TERZO CLASSIFICATO

 

La bambola tatuata

Di Alessandro Vietti

 

E’ nato a Genova nel 1969. Laureato in ingegneria elettrotecnica, lavora presso Ansaldo Trasmissione e Distribuzione dove si occupa di impianti di alta e media tensione. Appassionato lettore di fantascienza "hard", inizia a scrivere intorno ai diciotto anni e, a partire dal 1993, consegue numerosi piazzamenti ad altrettanti premi letterari pubblicando i suoi primi racconti. Tre anni più tardi si aggiudica il Premio Cosmo con il suo romanzo d’esordio, Cyberworld (1996), pubblicato dalla Casa Editrice Nord nella collana Cosmo Argento e ristampato poi nel ‘98 in quella dei Tascabili Fantascienza. Sempre per la Casa Editrice Nord è uscito da qualche mese il suo secondo romanzo intitolato Il codice dell’invasore (1999). È parte integrante delle redazioni delle riviste telematiche Delos Science Fiction e Il Corriere della Fantascienza.

 

1. Poi d’improvviso comincia a scorrere una sequenza di immagini, come fotogrammi privi di logica proiettati sul retro delle palpebre, ma visibili benché queste non siano in condizione di abbassarsi. Che si tratti di un errore nelle specifiche, oppure di una distrazione, o ancora di un risultato involontario dell’ennesimo tentativo di abbattere i costi, non fa differenza. Ma piuttosto che di sbaglio, sarebbe meglio parlare di imprecisione.

Il corpo aspetta di venire richiesto senza impazienza. Il tempo non esiste ancora. Niente esiste, tranne quelle immagini che passano senza provocare reazione alcuna. Potrebbero essere qualsiasi cosa e perciò non sono niente. Poi una scintilla si accende, come la fiamma di una candela dallo stoppino molto corto. E vi è un imprevisto barlume di tristezza nella mente quando quelle immagini sbiadiscono, soppiantate da un vuoto interrogativo. La visione di due esseri che si muovono appiccicati insieme è forse la risposta? Stanno uno dentro l’altro, in un’unica, immensa matassa di carne. Poi una voce dentro la testa ci chiama e ci dice di stare pronte.

  <Modo attesa: ON>

<‘Una porta che si apre’>

<‘Viso in uno specchio’>

<‘Una bocca che ride’>

<‘Mani sulle cosce’>

<‘Tavolo che si muove’>

<‘Ferro da stiro’>

<‘Pozza di sangue’>

<‘Pistola’>

<‘Mani sulla pancia’>

<‘Fotografia di una donna’>

<‘Manico di un cacciavite’>

<‘Armadio’>

<‘Vetro opaco’>

<‘Pistola’>

<‘Cielo che trema’>

<‘Una luce forte’>

<‘Piccolo uomo’>

#Chi sono io?

<Domanda ignorata>

#Qual è il nome?

<Dati insufficienti>

#Qual è il fine?

<Domanda ignorata>

#Richiesta sinonimo: fine

<Sinonimo: scopo>

#Richiesta sinonimo: carne

<Sinonimo: corpo>

<Modo attesa: OFF>

 

<Modo preparazione: ON> Di nuovo la fiammella, ma questa volta lo stoppino è più lungo e non si tratta di un errore. È previsto che sia così. Eccomi. Dobbiamo tenerci pronte. Gli occhi si inumidiscono e le palpebre scivolano su e giù con un certo fastidioso attrito. Ci guardiamo l’un l’altra senza emozione. La pelle si scalda e le ginocchia ora possono piegarsi leggermente. Anche la fessura che sta in mezzo alle gambe si lubrifica. Comincio a sentire caldo. Attraverso quella sottile lama di luce che penetra fin qui dentro e mi colpisce proprio al ventre, proviene un rumore. Fuori l’uomo ha infilato dentro la Carta. Ha infilato dentro... E adesso fa la sua scelta, come gli altri prima di lui. Se tra noi c’è quella che fa il caso suo, si sentirà un ronzio, lo sportello si aprirà come un utero di metallo, e la prescelta, dopo essere stata sistemata secondo le richieste, se ne andrà. Nascerà, mentre una folata di vento gelido intirizzirà i capelli che non crescono mai di coloro che rimangono dentro, dopodiché la porta si richiuderà come un paio di lunghe gambe di quasipelle che hanno terminato il loro compito. È già successo altre volte, ma stavolta non accade. Rimaniamo tutte qui, con la nostra bella data di scadenza incisa da qualche parte. In attesa. <Modo preparazione: OFF>

...

  <Modo attesa: ON>

 

 

2. Da quando torna dall’avamposto scolastico, il pomeriggio tardi, Pete non fa altro che aspettare che Lou esca di casa, che se ne vada finalmente via. Se ne sta fino a ora di cena rincantucciato nella sua piccola stanza scavata un paio di metri sottoterra, umida e odorosa di muffa, con una coperta intorno alle spalle, e attende. Spesso non fa niente, non ha neanche voglia di giocare – figuriamoci studiare - e, mentre si limita a fissare gli occhi della fotografia imprigionata nella cornice di metallo sul tavolino, spera che una volta uscito Lou non ritorni mai più. Che una notte, sulla via del ritorno dal bar dell’esercito, quando il suo cervello è annebbiato dal whisky chimico, sbagli strada e imbocchi la direzione verso i confini dei contenimenti, oltre i quali si avventurano solo i droidi bonificatori. E rimanga là per sempre a farsi cascare la carne giù dalle ossa.

Ma il peggio di quell’attesa è che la sua conclusione non può che passare per la cena quando, urlando con quella sua voce odiosa, Lou lo chiama di sopra, a tavola. Poi, snocciolando la solita litania sulla guerra bastarda e sui soldati codardi e buoni a nulla, lamentandosi dei suoi voti che non sono mai abbastanza buoni, e chiedendosi quando cazzo si riuscirà a uscire dai merdosi campi di contenimento, grufola nel piatto riempito più volte dalle mani cigolanti di Betty. È un sollievo quando alla fine si pulisce la bocca e scaraventa le posate nel piatto. Pete riesce perfino a sopportarlo quando intima alla governante robot di non lavarli, perché è lui a dover imparare a farlo. Vero Pete? Sopporta anche questo. Purché poi se ne vada!

E infatti alla fine Lou si alza, benché non sia facile per Pete frenare l’istinto di scostarsi quando, uscendo, l’uomo gli accarezza la testa. Lou non lo sospetta neanche, ma la porta di casa si sta ancora chiudendo dietro di lui, che Pete è già in bagno a strofinarsi la nuca con un asciugamano, mentre il bunker viene invaso dal silenzio.

Pete ormai la conosce bene quella quiete assoluta. È come un fratello maggiore che per gelosia si prende gioco di lui, lo schernisce e lo fa soffrire, compiacendosi della sua angoscia. Una totale assenza di rumori e di voci umane che lo aggredisce da tutte le direzioni e lo tormenta, facendogli sprofondare il cuore dentro la pancia. Ma è comunque di gran lunga meglio della voce di Lou.

Quella sera non sarebbe stata diversa dalle altre, se non fosse stato per il bruciore allo zigomo. Dopo esserselo passato sulla testa, Pete usò l’asciugamano per asciugarsi la guancia. Il pezzo di stoffa si macchiò di sangue.

- Tutto a posto, signorino Pete? – scandì Betty attraverso la porta. – Non starà mica masturbandosi, vero?

Pete strinse il pugno, pensando che solo Lou avrebbe potuto pensare di programmare Betty con una simile frase nel caso in cui lui fosse rimasto chiuso in bagno per più di dieci minuti. Spalancò la porta e trovò l’uscita ingombrata dalla tozza governante meccanica. Chissà cos’aveva fatto di male per essere condannata a portarsi sempre dietro la lavatrice e il forno a microonde. Attraverso l’oblò che aveva al posto del petto si vedevano rotolare i panni della settimana.

- No, Betty. Mi sono solo lavato i denti.

- Generalmente lei impiega dai due minuti e dodici secondi, ai tre minuti e ventidue secondi per lavarsi i denti. Lo sa, signorino Pete, che il signor Lou non vuole che lei si masturbi, vero?

- Betty - fece lui squadrandola dentro i due fotosensori ocra che spiccavano sulla testa come bugne di una pera rovesciata.

Benché fosse impossibile, il robot parve irrigidirsi. - Sì?

- Dovresti provarci tu –. Pete spinse la macchina indietro sulle sue rotelle quel tanto che bastava per passare. – Con una bella chiave inglese! – aggiunse poi scappando via.

Betty borbottò qualcosa sul fatto che non aveva nel suo dizionario alcun riferimento alla parola "masturbarsi" e che non avrebbe saputo che farci con una chiave inglese, se non regolarci l’altezza delle sue gambe poi, entrando in cucina senza voltarsi, aggiunse ad alto volume: - Signorino Pete, mi raccomando non dimentichi i piatti!

- Sì, Betty! – Vaffanculo. Attraversando il piccolo ingresso inondato dalla luce viola del decontaminatore che non voleva più saperne di spegnersi, Pete notò che Lou era uscito senza il soprabito ed ebbe un impulso. Spostò alcuni caricatori di energia da uno sgabello e ci montò sopra per arrivare in cima all’attaccapanni. Le piccole mani si insinuarono tra le pesanti pieghe di stoffa arricchita di fili di piombo, senza sapere bene cosa cercavano e nemmeno perché lo facevano. D’un tratto dei freddi spigoli metallici lo fecero rabbrividire. Non ebbe bisogno di guardarla per sapere che cos’era.. Lou l’appendeva sempre lì, ma Pete non si fece intimidire dall’arma. Impiegò meno di un minuto a scoprire una tasca interna nella quale trovò un piccolo astuccio rettangolare. Stava cercando davvero quella cosa lì? Dopo essersi sincerato che Betty fosse di là e non potesse vederlo, afferrò l’astuccio e ne sfilò via il contenuto, cercando di non pensare che Lou, accorgendosi della sua dimenticanza, sarebbe potuto tornare da un momento all’altro. Poi rimise lo sgabello al suo posto e saltellò in cucina rimboccandosi le maniche. Era stato un lampo. Non aveva riflettuto sulle conseguenze, né aveva pensato che avrebbe potuto essere scoperto. Gli era solo venuto in mente ciò che avrebbe potuto farne, e aveva deciso che lo avrebbe fatto l’indomani, di ritorno da scuola.

Massaggiandosi la guancia dolente con il dorso della mano sporca di detersivo per piatti, Pete dovette ammettere che, pur essendo iniziata peggio delle altre, alla fine quella serata si era messa decisamente meglio del solito. Fu in quel momento che sentì Lou rientrare un istante a riprendersi il soprabito.

Lou era suo padre.

 

3. Il tocco delle dita. Non come te le aspetteresti tu, però. Queste qui non si insinuano, non ti sfiorano come dovrebbero. Invece tamburellano premendo leggermente dall’alto verso il basso, una per volta. Poi di nuovo quel fioco chiarore che illumina vagamente la coscienza. La porta è aperta, ma nessuna di noi è stata richiesta, per cui nessuna sta uscendo. Invece è entrato un uomo, il quale ci sta esaminando. Attraverso spesse coltri di insensibilità, i miei occhi sbarrati intravedono le sue labbra muoversi, ma non riesco a sentire quello che dice. Ad alcune di noi spalma qualcosa sui gomiti e sulle ginocchia con un pennello grondante una sostanza lucida e viscosa.

Poi viene da me, mi gira sulla schiena e mi apre lo sportello che c’è in basso, quasi sulle natiche. Le dita ci ravattano dentro aiutate da degli aggeggi a punta. Qualcosa viene tolto, qualcos’altro viene rimesso, ma non sento alcuna differenza. Non riesco a vedere, non posso girarmi, né peraltro mi interessa. Poco prima che la consapevolezza mi abbandoni, mi sorge spontanea un’altra immagine, come se fosse stata sepolta dentro di me, ma non avessi saputo dove andarla a ripescare.

  <Modo attesa: ON>

<‘Uomo in divisa’>

<‘Pavimento rosso’>

<‘Vestiti sparsi’>

<‘Uomini appesi a una parete’>

<‘Luce dentro’>

<‘Luce fuori’>

#Richiesta concetto: coscienza

<Concetto: pensare sé stessi>

<Modo attesa: OFF>

<Modo test: ON>

<‘Esplosione’>

#Chi è?

<Domanda ignorata>

<‘Luce viola’>

#Che cosa dice?

<Domanda ignorata>

<‘Labbra’>

#Che cosa sta facendo?

<Domanda ignorata>

<‘Stringersi di mani’>

#Che cosa sta facendo?

<Domanda ignorata>

#Richiesta sinonimo: natiche

<Sinonimo: culo>

<Modo test: OFF>

#So che cosa sta facendo

<Manutenzione ordinaria>

<‘Piccolo uomo’>

<Modo attesa: ON>

 

 

4. Non era tanto il fatto che il cappello gli andasse continuamente sugli occhi a dargli fastidio, del resto era proprio quello il motivo per cui lo aveva preso in prestito. A renderglielo insopportabile, semmai, era l’odore di cui era impregnato, benché fossero anni ormai che Pete non vedeva Lou indossarlo, almeno da quando i contenimenti erano ancora in costruzione ed era obbligatorio mettersene uno ogni volta che si usciva all’aperto. Malgrado adesso fosse del tutto inutile, erano ancora molti coloro che consideravano quella come una sana abitudine da non abbandonare. Così Pete aveva pensato fosse una buona idea prelevarlo momentaneamente dall’ultimo cassetto della camera da letto di Lou, per cercare di passare inosservato il più possibile, ma l’inconfondibile odore di Lou era intollerabile e gli penetrava le narici, annebbiandogli il cervello al punto da fargli temere di diventare come lui.

Tanto per vedere se funzionava ancora, Pete fece scattare un piccolo interruttore e il berretto cominciò a ronzare debolmente, indice che l’accumulatore era quasi scarico. Dopodiché, appena passato il plotone automatico di sorveglianza, saltò fuori della siepe artificiale, il ragazzino attraversò la strada deserta, e si immise nel traffico contrario di gente che tornava ai bunker, camminando con gli occhi bassi per non rischiare di incrociare lo sguardo di qualcuno. Affondata nella tasca dei pantaloni schermati, la mano destra seguiva ipnoticamente il profilo delle lettere del nome di Lou in rilievo sulla Carta.

Pete non aveva idea di quanti di quei distributori ci fossero in città, e se ce ne fossero di più vicini a casa sua. Ricordava solo di avere visto quello lì quando Stanley aveva trascinato lui e il piccolo Phil a vedere le luci della sala giochi per accedere alla quale avrebbero dovuto attendere ancora tre anni. Stanley aveva detto che suo fratello e alcuni suoi amici una volta ne avevano presa una. Pete s’immaginava per che cosa, lui quelle cose le sapeva, che diamine!, ma ovviamente non era quello il suo scopo.

- Ehi, amico! – Quella voce improvvisa gli fece incastrare il cuore tra le tonsille. Appena sotto la tesa del cappello riuscì a vedere le punte metalliche di due stivali istoriate con il simbolo dell’Unione come quelli dei militari. Lou ne aveva un paio identici. Pete avrebbe tanto voluto allungare il passo, invece rimase paralizzato. Pur mancando ancora due ore abbondanti al coprifuoco, un ragazzino di tredici anni da solo così lontano da casa avrebbe destato troppa attenzione e curiosità. Probabilmente gli avrebbero chiesto spiegazioni e lo avrebbero ricondotto a casa, dove suo padre gli avrebbe fatto un sacco di altre domande. O forse, peggio, non gliene avrebbe fatta nessuna.

Ma ormai era tardi: si era fermato. – Sì? – Il tono più basso che poteva, seguito da qualche colpo di finta tosse.

- Hai da accendere? – Pete si costrinse a non alzare gli occhi verso il soldato e concentrò il suo sguardo sulle nuvole di vapore ghiacciato che gli sbuffavano dalla bocca.

- No mi dispiace -. E, senza voltarsi, riprese a camminare con disinvoltura, fermandosi nuovamente solo quando fu davanti al distributore. A quell’ora per lo più la gente entrava nella sala giochi e Pete sperava solo che nessuno si mettesse in coda dietro di lui mentre completava l’operazione.

Non pensando di aver bisogno di perdere tempo a leggere tutto quello che c’era scritto sul distributore, Pete infilò la Carta nell’apposita fessura e seguì le istruzioni sul visore graffiato. Un ragazzotto di un piccolo gruppo che stava per entrare in sala giochi notò Pete e, rallentando il passo, lo indicò ai suoi compagni. – Ehi gente, guardatelo! Secondo me quello lì non lo vuole neanche una di quelle! – Gli amici risposero con una risata sguaiata, e tutti quanti furono inghiottiti dalle luci psichedeliche del salone zeppo di gente. Pete li ignorò e continuò a digitare le sue preferenze.

Appena terminata la sequenza di istruzioni, in attesa che succedesse qualcosa, Pete non poté fare a meno di leggere la frase che qualcuno aveva scritto di sbieco con un pennarello nero proprio sopra il visore, e che recitava: "Perché te ne sei andata, troia?"

 

5. ...

 

<Modo attesa: OFF>

 

<Modo preparazione: ON> Eccomi. Una Carta è stata infilata dentro. Dobbiamo tenerci pronte. Comincio a respirare. Gli occhi si inumidiscono e le palpebre che scivolano su e giù sembrano scricchiolare. Ci guardiamo l’un l’altra senza emozione. La pelle si scalda e le ginocchia ora possono piegarsi. Anche la fessura che sta in mezzo alle gambe si lubrifica. Comincio a percepire il calore e l’umidità. Fuori un uomo ha infilato dentro la Carta. Ha infilato dentro... Terminate le sue scelte, da scomparti invisibili emergono dodici braccia meccaniche, sintomo che stavolta qualcuna è stata selezionata. Due mi tagliano e acconciano i capelli, altre due mi truccano, una mi pratica un certo numero di microiniezioni di silicone e collagene sul viso, e le restanti mi modellano i vestiti addosso. Tocca a me, ma nessuna delle altre prova invidia, giacché presto o tardi viene il turno di ciascuna. <Modo preparazione: OFF>... <Modo attivazione: ON> Ooops! Un lieve giramento di testa, accompagnato da un formicolio alle tempie e la coscienza fa un altro salto. Mi sento in forma. Ho voglia di uscire, di sentire la luce sulla faccia. E soprattutto sento frullare un desiderio intenso e primordiale, una cosa che scuote e fa vibrare tutto il mio corpo.

Ecco, sono pronta. Le braccia artificiali hanno terminato il loro compito e, dopo aver scollegato i sei positrodi encefalici, il rullo trasportatore si attiva accompagnandomi all’uscita, come un padre all’altare [#Da dov’è venuta quest’immagine? <Domanda ignorata>]. La porta si schiude e una luce intensa mi costringe a socchiudere gli occhi. Mi volto indietro aspettandomi un cenno di saluto, un segno di complicità, di solidarietà. Invece le altre se ne rimangono lì tutte quante immobili, in attesa.

Dopo avermi ceduto all’esterno, il distributore si richiude dietro di me, mentre io mi ritrovo "fuori" e due mani iniziano a togliermi di dosso la protezione che mi avvolge. E la prima cosa di cui mi rendo conto è che esse sono relativamente più piccole e lisce di quanto dovrebbero. È questo il motivo dello scompenso che mi assale?

 

 

6. - Come mi vuoi chiamare? - La voce della giovane donna appena emersa dal bozzolo cartaceo, era suadente e leggermente stupida. Vestita con un paio di termojeans ed un piumino bianco e nero con il cappuccio di pelo, aveva un’espressione esitante. Dopo aver trattenuto il fiato per un lungo minuto, mentre la esaminava e le girava attorno, Pete non ebbe esitazioni. Benché non poteva sapere che la ragazza gliel’avrebbe chiesto, la risposta gli venne fuori in maniera assolutamente automatica.

- Ellen.

Fu in quell’istante che Pete notò un tizio che si stava avvicinando al distributore, e allora si calcò nuovamente il cappello e si voltò facendo segno a Ellen che dovevano muoversi.

- E io come ti devo chiamare? – fece la ragazza impalata, come se non fosse autorizzata a camminare finché non avesse avuto quella informazione.

- Pete.

La perplessità della ragazza mutò in una leggera espressione di sorpresa quando Pete, dopo aver controllato che non ci fosse nessuno a osservarlo, la prese per mano e la condusse via in fretta senza aggiungere altro.

 

 

7. <Modo attivazione: ON> Mi ha fatto entrare in una specie di angusta camera, ha chiuso la porta badando di non far rumore e ha cominciato a spogliarsi. È stato del tutto naturale sentirmi avvampare, per cui mi sono avvicinata a lui e gli ho messo le braccia al collo. Ma lui si è divincolato. Lo desideravo, ma lui sembrava non voler considerarmi, almeno non nel modo in cui volevo che facesse. Ho temuto che ci fosse qualcosa che non andava in me. Quando poi si è tolto gli slip, quello che mi si è parato dinanzi non era esattamente conforme alle mie aspettative, ed è stato solo allora che ho capito: Pete è un piccolo uomo [#richiesta sinonimo: piccolo uomo <sinonimo: bambino>]. E con tutta probabilità non potrebbe soddisfarmi neanche se volesse, o forse semplicemente non vuole. So solo che quando alla fine mi ha chiesto di accomodarmi dentro l’armadio, non ho provato l’impulso di protestare. Non capisco perché, ma quei suoi intensi occhietti marroni inibiscono ogni mio tentativo di opporre resistenza.

Adesso è buio qui dentro, e per quanto i miei ricordi in proposito siano in realtà solo sensazioni confuse, mi sembra molto peggio di quando ero disattivata. L’umidità che fino a poco fa stava in mezzo alle mie gambe si è curiosamente spostata dentro ai miei occhi, ma forse è una reazione normale che accade quando le cose vanno in un modo che non ti aspetti. Io ero certa che quando fossi stata scelta, avrei avuto un uomo da rendere felice. Dargli piacere sarebbe stata per me una fonte inesauribile di gioia e soddisfazione, del resto è ciò per cui sono stata creata. Pete invece è poco più che un bambino. Cosa vuole dunque da me? E che cosa dovrei fare io per lui?

E poi c’è anche un’altra cosa che continuo a chiedermi. Il motivo per cui l’unico contatto fisico che il ragazzino ha voluto con me è stato prendermi per mano e perché, in quel preciso momento, il mio cuore ha perso il ritmo.

 

 

8. Anche quella mattina l’innescarsi del ronzio del depuratore significò che Lou si era alzato e che stava per piombare in cucina. Diversamente dal solito però, il rumore della pompa che costringeva l’aria a passare attraverso il filtri di carbone ricordò a Pete anche un’altra cosa: che doveva ancora mettere a posto la Carta.

Pete raccolse un biscotto dal fondo della scatola di latta e si dedicò alla tazza che Betty gli aveva appena fatto scivolare sotto il naso, cercando di affogare la paura nel tè. Forse se n’era già accorto e sarebbe stato su tutte le furie...

- Betty! – Lou comparve nel vano della porta con un mestolo in mano penzolante tra due grosse dita. Pete ebbe un brivido quando notò la divisa d’ordinanza che l’uomo non indossava ormai più da moltissimo tempo. Senza degnare Pete di uno sguardo, l’uomo scuro in volto fece due passi verso la domestica mostrando il lungo utensile da cucina. – Mi sai dire cosa diavolo ci faceva questo tra le mie mutande?

La faccia scolpita della governante elettronica non poteva tradire alcun imbarazzo o vergogna o rossore, solo gli occhi sembrarono brillare per un istante di un giallo più intenso. – Oh, oh... Mi scusi signore. Dev’essere la memoria di collocazione che ogni tanto fa cilecca.

- A volte mi chiede dove deve mettere le cose – confermò Pete, mentre ci provava gusto a tenere il biscotto immerso dentro il liquido ambrato. Poi un’idea gli balenò in testa. – Forse dovremmo cambiarla – disse osservando le bollicine salire in superficie, e nello stesso tempo riflettendo su come avrebbe potuto rimettere la Carta al suo posto.

- Non parlare con la bocca piena tu – lo rimbeccò Lou secco mentre si sedeva al tavolo. Aveva lo sguardo assorto, ma attento, non come quando ritornava dal bar dell’esercito. Pareva preoccupato per qualcosa. Terminato il caffè, si alzò e al termine di un sospiro profondo disse: - Sono stato convocato d’urgenza dal Generale Nabukov. Pare che le cose si stiano mettendo male. Probabilmente dovrò essere richiamato.

Pete aveva paura di pronunciare la parola, ma Lou dovette leggerla attraverso i suoi occhi, perché aggiunse: - Formazioni di milizie automatiche sono state avvistate in avvicinamento ai generatori di contenimento. Se li raggiungono sarà la fine.

- Dovremo andare di nuovo nei rifugi? – Nel fare quella domanda a Pete uscì solo un filo di voce.

Lou lo guardò intensamente per un istante poi, mentre si infilava la giacca dell’uniforme e gli accarezzava la nuca come al solito, rispose con insolita dolcezza: - Forse sì. Perciò è meglio che tieni le tue cose pronte – dopodiché uscì.

Dopo essere andato in bagno a fregarsi l’asciugamano sulla testa e a fare pipì, Pete fu rincuorato dall’accorgersi che Lou aveva di nuovo lasciato il soprabito appeso all’attaccapanni: avrebbe potuto rimettere la Carta al suo posto ancora prima di andare a scuola.

 

 

9. <Modo attivazione: ON> La stanza è stretta e buia. Da una finestrella in alto, coperta da un vetro opaco, trapela una luce appena sufficiente per orientarsi tra l’armadio, il letto e il tavolino con lo sgabello a tre gambe. La notte trascorsa nel buio e nella solitudine mi ha smorzato l’impulso di accoppiarmi, aumentando invece la mia perplessità. Del resto ormai è chiaro che questo non è quello che Pete vuole. Il mio disorientamento è grande e dentro di me non trovo risposte.

L’immagine che sta appesa sopra il letto, in un foglio di carta rovinato come se fosse stato estratto dalle macerie di un terremoto, è davvero stravagante. Vi sono raffigurati un certo numero di uomini schierati, tutti vestiti uguali con magliette rosse e calzoncini bianchi, alcuni in piedi e altrettanti accosciati. Nell’angolo in alto c’è scritto: "Liverpool F.C. 2098/99" [#Richiesta sinonimo: Liverpool <Sinonimo non disponibile>].

E poi c’è questa fotografia. Sembra una donna, ma devo avvicinarmi alla finestrella per vederla meglio.

- Che cosa ci fa lei qui? – La voce femminile, ma metallica, proviene dalla porta che si è aperta senza che me ne accorgessi. Sapendo già che non posso più raggiungere il mio nascondiglio, mi volto e vedo una grossa scatola allungata, dipinta come se indossasse un vestito nero e un grembiule bianco. In cima al parallelepipedo spunta una specie di ovale nel quale, sotto i capelli grigi disegnati anch’essi, spiccano due luci giallo scure. Mentre mi si avvicina minacciosamente, mi accorgo che non ha gambe vere e proprie, ma si muove su qualcosa che assomiglia a rotelle o cingoli sistemati in fondo a un piedistallo cilindrico.

Si ferma solo quando è a meno di mezzo metro da me. In quell’istante i suoi occhi diventano prima rossi e poi tornano gialli, come se quello fosse il suo modo per esprimere una sorpresa.

– Oh, è lei signora Ellen! Dov’è stata tutto questo tempo?

 

 

10. – Ellen, di’ a Pete di muoversi, la navetta non aspetterà ancora per molto!

- Va bene, Lou. Pete, accidenti, ti avevo detto di preparare la borsa e tu ti sei messo a staccare quello stupido poster dal muro. Lo vuoi capire che non abbiamo tempo da perdere?! Forza, comincia ad andare giù, che alla borsa ci penso io.

- Ellen, Cristo! Non li senti quei dannati rotori? Tra meno di due minuti saranno qui. Dobbiamo andare via alla svelta. Larry sta per chiudere il portello.

- Arrivo, arrivo. Ancora un istante.

- Pete, non ti avevo detto di preparare la tua roba?

- Sì, papà.

- E tu non hai fatto un cazzo come al solito! Merda qui ci restiamo secchi, non riesci a capirlo?! Non è mica un gioco, questo! Vai dentro la navetta, su... Ellen! Lascia perdere, faremo a meno di quella roba. Larry è già in fase di riscaldamento, dai vieni giù.

- Eccomi, arrivo. Dov’è Betty?

- Non preoccuparti, è già nella stiva.

Il rumore dei passi affrettati giù per la scala è annientato da un’esplosione che scuote la casa polverizzando tutte le finestre. Piovono vetri ovunque. Dai gradini della scaletta, Pete scorge un autocottero spuntare da dietro il giardino, come un enorme insetto dalla corazza nera e lucida. Whopa, whopa, whopa! Da quella prospettiva la casa pare ancora perfettamente in piedi, ma dall’altro lato dev’essere stata sventrata.

Come al rallentatore, suo padre urla e si precipita dentro, verso quello che resta. Pochi istanti dopo Pete lo vede, zoppicante, trascinare il corpo fuori di casa, mentre l’autocottero prende la mira e fa saltare in aria il resto dell’edificio. Pezzi di muro schizzano in ogni direzione e una nuvola di polveri e detriti si allarga lentamente offuscando ogni cosa e facendo lacrimare gli occhi.

Il motore della navetta cambia regime ed il rumore si fa più acuto, fin quasi a sovrastare il martellamento dei rotori nemici. Il pilota in seconda si affaccia sulla scaletta e ordina a Pete di entrare e prendere posto. Subito dopo si sente un grido: - Partiamo ora, Lou, cazzo! Cristo, non possiamo aspettare un istante di più. Il Comando di Zona dice che tra meno di dieci secondi saremo investiti dai primi fronti radioattivi. Devi lasciarla!

Nell’ultima occhiata che dà al paesaggio attraverso il piccolo oblò, Pete scorge in lontananza la pianura punteggiata da un tappeto di enormi funghi di fuoco in avvicinamento. Poi, nell’allucinante turbinio dei motori, gli pare di sentire un urlo assurdo come di lamiere che si strappano, infine Lou appare nel vano passeggeri. È ricoperto di polvere impastata nel sangue.

Ed è solo.

 

 

11. Pete spalancò gli occhi senza sapere se stava ricordando o sognando. Sapeva solo di essere zuppo di sudore e che il suo cuore pulsava all’impazzata. Whopa, whopa, whopa! Nel freddo buio della stanza allungò un braccio tastando il tavolino alla ricerca della fotografia, poi ritrasse la mano e si alzò in piedi, andando a spalancare l’armadio. Ellen, gli occhi aperti e fissi, non parve sorpresa dall’improvvisa apertura delle ante.

- Ma tu non ci vai mai a letto? – ansimò Pete asciugandosi la fronte con una manica.

La ragazza rimase un attimo perplessa come se cercasse il modo di replicare, finché domandò a sua volta: - A dormire?

- Certo! – Pete scosse la testa. Non lo capiva proprio il motivo di quella domanda.

- Non ne ho bisogno.

Pete la fece sdraiare nel letto con sé e la ragazza sembrò rincuorata. Per qualche istante prese ad accarezzarlo, finché ad un certo punto, Pete le puntò sulla faccia una torcia a stilo che aveva estratto da sotto il cuscino. - Ehi, che cavolo fai? – chiese.

- Credevo ti piacesse.

Il ragazzino scrollò le spalle. – A te piace?

Ellen annuì seria. Il profumo della sua pelle era insieme di fiori e di guarnizioni al silicone uguali a quelle che lui lubrificava a Betty una volta al mese.

- E perché non ridi mai allora?

Lei rimase in silenzio, come se non si fosse mai accorta di una contraddizione del genere.

- È bello ridere, sai? – aggiunse Pete fissandola negli occhi chiari.

Incuriosita, la ragazza gli chiese come si faceva. Allora Pete si mise in bocca la torcia e appoggiò i suoi piccoli indici agli angoli della bocca di Ellen, spingendoli in su. – Così.

– Non sento niente - disse lei delusa.

- Davvero? – Obbedendo a un istinto, Pete lasciò andare la torcia e si avventò sulla ragazza facendole il solletico ovunque: sotto le ascelle, sulla pancia, sotto i piedi, sulle braccia, e poi di nuovo sotto le ascelle. Era una specie di folletto che, sotto le pesanti coltri ronzanti, non stava fermo un istante come la pallina di un flipper.

Dapprima Ellen non capiva, gli chiedeva se era impazzito, gli diceva di fermarsi, di smetterla, cercava di proteggersi con le mani poi, piano piano cominciò a sentire qualcosa che le filtrava attraverso la pelle, prima come un brivido diffuso, poi concentrato dietro la colonna vertebrale.

Non impiegò molto Ellen a lasciarsi andare, mentre per la prima volta la sua bocca si apriva al riso, ed i suoi occhi pure, con una naturalezza ed una spontaneità che avrebbero sorpreso persino i suoi progettisti. Ed era come se ci fosse tutto un mondo dentro quel sorriso, un mondo caldo e verde, dove la neve rosa si era sciolta per sempre e le coperte potevano essere tenute spente.

Dopo qualche minuto i due giacevano stremati fianco a fianco.

- È stata la prima volta, vero? – chiese Pete. Ellen annuì.

- E ti è piaciuto?

Con la confusione di chi ancora non sa come catalogare un’esperienza nuova, Ellen si tirò su un gomito, osservò il bambino e poco dopo si abbandonò di nuovo sul cuscino lasciandosi scappare un ultimo sorriso residuo. - È stato insolito! Ma anche molto bello... Almeno credo.

Pete le puntò un’ultima volta la torcia sulla faccia come per sincerarsi di qualcosa, poi la spense e si abbarbicò a lei in cerca di quell’odore di fiori. - Non mi lascerai mai più, vero? – mormorò sbadigliando, mentre istinti prenatali lo raggomitolavano in posizione fetale e il suo respiro si faceva regolare. Gli occhi della ragazza erano sbarrati sul basso soffitto scrostato dall’umidità.

Se solo Pete avesse avuto l’accortezza di dare un’occhiata a ciò che lei aveva tatuato sulla schiena, avrebbe capito perché Ellen non aveva potuto rispondere "sì" alla sua domanda. Ma questo non costituì un grande problema per lui, giacché il sonno se l’era portato via prima che potesse rendersene conto.

 

 

12. <Modo attivazione: ON> Mi sento impreparata e impacciata. Non era questo quello che avevo in mente. Non che sia un male, beninteso. Pete mi fa sentire bene, eppure sempre più spesso mi capita di percepire un altissimo potenziale d’insoddisfazione. Non so perché mi viene. C’è e basta. Talvolta vorrei estirparlo una volta per tutte, ma so che non è possibile perché fa parte integrante di me. Per quanto posso, cerco almeno di reprimerlo, ma anche questo non è facile. Per esempio, è stato difficilissimo riuscire a controllarmi quando Pete mi ha invitato nel suo letto. Avrei voluto alzarmi e andare a cercare un uomo vero. D’altro canto quel medesimo istinto è quasi del tutto scomparso poco fa, quando Pete si è messo a infilarmi le sue dita ovunque, facendomi questo strano solletico [#Richiesta sinonimo: solletico <Sinonimo: eccitamento>].

Adesso le sue braccia che mi cingono dolcemente i fianchi, mi fanno un effetto singolare. In lui manca tutto quello che io desidero, eppure tutto ciò è ugualmente straordinario. E credo che sarebbe meraviglioso, se non fosse per il mio corpo di cui ho capito di non poter disporre come vorrei.

 

 

13. L’attrezzatura era disposta su una coperta stesa per terra di fianco al letto, con lo stesso maniacale ordine che avrebbe avuto il ripiano degli arnesi di un chirurgo. Pete aveva appena terminato di spiegare ad Ellen il nome e la funzione di ciascuno degli strumenti, quando venne il momento di chiamare Betty.

- Che cosa vuoi fare? – chiese Ellen.

- Vedrai – fece Pete con un lampo negli occhi, mentre la domestica scorreva fino alla porta.

- Mi ha chiamato, signorino Pete? Ha bisogno di qualcosa signorino Pete?

- Entra, Betty.

Pete ordinò alla governante artificiale di immobilizzarsi, poi con l’aiuto di Ellen la sdraiò sul letto e cominciò a smontarla pezzo per pezzo. Ogni volta chiedeva l’utensile ad Ellen come aveva visto fare alla televisione, la ragazza glielo porgeva senza discutere e, pochi istanti dopo, Pete si ritrovava un nuovo frammento di Betty tra le mani.

- Sei certo di quello che stai facendo? – fece Ellen a un certo punto, quando di Betty rimaneva la testa e meno di un terzo del tronco. Il cestello della lavatrice se n’era già andato da un pezzo e adesso Pete stava trafficando per smantellare i condensatori del forno a microonde.

Malgrado le abitudini umane facessero pensare che le condizioni di Betty fossero già abbastanza gravi da considerarla "morta" a tutti gli effetti, proprio quando Pete estrasse il telaio del forno, la governante lampeggiò e recitò in automatico: - Il sistema diagnostico individua un malfunzionamento ai sistemi B2, CX3, F17, AA47, beta gamma quadro, schede neurali di processo HJP9817 e HXP6384...

Probabilmente se Pete non avesse scollegato gli altoparlanti, Betty sarebbe stata capace di andare avanti così per ore. Fu quel pensiero, forse, che costrinse Pete a dare un’occhiata all’orologio. Benché fosse domenica, e benché lui avrebbe volentieri fatto a meno di vivere quelle lunghe giornate in cui normalmente Lou non usciva mai, quella volta l’uomo aveva indossato di nuovo l’uniforme ed era scappato via subito dopo pranzo. Così Pete ne aveva approfittato per mettere in pratica quello che aveva in mente, sperando di terminare prima che Lou rincasasse. Non erano ancora le cinque quando cominciò a trafficare con la testa che aveva lasciato per ultima.

- Pensi che dopo riuscirai a rimettere tutto a posto? – chiese Ellen porgendogli il cacciavite motorizzato.

- E chi ha detto che voglio farlo? – rispose il ragazzino proprio mentre sentiva la porta di casa aprirsi.

- Betty, ci sei? – disse Lou stazionando sotto il decontaminatore per il tempo prescritto. - Betty, ho bisogno che mi lavi e mi stiri l’uniforme per domattina.

- E adesso? – sussurrò Ellen perplessa.

Pete le strizzò un occhio. - Sai stirare?

 

 

14. Malgrado se l’aspettasse, quando Lou aprì di scatto la porta della cameretta, Pete sobbalzò.

- Hai visto Betty, dannazione? – chiese l’uomo slacciandosi la giacca verde scura della divisa. Vicino alle medaglie appuntate sul cuore, spiccava una grossa macchia biancastra a forma di goccia.

Pete allargò le braccia, evitando di indicare l’ovale metallico aperto sul letto come una noce di cocco. Da quando Lou era entrato nella stanza, Ellen respirava un po’ più velocemente.

Pete rimase a fissare Lou finché dall’espressione dei suoi occhi non capì che si era accorto di tutti gli organi di Betty posteggiati lungo le pareti della stanza. Per questo, prima che l’uomo potesse dire qualsiasi cosa, Pete si affrettò a giustificarsi: - Tu stesso dicevi che aveva bisogno di una regolata. Si dimenticava le cose. Ho pensato che ti avrebbe fatto piacere assumerne una nuova – e fece cenno a Ellen di uscire dall’ombra.

Quando Lou vide quel volto entrare nel cono di luce rimase come incantato e tutti gli insulti, gli improperi e le bestemmie che avrebbe potuto pronunciare, furono sopraffatti da qualcosa d’ineffabile che rendeva quegli occhi, quel naso, quella bocca così familiari.

Pete spiegò che era la sorella di un suo compagno di scuola, che aveva bisogno di lavorare, che poteva fare qualunque cosa e che sarebbe costata poco. - E... come si chiama? – chiese infine Lou senza nascondere un certo smarrimento.

Pete esitò.

- Ellen – intervenne con slancio la ragazza tendendo la mano all’uomo.

Lou sollevò le sopracciglia e rimase ancora per qualche istante scolpito nell’espressione vacua di chi ha visto un fantasma. - D’accordo – balbettò poi, - la proviamo per una settimana –. Dopodiché si schiarì la voce, accennò a quello che rimaneva di Betty, e riprendendo il suo abituale tono sgradevole aggiunse: - Però voglio che tu la ricostruisca. Forse non tornerà come prima e non la potremo riutilizzare, ma almeno ti servirà come esercizio di tecnologia. Intesi?

Pete annuì, mentre Lou si levava la giacca e la lanciava a Ellen.

– Questa la voglio lavata e stirata per domattina.

Ellen ebbe la presenza di spirito di chiedere a Pete che cosa voleva dire "stirata" solo dopo che Lou se ne fu andato.

 

 

15. <Modo attivazione: ON> Finalmente un uomo. Credo sia stato il suo odore, piuttosto che la sua vista, a riattivare automatismi che in queste ultime ore Pete era riuscito non so come a sopire. Appena ha varcato la soglia, trascorso il tempo necessario all’aria che aveva spostato a giungere fino a me, un calore confortante si è arrampicato su per il collo e mi ha incendiato le guance. Pete deve essersene accorto perché, quando Lou è uscito dalla stanza, mi ha fatto giurare che non andrò mai con lui. Non so bene cos’abbia voluto dire con questo, né che cosa ci trovi di male nel fatto che io soddisfi i miei bisogni con un uomo, giacché lui non è in grado di farlo. Il mio istinto mi suggerisce una parola: <gelosia>, ma non sono certa di quello che significa, come non riesco a capire esattamente che cosa ci devo fare con questa cosa che mi è stata messa in mano con quel nome assurdo: "ferro da stiro", e per il quale la mia mente non sa suggerirmi alcun sinonimo.

 

 

16. La prima cena preparata da Ellen fu da dimenticare, come anche la giacca che la mattina dopo presentò a Lou. Ma fu nel vedere la reazione dell’uomo alla vista dell’inaudito numero di pieghe nuove di zecca che Ellen era riuscita a creare sulla divisa, che Pete rimase di stucco. Nessuno dei suoi soliti urli, nessun rimprovero, nessun pugno sul tavolo. Soltanto un lieve segno d’insofferenza, un sospiro, poi lasciando addirittura la colazione a metà, l’uomo condusse la ragazza al cavalletto, le fece impugnare il ferro e le mostrò come si faceva.

Pete si infuriò. Lou la toccava e non doveva farlo! E per dirle come doveva fare, gli si avvicinava anche fin quasi a sfiorarle l’orecchio con le labbra!

I due avevano appena terminato di rimettere in sesto le maniche ed erano passati alla schiena, quando Ellen si arrestò per un attimo e si voltò verso Lou con aria seria, gli occhi fissi in quelli di lui, la bocca socchiusa. Pete giurò di aver visto uno strano tic al labbro inferiore di lei (o forse era la lingua?), e dovette essere proprio quello a farlo decidere di schizzare in piedi. - Ehi, volete smetterla voi due? – esclamò mettendosi fra loro. - Ellen deve prepararmi la colazione, altrimenti faccio tardi a scuola!

Lou si ritrasse sbattendo le palpebre come se si fosse riavuto da uno stato di trance, mentre Ellen si guardava intorno come una che ha perso la strada. Poi si strinse il nodo del grembiule e raggiunse i fornelli a radianza. Lou lanciò a Pete un’occhiataccia che gli ghiacciò il cuore, ma non proferì parola. Si asciugò alcune gocce di sudore che, nonostante il freddo, gli imperlavano la fronte, e di buon grado si apprestò a terminare di stirare la sua divisa.

 

 

17. Nei quattro giorni trascorsi da quando aveva prelevato Ellen, Pete aveva fatto in modo che lei e Lou restassero soli il meno possibile. Non riusciva a pensarli mentre si guardavano o si toccavano come quella mattina, o facevano le cose che fanno i grandi e che aveva visto in quelle immagini che gli avevano mostrato quelli di quinta in uno dei loro visori portatili. Tutte le volte che ci pensava, qualcosa scattava dentro di lui e lo faceva andare su tutte le furie.

Fu questo pensiero che gli fece accelerare il passo attraverso il margine del Parco Artificiale, anche se bisognava dire che in quegli ultimi due giorni Lou pareva completamente assorbito dagli incarichi che svolgeva al Comando e non sembrava aver tempo di pensare ad altro. L’anticipo di tre ore del coprifuoco era il sintomo evidente che le cose erano sul punto di precipitare e Pete aveva già preparato la sua borsa con tutte le cose che si sarebbe portato via, qualora fosse stato dato l’ordine di evacuare. Tuttavia Pete non aveva più paura adesso, perché ora c’era Ellen con lui, e niente e nessuno gliel’avrebbe portata via. Neanche Lou.

Aggirando i resti di alcuni edifici che non erano mai più stati ricostruiti, Pete raggiunse l’alveare BK4/7 proprio quando attraverso la spessa coltre di polveri atmosferiche grigia come il piombo, un lieve chiarore circolare lasciò intuire la posizione del sole. Il tremolio gelatinoso del contenimento dava all’atmosfera un’aria liquida e faceva venire voglia di trattenere il respiro. Svoltando su uno stretto vicolo dalle alte pareti scure, Pete salutò il povero Brian che stava appoggiando il gomito destro sulla piastra d’identificazione della casa. Brian non aveva più le mani da quando durante il Primo Attacco del 2098 era stato estratto dalle macerie appena in tempo per essere trasportato nei rifugi lunari. Ogni volta che lo vedeva, Pete non poteva fare a meno di chiedersi se era stata una dannata fortuna, la sua, oppure il contrario. Appena prima di varcare la soglia Brian gli restituì un caloroso sorriso sventolando il polso destro con naturalezza e Pete avvertì una fitta al cuore.

La spiacevole sensazione fu spazzata via poco dopo, quando, dopo aver appoggiato a sua volta la mano alla piastra di casa sua, attraverso la porta Pete udì un rumore che lo fece trasalire. Sembrava un grido.

 

 

18. - Pronto?... Sì, sono io... Mmmh... Guardi, io non so un accidente di nessuna bambola, ho paura che lei si stia sbagliando e se non le spiace avrei da fare. Da un momento all’altro ci potrebbero scaricare sulla testa qualche milione di chiloton e lei sta qui a parlarmi di bambole?! Ma mi faccia il piacere. <clic>

- Sì, pronto?... Le ho già detto che non c’entro niente, non ho mai affittato nessuna delle vostre stupide bambole del cazzo... Bè, non mi interessa un accidente se non sono stupide. Non sono io quello che lei sta cercando... Come? La mia Carta?!... Sarà un mio omonimo, uno scambio di persona... D’accordo, d’accordo, aspetti che controllo... No, ce l’ho qui con me... Sì, il numero corrisponde... Cazzo, quando ha detto che è stato fatto il prelievo?... Mmmh... No, niente, mi scusi che stava dicendo? E allora?... Cosa vuol dire un massimo di novantasei ore?

La conversazione durò altri due minuti al termine dei quali Lou riappese il ricevitore massaggiandosi il mento irsuto alla ricerca della giusta punizione che avrebbe inflitto a Pete, visto che nessun altro avrebbe potuto prendere la Carta e poi rimetterla al suo posto.

Non venendogli in mente niente di abbastanza severo, si ripromise di ripensarci più tardi, dopo essersi schiarito le idee. Nel frattempo, non vedeva perché non avrebbe dovuto mettere da parte gli scrupoli che si era fatto (forse a causa del suo aspetto?) e usufruire dei servizi per cui aveva già speso i suoi soldi.

 

 

19. Pete si precipitò nel bunker ignorando il decontaminatore d’ingresso e ciò che vide quando entrò in cucina gli tolse il fiato. Suo padre, di schiena, i calzoni della divisa ammonticchiati alle caviglie, le gambe divaricate, la schiena sudata e quell’osceno sedere peloso che andava avanti e indietro.

Pete era nel contempo pietrificato e abbagliato da quella scena al punto che non si era nemmeno accorto della ragazza chinata sul tavolo. Eppure sapeva che era lì, messa in qualche modo, a fare quelle cose che lui le aveva fatto promettere di non fare.

Pete era rabbioso per la gelosia e perché lei gli aveva mentito e lo aveva tradito, e dentro di lui tutto si muoveva in spirali che gli arrotolavano le budella come stracci da strizzare. Strinse i pugni fino a ferirsi i palmi, ma rimase in silenzio. Se ne stette lì impalato a guardare quel groviglio di carne che non sembrava essersi accorto della sua presenza, tanto andava avanti indisturbato in quella operazione.

Cigolando, un colpo dopo l’altro, il tavolo era andato a finire contro la credenza, mentre Ellen gridava e incitava Lou a darci dentro, dicendo che niente le era mai piaciuto di più in tutta la sua vita. Pete notò tuttavia che questa volta il suo volto non rideva e ciò fece aumentare la sua collera. Poi le mani di Lou, con il grosso anello che la sua guancia conosceva bene, affondarono in quelle morbide natiche bianche e Pete finalmente riuscì a scorgere anche la schiena di Ellen, sulla quale sembrava esserci dipinto qualcosa, come uno strano tatuaggio, ma del tutto diverso dai disegni che aveva visto sulle braccia di certi soldati.

I due andarono avanti ancora per quasi dieci minuti e fu solo quando la ragazza si voltò un istante verso Lou, con un’espressione ebbra e i capelli appiccicati alla fronte, come per essere certa che l’uomo non la smettesse proprio in quel momento cruciale, che l’uomo proruppe in un prolungato grugnito liberatorio. Dopodiché, come sentendo il peso di uno sguardo, si voltò ansimando e vide Pete, e qualcosa di metallico nelle sue mani.

 

 

20. Non era stato difficile raccoglierla. La cintura con il fodero doveva essere stata la prima cosa che Lou si era slacciato quando ancora si trovava sulla porta. Pete l’aveva avuta distante meno di mezzo metro. Non ci aveva nemmeno pensato su.

Lou si staccò definitivamente, mentre Ellen rimaneva bocconi, stremata come una preda arresasi una volta per tutte. Senza il minimo imbarazzo di essere nudo di fronte al figlio, l’uomo fece due passettini, giacché i movimenti gli erano ostacolati dalla presenza dei pantaloni calati. Guardandolo, Pete rifletté che la sua espressione era sbagliata: Lou non avrebbe dovuto essere sorpreso, avrebbe dovuto avere paura.

- Ah, ecco qui il signorino Pete che ha rubato la Carta e ci ha comprato una bambola, eh? Cosa credi di meritarti? – chiese alzando un braccio come una minaccia, senza mostrare però di essersi accorto della pistola puntata su di lui. Pete rimase impassibile, mentre Ellen cominciò a muoversi lentamente, come una che è rimasta una vita nella stessa posizione e ha qualche difficoltà a riprendere confidenza con i muscoli rattrappiti.

- Bè, devo dire comunque che hai avuto buon gusto – aggiunse Lou accennando alla ragazza. - Devi avere preso da me! – Sudato come un cavallo al termine di una galoppata, l’uomo si lasciò sfuggire un mezzo sorriso.

- Sta’ zitto! – ringhiò il bambino. L’arma era massiccia e le braccine tese gli facevano male e tremavano, ma non avrebbe ceduto, né avrebbe potuto mancarlo così da vicino.

- Oh! Non vorrai certo spararmi - fece Lou con un sorrisetto di condiscendenza. - Lo sai che è carica con pallottole esplosive vere? Non è mica un giocattolo per mocciosi.

Ignorando completamente le altre due persone presenti nella stanza, Ellen si era scostata meccanicamente dal tavolo e si era messa a rovistare sul pavimento alla ricerca dei vestiti. Pete vide i segni delle dita di Lou impressi sul sedere della ragazza. I due esili indici, incrociati sul grilletto si irrigidirono. Da buon soldato, Lou se ne accorse. - Non riuscirai neanche a premerlo, quello. È troppo pesante per te -. Pete lo fulminò e quello sguardo tagliente di un bambino di tredici anni che aveva perso tutta la sua innocenza in cinque minuti, dovette colpire Lou nel profondo, facendogli capire che il ragazzino stava facendo sul serio.

Ellen raccolse i pantaloni e se li infilò. - Avevi promesso che non l’avresti fatto! – disse allora Pete, mentre il livido sotto lo zigomo destro fu invaso da una grossa lacrima e prese a bruciargli.

La ragazza gli concesse una fuggevole occhiata mentre si allacciava la camicetta, e solo per una frazione di secondo la sua espressione indifferente fu percorsa da una pena infinita.

- Posso almeno tirarmi su i calzoni? – chiese Lou con impazienza.

Pete scosse la testa. No! La canna si muoveva appena a due metri dal torace ricoperto di peli. Vestita, Ellen si mosse per uscire dalla stanza.

- Dove vai? – chiese Pete, lo sguardo a fuoco sul mirino.

- Al punto di raccolta -. Per qualche strano fenomeno, le pupille della ragazza avevano inghiottito tutta l’iride e adesso i suoi occhi erano completamente neri. Pete ebbe un sussulto. – Ma tu devi restare con me.

Al termine di un lungo minuto di silenzio, la ragazza obbedì meccanicamente a un’istruzione di emergenza di basso livello e non poté far altro che cominciare a slacciarsi di nuovo la camicetta.

- Non puoi trattenerla – spiegò Lou con finta calma. – So cosa significa per te. L’ho capito dal primo momento che l’ho vista. Anch’io vorrei tanto che Ellen fosse ancora qui con noi, ma questo non è possibile. Lei è solo un surrogato artificiale e adesso se ne deve andare, è la regola.

- E io andrò a prenderla di nuovo!

- Sarebbe inutile. A quelle come loro ogni volta cancellano la memoria. E ogni volta sono come nuove, fresche, vergini... Una volta tornata indietro non si ricorderà mai più di te.

Pete spostò il suo sguardo su Ellen. - Allora vorrà dire che non ci tornerai nel distributore.

- No, devi lasciarla andare - Lou si avvicinò ancora. - Altrimenti morirà. I progettisti lo hanno fatto di proposito, affinché le loro creature siano costrette a tornare indietro una volta terminato il servizio.

- Non è vero! – gridò Pete, il volto paonazzo. - Lo dici solo perché me la vuoi di nuovo portare via!

Lou scosse la testa. - Guarda la sua schiena, Pete. Scommetto che non lo sai. E forse nemmeno lei se ne rende pienamente conto... E abbassa quell’arma, Cristo! Qui fra poco qualcuno si fa male, dannato moccioso! Lei non può essere tua madre: tua madre è morta!

Fu solo una coincidenza che, nell’esatto momento in cui tutta la disperazione di Pete si concentrò sui suoi indici, la sirena del quartiere iniziò frastornare tutta la zona coprendo quasi completamente l’eco assordante dello sparo. Attraverso l’altoparlante in dotazione al bunker una voce registrata comunicò che non si trattava di un’esercitazione e che tutti gli occupanti avevano quindici minuti per evacuare le abitazioni e recarsi al punto di prelievo.

 

 

19. "La Kamasutra ltd. desidera complimentarsi con Voi per la Vs. scelta,

ricordandoVi che questo corpo modello BabeXXX è di proprietà della Kamasutra ltd.

ed è conforme alla Direttiva Replicatoria (447bis, 21.03.2102).

 

Si informa che il contratto di affitto stipulato è valevole esclusivamente

per la durata dei servizi di usufrutto di questo corpo,

e comunque non oltre le novantasei ore dall’ora di prelevamento.

L’utente è autorizzato a utilizzare questo corpo per scopi sessuali,

tenendo presente che qualsiasi atto improprio e/o lesivo nei confronti di questa unità, comporterà il completo risarcimento all’azienda stipulatrice del contratto.

Ogni eventuale manomissione e/o abuso sarà punito in conformità all’art. 556/3

 

 

Istruzioni per l’uso: questo è un corpo biosintetico al 95% e non è dotato delle normali funzioni corporali. Non è necessario nutrirlo. Il lavaggio può essere effettuato con semplice acqua e sapone neutro (ph. 6,9÷7,1). Al termine del rapporto, l’unità è programmata per ritornare automaticamente al punto di raccolta prestabilito. Si informa che l’eventuale ostacolo dell’adempimento dei suoi istinti prima, durante e dopo l’uso, può portare la presente unità a subire danni irreparabili dei quali il contraente verrà fatto interamente carico.

 

È inteso che il contraente accetta tutte le clausole del presente accordo."

 

- Fammi uscire, ti prego! – supplicò la ragazza battendo i pugni sulla porta. - Mi sento male! Sto morendo, aprila!

– Morirai comunque, se resti qui - disse Pete con sgomento, mentre non poteva evitare di far cadere a intermittenza il suo sguardo sulla grottesca pozza di sangue che aveva invaso il pavimento della cucina. - L’intera zona potrebbe essere bombardata entro un’ora. E io non voglio che tu muoia.

Ma le parole di Pete non sortirono alcun effetto ed Ellen si lasciò cadere a terra strisciando contro la porta. L’urlo che uscì dalla sua bocca fece tremare la spina dorsale del bambino, il quale non riuscì più a trattenersi e fece scattare il meccanismo di sbloccaggio.

- Non dovresti farlo – aggiunse ancora. Quello squarcio nel petto era qualcosa di abominevole, non poteva credere di averlo fatto lui. Attraverso quel che rimaneva del petto, oltre le costole straziate, si intravedevano addirittura le piastrelle del pavimento sporche di sangue.

– Se salissi sulla navetta con me – continuò il ragazzino, - avresti almeno una possibilità. Forse i tuoi creatori ti hanno fatto solo credere mediante il dolore che se non tornerai al punto di raccolta morirai. Resistendo, invece, potresti scoprire che la sofferenza prima o poi si esaurirebbe, e potremmo restare insieme per sempre, tu ed io.

La porta scorse di lato e sapere di non avere più alcuna costrizione parve calmare un po’ Ellen. – Mi dispiace – disse con voce distorta.

Pete le si avvicinò a braccia aperte, reclamando un ultimo abbraccio. Ellen si concesse, sforzandosi di combattere l’istinto di scappare via, mentre il dolore che le lancinava il corpo artificiale le ricordava in ogni istante qual era il suo posto nel mondo e che cosa doveva fare.

Fuori, con una calma perfettamente conforme al protocollo di emergenza, Brian non s’era fatto sorprendere dall’emergenza e stava già recandosi al punto di raccolta dove, da lì a qualche minuto, sarebbe atterrata la navetta che avrebbe condotto lui, la sua famiglia, e tutti gli altri nuclei familiari di quell’area verso i rifugi lunari. Un grosso zaino pesava sulle sue spalle. I polsi abbandonati in fondo alle tasche.

Pete rientrò nel suo bunker a prendere la borsa, dopodiché si inginocchiò sul pavimento vicino al corpo di suo padre che pareva sul punto di affogare nell’enorme lago del suo stesso sangue denso e scuro che cominciava a rapprendersi. Il bambino rimase lì a piangere finché l’altoparlante non diede il terzo e ultimo avviso. Poi prese una di quelle grandi mani e si accarezzò la testa.

 

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