QUARTO CLASSIFICATO

 

LA SECONDA VITA

Di Francesca Tucci

Francesca Tucci nasce a Roma il 25 gennaio del 1963. Traduttrice, per molti anni ha curato la stesura dei testi di audiovisivi destinati a mostre e congressi e per l’editoria multimediale (CD-Rom e ipertesti su floppy). Ha collaborato con numerosi articoli alla pagina culturale del periodico di attualità "Forum".

E’ appassionata di letteratura israeliana ed in particolare di Abraham B. Yehoshua. Si è classificata al quinto posto nella scorsa edizione di Cristalli Sognanti con il bel racconto "Fuoco freddo". Vive a Roma con due gatti.

 

Le grida mi giungono attraverso il crepitare del fuoco, il fumo acre mi prende alla gola e mi brucia negli occhi. Vado verso la stanza che da sul terrazzo, immagino che di lì si possa saltare. L'idea di fratturarmi una gamba cadendo non mi spaventa quanto l'ardore di queste fiamme, che consumano, svellono, divorano quel che resta della mia casa.

Sul corridoio una muraglia di fiamme mi assale, mi fa vacillare: il percorso verso l'uscita è ostruito dai travi crollati dal tetto. Il terrore non mi fa ragionare, la mia mente procede per scatti: le scale, la finestra, le scale. Ma c'è sempre un muro di fuoco. Il viso mi scotta, le mani e le braccia ustionate nel tentativo di aprire due porte. So che grido, a tratti, e che piango. Le urla della gente sempre più fievoli, più forti le sirene, ma più forte di tutto il fragore di fiamma, la luce abbacinante delle lingue dell'incendio. Fra poco non potrò respirare e non so se è il fumo che mi strozza o il grido disarticolato, inumano, che già mi dissecca i polmoni. Soffoco.

Nel borbottio col quale la coscienza si spegne, odo mio marito chiamare con tutte le forze "Caterina!" dal piano inferiore.

La mia morte è un giardino. Di fiori grandi, eccessivi, di steli e di foglie lisce, aperte come barche al mare. In questa morte luminosa mi aggiro come in terra straniera, quasi non si trattasse della inevitabile conclusione di un girarsi dattorno stupiti per tutta la vita. Temo, voltandomi, che una pianta scompaia, che l'erba si cancelli e rimanga un vuoto ghignante, invece il giardino è quieto e stabile, protetto dal vento divorante del nulla. Le stesse piante che vedo si specchiano dentro di me, crescendo nei punti del corpo che corrispondono alla mappa dell'Eden: fiordalisi negli occhi, grano sulle labbra, edera sul capo, magnolie dalle dita, e un frutto ignoto al posto del cuore. Il giardino è soltanto per me. Con un passo scavalco un torrente e sono ai piedi dell'albero con il frutto più strano. Il momento in cui tendo la mano è fissato da sempre nella storia del tempo, quello che fa di me di nuovo una donna, restituendomi un lungo respiro. Al gusto è molle e denso, il sapore né dolce né amaro, consistente come carne divina, sacrificio vero di un angelo. Ne basta un morso soltanto a riaprire il vortice che ha creato il giardino e a farmi scivolare di nuovo nel moto luminoso del mondo.

2.

"E questo, che colore è?"

"Giallo", dico senza esitare.

"E questo?"

"Rosa. Poi nero. Poi blu."

L'uomo col camice non esprime commenti. Alza un cartoncino dopo l'altro e ogni volta prende un appunto. Alla fine si alza, mi invita in una stanza più grande, dove la luce è quella solare, che sfonda allegra una finestra aperta.

Il silenzio intorno alla clinica è rotto dal cinguettio degli uccelli e da qualche ronzio di motore lontano, percettibile appena.

Siedo davanti al dottore nel barbaglio di luce che fa socchiudere gli occhi, su una poltrona moderna di pelle scura, che somiglia vagamente a quella di un dentista. Se non mi dice qualcosa mi assopisco, tanto è il torpore che mi ha preso alle braccia, alle gambe, alle viscere.

Finalmente esordisce:

"Signora, Lei non distingue i colori. A quello che ho visto, neanche uno. Non si tratta di daltonismo, è proprio una visione alterata, un fenomeno che non ho mai riscontrato. Sembra che lo stesso colore, presentato più volte, vibri per Lei ogni volta in un modo diverso. Come ha fatto finora coi semafori?"

"Non guido." rispondo, accendendomi una sigaretta.

"E non si è accorta, nella vita di tutti i giorni, che, ad esempio, gli spinaci sono rosa, il cielo viola, le strade celesti?"

"Dottore, fin da bambina mi indicavano in alto, dicendomi "azzurro" e per me "azzurro" era quello che vedevo."

Le pupille del mio medico si allargano, mi sembra abbia assunto un'espressione di sconforto. Forse perché sono le sei, la giornata estiva volge al declino e lui vuole andarsene a casa.

"Va bene, allora ricominciamo daccapo. Le faccio vedere di nuovo i colori, lei mi dice qual è l' "azzurro". Il cielo, lo vede sempre dello stesso colore?"

"Non quando è nuvolo."

"E com'è, quando è nuvolo?"

"Grigio, no?"

Mi mette dinanzi gli stessi cartoncini di prima.

"Mi indichi il grigio."

Come una scolaretta obbediente, prendo il cartoncino grigio.

Lui si passa una mano sul viso, nervoso.

"Va bene. Ricominciamo. Ricominciamo. Abbiamo tutto il tempo che vogliamo."

Non perde la pazienza. Mio marito paga, per questa visita, una fortuna.

Se avessi fatto una scuola d'arte, spiego, me ne sarei accorta prima, di questa confusione dei colori. Ma io sono una insegnante di matematica. Le equazioni non hanno colore. Da bambina, chissà che pastrocchi. Ma si sa, i disegni dei bambini godono della licenza poetica.

E poi, perché insistere tanto? Non era una malattia invalidante:...rosso...verde...giallo...gli spinaci erano buoni lo stesso.

Ne deduce che per me il nome di un colore non ha il minimo significato. Può darsi. Quando ci lasciamo mi invita a dipingere, come prima fase della terapia. Dovrò mostrargli i miei quadri una volta alla settimana. Sorrido. Stretta di mano, saluti. La ghiaia del viale scricchiola sotto le scarpe e mio marito che aspetta, al parcheggio.

Il fumo di sigaretta nell'abitacolo non gli da più fastidio, ormai è abituato, e dai finestrini aperti, l'aria rimescola le volute di fumo.

Il paesaggio si allontana e si avvicina, la sera si fa viola e verde e comincia a tremare di stelle.

Quando arriviamo a casa, Alessio sa tutto di me e dei colori e l'ha presa per scherzo. Dice: "Non ti suggerirò più, sarai tu, d'ora in poi, a dirmi di che colore è la giacca che porto. Ma ricordati che tu, tesoro, sei rosa, te lo posso assicurare. Rosa e bianca, come una bella mela."

Mi pizzica dei buffetti sul viso salendo le scale e mentre preparo la cena dà fondo al suo repertorio di battute un po' sceme.

Vado al piano di sopra a cambiarmi come ogni sera ma, entrando in camera, senza motivo mi afferra l'angoscia. Il parquet scricchiola lievemente sotto i piedi, l'orologio ticchetta nella penombra, l'armadio di noce si alza, scuro, al soffitto e una inesprimibile ansia fa sembrare ogni oggetto più grande e non mi fa avanzare di un passo: la camera in cui dormo ogni notte mi è estranea, minacciosa. Qualcosa si protende dagli angoli, qualcosa mi insidia dall'alto: una tela invisibile tesa e pronta a cadere, avvolgendomi. Un pericolo grave, da scongiurare, si annida qui.

Se domino il panico, odo il brusio del televisore salire dal piano di sotto - le battute e gli applausi di qualche comico in un programma di giochi - il vicino che parcheggia l'auto in garage. Ma sono suoni lontani e deformati, come filtrassero da una radio accesa in un bunker.

I movimenti di Alessio nel bagno, invece, li percepisco vicini, ma nella voce e nei gesti sono paralizzata. Se pronunciassi una sola parola, questo incantesimo svanirebbe, però non posso parlare: ho urgenza di concentrarmi per ricordare un'azione che non andrebbe mai fatta, una cosa importante.

"Il rastrello non è cattivo. Sei tu che l'hai preso dalla parte sbagliata. Il rastrello si prende dal manico."

"Il rastrello è cattivo, cattivo!" grido e i mie piccoli piedi sferrano calci all'arnese dentato, malvagio, col quale ho ferito la mano, cadendo. Gli sono rovinata addosso, correndo, pestando sul palmo con tutto il peso del corpo. Il taglio è lungo, regolare e corre dal dito medio fin quasi al polso, ma non è profondo. Però brucia, e io continuo a scalciare.

Per mesi ho evitato il capanno come fosse la peste. Ma allora avevo tre anni. Oggi, invece sono una donna, e provo il medesimo, assurdo timore per questa stanza.

Il disagio mi preme alle scapole, il collo teso mi fa dolere lievemente la testa, ma, d'un tratto, è passato: c'è la voce di Alessio dal bagno che chiede se è pronta la cena.

"Si" dico, a voce più alta che posso "Sì, è pronta!" e il suono riecheggia sulle pareti, rassicurante. La donna che parla sono io e io non ho mai avuto paura in questa casa. Mi resta, mentre scendo le scale, soltanto il leggero fastidio d'aver sperimentato una vita che non mi appartiene, quasi evocandola da una storia già letta, da un film spiato nel dormiveglia, da un sogno agitato di qualche anno fa.

In un angolo della mia memoria, insomma, c'è una stanza così, col pavimento e l'armadio di legno, uno specchio, un gran letto. E lì qualcuno che ho conosciuto soffriva.

Ora posso sorriderne, ma forse è un mistero.

Non lo racconto ad Alessio, perché quest'evento si aggiunge alla mia "discromia", che è l'argomento del giorno. E già abbastanza imbarazzante spiegare, a un uomo che ho sposato in una chiesa cattolica, che indossavo per l'occasione il lungo abito arancio che è tipico, mi dicono, del bonzo buddista.

Però, mentre ceno, continuo a osservare, porgendo i piatti, la cicatrice sul palmo della mia mano.

E se non fosse per questa novità dei colori, che stupisce e incuriosisce gli amici, la settimana sarebbe una delle tante, nonostante la stanza da letto resti sempre una minaccia, per quanto più vaga.

Quando odo Alessio richiudere il portoncino d'ingresso, nervosamente sguscio dalle lenzuola e riparo nel bagno. Sono pronta alle nove - un fatto incredibile - e, senza trattenermi al piano, scendo in cucina per far colazione.

Non ne parlo, ma sento che qualcosa di reale mi sfugge e qualcosa di irreale diventa importante, come alternassi due tipi di occhiali, senza riuscire, alla fine, a mettere a fuoco. E, benché mi sieda davanti allo specchio soltanto quando Vanda è arrivata e sfaccenda di sotto, nei miei gesti qualcosa non quadra.

O, forse, di nuovo, è soltanto la vista.

Da giorni, con la coda dell'occhio, quando mi volto per alzarmi dal trucco, colgo, ai margini dello specchio, l'immagine di un'altra donna. E' la mia figura deformata dall'ombra o dalla luce, la porzione infinitesimale di me che l'occhio quasi intuisce, mentre sono già fuori dal riflesso.....

Ma invece no. So con certezza che è anche l'immagine di un'altra.

Studiando attentamente la mossa che compio levandomi in piedi, senza voltare la testa, ma inclinando appena il capo, riesco a scorgere i suoi capelli: sono rossi, con riflessi dorati, mentre io sono bruna, lo so con certezza. Ho i capelli neri. E allora, concludo, questa confusione di colori sta diventando un fatto grave, che minaccia la mia identità, la percezione che ho di me stessa. Dovrei dirlo al dottore, invece decido all'istante di andare dal coiffeur.

Un pomeriggio dal parrucchiere prevede un rito, al quale ci si inizia rilassandosi. Prima di tutto, via lo stress: non si trova parcheggio, allora meglio andarci a piedi, con calma, tanto non è lontano.

Nel primo pomeriggio il sole fonde le lamiere delle auto, acceca di gioia le cicale, fa tremare come miraggi le ombre circoscritte degli alberi sui marciapiedi. Il vento alita da una fornace, le serrande delle case gialle, verdi, viola, sono abbassate. Un cane randagio sta steso nella frescura del muro e mi guarda, paziente.

La porta smerigliata e il tappetino con il nome dell'estetista sono il confine di un mondo in cui regnano un vocio ovattato di donne e un rumore allegro di phon. Carlo è ossequioso, formale. Indossa una camiciola leggera e si sente dall'odore delle dita che ha mangiato una pesca, il pranzo frugale che si concede nelle ore di negozio. Mi mostra gli hennè, e, sollecita e puntigliosa, scelgo il colore, quel rosso cupo e lucente, e poi, spiego, le venature dorate.

Salvo scoprire che non è proprio rosso, ma invece è castano, e che i riflessi non sono dorati, ma rossi.

Però posso spiegare precisamente quello che ho visto, e ritrovare la tinta esatta osservando la donna che sorride sulla scatoletta schiumosa di shampoo.

Voglio un colore così. Finirà in questo modo il disagio, finirà il disturbo visivo: io e lei con gli stessi capelli, io e lei la stessa donna.

Non dovrò dir altro al mio medico, oltre al fatto che soffro di discromia e che, da bambina, mi sono ferita correndo.

Sospiro di sollievo indossando la mantellina leggera e poi mi invade un dolce benessere, mentre l'acqua tiepida mi scorre fra i capelli e sul collo. Quando il profumo un po' acido della tintura s'impossessa del mio odorato, mi pare di non aver fatto altro, da quando sono cresciuta, che tingermi i capelli. Accavallo le gambe, esercitando quel controllo accurato dei movimenti di cui ogni donna dovrebbe dar prova in ogni istante e che invece dimostriamo in particolare in queste occasioni, quando un uomo, serissimo, ci pareggia i capelli o una ragazza in camice li stira col phon. Trattengo uno sbadiglio, mentre fumo sfoglio pigramente una rivista e sbircio la signora accanto, col viso coperto di crema. Sarà una mezz'ora. Quando alzo il capo, la somiglianza è perfetta. Io e la donna dello specchio abbiamo la stessa sfumatura di castano.

Uscendo, ringrazio e lascio una mancia. Per strada il vento mi solleva le ciocche, d'improvviso straordinariamente leggere: un effetto della messa in piega.

Il profumo di spray e di balsamo non mi abbandona e impregna, discreto e tenace, la mia stanza da letto, mentre mi rimiro allo specchio. Per essere proprio come lei, devo stringerli in una conocchia, dietro la nuca. Sorrido. Mi pare che non ricomparirà più. Mi pare che non sia mai comparsa.

Alessio parcheggia nel box. Mi nascondo per fargli una sorpresa. Non trovo altro posto che l'angolo sotto la trave, in fondo al corridoio. Mi chiama dal piano di sotto, il mio nome rimbalza su per le scale, e allora, non so come mai, un tremito forte mi prende alle gambe e mi fa quasi cadere. La volta della stanza sta per crollare, c'è un vocio di gente di fuori e il calore dell'estate mi stringe alla gola, alle spalle, serrandomi il cuore.

"Alessio!" grido con voce mutata "Sono qui, sono qui!" e non mi muovo di un passo, appoggiandomi al muro. Sale, allegro, facendo tintinnare le chiavi e una frase gridata sui gradini che inizia dabbasso con "Ma lo sai che oggi..." gli muore in gola quando mi vede.

Mi dice "Che hai fatto? Perché!?"

Ho dimenticato già il parrucchiere, gli sussurro "Sto male" e mi faccio accompagnare di sotto, felice di scendere, sentendo sotto i tacchi la guida morbida delle scale.

Mi chiede, un po' ansioso, che c'è. Rispondo: pressione bassa, il caldo, l'estate.

Nel disappunto Alessio non si perde. I capelli, si vede, non gli sono piaciuti, ma ci scherza, si dice contento che non siano viola, o verdi, o albicocca. S'informa se è un altro esercizio richiesto dal medico, si augura ridendo che non cominci ad usare l'ombretto.

Sorsate di succo d'arancia in cui lo zucchero si addensa sul fondo, un abbraccio, di nuovo un silenzio placato e la luce che irrompe incantevole dal giardino, in un pulviscolo agitato dai movimenti di lui, attorno alla tavola.

Non voglio tornare dal medico, dico. Quella visita mi ha portato sfortuna, o forse sarà meglio, semplicemente, riparlarne a settembre, quando farà un po' più fresco.

Ma no, replica, è assurdo. Abbiamo appena scoperto una cosa importante, la nostra vita potrebbe cambiare....

Appunto.

Sono cocciuta, sono capricciosa. Ma Alessio è un uomo pragmatico, concreto. Gli strumenti che usa per convincere sono logici. Forse che ho paura di scoprire qualcosa di me? Forse che a quest'età c'è ancora qualcosa di me che non so? Siamo sposati da anni, trova che io sia una persona ragionevole. Mi ha sposato anche per la lucidità con la quale risolvevo i problemi geometrici. E poi, dipingere quadri è divertente, non mi è stato chiesto di inghiottire sciroppi amari.

Va bene.

Sveglia alle otto, alle nove con Vanda in soggiorno, alle prese con le tempere che si sciolgono e intridono un pennello morbido.

Colore su tela: rosso. Colore su tela: arancio. Colore su tela: giallo.

Sul tubetto c'è scritta altra cosa, ma questi sono, per me, i colori del fuoco. Il posacenere accanto al cavalletto si riempie di cicche. Le schiaccio nervosamente, senza perdere d'occhio la tela.

Vanda, con l'aspirapolvere alla mano, sbircia il mio quadro.

"E' l'erba?" Le lingue sono alte e sottili, come steli tremanti; lei distingue la forma, perché il colore è certamente falsato.

"No, ma il prossimo sarà un giardino."

"E questo cos'è?"

"Il fuoco."

Di sera ho due quadri. Un fuoco che Vanda chiama "Erba viola" e una distesa di fiori enormi, eccessivi, che pare l'ingrandimento impazzito di un quadro di Klimt. L'erba piace, ma i fiori - dice Alessio - sembrano un po' troppo grandi.

Risalgo lentamente le scale.

La sera rinfresca la casa, il vento solleva le tende in salotto.

Alessio mi dice:

"Caterina, esco un attimo. Vado al capanno degli attrezzi."

Sono tranquilla, la stanza non mi fa più paura.

Prendo una rivista dal bagno, mi slaccio il vestito, mi lascio cadere sul letto. Mentre aspiro l'ennesima sigaretta, noto che in copertina c'è il mare. Faccio frusciare le pagine, poi mi prende il torpore.

Stormire di alberi...risacca...qualche suono dal capanno....risacca.

Dovremmo deciderci ad andare al mare, una volta.

La rivista sul viso, il braccio ricade, il sonno mi prende.

La sigaretta accesa rotola sul parquet.

 

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