SETTIMO CLASSIFICATO

 Sono nato 26 anni fa a Torino, mi sono laureato in Scienze della Comunicazione nel Giugno del 1998 con una tesi sull’analisi semiologica dei videoclip dei Depeche Mode.

Nel 1993 sono stato finalista al concorso "Il primo anno di università, le mie esperienze di matricola" indetto dal mio corso di laurea e nel 1997 è stato pubblicato un mio racconto sulla rivista universitaria "Pulp 462-0614" (n°4, Febbraio 1997).

Mi affascinano le scienze occulte e l’esoterismo, amo il cinema e adoro i videoclip (si era intuito?)

 

IL MENTALE

Di Luca Ardemagni

 

Loro lo guardavano con occhi avidi.

Questo era stato il suo primo pensiero quella mattina quando si era svegliato.

In realtà anche durante la notte aveva fatto sogni strani che lo avevano turbato e non era la prima volta.

Da quando era uscito dalla clinica non era riuscito a trascorrere nemmeno una notte di sonno tranquillo. Non c’era stata una sola mattina in cui si era svegliato fresco e riposato.

Loro non gli permettevano di dormire. Non adesso che era fuori.

Non sapeva bene il perché ma loro avevano paura della clinica e non andavano mai a disturbarlo quando era lì. Lì c’erano tutti i suoi compagni: il dottor Brewe, le infermiere, gli inservienti e naturalmente tutti i suoi amici, quelli con cui divideva tranquille giornate passate davanti alla tv, a giocare a scacchi, a chiacchierare. La clinica era la sua casa, lì c’era la sua famiglia.

Non è giusto portare via la casa e la famiglia a qualcuno, soprattutto se questo qualcuno si comporta bene. E lui si comportava bene, bene con tutti e tutti gli volevano un gran bene.

Sì, era proprio felice in clinica, lì nella sua casa e sarebbe stato ancora felice se loro non lo avessero obbligato ad uscire.

Loro erano davvero potentissimi. Controllavano tutto, anche il governo.

Un giorno era arrivato un funzionario governativo e aveva detto (lui non lo aveva sentito ma glielo avevano raccontato gli inservienti) "Lo stato non si può permettere di mantenere tutta questa gente solo perché ha paura di affrontare la vita. La vita è difficile per tutti, non solo per loro. Il 30% dei pazienti se ne deve andare".

Lui sapeva che i suoi amici dottori si erano opposti perché gli volevano bene, però non avevano potuto fare niente e così lui e altri erano stati sbattuti fuori.

Fuori nessuno lo poteva difendere da loro.

Loro erano dappertutto ed erano all’apparenza innocui, infatti nessuno penserebbe mai che un bambino, una creatura così piccola, una creatura all’apparenza così indifesa, sia in realtà un mostro.

Però lui lo sapeva e anche loro sapevano che lui sapeva e per questo lo tormentavano e cercavano di distruggerlo. La loro azione distruttiva non si fermava mai: lo tormentavano durante la notte, durante il giorno, quando era in bagno, quando mangiava. Sempre lì a dirgli che lui non ce l’avrebbe fatta, che loro erano troppi e che alla fine lo avrebbero sopraffatto. Questo lo sapeva anche lui, era vero che erano troppi per lui da solo, troppi per essere sconfitti, però poteva eliminarne abbastanza da prendersi una rivincita. Sì, questo poteva farlo, ci voleva solo l’occasione giusta, doveva solo saper aspettare, saper cogliere il momento adatto.

E il momento adatto non tardò a venire.

Una mattina squillò il telefono dell’appartamento che aveva ereditato da una zia morta pochi mesi prima.

"Pronto" rispose.

"Pronto, parlo con il signor Smis? Il signor Willem Smis?" chiese una voce femminile.

"Si sono io, chi è?" si accigliò, non gli piaceva che lo chiamassero per nome, poteva esserci sotto una loro manovra.

"Buongiorno, qui è l’ufficio del lavoro. Ci pregiamo di informarla che abbiamo disponibile per lei un posto di bidello nell’asilo locale. Desidera accettarlo?"

Sì! Sì! Ce l’aveva fatta, li aveva fregati. In fondo non potevano controllare tutto e, lui ne era sicuro, non erano preparati ad un attacco in quelle che erano le loro basi, gli asili, le scuole, non avrebbero mai pensato che lui avrebbe osato attaccarli nei loro covi, e dall’interno poi.

"Signor Smis, è ancora lì?"

"Sì" rispose ridestandosi dai suoi pensieri.

"Ha capito quello che le ho detto, vuole che le rip..."

"No, no, ho capito. Quando posso cominciare?"

"Può cominciare Lunedì mattina, si presenti alle 7 e 30 all’asilo della quarta strada, lì le spiegheranno le sue mansioni in modo specifico."

"Va bene, grazie".

"Di nulla, buongiorno"

"Buongiorno"

Era fatta.

Lunedì mattina. Bene, così aveva tutto il tempo per prepararsi a dovere. Certo, quello che lo aspettava non era piacevole; si sarebbe trovato circondato da quegli esseri orribili e per di più avrebbe dovuto mantenere i nervi saldi. Non poteva commettere errori, non poteva sprecare un’occasione d’oro come quella. Loro erano furbi ma lui sarebbe stato più furbo ancora, non si sarebbe fatto scoprire. Adesso però doveva mettersi al lavoro, non c’era tempo da perdere.

 

Non aveva avuto molti problemi a procurarsi quanto gli serviva. Una mitraglietta semiautomatica, una pistola calibro 44, proiettili in abbondanza e un coltello. Non sapeva se il coltello sarebbe riuscito ad usarlo, sperava di sì. Sperava in almeno un lavoro di rifinitura. Comunque non era il caso di preoccuparsene adesso.

Si era anche comprato un abito nuovo. Niente di troppo elegante, in fondo doveva presentarsi solo per un posto di bidello, però ci teneva a fare bella figura con il direttore.

Si trattava sicuramente di uno di quei soggetti deboli che si fanno soggiogare con un niente. Loro ci giocavano con queste persone deboli. In fondo sperava di aiutare anche qualcuno di questi ma non ci contava più di tanto, sapeva che la maggior parte erano ormai sotto il loro totale controllo e che avrebbero cercato di ostacolarlo. Non si sarebbe fatto problemi, se fosse stato necessario li avrebbe eliminati.

E se si fosse presentato un mentale? No, era un pianeta periferico quello, non era il caso di preoccuparsi.

Passò tutta la Domenica a lucidare e lubrificare le armi e poi, quando ebbe finito con queste, passò ad affilare il coltello. Una volta finito anche con il coltello prese la borsa che aveva già preparato in precedenza e ve li nascose dentro, insieme alle munizioni.

Preparò poi il vestito, lo stirò e lo appese nell’armadio; lucidò le scarpe e le mise sotto il letto. Si guardò intorno: bene, era tutto pronto, adesso poteva riposarsi.

Decise di uscire a fare quattro passi, sarebbe andato al fiume.

La serata estiva era davvero bella. C’era un leggero venticello tiepido vicino al fiume che scorreva placido nel suo letto.

Che grande senso di pace gli infondeva quella vista.

Qualcosa lo colpì alla gamba. Era un pallone.

Un bambino stava arrivando di corsa per recuperarlo. Prese in mano il pallone e rimase a fissare il bambino che gli correva incontro.

Il bambino lo raggiunse. Quando fu a pochi passi da lui poté sentire che aveva il fiatone per la corsa .

"Mi può dare il mio pallone signore?" gli chiese stando ad almeno quattro passi di distanza.

"Perché non vieni a prenderlo?" e così dicendo si chinò a terra.

Il bambino avanzò titubante e tese le mani verso il pallone.

Willem vide la scena come al rallentatore.

Vide se stesso che tendeva il pallone e il bambino che lo prendeva. Il bambino gli sorrise. Lui contraccambiò. Il bambino si girò e tornò di corsa da dove era venuto.

Adesso aveva la certezza che l’indomani sarebbe andato tutto bene. Quel bambino si era avvicinato a lui e lui era riuscito ad ingannarlo con il suo sorriso e con i suoi modi gentili, sì, non lo aveva scoperto. Sarebbe andato tutto bene.

Quella notte per la prima volta da quando era uscito dalla clinica riuscì a dormire.

 

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Sapeva che stava sbagliando eppure non poteva fermarsi.

Le sue mani le accarezzavano i capelli, scendevano lungo il suo corpo per poi ritornare tra i capelli e farli scorrere, morbidi, tra le dita.

E intanto continuava a baciarla, continuava a sbagliare.

Sì, sapeva di sbagliare e sapeva anche che se lui avesse trovato il suo amico con la sua ragazza sarebbe stato capace di ammazzarlo. Forse era proprio questo che cercava, forse desiderava essere ucciso. O forse lo stava facendo solo perché era bello, perché era un’emozione positiva, probabilmente l’emozione migliore che sia dato di provare all’uomo.

Il vestitino corto di lei era ormai a terra e lei gli stava togliendo la maglietta. La gettò per terra. Iniziò ad accarezzarlo.

Adesso avevano smesso di baciarsi e si fissavano negli occhi.

Lui si ritrovò a pensare che quegli occhi gli erano sempre piaciuti. Probabilmente era quel verde indefinito che lo attirava tanto.

Le tolse il reggiseno e cominciò a baciarle i seni.

No, non esisteva nulla di più al mondo.

Anche lei doveva pensare la stessa cosa perché la sua bocca era socchiusa e così anche gli occhi e la testa era gettata all’indietro mentre le sue mani gli accarezzavano la testa.

La sollevò e l’adagiò sul letto.

Si tolse i pantaloni mentre lei lo guardava distesa. Le si adagiò sopra e sentì i seni di lei contro il suo petto. Lei invece sentì il suo pene duro che le premeva contro le mutandine e sentì l’impulso di togliersele. Non ne ebbe il tempo perché fu come se le avesse letto nel pensiero e gliele tolse lui, poi se le tolse a sua volta. Rimasero alcuni secondi a guardarsi negli occhi, così, lui e lei, nudi.

Dopo alcuni istanti proseguirono nella loro danza. Lui la penetrò e lei gli avvinghiò le gambe intorno alla vita.

Raggiunsero l’orgasmo insieme.

Giusto o sbagliato? Era senz’altro questa la domanda che li tormentava mentre erano lì, abbracciati, con lui che le accarezzava i capelli e lei che gli accarezzava il braccio.

Ma forse non esistevano il giusto e lo sbagliato. O almeno questo era quello che pensava lui.

Si era sempre comportato nel modo ‘giusto’, aveva sempre rispettato gli altri e cosa aveva ottenuto in cambio? Rispetto? No, aveva solo ottenuto maggiori richieste. Già, perché se non dai mai niente basta che tu una volta dia una briciola e vieni idolatrato, invece se dai sempre tutto il tuo tutto diventa la norma e sembra niente.

La cosa triste era che questo modo di comportarsi non era una scelta, era così e basta, ce l’aveva nel DNA. Forse con una lobotomia?!

No. Sorrise.

Prese in mano il walkman e si alzò dal letto vuoto. Lo guardò e sorrise di nuovo.

Ma sì, in fondo era meglio così e d’altronde certe cose vanno cercate, non vengono da sole, quindi, dato che lui non sarebbe mai andato a cercarle, meglio un sogno di una realtà impossibile.

"Let me show you the world in my eyes..." cantavano i Depeche nelle sue orecchie, o meglio, nella sua testa. Il microchip cerebrale le bypassava e i vantaggi erano due: un livello audio altrimenti inimmaginabile, perché il suono era nel cervello, direttamente e i limiti delle orecchie non esistevano più, poi l’assenza di quelle fastidiose cuffiette e dei loro fili.

La musica si interruppe di colpo e al suo posto subentrò un trillo. Un tasto del walkman (anche se walkman è riduttivo, bisogna ammetterlo) e poté sentire il messaggio "Emergenza livello1, pronto ad intervenire. Taxi governativo pronto fra 15 minuti".

Era ora di mettersi al lavoro.

Mentre si vestiva non poteva fare a meno di pensare alla voce metallica delle convocazioni. Gli avevano già detto che non era umana per questioni di sicurezza (la voce umana si poteva intercettare, quella elettronica no e purtroppo i giornalisti erano sempre in agguato), però potevano anche sforzarsi di migliorarla. Ma forse pensava alla voce per non sentire troppo la tensione che gli saliva dentro e probabilmente avrebbe trovato antipatica anche una voce umana se questa lo avesse sempre chiamato ad un intervento.

Ormai erano 35 gli interventi che aveva portato a termine ma più passava il tempo e più si faceva strada in lui l’idea che quello che ogni volta veniva archiviato come ‘caso’, in realtà fosse un vero e proprio omicidio, giustificato dalla legge, s’intende ma il fatto che lavorasse per il governo non era una scusa sufficiente.

"Assassino mentale legalizzato" l’aveva chiamato una volta un giornalista e sebbene all’inizio non avesse dato tanto peso alla definizione, con il passare del tempo e dei ‘casi’ archiviati , si insinuava sempre di più in lui il dubbio che il giornalista non si fosse allontanato più di tanto dalla verità.

Mentre scendeva le scale erano ancora questi i pensieri che occupavano la sua mente.

Il taxi governativo era già lì, pronto ad aspettarlo. Appena giunse alla macchina la porta si aprì e lui entrò.

Sedendosi in macchina gli venne in mente un libro letto poche sere prima, un libro di fantascienza scritto alla fine del 1900. Si parlava del futuro e si prevedeva che nel 2100 il traffico cittadino sarebbe stato prevalentemente aereo. Chissà cosa avrebbe detto l’autore del libro se avesse saputo che nel 2492 le auto esistevano ancora, avevano ancora quattro ruote ed erano sempre posate per terra.

Un’altra cosa esisteva ancora e sarebbe senz’altro sopravvissuta anche alle auto volanti, i bastardi. Uno se lo trovava senza dubbio di fronte: Romin Konegushi.

"Sei arrivato alla frutta mi dicono...". Il bastardo aveva parlato.

"Ah sì?, beh, credo che prenderò anche il caffè"

"Ok spiritoso, ascoltami bene, se mandiamo te per questo intervento è solo perché il rischio è alto e non gliene frega un cazzo a nessuno se ci rimani"

"Ma davvero, povero me, io vi amo tanto e voi invece non mi ricambiate, penso che mi suiciderò"

"Ti avrei già ammazzato io se è per questo ma non me lo permettono. Poco male, ormai ti sei bruciato e hai i giorni contati, anzi le ore probabilmente e stai pur certo che io sarò lì a godermi la tua fine".

"Basta con le tue stronzate ora. Qual è l’intervento, dov’è".

"Dici bene, ‘dov’è’; è lontano lontano" e mentre lo diceva muoveva piano la mano tenendola all’altezza del viso, vicino all’orecchio e lui lo avrebbe ucciso. "Però, povero te, c’è poco tempo, quindi ti te-le-tras-por-tia-mo".Un ghigno gli si stampò sulla faccia.

Non aveva sillabato le parole a torto, per quanto ne sapeva non erano mai stati fatti progressi sostanziali con questa tecnologia; le ultime parlavano di mutilazioni spaventose, nei casi più fortunati. Cercò di non far trasparire la sua paura.

"Ti ho già detto di finirla con le stronzate, tieniti i tuoi commenti per te. Voglio sapere di che intervento si tratta".

"Va bene. C’è un pazzo che ha preso un asilo su uno dei pianeti senza nome di quelli ai confini della galassia. Devi andare lì a bruciargli il cervello. E niente analisi, gli bruci il cervello e basta. Se ci rifai lo scherzetto dell’ultima volta, se provi a recuperarlo, ti giuro che ti uccido io con le mie mani".

Non c’era altro da aggiungere. Andare, bruciare e stop. Questo non gli era mai piaciuto molto ma adesso meno che mai, almeno prima ci credeva, credeva di essere nel giusto ma adesso i dubbi erano diventati tanti, troppi.

A questo però ci avrebbe pensato dopo, prima c’era il teletrasporto.

 

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Alla quinta iniezione cominciò a protestare ma era l’ultima. "Servono per preservarla dai possibili danni", gli avevano detto. Ci credeva poco.

Non sapeva di preciso cosa lo aspettasse e non lo voleva sapere, iniziò a pensare a qualcosa di rilassante, come gli avevano suggerito, per favorire il processo ma l’unica cosa che gli venne in mente erano gli inizi...

 

Il suo pianeta natale, Teta. Una grossa cupola atmosferica lo rendeva abitabile.

Era stato la sua casa fino all’età di 15 anni quando erano apparsi per la prima volta i suoi poteri telepatici. Fortuna (o sfortuna, a seconda dei punti di vista) volle che il preside della sua scuola, che era a conoscenza della squadra mentale, si accorgesse dei suoi poteri e lo segnalasse a Jean Paul Drimontz, capo del progetto nonché suo amico.

Steve venne sottoposto ai test valutativi e li superò con un punteggio altissimo, 98 su 100, il migliore mai ottenuto.

"Potresti essere di grande aiuto alla tua galassia" gli aveva detto Drimontz "grazie ai tuoi poteri ed alle nostre capacità tecnologiche infatti potrai aiutare un gran numero di persone, salvare un gran numero di vite".

Drimontz gli aveva spiegato che la galassia aveva raggiunto un elevatissimo livello tecnologico e l’intera popolazione godeva di un buon livello di vita. I crimini erano ormai pressoché inesistenti perché, molto semplicemente, ognuno poteva avere ciò che desiderava e quindi non c’era nessuna ragione logica per cui qualcuno dovesse intraprendere la strada della criminalità.

C’erano però un tipo di criminali "...i più pericolosi", aveva detto Drimontz, contro i quali non si poteva fare quasi nulla, questi erano gli psicolabili, i pazzi.

In alcuni casi si riuscivano ad individuare i soggetti pericolosi in tal senso prima che commettessero qualcosa di grave, però non sempre ciò era possibile e quindi, talvolta, ci si trovava di fronte a "...persone che se la prendono con individui innocenti e mettono a repentaglio la loro incolumità fisica. Adesso però le cose sono diverse, adesso con la tecnologia di cui disponiamo possiamo fermare queste persone e renderle innocue, possiamo addirittura aiutarle perché abbiamo il potere di impedire, sì, che facciano del male agli altri ma anche che facciano del male a se stessi".

A questo punto del discorso Drimontz, che sapeva il fatto suo, si era interrotto e aveva fissato il padre di Steve negli occhi, aspettando quella domanda che non poteva tardare ad arrivare e che infatti venne puntuale: "Come?".

"Con l’aiuto di suo figlio signor Brisboisi, con l’aiuto dei poteri straordinari di suo figlio". Mentre parlava Drimontz aveva una strana luce negli occhi, una luce che Steve avrebbe compreso solo diversi anni più tardi. Era la luce che avevano negli occhi tutti gli scienziati che erano ad un passo dalla realizzazione dei loro sogni, la luce che più in generale illumina gli occhi di chi sta per raggiungere i suoi obiettivi ed è così sicuro delle carte che ha in mano che non nutre alcun dubbio sulla positività del risultato.

Lo scienziato si era appoggiato allo schienale della sua poltrona in pelle, aveva incrociato le mani sulla pancia ed aveva iniziato a spiegare. "Steve ha dei poteri telepatici non comuni. Questi poteri gli permettono di leggere nel pensiero talvolta e, nel caso in cui si trovi di fronte a persone particolarmente sensibili, anche di trasmettere telepaticamente messaggi. Grazie all’enorme sviluppo tecnologico oggi raggiunto, siamo in grado di amplificare i poteri di Steve in modo da renderlo capace di entrare nella mente delle persone psicolabili e di fermarle prima che mettano in pericolo la vita propria e altrui"

Drimontz aprì un cassetto, ne estrasse un contenitore trasparente e lo posò al centro della scrivania.

"Prego, avvicinatevi", disse a Steve ed ai suoi genitori "Voglio mostrarvi l’apparecchio di cui vi parlavo prima". I tre si erano avvicinati e avevano visto che nel contenitori erano presenti due aggeggi. "Questo più piccolo" continuò "andrà inserito nella testa di Steve con un semplicissimo intervento che io stesso eseguirò, mentre quest altro è l’attivatore che permette al primo apparecchio di funzionare" e così dicendo indicò il secondo strumento che aveva all’incirca le dimensioni di un walkman.

Lo scienziato parlò loro ancora per diverse ore, passando dalla descrizione del ‘semplicissimo’ intervento chirurgico all’esaltazione del ruolo patriottico che avrebbero dimostrato sia Steve che i suoi genitori accettando la sua proposta.

Alla fine diede il colpo di grazia parlando delle condizioni economiche. La famiglia di Steve avrebbe avuto una cifra pari a 15 milioni di crediti (con questa cifra si poteva tranquillamente comprare una porzione di un pianeta periferico se non addirittura un intero satellite) mentre Steve avrebbe percepito uno stipendio di 2 milioni di crediti all’anno, oltre a tutte le agevolazioni derivanti dall’appartenenza ad un ente governativo.

Naturalmente i genitori di Steve avevano accettato e a dire il vero anche Steve era piuttosto entusiasta della cosa. L’intervento era riuscito perfettamente e dopo 5 anni di esercizio e di lavoro di affinamento, Steve era tornato su Teta a svolgere il lavoro di mentale.

Dieci anni, 35 interventi, 35 cervelli bruciati.

Forse era il suo di cervello che si stava cuocendo però.

I pazzi erano veramente pazzi? Forse non erano pazzi, o almeno non tutti, forse semplicemente non andavano bene a qualcuno. Forse...

 

"Signor Brisboisi, signor Brisboisi" un uomo in camice bianco lo stava scuotendo delicatamente "E’ arrivato, si può svegliare".

Si guardò le mani con la vista ancora annebbiata: le dita c’erano tutte, sempre 10. Anche le braccia, le gambe. Si, sembrava proprio che non mancasse nulla.

"Stia tranquillo", gli sorrise l’uomo in camice bianco, "è tutto a posto il trasporto è riuscito perfettamente".

Un individuo in giacca e cravatta si fece avanti con aria mesta. "Signor Brisboisi, mi dispiace di non poterle concedere nemmeno un istante per rilassarsi ma gli avvenimenti incombono, dobbiamo essere rapidi e risoluti".

"Certo, dov’è l’asilo? Mi pare che si tratti di un asilo no?"

"Esatto", l’uomo in giacca e cravatta indicò con il dito fuori dalla finestra alla sua destra una costruzione rossa e blu. "E’ quello".

"Va bene, andiamo"

Non era abituato alla folla e lì ce n’era parecchia. Su Teta non si dava il tempo alla gente di aggregarsi, le notizie erano adeguatamente filtrate e solo dopo si lasciava trapelare ciò che era successo. Lui aveva già finito. Se l’avevano mandato lì era proprio per quella folla.

I pianeti periferici, i pianeti senza nome, non erano sotto il controllo diretto del governo centrale. Se lui avesse ‘bruciato’ senza ulteriori spargimenti di sangue, probabilmente sul pianeta avrebbero spinto per entrare a far parte della confederazione. Non sarebbe stata la prima volta: una dimostrazione di forza, un referendum e la confederazione avrebbe contato un nuovo membro effettivo. Tutta politica.

Era adesso di fronte al cancello dell’asilo. Accese il ‘walkman’ e si preparò a cercare la frequenza.

Una corsa rapidissima e fu sotto il portico, di fronte alla porta d’ingresso. Iniziò a cercare.

 

"Tranquilli bambini, tranquilli...", no, una donna, forse una maestra.

 

"Oh mio Dio, oh mio Dio...", un adulto. "Non farmi morire Dio, non farmi...", no, non era lui.

 

"E adesso basta, subito a letto!". Forse.

Connessione visiva.

 

Un adulto con una cinghia in mano, una casa fatiscente. La vista offuscata dalle lacrime.

Doveva sentirlo parlare per essere sicuro. "Ehi!", guardò il foglio che gli avevano passato poco prima "Smis! Mi senti?".

Silenzio.

"Smis!"

"Ti sento mentale!" "Prima che tu mi abbia bruciato il cervello io li avrò già fatti fuori tutti però"

Ok era lui. Frequenza sicura. Dentro.

Vedeva. I bambini erano tutti terrorizzati. Le maestre li raccoglievano intorno a loro. C’era sangue sulle pareti. Il corpo di un bambino in un angolo.

"Sei dentro di me?", come un rimbombo che lo fece uscire. Scosse la testa. Dentro.

 

"Si, sono dentro di te. Non mi puoi fregare, ti brucio quando voglio."

"Lo so".

"Perché questo, perché i bambini?".

"Sei dentro di me e hai bisogno di chiedermelo?".

"Ti voglio dare una possibilità".

"Anche tu sei in loro balia?".

"In balia di chi, dei bambini?".

"Si, anche tu sei in loro balia?".

"No".

"Però li difendi. Sbagli. Lo so che non è colpa tua, loro sono furbi, ti raggirano. Neanche i tuoi poteri possono nulla contro di loro. Siete tutti loro schiavi.".

"Tu no invece".

"No, è per questo che mi tormentano"

Era la sua mente a tormentarlo. Erano i suoi ricordi. Steve era nel suo cervello. Steve era lui.

 

L’uomo con la cintura. L’uomo che gli sputava in faccia. L’uomo che lo sodomizzava. Suo padre.

Ma non era colpa di suo padre, era colpa sua perché lui era un bambino.

Ora però era grande, ora odiava anche lui i bambini.Ora suo padre sarebbe stato orgoglioso di lui.

"Ti tormentano?"

"Sì, sempre. Puoi aiutarmi tu? Puoi eliminarne qualcuno con me?"

"No, non posso".

"Lo immaginavo. Io però ti perdono. Io so che tu non sei il male, io so che il male sono loro, io so che non puoi capire.".

Doveva bruciarlo. Non per la folla, non per il governo e nemmeno per i bambini. Doveva bruciarlo per lui, per porre fine alle sue sofferenze.

 

"Addio Willem".

"Addio".

Una scarica sola, forte.

Solo più un ronzio. L’attività cerebrale era cessata, Willem non esisteva più.

Una lacrima.

 

Non sapeva come l’avrebbero presa ma lui avrebbe smesso, questo era il suo ultimo intervento. Lui non era Dio, non poteva decidere di togliere la vita. Non aveva paura di non poter andare in paradiso, non si sentiva un peccatore, solo non voleva vivere l’inferno prima e dopo. Forse era egoista, forse era più il bene che il male quello che faceva, pensando ai numeri in gioco. Ma dov’era scritto che uno era sacrificabile per il bene degli altri?

Aveva chiuso, lui non era Dio.

 

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Guardava i suoi occhi verdi, di quel verde indefinito che lo attirava tanto.

 

Il pianeta aveva avuto un nome. Ovviamente.

Le accarezzava i seni.

Aveva dato le dimissioni ed era andato via da Teta.

 

La penetrava, dolcemente.

 

Si era scelto un pianeta con atmosfera naturale, basta con le cupole.

 

Raggiunsero l’orgasmo insieme...

 

Chissà se avrebbe mai smesso di pensare alla ragazza del suo amico, chissà se si sarebbe mai dedicato ad una donna reale. Chissà, forse, un giorno. Adesso però il cd dei Depeche era finito, ce ne voleva un altro.

 

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"Papà"

"Dimmi figliolo"

"Dio mi perdonerà per i miei errori?"

"Non lo so ma spero di sì"

"Grazie papà. Ma perché speri di sì?"

"Perché se non perdona te io sono rovinato"

 

FINE

 

 

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