SECONDO CLASSIFICATO

Roberto Sturm, nato nel 1959, vive e lavora ad Ancona come operatore in un
centro elaborazione dati. Ha pubblicato una trentina di racconti su riviste
amatoriali e professionali e su diverse antologie di racconti di genere.
E' attivo nel campo della fantascienza da quasi 20 anni e ha riportato
buoni risultati in concorsi letterari nazionali.

Fa parte della redazione di «Intercom» e «Carmilla», e nel 1999 ha curato
per la Casa Editrice Pequod l'antologia "Sangue sintetico", che raccoglie
11 racconti di fantascienza di conosciuti e affermati autori italiani, più
due saggi su fantascienza e cyberpunk di Piergiorgio Nicolazzini e della
coppia Gadducci-Tavosanis.

 

 

Vampiri & vampiri

Considerazioni, storie e altro

 

Di Roberto Sturm

 

1. Creatura della notte cerca vittime consapevoli.

Dovessi usare un’inserzione su un giornale, suonerebbe pressappoco così. Noi vampiri ci siamo sempre stati, per questo conosciamo bene le nostre prede. Materializzazione degli istinti più bassi del genere umano, abbiamo attraversato tutte le epoche riflettendone la meschinità dei sentimenti.

Gli uomini ci temono perché sono terrorizzati dal loro lato peggiore.

 

2. Il sangue non ha più il sapore di una volta.

Oggi è più insipido, annacquato dalle diete contro il colesterolo e dimagranti. Pagare il benessere con la privazione è il sintomo di una società che ha fatto dell’estetica e dell’immagine (dell’estetica dell’immagine?) i propri valori fondamentali.

Ma l’avvento delle mode salutiste ha segnato soprattutto il declino della nostra specie. L’impoverimento della nostra unica fonte di sostentamento ci sta portando lentamente all’estinzione.

E non è facile, oggi, immaginare una repentina inversione di tendenza da parte del genere umano che cambi il nostro destino.

 

3. L’inverno è la stagione che preferiamo.

Le tenebre calano prima e ovunque ci troviamo, centro piccolo o metropoli che sia, i ritrovi anticipano l’orario di apertura per accogliere i forzati del vizio.

Whisky e birra entrano prima in circolazione nelle vene, e nei locali saturi di fumo e sguardi spenti a noi è concesso più tempo per scovare una preda decente.

Sempre che ce ne sia almeno una, chiaro. Più passa il tempo e più è difficile trovarne.

 

 

Il manifesto (un giorno qualunque di marzo, anno 1998)

Kosovo, un’altra Bosnia?

 

In Kosovo si spara, si muore, si scappa. A due anni dalla pace di Dayton, torna nei Balcani lo spettro della guerra. "L’esercito della Serbia ci bombarda, ha circondato villaggi, donne, vecchi e bambini sono in fuga.": l’allarme, rilanciato in tutto il mondo, viene dalla Lega democratica kosovara. La televisione serba conferma: ventidue morti negli scontri di ieri. Ma anche all’interno della regione, che è parte della federazione Jugoslava, c’è chi ha interesse a soffiare sul fuoco del conflitto. La maggioranza albanese è divisa: il presidente Rugova si appella all’Europa, gli estremisti serbi e quelli albanesi del Kosovo vogliono la guerra. La vicina Albania chiede che le Nazioni unite affrontino la crisi, Bulgaria, Grecia, Romania e Turchia cercano una soluzione prima che sia troppo tardi. A Pristina l’Italia impegnata nella mediazione attraverso la comunità di Sant’Egidio. Gli Stati uniti reimpongono sanzioni economiche a Belgrado.

 

 

Kosovo

Bar strapieni a Kukes.

Attraverso la cortina implacabile del fumo delle sigarette e l’odore acre dell’alcol, i pastori parlano della guerra con espressioni euforiche. Il confine serbo-albanese, presidiato da cinquemila Caschi Blu dell’Onu, ribolle di attività militare.

Il Kosovo è una bomba ad alto potenziale innescata, un altro focolaio dell' ex-Jugoslavia pronto ad esplodere.

"Che vengano pure i cani serbi" urla forte un ometto calvo dentro un bar agitando un braccio. "Li tratteremo come nel ’12." Evoca il massacro di dodicimila soldati serbi da parte dei pastori schipetari. Accadde proprio in queste montagne brulle, la vegetazione bruciata dai residui delle attività estrattive. Cromo e rame hanno arricchito le grandi industrie senza portare evidenti benefici alla popolazione.

Tv accese nei bar di Kukes.

Gli sguardi fissi sulle labbra degli annunciatori dei notiziari, come dovessero dare da un momento all’altro il segnale per imbracciare le armi.

La massiccia presenza delle forze di pace, massimo e unico sforzo dell’Europa proiettata verso la moneta unica per evitare una nuova guerra etnica, non garantisce più la pace. Si parla di un nuovo contingente di diecimila Caschi Blu, ma non tutti i paesi dell'Onu sembrano convinti. Calcoli politici come prima del dissolvimento della Jugoslavia?

In Kosovo, il movimento indipendentista per la riunificazione con l’Albania è pronto all’attacco mentre il leader Rugova, esasperato dai soprusi e dalle provocazioni serbe, sta cercando l’appoggio delle maggiori potenze internazionali.

Il governo di Tirana, dopo aver permesso ai contrabbandieri il riarmo della maggioranza etnica albanese in Kosovo, sta cambiando atteggiamento.

"Sono nostri fratelli, dobbiamo aiutarli" ha dichiarato il presidente albanese Fatos Nano lasciando improvvisamente il comportamento prudente degli ultimi mesi.

"Non tollereremo alcuna ingerenza" ha replicato il presidente della federazione jugoslava, di cui il Kosovo fa parte, il serbo Slobodan Milosevic.

Il generale Lame, capo supremo delle forze armate albanesi, si è portato nella zona di confine questa mattina.

La diplomazia internazionale sembra impotente. Oltre alla minaccia di sanzioni, sembrano inutili anche i tentativi di avviare trattative tra le forze in lotta. Tutti rimangono testardamente fermi sulle proprie posizioni.

Il dislocamento di forze di polizia serba in Kosovo, l’evacuazione forzata di villaggi a maggioranza di popolazione albanese, attacchi dell’esercito di liberazione del Kosovo a posti di blocco serbi stanno deteriorando una situazione già compromessa.

Decenni di intolleranza e rabbia tenuti a bada con la forza, decenni di schermaglie dialettiche e umiliazioni etniche potrebbero esplodere. L’eventuale conflagrazione si sentirebbe in tutta Europa e oltre. Le conseguenze sarebbero imprevedibili e drammatiche.

Kukes, cittadina di frontiera albanese.

Strade deserte. Le donne e i bambini rinchiusi dentro le case, aggrappati alla flebile speranza di non dover assistere all’ennesimo inutile orrore. Le poche automobili parcheggiate nelle strade serviranno, in caso di attacco serbo, a difendere il nucleo centrale del povero villaggio Ma nei bar gli uomini ridono e bevono, brindano alla guerra.

 

Era tutta la mattina che Rexhep Shanhu tentava invano di mettersi in contatto con il generale Lame. Il capo delle forze armate albanesi era un suo amico d’infanzia, e lui era uno dei pochi capace di rintracciarlo in qualsiasi momento.

All’interno degli studi della radio cittadina di Kukes, Shanhu batteva nervosamente i polpastrelli delle dita sulla scrivania, agitandosi sulla sedia di pelle marrone. Ruotò la sedia verso il fax, sperando di vederlo partire, ma la sua rimase solo una pia illusione.

"Se voglio notizie devo cercarmele" pensò deluso.

Da quando Lame si era trasferito nella zona a rischio non era più riuscito a sentirlo. Gli aveva promesso che lo avrebbe tenuto informato, ma forse c’era stato qualche intoppo. Shanhu aveva bisogno di sapere ciò che stava esattamente accadendo.

Guardò sopra la scrivania il Vradyni, il quotidiano greco da cui aveva sperato inutilmente di attingere a quelle notizie che il governo albanese tentava di nascondere per non soffiare troppo sul fuoco.

Nuovi scontri di frontiera, paesi di confine evacuati dai serbi, la regione del Kosovo un’immensa polveriera. Ma era tutto troppo vago, filtrato dalla posizione del governo greco che cercava a tutti i costi di far decollare i negoziati tra i due paesi in rotta.

Ogni retrobottega e ogni solaio del Kosovo nascondeva i kalashnikov pronti per l’insurrezione armata. Gli albanesi del Kosovo avevano sopportato fin troppo l’arroganza e l’intolleranza del governo di Belgrado. Se Ibrahim Rugova li avesse chiamati, avrebbero subito risposto

Gli uomini dentro i bar erano pronti. Anche le donne e i bambini, se ce ne fosse stato bisogno.

Nel villaggio si era sparsa la voce che a Ponosevac, un villaggio del Kosovo a quattro chilometri dalla linea di confine, durante la notte miliziani serbi avevano trucidato la popolazione di etnia albanese.

Rexhep Shanhu sentì un brivido corrergli lungo la schiena. Spettri non ancora sopiti aleggiarono nella stanza. Che Milosevic avesse dato di nuovo carta bianca ad Arkan per la formazione di commando per la pulizia etnica?

No, non avrebbero permesso un’altra Bosnia in Kosovo. Tutti i mezzi erano leciti per impedirlo, pensò Shanhu.

 

 

Habiba

Habiba ha occhi grandi e capelli neri.

Habiba vive a Ksar el Boutari, in Algeria. Lamiere accatastate una sopra l’altra, arroventate dal sole cocente del deserto, bambini che girano indisturbati tra cumuli di immondizie lasciate ad esalare i loro fetidi effluvi.

E’ notte fonda quando arrivano gli uomini con i volti coperti. Rapiscono Habiba e le altre ragazze sotto gli occhi impotenti dei loro familiari.

Grida strozzate, deboli tentativi di resistenza, lacrime, inutili implorazioni.

Habiba e le sue compagne hanno meno di vent’anni. Gli uomini le portano in montagna, nei loro rifugi e le violentano sistematicamente. Ogni tanto si danno il cambio.

Quando la violenza si placa, sono costrette a preparare il cibo ai loro carnefici. Devono lavorare sodo, gli uomini le controllano a vista. Chi si ferma viene picchiata a sangue.

Nonostante l’orrore, Habiba prega Allah che i terroristi non si stanchino e non le uccidano. Spera di poter tornare presto dalla sua famiglia.

Gli uomini cantano e ridono, bevono e mangiano. Habiba pensa che è strano che preghino il suo stesso dio.

Quando partono per i loro raid, qualcuno resta sempre a guardia delle prigioniere. Sembra impossibile scappare. Qualche volta tornano con delle nuove ragazze, Habiba le vorrebbe confortare ma gli uomini impediscono alle ragazze di parlare tra di loro.

Habiba continua a pregare per non perdere la fede.

Qualcuno invece la perde la speranza. Shala, la sua amica d’infanzia, si taglia la gola con un coltello approfittando di un momento di disattenzione delle guardie durante il suo turno in cucina.

Cosa potrà dire alla madre quando tornerà al villaggio?

Lacrime di dolore solcano le sue guance mentre il tarlo del dubbio s’insinua in lei.

"Torneremo mai a casa?"

 

4. La grave crisi alimentare che stiamo vivendo ci obbligherà certamente a rivedere i nostri comportamenti, a rivalutare i nostri codici etici.

Non ci basterà più attaccare prede isolate, agire una volta ogni tanto se vorremo evitare l’estinzione. Dobbiamo escogitare soluzioni rapide che ci consentano di trovarci in situazioni da cui poter attingere parecchio nutrimento. E questo, chiaramente, senza destare troppi sospetti.

Evitare di mettersi in contrasto aperto con gli uomini è fondamentale. La loro reazione sarebbe, come spesso accade, incontrollabile e imprevista. Troppo pericolosa da affrontare per noi in questo momento.

 

Passano i giorni, interminabili ore di angoscia che plasmano un orrore indelebile. Stessi riti che si ripetono, ma la paura è sempre più insostenibile. Abituarsi alla brutalità di quegli uomini sembra impossibile.

Ma un giorno, improvvisamente, rumori strani. Concitazione tra i terroristi, passi veloci. Grida scomposte, dapprima spari isolati. Le urla si fanno più forti, i colpi più frequenti. Gli uomini raccolgono in fretta le armi e scappano rispondendo al fuoco. Truppe governative inseguono i terroristi senza notarle.

Habiba guarda le sue compagne, un attimo e capiscono che è il momento che attendevano. Un lieve cenno d’intesa ed escono tutte insieme dal rifugio. Scendono verso valle, verso casa, lasciandosi finalmente l’abominio alle spalle.

Lacrime di una gioia che sembrava ormai irraggiungibile rigano quei volti che hanno riacquistato improvvisamente i loro tratti adolescenti.

Corrono senza fermarsi mai, senza prendere fiato. E’ sera inoltrata quando arrivano al villaggio. Non appena intravedono le baracche cominciano a gridare, tirano fuori tutto il fiato rimasto per annunciare il loro ritorno; ma stranamente non esce nessuno ad accoglierle.

Habiba ha un fremito di paura, l’orrore di nuovo davanti agli occhi. Si lancia verso la sua baracca, bussa forte alla porta e chiama sua madre, suo padre e i suoi fratelli. Urla ancora, disperata.

Poi all’improvviso capisce. Habiba rilascia le braccia lungo i fianchi e mente si volta indietro sente un vuoto immenso.

Intorno a lei le altre ragazze.

 

 

Il manifesto (sempre marzo)

L’inferno di Habiba, vittima dei terroristi

Una ragazza rapita e stuprata dai militari dei gruppi islamici armati racconta la propria storia di violenze ed incubi. Riuscita a fuggire, è stata respinta anche dalla famiglia per paura di rappresaglie e perché incinta. La stessa sorte è toccata ad altre, respinte dalla società perché simbolo del disonore. Emarginate come molte vittime del codice della famiglia: ripudiate e buttate per strada con i figli.

 

5. Nonostante i luoghi comuni, noi vampiri abbiamo sempre adottato un codice d’onore che ci ha impedito di colpire vittime non consenzienti. Tutti sono almeno inconsciamente consapevoli, li riconosciamo immediatamente da come reagiscono ai nostri tentativi di abbordaggio.

E’ strana la psicologia degli esseri umani. Parecchi intuiscono ciò che sta per accadergli ma non desistono, come se sfidarci (sfidare loro stessi?) fosse la cosa più importante del mondo, l’unica cosa che gli dia la certezza di esistere.

 

6. Tempo fa era diverso.

Meno persone in giro, soprattutto meno donne. Oggi che l’emancipazione è un fatto acquisito, per noi vampiri maschi (ma è solo una questione di aspetto, non ha senso dividerci in sessi) è più facile.

L’arte della seduzione, di cui siamo naturali maestri, colpisce senza pietà e senza incontrare resistenza.

Appagare la loro vanità, il loro bisogno di sentirsi vivi. Dargli delle certezze.

E’ questo l’unico segreto per far breccia negli umani.

 

 

Kosovo

"Capo, c’è il generale Lame in linea. Te lo passo?"

"Cazzo aspetti, imbecille" disse Rexhep rialzando repentinamente la schiena sulla sedia.

"Ciao." La voce risuonò atona, come fosse lontana migliaia di chilometri.

"Sai quant’è che ti cerco? Dov’eri finito?"

"Guarda che non sono andato a ballare."

Il volto del giornalista si rilassò. Ora avrebbe saputo qualcosa. "Dimmi che cazzo sta succedendo. Da qua non si riesce a capire e a sapere niente."

"I cannoni serbi non sono puntati verso l’Albania, ma verso i villaggi vicini ai posti di frontiera in Kosovo. Stanno cercando di svuotarli per avere vita facile quando decideranno di attaccare, ma noi non ci faremo fregare come i bosniaci."

"E poi?"

"Praticamente è tutto. Il resto è solo polvere negli occhi, tentativi del governo per sviare l’attenzione dell’opinione pubblica. Per ora non esiste alcun rischio imminente, ma Fatos Nano non vuole che il popolo imbracci le armi adesso. Berisha cercherebbe di approfittarne per recuperare credibilità di fronte all’opinione pubblica. Ultimamente è diventato il paladino dell’indipendenza del Kosovo."

Lame si fermò, e Rexhep Shanhu percepì chiaramente il respiro affannoso dell’amico. Probabilmente si stava muovendo tra le zone di montagna nei pressi del confine. Sotto, voci probabilmente di ufficiali davano indicazioni di come sistemare l’artiglieria.

"Mai noi non vogliamo essere sopraffatti dai cani serbi, vero Rexhep?" Riprese il generale. "Pensaci tu ad arringare la folla, tienili in tensione. Sei un maestro in questo. Adesso ti saluto, se ci saranno novità mi farò vivo io. Non mi cercare, sarebbe inutile." E riagganciò senza attendere alcuna risposta.

Shanhu appoggiò il ricevitore tenendo gli occhi fissi in un punto imprecisato dello studio. Lame era stato esplicito.

Stava già pensando a cosa dire agli ascoltatori di Radio Kukes durante il prossimo notiziario.

 

Plane, piccolo paese di frontiera. Un mucchietto di case assiepate una sull’altra a sfidare l’asperità del territorio.

I serbi arrivano che è ancora notte, poco prima dell’alba. Sono una cinquantina, passamontagna e vestiti neri, guanti e giubbotti antiproiettile. Soltanto uno ha la divisa della polizia. Sfondano le porte e mitra in mano entrano dentro le case. Urlano slogan sulla superiorità dell’etnia serba, sparano sul soffitto e sui mobili. Ammanettano gli uomini, mettono da una parte donne e bambini.

"Dove nascondete le armi?" gridano. Volano calci e pugni, i mitra ora spianati ad altezza d’uomo. Mettono a soqquadro la casa, e quando sono certi che non ci sono armi sputano sulla foto di Rugova e trascinano i quattro fratelli Shigieki su un camion.

Le donne urlano imploranti, i bambini si stringono alle madri piangendo disperatamente.

Non dimenticheranno mai più.

 

Il camion ha forti scossoni sullo sterrato pieno di buche. Le guardie tengono le armi puntate sui prigionieri mentre cantano canzoni patriottiche serbe.

Dietro una collina la luce imminente illumina il paesaggio brullo e desolato. Muhamet Shigieki, il più piccolo dei fratelli, traballa al ritmo delle buche sempre più frequenti. Sono diretti a nord, verso la Serbia. La loro fine è segnata, un campo di concentramento li attende.

Muhamet cerca lo sguardo dei fratelli in mezzo ad altri prigionieri che hanno già trovato nel camion, probabilmente abitanti di altri piccoli centri di frontiera, ma un calcio di fucile ben piantato nello sterno lo fa desistere.

Muhamet ha paura, ma non si sognerebbe mai di farlo capire ai miliziani serbi. Pensa che anche in Bosnia la pulizia etnica è cominciata nello stesso modo, però in Kosovo i serbi non avranno vita facile. La guerra incombe, la spirale di morte e vendette inevitabile ma loro, i prigionieri del camion, non vi prenderanno parte. Li ammazzeranno prima.

Muhamet pensa a sua moglie e ai suoi figli rimasti a Plane, spera che almeno loro si salvino, che si aggreghino subito ai gruppi di profughi che stanno cercando di raggiungere l’Albania.

Mentre il primo raggio di sole colpisce il camion, Muhamet si volta verso uno dei miliziani che li tiene sotto tiro.

Da sotto il passamontagna vede spuntare due canini che scintillano sotto quella luce irreale. D’istinto, si volta verso i suoi fratelli a cercare conferma di ciò che gli è sembrato di vedere. Ma loro non hanno visto, i capi chini verso terra a meditare sul proprio destino e sulle proprie famiglie. Quanti tristi pensieri staranno attraversando quelle menti?

Un altro colpo gli fa stringere i denti. "Bada albanese di merda. Un’altra mossa falsa e ti faccio secco."

Muhamet, prima di contorcersi per il dolore, fissa un momento il suo carceriere. La bocca è scomparsa sotto il passamontagna, i canini non ci sono più.

 

7. Però per tutti siamo noi gli esseri sanguinari per eccellenza. Ma è una leggenda creata ad arte dagli uomini, una sorta di autoassoluzione dai piccoli crimini quotidiani e dalle atrocità commesse.

Ed è per soffocare le proprie colpe nell’oblio che hanno avuto sempre bisogno, nel corso della storia, di inventare qualcuno peggiore di loro.

Ma noi non abbiamo mai ucciso per sete di potere o per vendetta. Abbiamo sempre ucciso solo per sopravvivere.

 

"E’ tutta colpa della Conferenza di Londra del 1913." Rexhep Shanu usò il tono più enfatico che possedesse. Anche a retorica non si era risparmiato. Doveva convincere gli eventuali refrattari alla guerra, tutta la popolazione sarebbe dovuta insorgere contro gli aguzzini serbi. "Alla Serbia il Kosovo, a Tirana queste montagne brulle e desolate. Famiglie e paesi spaccati a metà in nome di una opportunità politica di cui siamo solo vittime."

Shanhu riprese fiato per l’ultima pausa ad effetto.

"Ci hanno tagliato i rami, è ora di andarli a riprenderli. "Aiutiamo i nostri fratelli in Kosovo, fermiamo l’arroganza delle truppe di Belgrado."

Sulla sigla di chiusura, il giornalista non poté fare a meno di sorridere a se stesso, soddisfatto delle proprie parole.

"E’ meglio tenere la popolazione pronta. Se i serbi verranno avranno ciò che si meritano."

Si sdraiò sulla sedia per rilassarsi fissando il telefono. Se Lame lo aveva ascoltato lo avrebbe chiamato presto.

 

8. Vi raccomando gli uomini, poi.

Per noi vampiri donne è solo divertissement, un puro esercizio di stile abbordarli.

Bastano due occhi languidi, fargli credere che è l’uomo più importante della tua vita e crollano ai tuoi piedi.

Ad alcuni sono arrivata addirittura a dire esplicitamente chi fossi, a spiegare che fine avrebbero fatto, ma nessuno che si sia mai tirato indietro. Come se ne andasse di mezzo la loro dignità.

Ma che tipo di dignità hanno gli umani?

Cioè, voglio dire, ne possiedono una?

 

 

Il manifesto (un giorno qualunque di marzo, anno 1998)

Al valor criminale

Oggi Augusto Pinochet lascia finalmente la guida dell’esercito cileno.

Ma per il comandante «benemerito» l’ora della pensione - e ancor più

quella di un processo che renda giustizia alle sue vittime - è più lontana che mai.

Domani stesso, infatti, entrerà trionfalmente in senato, dove resterà a vita

per i «servizi» resi alla nazione. Di fatto il padrone del Cile sarà ancora lui,

forte dell’appoggio di quelle forze armate che tengono il paese sotto il perenne

ricatto di un golpe per impedirne il passaggio a una democrazia compiuta.

Non una parola sui quattromila cileni che furono torturati e assassinati nel corso dell’«impresa straordinaria» né sui mille desaparecidos di cui l’esercito rifiuta di rivelare la sorte.

 

 

la Repubblica (un altro giorno)

Stupri, torture e gladiatori

Gli orrori delle carceri Usa

 

 

Washington - Sono le notti dall’altra parte del muro, le ore delle grida e del buio nelle quali uomini e donne diventano carne da macello o da piacere. Sono le notti dei penitenziari, dove le detenute più graziose sono vendute dai secondini per 70 dollari a stupro, 130 mila lire, e i prigionieri maschi più robusti sono costretti a lottare fra di loro all’ultimo sangue spadini alla mano, come gladiatori.

Nell’Illinois, lo stato di Chicago, il direttore e dodici guardie di un penitenziario "maxi-maxi", come si dice tra i prigionieri, di massima sicurezza, sono licenziati e incriminati di omicidio per avere organizzato duelli gladiatori come punizione e avere poi "finito" due detenuti feriti gravemente.

 

 

la Repubblica (lo stesso giorno)

Kiev, morte di un gladiatore

Prima vittima di Ultimate Fighting, sfida senza regole

 

Era steso a terra, ormai privo di sensi, mentre l’avversario prima di lui continuava a colpirlo in faccia, a mani nude. L’arbitro ha dovuto separarli a forza, tra le urla del pubblico che chiedeva altro sangue, ma per Douglas Dedge, 30 anni, era troppo tardi. L’atleta, padre di cinque figli, è morto martedì notte, all’ospedale di Kiev: la prima vittima di quella miscela infernale di pugilato, lotta e arti marziali che si chiama Ultimate Fighting, e che in Usa, Brasile e Giappone è già un’industria con un fatturato a nove zeri.

 

 

Televideo pag. 126

Denunciato da un dissidente espatriato dalla Cina un traffico illegale di organi espiantati a condannati a morte. Sotto l’occhio vigile dello Stato, che sarebbe l’ispiratore di tutta la vicenda, medici prelevano organi non appena eseguita la condanna, Con l’ausilio di autoambulanze dotate di macchinari sofisticatissimi, trasportano cornee, cuori, polmoni, reni, fegati e tutto ciò che è possibile recuperare in cliniche specializzate in trapianti, dove clienti facoltosi sono pronti all’operazione. Statunitensi ed europei (molti gli italiani) i clienti che maggiormente frequentano questi centri.

 

 

la Repubblica (un altro giorno?)

Rio, il terrore dei poliziotti killer

In un anno il numero di vittime degli agenti carioca è uguale a quello delle persone uccise dalla polizia Usa. Stipendio raddoppiato e impunità per chi spara ai presunti delinquenti.

 

 

Habiba

E’ notte in Africa. E’ notte a Ksar el Boutari. La capitale Algeri dista solo 150 chilometri ma è come fosse distante anni luce dal povero villaggio.

E’ notte quando dalle montagne scendono uomini incappucciati brandendo pugnali e scimitarre, imbracciando mitra e fucili.

Gli uomini calano silenziosi col favore delle tenebre per portare la morte.

Una ragazza, poco fuori dal villaggio, intravede quelle ombre furtive. Lampo di terrore negli occhi, vorrebbe gridare ma l’istinto la fa acquattare sulla sabbia e stringere a sé il bambino che tiene in braccio. Un presagio strano, un presagio di morte le aveva impedito di prendere sonno. Ora capisce perché.

Se gridasse, ucciderebbero subito lei, le sue compagne e i loro bambini.

Ma loro sono state cacciate dal villaggio, costrette a vivere ai margini della società e a mendicare e cercare nell’immondizia un pezzo di pane per i propri figli. Come se fossero le uniche colpevoli degli orrori che erano state costrette a subire.

C’è la luna piena adesso nel cielo. Una raffica di vento più forte ha spostato il fronte di nuvole più a nord.

Habiba guarda le sue compagne addormentate nell’accampamento di fortuna che hanno piazzato fuori dal villaggio. Alcune hanno i figli vicino, altre non sono rimaste incinta durante quei giorni di terrore. Habiba, mentre un sorriso illumina per un attimo i suoi occhi tristi, non saprebbe dire quali siano state le più fortunate.

All’improvviso rumore di lamiere divelte, grida terrorizzate e colpi d’arma da fuoco.

Le compagne di Habiba si svegliano, sui loro volti la paura prende il posto della rassegnazione. Habiba vorrebbe tapparsi le orecchie per non sentire, invece si porta l’indice al naso per invitare le ragazze al silenzio. Si sdraiano supine sulla sabbia, i bimbi sotto il petto. Non devono farsi scoprire o sarà la fine.

L’azione dura poco, gli uomini riprendono il cammino verso le montagne, verso i loro rifugi. Lasciano in terra uno scempio di corpi, alcuni tengono in mano macabri trofei.

Un bimbo lancia un vagito, subito zittito dalla madre. Interminabili istanti di terrore. Il gruppo sembra non aver udito e continua il suo cammino. Ma l’ultimo uomo all’improvviso si ferma, si stacca dagli altri e si avvicina a loro.

"Ssss" l’esortazione, seppure inutile, esce d’istinto dalle labbra di Habiba. Le ragazze, in un attimo, tornano indietro nel tempo. L’orrore passato nel rifugio dei terroristi islamici è di nuovo vivo dentro di loro, reale e se possibile anche peggiore. Tutte, anche quelle che non li hanno, pensano ai bambini.

L’uomo si avvicina ancora mentre ondate di terrore palpabile inondano le loro menti già provate. Ad un tratto l’uomo si ferma, è a una trentina di metri da loro. Forse non le vede perché dopo qualche secondo torna indietro.

Prima che ritorni sui suoi passi, sotto la luce spettrale della luna, Habiba vede scintillare due canini sporgenti dalle labbra dell’uomo. Ma la visione è dimenticata immediatamente, sostituita da un interrogativo più pressante. Quell’uomo le avrà viste?

Mentre torna indietro per raggiungere i suoi compagni, il tempo sembra fermarsi.

 

 

Televideo pag. 128

Nuovo raid terroristico, la notte scorsa, dei fondamentalisti islamici in Algeria. A Ksar el Boutari, una sorta di bidonville a circa 150 chilometri da Algeri, lo spettacolo agli occhi dei primi soccorritori è stato raccapricciante. Donne e uomini sgozzati, vecchi squartati come bestie. Sopravvissute al massacro, per miracolo, alcune giovani donne con i loro bambini in evidente stato di shock.

Il presidente algerino ha rinnovato alla comunità internazionale l’invito a non ingerire "su di un problema interno come questo".

 

9. E’ ora di mettersi in viaggio. Sono finiti i tempi in cui rimanevamo staticamente nelle nostre zone. Adeguarsi è l’unico modo per sopravvivere. Spostarsi nelle zone calde, nelle zone di guerra e ovunque si compia un massacro.

Ci siamo accordati tra noi per sfruttare, ancora una volta, gli istinti peggiori dell’uomo. Sfruttare i loro crimini senza dare nell’occhio, così è più facile nutrirci.

E di posti come questi il mondo è pieno. Non c’è che l’imbarazzo della scelta.

Del resto forse sarebbe stata comunque ora di cambiare. Dopo millenni di gesti e parole ripetute fino alla nausea, qualcosa che ravvivasse l’ambiente era auspicabile.

Come questa sera, al solito in un bar. L’arrivo, la scelta della preda (ma sono loro che scelgono noi con lo sguardo), le prime schermaglie. Sguardi, controsguardi, finte, cambi repentini di tattiche. Fino a quando lei, alla fine del gioco, mi ha mostrato tutta la sua disponibilità. Una scusa qualunque per attaccare discorso, un drink che va mentre ne arriva un altro, l’invito.

Portarsi a letto un umano è cosa semplice. Forse troppo per vincere la noia. Condurli lentamente all’apice, con sapiente mestiere, e un momento prima dell’orgasmo sfoderare i canini, farli scintillare alla luce di una lampada o della luna è ormai solo routine.

Soltanto mentre praticano l’unico rito ancestrale rimasto dalla notte dei tempi inalterato lasciano cadere tutte le loro difese.

Desiderio e paura passano contemporaneamente nei loro sguardi, ma è sempre il desiderio a vincere in quel momento.

Come se questa specie di sacrificio tribale servisse, in un solo momento, a far scontare all’intera razza umana quell’ingombrante senso di colpa che, per forza, deve portarsi dentro.

Per tutti i crimini commessi.

 

 

 

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