Grazie per avermi difeso.

- Una stupidaggine. - replico io, quasi brusca. Poi raddolcisco la voce, ammettendo:

- Mi spiace per te. E’ colpa mia. Se non fosse stato per quella storia dei presagi, Vladek non sarebbe stato così duro.

- Sei una sensitiva?

- Più o meno. - Distolgo il viso, aggiungendo, a bassa voce: - Farai meglio a dirla, la verità. Non hanno neppure cominciato, con te.

Scuote la testa, con forza, dimenandosi come se volesse liberarsi.

- Ma come è possibile, non riesco a crederci. Non sono un nemico, non volevo fare del male a nessuno…Vuoi dire che potrebbero arrivare … a uccidermi?

Rimango silenziosa. Come posso spiegare in due parole la legge del gruppo, a uno che sembra non comprenderla affatto?

- Ho già visto Vladek uccidere. - mi limito a dire, alla fine, in tono ammonitore. - Persino giustiziare uno di noi, per una grave mancanza commessa. Quella volta è stato pietoso: un colpo al cuore, e via. Ma se vuole, sa metterci molto più tempo: se ne intende, di dolore.

La mia spiegazione lo impressiona, certo, ma sembra pensare ad altro. Muove la testa, come se cercasse di raccogliere le idee. Poi rialza il viso, si avvicina più che può, cerca il mio sguardo. I suoi occhi scuri brillano.

- E tu? - chiede. - Anche tu mi vuoi morto? Anche tu vuoi sapere la mia verità, a ogni costo?

Non so che rispondere. Mi ritraggo leggermente, istintivamente.

- A te potrei dirla. E senza bisogno di farmi del male. Perché tu sei diversa da loro. Tu sei come me.

Non posso dirmi stupita da questa affermazione. E’ come se l’avessi saputo, dal primo momento che l’ho visto. So bene che non mente, adesso.

- E’ quella luce verde, vero? - esclamo. - E’ così che l’hai capito?

Sorride, e annuisce.

- Ma cos’è, veramente? Cosa vuol dire?

Non vuole rispondere. Mi fissa intensamente.

- Liberami. Aiutami a scappare, vieni via con me. Non rimanere con questi pazzi sanguinari, non lasciare che mi massacrino. So che non lo vuoi.

Sto esitando, mentre dovrei solo voltargli le spalle e andarmene. Riferire tutto a Vladek, e affidarmi all’interrogatorio, per soddisfare la mia curiosità.

- Se mi aiuterai, non danneggerai nessuno: impedirai solo un’ingiustizia. Ti giuro che il tuo gruppo non corre pericoli. Ma tu… è importante che tu venga con me.

- Importante… per cosa? - chiedo, esitante.

La risposta è imprevedibile. Mi si avvicina, tanto da sfiorare il mio viso, e mi bacia.

Il labbro mi fa male, ma non ci faccio molto caso. Decisamente, sa baciare troppo bene. Mi fa ripensare a certe cose… Cose che credevo morte e sepolte.

- Ti prego, Lidia: non posso spiegarti ora. Non c’è tempo. Ma può esserci una vita diversa, per te. Una vita migliore, che restare qui a farsi maltrattare. Devi provarci.

Mi guarda supplichevole. Non posso cascarci così, mi ripeto quasi con rabbia. Non sono quel tipo di donna, svenevole e scema, che crede a qualsiasi uomo ed è pronta ad affidargli il suo destino, mollando tutto quanto.

Però sto già andando a prendere un coltello da cucina. Per tagliare le sue corde.

---- oo ----

Non so come abbiamo fatto a scappare inosservati: una fortuna incredibile. Il cuore mi dava tonfi nel petto, perché sapevo cosa rischiavo.

Ma nel campo non c’è mai molta attenzione, e le poche sentinelle sono rivolte all’esterno, non aspettandosi sorprese dall’interno. Neppure la tenda del prigioniero era sorvegliata.

Sono sicura che Vladek cambierà le regole, e sarà molto più cauto, da ora in poi.

Abbiamo potuto prendere due zaini, e qualche provvista. Non ho sfidato la sorte ulteriormente, cercando di recuperare gli apparecchi, anche se il mio compagno di fuga pareva contrariato.

Poi siamo scivolati via, silenziosi, e abbiamo cominciato a correre, per allontanarci il più possibile.

Ora siamo sfiniti. Ci fermiamo in cima a una collinetta, guardandoci intorno.

Qualche ferita di Jerome ha ricominciato a sanguinare, e le bende si stanno arrossando. Lui ansima più di me, ed è molto pallido.

- Riposati un attimo. - gli dico - Fammi controllare le fasciature.

Scuote la testa, con forza.

- No. Non ancora. Andiamo ancora avanti. Di là.

Guardo la direzione che mi indica, e impallidisco. All’orizzonte, le nuvole corrono impazzite, e buio e luce si alternano, in un continuo lampeggiare.

- Sei sicuro? E’ una zona contaminata.

Mi stringe le mani.

- Fidati di me, Lidia. Non corriamo nessun pericolo. Lì non ci inseguiranno.

Decido di credergli. Anche perché non so fino a che punto possa spingersi la rabbia offesa del gruppo: in teoria, dovrebbero essersi resi conto che non ci sono problemi per loro, che la "complicazione" che presagivo riguardava solo me. Ma dubito che Vladek sia così riflessivo.

Poco più avanti, non posso fare a meno di soffermarmi a guardare un vecchio pero: metà dei rami contorti sono carichi di frutti, gli altri portano poche foglie gialle e fiori insieme. Scuoto la testa, intristita.

Jerome tenta di strattonarmi, per spingermi a proseguire, ma barcolla e cade. Mi tocca sorreggerlo, da lì in poi, e la nostra andatura è rallentata.

Proseguiamo zigzagando come ubriachi, sotto una folle danza di luce e ombra, caldo e freddo, pioggia e sole, giorno e notte. Qui si rischia di contaminare la mente, prima ancora del corpo.

Infine scorgiamo delle rovine, un paio di mura di pietra, immobili, immutabili. Devono essere lì da centinaia di anni, e non percepiscono lo sconvolgimento intorno.

Jerome mi fa finalmente cenno che possiamo fermarci. Lo aiuto a sedersi, la schiena appoggiata contro il muro. Gli do dell’acqua da bere. Si riprende rapidamente. Sembra che anche le sue ferite abbiano cessato di sanguinare.

- Noi possiamo fermarci qui finché vogliamo. - mi spiega. - Vedi, fra coloro che sono sopravvissuti fino adesso, ci sono due tipi di persone: quelli che sono riusciti a evitare le zone contaminate, e quelli che hanno sviluppato una forma di resistenza alle onde. Di solito, mutazioni così consistenti richiederebbero generazioni, per svilupparsi. Ma in un tempo impazzito come il nostro, è accaduto tutto molto in fretta. I bambini nati dopo il disastro sono tutti immuni. E anche qualche adulto, come noi. Non solo: anche fra animali e piante sta iniziando a svilupparsi qualche forma resistente.

Rifletto per qualche istante su queste rivelazioni, poi chiedo:

- Ma basterà? Sarà sufficiente per ricostruire qualcosa, in un disordine così totale?

- Non sarà per sempre. - mi stringe di nuovo le mani, mentre lo dice, come a sottolineare le sue parole. - In alcune zone, la contaminazione sta regredendo. Gli strumenti lo segnalano. Basterà resistere ancora, una generazione o due, e forse si potrà ricominciare. Avremo un mondo sconvolto, distrutto. Ma di nuovo stabile.

- Tu… lavoravi in un laboratorio? - intuisco. Lui conferma.

- Un laboratorio militare della Nato, nel sud della Francia. Sono riuscito a salvare qualcosa, di là, e a scappare prima che crollasse. Poi ho trovato altri come noi, e abbiamo costituito una comunità, in una zona contaminata. Cerchiamo di ricominciare a coltivare qualcosa, ad allevare bestiame. E’ molto dura, ma sarà senz’altro meglio della vita che hai vissuto finora, vedrai.

Dà per scontato che io voglia andare con lui, ma non obietto. Al momento, non ho molte alternative. Invece, un pensiero improvviso mi turba.

- Mio padre… avrei potuto salvarlo… se solo avessi saputo…

Mi chiede spiegazioni, e io gli racconto tutto. E’ la prima persona al mondo con cui mi confidi. Alla fine, scuote il capo.

- No, se tu fossi entrata nel raggio d’azione della mina, forse non ti sarebbe successo niente. Ma lui era spacciato comunque.

Mi carezza il viso, come per consolarmi della mia antica pena. Poi mi si avvicina, mi bacia di nuovo. Lo lascio fare, anche quando le sue mani incominciano a darsi da fare con i miei vestiti. A dispetto della sua aria tenera e dolce, non perde troppo tempo con i preliminari. Mi slaccia la camicia, cerca il mio seno. Continua a baciarmi, avidamente. Mi fa sdraiare per terra, mi abbassa i pantaloni. Il suo corpo già preme contro il mio.

Non sono infastidita, anzi. Sono talmente eccitata da desiderare persino che lui faccia più in fretta. Lo aiuto a togliermi i vestiti, rispondo alle sue carezze.

Di rado ho provato sensazioni simili in vita mia, e non credevo di poterne provare ancora. So di cosa si tratta: è il desiderio disperato di vita, che lui mi ha trasmesso, con le sue parole.

Quando infine entra dentro di me, arrivo al piacere quasi subito, prima di lui. E faccio fatica a non gridare, per quella sensazione incredibilmente violenta.

Ma anche per lui dev’essere un’emozione altrettanto forte. Alla fine, rimaniamo a lungo immobili, sfiniti, ansimanti.

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Ha voglia di parlare, adesso. Continua a raccontarmi della sua comunità, di quello che fanno, di come sono organizzati.

Da come me la descrive, nella mia mente si va formando un quadro ben diverso da quello che mi ero immaginata. Una disciplina severa, militaresca. Ruoli ben definiti e precisi. Hanno qualche macchinario funzionante, a prova di onde, ma solo in pochi sono autorizzati a usarlo.

Lui fa parte di un gruppo di esploratori, di quelli che vanno in giro per tentare di scoprire altre persone immuni e materiale che possa essere di interesse per loro.

- Mi sembra una vita che non li rivedo. Ma adesso ti porterò da loro. Sei ancora giovane abbastanza per poter avere dei figli. Ogni donna dovrebbe averne almeno tre: sono troppo importanti, per noi. Mi piacerebbe che il primo fosse mio. Per gli altri… so già che le regole impongono di mescolare i geni.

Le sue parole mi danno anche troppi spunti su cui riflettere e magari, obiettare. Ma non posso fare a meno di esclamare, subito:

- Ma io sono sterile, come la maggior parte delle donne!

Sorride, con aria di paziente indulgenza.

- Tu credi di esserlo. La mancanza di ovulazione non è che una difesa della natura contro condizioni estreme. Con un po’ di cure e riposo, vedrai che tutto tornerà normale. Almeno, è così per tutte le immuni.

Sto in silenzio per qualche istante. Poi, mi limito a chiedere:

- Ci sono donne esploratrici?

Ancora quel suo sorriso indulgente. Scuote la testa.

- Che senso avrebbe? Le donne sono troppo preziose per la vita, devono stare al riparo, essere protette dagli uomini, per poter allevare e educare i figli. Allah è saggio e misericordioso, e ha ben stabilito i ruoli della natura.

Ho un sobbalzo.

- Allah? - ripeto, incredula.

- Scusami. Dimenticavo che non sei musulmana. Cattolica, vero? Allora per te si chiama Dio, il signore del mondo. Ma è la stessa cosa: il dramma che è accaduto ormai ce l’ha fatto capire, che per troppo tempo avevamo ucciso in nome di false divisioni. Nella sua saggezza, lo spirito creatore ci ha mandato un ammonimento potente, affinché non ripetessimo più questi errori. Un’unica morale, un unico credo governerà la terra, da ora in poi.

- E non potevano mettersi d’accordo prima, Dio e Allah e Geova e tutti quanti, e mandarci un segnale un po’ meno devastante? Altro che ammonimento: ci hanno praticamente sterminati.

Non gradisce la mia frase sarcastica. A me sembra impossibile che si possa ancora credere in qualunque cosa, ma lui invece mi fissa molto, molto severo. Mi afferra un polso, stringendo forte.

- Perdono la tua bestemmia: hai la mente sconvolta, lo capisco. Ma cerca di correggerti, d’ora in poi: non possiamo tollerare i blasfemi. Senza una luce spirituale, senza una solida morale, l’umanità non potrà sopravvivere né risollevarsi.

Il tono é gentile, ma non mi piace quello che leggo in fondo al suo sguardo.

Poi però ridiventa premuroso e dolce. Continua a parlare, ma io lo ascolto distrattamente. Sto riflettendo.

A un certo punto, si interrompe.

- Andiamo, adesso. Ci siamo riposati, è tempo di riprendere il cammino. Non vedo l’ora di arrivare.

Si alza in piedi, cercando lo zaino. Un attimo dopo, però, crolla a terra di schianto.

L’ho colpito alla nuca, con un sasso. Vladek me l’aveva insegnato. Per difesa.

Controllo le sue condizioni - è solo svenuto, ma non si riprenderà tanto presto - e lo trascino a ridosso del muro.

Gli lascio un po’ d’acqua e di cibo, poi mi carico i due zaini sulle spalle, e mi preparo ad allontanarmi, nella direzione opposta a quella che indicava lui. In fretta, anche.

Prima, però, non posso fare a meno di lanciargli un ultimo sguardo.

- ‘Fanculo - sibilo, a mo’ di commiato. - Non sono una coniglia.

Ci sono molte forme di violenza, a questo mondo. E non è detto che gli schiaffoni di Vladek siano la peggiore.

Certo, il gruppo è perso: so cosa pensa Vladek dei traditori, e non ci tengo a farne la prova. Dovrò tornare a cavarmela da sola.

Ma ne è valsa la pena. Ora ho nuove conoscenze. Persino una vaga speranza.

Vale sempre la pena di continuare a vivere. Così la penso io, almeno.

 

 

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