NONO CLASSIFICATO

UN SACCO DI TERRA

Di Maria C. Forlenza

E’ nata ad Alzano Lombardo il 5 agosto 1970. Oggi risiede a Torre de’ Roveri (Bg).

Si è diplomata con lode presso l’Accademia di Belle Arti di Bergamo nel 1996 e, fino all’aprile del 1998, ha collaborato alla realizzazione del CD-Rom Lorenzo Lotto a Bergamo, prodotto dall’Accademia Carrara.

Da maggio dello stesso anno si dedica a tempo perso ai concorsi letterari, dove ha già riscosso moltissimi consensi, sia con i romanzi per adulti che con quelli per ragazzi.

Dopo una breve esperienza presso uno studio grafico, ora sta preparando il concorso per l’insegnamento nella scuola media e superiore

 

Che Hill non fosse come gli altri gli era stato chiaro fin dal principio. Li osservava da sotto le sopracciglia ispide e parlava di rado, con quel suo tono aspro, come se le parole costassero a dirle. Sulle prime aveva pensato che fosse uno di loro, un fottuto contrabbandiere, e se non l’avesse visto lottare come aveva fatto nella crisi peggiore da che lavorava all’Emancipatore, dannato aggeggio infernale, un giorno li avrebbe ridotti tutti in poltiglia, be’, avrebbe continuato a non fidarsi.

Invece erano diventati amici, Oaks che di amici non ne voleva sapere, che aveva fama di essere uno tutto di un pezzo. Ma Hill era diverso, non cercava di risultare simpatico, non gliene fregava un accidente di farsi notare dagli Organizzatori, e aveva un solo sogno, uno stupido sogno che l’avrebbe portato dritto all’inferno. Hill voleva passare dall’altra parte.

Povero pazzo.

Lavorare all’Emancipatore era già come essere dall’altra parte. Ogni nuova incursione dei contrabbandieri li portava un passo più vicini alla fine, ricollocamento lo chiamavano, bastardi senza un briciolo di cervello, una volta o l’altra sarebbero andati a toccare qualcosa di veramente importante e non ci sarebbe stata compensazione energetica che avrebbe retto.

Avrebbero fatto un bel botto. L’Emancipatore temporale sarebbe finito in stallo e i ventisette analisti che lo facevano funzionare polvere cosmica insieme a tutta l’attrezzatura.

Era come avanzare su una fune nel vuoto. L’unica possibilità per chi non aveva abbastanza soldi per pagare un passaggio per sé e la famiglia. Tre anni all’Emancipatore e il passaggio te lo regalava lo Stato. Se non capitava nulla di grave. Naturalmente. Be’, se poi la fortuna ti dava una mano, se ti mettevi in luce con un gesto eroico, magari ti ci voleva anche meno per guadagnarti quel passaggio.

Ma a Hill non gliene importava un fico del passaggio, lui l’aveva già avuta la sua opportunità. L’aveva avuta ed era tornato indietro.

Sì, diavolo di un uomo, indietro.

Oaks l’aveva saputo dal ricercatore storico del secondo turno e all’inizio non ci aveva creduto. Chi sarebbe stato tanto pazzo da fare una cosa del genere? Insomma tutti loro lavoravano all’Emancipatore per guadagnarselo il passaggio, per avere una speranza, per costruirsi una vita, una vita come si deve con una moglie, dei figli e un domani, un domani, e Hill che aveva avuto tutto tra le mani l’aveva mandato a farsi benedire per tornare in quel mondo di merda. No, non poteva averlo fatto, doveva essere una voce, di quelle che ti fanno passare il tempo prima dell’ora di pranzo.

Oaks glielo aveva domandato. Non aveva saputo trattenersi. E Hill aveva risposto che aveva dovuto tornare, che si era innamorato della donna sbagliata e aveva dovuto tornare.

– Non posso credere che sia tornato per una donna – aveva esclamato Oaks e Hill era scoppiato a ridere. Sì, a ridere, lui che non sorrideva nemmeno alle battute di sesso, era scoppiato a ridere e addirittura faticava a smettere.

– Per una donna. Parola. –

– E perché diavolo non ci sei andato a letto? –

– L’ho fatto – aveva risposto Hill e aveva smesso di ridere. – L’ho scopata come doveva scoparla un Senatore degli Stati Uniti e mi sono accorto che ne avevo fin sopra i capelli di mangiare come mangia un Senatore, di pisciare come piscia un Senatore e scopare come deve scopare un Senatore. –

Un Senatore? Come accidenti era finito a fare il Senatore? Per la prima volta Oaks si era domandato chi fosse quel grande uomo con la barba rossiccia e gli occhi scuri come il peccato. Forse non lo conosceva abbastanza, forse c’era qualcosa che non gli stava dicendo, o forse era matto come un cavallo, poteva essere stato il viaggio a fargli quel brutto scherzo. A volte capitava.

Alla fine aveva lasciato perdere. In fondo era meglio farsi gli affari propri.

Eppure quando avevano preparato la Scenografia Esecutiva per la biondina di Portland era stato Hill a raccontargli tutta la storia. Chissà forse lei somigliava alla donna che aveva amato, forse la loro amicizia stava crescendo senza che nessuno dei due se ne rendesse conto.

– Non mi era piaciuta l’idea. Fin dall’inizio. Avevo scelto il meglio, una documentazione perfetta, perfetta nei minimi particolari voglio dire, sapevo perfino quante volte avrei dovuto andare al bagno. Un personaggio mitico, una leggenda vivente. –

– Eri solo? –

– Non ho famiglia – aveva balbettato Hill. – Nessuno. –

– Non te la prendere amico, è meglio così di questi tempi. Se potessi tornare indietro non prenderei moglie. –

– Be’, mia moglie se la faceva con il giardiniere e io passavo tutto il tempo in ufficio. Con la differenza che a me lavorare non piaceva come avrebbe dovuto. Avrei preferito di gran lunga lavorarmi la segretaria. Finì che lo feci e decisi che io e il Senatore non andavano più d’accordo. Fosse stato per me avrei messo su famiglia con lei. Era molto bella. –

Mentre stavano parlando una variazione del campo magnetico aveva fatto vibrare la struttura di ancoraggio dello scafo. – Che succede? – aveva domandato Hill e si era messo a correre fino alla consolle numero sette. Non aveva comunicato con la Sala Coordinamento, si era seduto e aveva preso i comandi.

– Che cazzo fai? – aveva gridato Oaks, che era rimasto indietro.

– Ristabilisco il quorum del generatore principale – aveva risposto Hill, compensando i dislivelli degli indicatori di stato come se si trattasse di una manovra di ordinaria amministrazione.

– Io e te finiremo alla manutenzione, pezzo di stupido! – aveva mormorato Oaks.

– Convoglia manualmente il flusso fino al cancello cinque – gli aveva ordinato poi. – Forza vai! –

Oaks non aveva risposto. Aveva alzato le chiappe e rotto il vetro protettivo. Il pannello manuale avrebbe rimpiazzato parte dei comandi servoassistiti, escludendo temporaneamente la sala principale dalla gestione globale dell’Emancipatore. Eppure Oaks aveva obbedito. Non si era chiesto come diavolo facesse Hill a conoscere la procedura, non si era chiesto neppure che fine avrebbe fatto il suo passaggio se avessero sbagliato. Aveva spaccato il vetro e spostato la leva.

L’unico pensiero che gli girava per la testa era che sarebbero finiti arrosto. Non sarebbe stato sufficiente compensare. La mancanza di energia al generatore principale stava trasmettendo la vibrazione alle tensostrutture di riciclaggio. Tra pochi istanti sarebbe stato tardi. Per qualsiasi manovra.

– Allora? – aveva gridato Hill. – Che diavolo stai aspettando? –

– L’ho fatto! L’ho fatto dannazione, ma non risponde! –

– Riporta la leva dov’era. –

Oaks aveva guardato Hill. L’aveva guardato ma non era riuscito a dire nulla.

– Porco mondo! Rimetti a posto la leva! –

L’aveva fatto.

– Quando ti dico vai, abbassala e tieni il Principale. Se scatta siamo morti. –

– Non puoi sovraccaricarlo! –

Hill si era voltato un istante. Uno solo. La barba rossa si era accesa del riflesso degli indicatori della consolle.

Oaks non aveva replicato.

Le spie che sollecitavano l’apertura del canale con la Sala Coordinamento lampeggiavano furiosamente. Là dentro qualcuno stava dando in escandescenze. Il sistema prioritario aveva tentato di escluderli dal comando manuale ma Hill l’aveva bypassato con sorprendente facilità.

Che diavolo sarebbe successo se avessero sovraccaricato il generatore? Il Principale serviva proprio a evitare che si verificasse una tale eventualità. Se il flusso di energia avesse superato il livello critico, l’esplosione si sarebbe trasmessa dalla zona dell’Emancipatore alle riserve di carburante. Il Sole. E allora addio. Non sarebbero finiti arrosto solo gli analisti, ma anche gli altri, l’intera popolazione terrestre sarebbe stata cancellata dalla faccia del pianeta per colpa del Sole, che ancora le permetteva di sopravvivere. L’esplosione avrebbe scagliato nello spazio gli strati gassosi esterni per un’area di molto superiore all’orbita di Plutone. La Terra sarebbe diventata un povero ricordo abbrustolito.

Oaks aveva inspirato e, con le dita della mano destra, aveva tenuto il Principale mentre riabbassava la leva. E poi aveva pensato a Dianne pregando che anche lei stesse pensando a lui. Perché a lui avrebbe dovuto pensare se fosse stata la fine. Non alla cena della sera, non a servire i tavoli di quel dannato fast-food in cui si guadagnava i pochi spiccioli che le servivano per tirare avanti. A lui.

Per un istante le spie avevano smesso di danzare, l’aria era diventata immobile come un pavimento lucidato di fresco. Hill era stato scagliato a terra e aveva battuto la testa. Così gli era parso. Una luce azzurrognola si era proiettata nel compartimento stagno a partire dal quadro degli strumenti. Un attimo dopo l’aveva sentita accarezzargli le guance, poi riflettersi sulle nocche delle dita. Non aveva lasciato la presa. Aveva mantenuto la leva in posizione anche quando l’aveva sentita vibrare. Tendersi. Retrocedere per un decimo di millimetro contro la forza dei suoi muscoli in tensione.

Poi si era quietata.

Oaks aveva resistito alla tentazione di lasciarla andare.

Hill si era alzato. Aveva un rivoletto di sangue che gli colava all’angolo della bocca e sorrideva. – Molla ora. E’ fatta! –

Oaks non si era mosso.

– Il sovraccarico è durato solo un milionesimo di secondo. L’equilibrio energetico dell’Emancipatore si è ristabilito in tempo perché l’esplosione potesse essere controllata. – Hill si era avvicinato. Aveva posato le mani sulle sue e lentamente gli aveva staccato le dita dalle leve. Aveva dovuto faticare, sembrava che i tendini si fossero irrigiditi in quella posizione. – Forza, lascia, avanti. Va tutto bene adesso. –

Oaks aveva lasciato la presa. E insieme aveva lasciato andare ogni altro muscolo del corpo. Un attimo dopo era precipitato a terra come una pera matura.

Poi aveva cominciato a tremare.

Era stata la crisi peggiore. Qualche ora dopo l’intero staff si era riunito nella sala conferenze per discutere un piano di emergenza per situazioni come quella. Ammesso che si potesse fare qualcosa in situazioni come quella. Se non ci fosse stato Hill alla consolle, gli ordini sarebbero arrivati solo un istante dopo che l’esplosione li avesse ridotti tutti in cenere.

Da quel momento Oaks non aveva fatto che chiedersi chi diavolo fosse quell’uomo. Cercava di fare domande, di stimolarlo a parlare. Ma non era semplice far parlare Hill.

La settimana successiva, sì, la settimana dopo, anche se parlare di tempo all’Emancipatore li metteva sempre a disagio, Tobias prese il volo. Stavano studiando la sua Scenografia da quattro mesi ormai, sembrava che ogni cosa fosse a posto.

Quando partiva uno degli analisti era insieme una festa e un lutto. Passavano anni chiusi dentro quella dannata stazione a dividere pericoli e successi che quando arrivava il momento molti non volevano andarsene. Non che avessero paura, no, certo che no, le Scenografie che studiavano per gli analisti erano le migliori, accurate come la lista della spesa di una vecchia zitella. No, la paura non c’entrava affatto. Oaks pensava che fosse solo uno scherzo, uno scherzo di cattivo gusto che la mente umana si divertiva a fare al vincitore. Colui che si era finalmente guadagnato il passaggio.

Diavolo, lavoravano per quello, no? Tre anni in quel dannato coso di latta per potersene andare. E il giorno che sei là per partire, ecco che ti prende la voglia di rimanere con quei poveri idioti con cui hai diviso i momenti peggiori della tua vita.

In ogni caso Tobias era diventato un coltivatore di tabacco e al suo posto ne era venuto uno nuovo, un certo Daker. Un pivello con la puzza sotto il naso che gli Organizzatori avevano pensato bene di infilare sotto l’ala di Hill.

Figuratevi come era stato contento quando si era ritrovato a dover fare la balia a quel figlio di papà di neanche vent’anni. Oaks aveva faticato non poco a convincerlo e alla fine aveva dovuto accettare di seguire l’apprendistato di Daker insieme a lui. Non che la cosa gli piacesse. Anzi non gli piaceva affatto la cosa, ma ormai lui e Hill erano amici e non poteva piantarlo in asso proprio in quel momento. A maggior ragione se si considerava che Daker era un povero ignorante deciso a rendere la vita difficile a quelli con cui stava.

– Cominci dalla ricerca storica. Ti piazzi al Selettore di vite per un paio di mesi – aveva detto Hill. – Poi vedremo. –

– Cosa? – aveva replicato il marmocchio. – Non sono adatto alla ricerca. Preferisco l’azione. –

– Se non prepariamo a regola le Scenografie, rischiamo di combinare gli stessi guai dei contrabbandieri. –

– E allora? –

Hill non avrebbe risposto, tutti loro erano stati preparati prima di poter entrare nell’equipe dell’Emancipatore. Un corso intensivo di sei mesi in una base nell’Antartico. La popolazione non era molto informata sulle questioni tecniche, anzi non ne capiva un tubo delle ultime scoperte scientifiche, l’unica cosa che interessava loro era andarsene, avere un futuro. In quelle condizioni la pura speculazione intellettuale interessava le masse meno degli ingredienti di un hamburger.

Hill non avrebbe risposto, ma Oaks sì. Stentava a trattenersi dall’usare le mani con quell’arrogantello dei piani alti. Se Hill non gli avesse dato una bella lezione lo avrebbe fatto lui. Personalmente.

– Qualcuno, pezzo di idiota, dovrà studiare una Scenografia per te un giorno. E spera che quel qualcuno abbia la coscienza di farlo bene, altrimenti ci rimetterai la pelle! Che accidenti ti hanno insegnato al corso? –

Il ragazzo era rimasto in silenzio. Fissava lo schermo del Selettore di vite che stava inquadrando il direttore di un’impresa edile del ventesimo secolo. L’uomo camminava in mezzo al fango del cantiere con un gruppo di operai, parlava, si affaccendava, poi se ne tornava a casa. Entrava e si guardava attorno. La casa bardata, la tavola imbandita, c’era una festa, l’aveva dimenticato. Il compleanno del figlio probabilmente, il piccoletto che piagnucolava tra le braccia della madre nel corridoio.

– Non ho frequentato il corso – aveva risposto. – Pochi vogliono venire a lavorare quaggiù, soprattutto dopo l’ultima crisi. Stava per saltare tutto per aria. Si è venuto a sapere. –

– Che significa? –

– Che pur di trovare personale hanno eliminato i sei mesi nell’Antartico. Non so nemmeno che diavolo sia un Selettore di vite! – aveva ammesso, scoppiando in una risata isterica.

Oaks e Hill si erano fissati per un istante. – Siediti, ragazzo – aveva detto Hill. – Un Selettore di vite è un apparecchio di ricerca storica. Possiamo inquadrare un individuo qualsiasi vissuto negli ultimi cinquecento anni. Ci permette di costruire un modello probabilistico della sua esistenza attraverso le tracce che ha lasciato negli archivi del tempo, nelle strutture assistenziali, nei resoconti di quello che allora chiamavano fisco. –

– Fisco? –

– Non importa. Ciò che importa è che qualcuno deve verificare l’accuratezza delle ricostruzioni storiche prima che venga dato l’ok per l’utilizzo dei dati. –

– Questa si chiama Scenografia, idiota! – era intervenuto Oaks.

A un’occhiata di Hill aveva smesso di interrompere.

– Utilizziamo solo le Scenografie più accurate per non avere guai. Il commercio clandestino non si serve di questa procedura e ciò rende il ricollocamento molto pericoloso. –

Il ragazzo si era seduto. Aveva ripreso a osservare l’impresario edile che si era versato due dita di un liquido ambrato in una coppa e l’aveva ricoperto di ghiaccio. Poi si era seduto su una vecchia poltrona e l’aveva trangugiato in un sorso.

– Molti sostengono che il ricollocamento non sia pericoloso. Perché dovrebbe esserlo? Si tratta di un viaggio nel tempo, dopotutto. Viaggiamo nel tempo da quasi trecento anni... –

Oaks era scattato in piedi e aveva preso il ragazzo per il bavero della tuta. L’aveva sollevato dalla sedia con un solo gesto sicuro. – Stupido ignorante! E’ questo che credi che sia l’Emancipatore? Una stupida macchina del tempo? –

– Smettila Oaks! – Hill non sembrava minimamente turbato. – E’ molto che circolano voci come questa. Come credi che facciano i contrabbandieri a procurarsi clienti? –

Oaks aveva rimesso il ragazzo sulla sedia. Non prima di avergli assestato una seconda vigorosa scrollatina. – Una macchina del tempo ... stronzate! – aveva detto allontanandosi. Passava la mano destra sul cranio lucido come se si aspettasse di trovarci i capelli. – Che altro dicono? –

– Da quanto sei qui? – s’era intromesso Hill. Appoggiato al pannello di controllo generale dei Selettori di vite, aveva chinato la testa da un lato.

– Perché? – una pausa. – Molto. –

– Più di tre anni? –

Oaks aveva fatto cenno di sì. C’era sua moglie, aveva bisogno di un passaggio anche per lei, per lei e per la figlia che ancora non conosceva. Aveva smesso di contare gli anni che erano passati da quando era entrato là dentro. Era meno penoso, così.

– Dicono che l’Emancipatore è una montatura. Una montatura del Governo e dell’Organizzazione per impedire che chiunque possa guadagnarsi il passaggio. Che non serve altro che una macchina del tempo per affrontare il ricollocamento. –

– Mi chiedevo cosa stesse succedendo ... i guai sono aumentati ultimamente – aveva farfugliato Oaks, diretto a nessuno in particolare. Poi aveva strofinato una mano sugli occhi, sospirando. – Credo che dovrai fare a meno di me per un po’, Hill – aveva detto allontanandosi. – Non mi sento bene... –

E Hill ne aveva fatto a meno, impiegando ogni briciola del suo tempo per insegnare al pivello tutto quello che c’era da sapere sull’Emancipatore. L’aveva presa seriamente. Molto seriamente. Tre mesi dopo il ragazzino ne sapeva almeno quanto Oaks.

Ma a Oaks non aveva smesso di stare sullo stomaco. Quel tipo gli ispirava fiducia quanto una vipera su un sentiero di montagna. Aveva scoperto che gli mancavano solo sette mesi per guadagnare il passaggio per la figlia, e poi sarebbe stato libero di partire con la famiglia. Ogni volta che pensava a Daker la fiducia che arrivasse finalmente il momento di andare si assottigliava.

Figuriamoci quando Hill aveva insistito per portarselo appresso in libera uscita. – Che diavolo ti salta in mente? Ti sei bevuto il cervello ? –

– Perché no? – aveva domandato Hill.

– Perché Daker non mi piace. –

– Neppure a me – gli aveva risposto come se considerasse esaurito l’argomento. Se Oaks non avesse cominciato a conoscerlo avrebbe pensato che stesse tentando di evitare lo scontro. Invece si era convinto che Hill avesse un buon motivo per portarsi appresso il marmocchio, un motivo più che valido. Qualcosa che non poteva spiegargli.

All’Emancipatore non si concedevano licenze. Quando si entrava a far parte dell’equipe degli analisti, i contatti con il mondo esterno diventavano solo un ricordo. C’era la paura che i membri dello staff venissero segretamente reclutati dai contrabbandieri, e loro stessi preferivano in genere concludere il periodo di internato senza dolorose soste. Insomma: prima fai, prima finisci.

Questa volta invece la sosta era stata necessaria. Gli Organizzatori avevano chiamato una squadra di tecnici per controllare da cima a fondo l’attrezzatura. Poteva essere stata la paura per la crisi di qualche tempo prima, poteva trattarsi di un motivo politico. Richiamare l’attenzione sull’esistenza e il funzionamento dell’Emancipatore poteva essere un buon pretesto per sfavorire la diffusione del commercio clandestino.

Be’ i ventisette analisti non erano stati a fare domande. Tanto meno Hill e Oaks. Avevano accolto la mezza giornata di libertà con esultanza nonostante il confino alla città di Langles, dove si trovava la sede centrale dell’Organizzazione. Chi diavolo si sarebbe sognato di fare storie?

Hill, Oaks e Daker avevano passato il pomeriggio vagando per le strade trafficate. Come la maggioranza delle grandi città anche Langles era organizzata a strati. Come una cipolla schifosa, aveva pensato Oaks, il cui umore stava peggiorando man mano che passavano le ore.

In quanto personale dell’Emancipatore era stato concesso loro un lasciapassare universale che avevano utilizzato per muoversi liberamente dal letamaio più interno, in cui quattro vagabondi senza tetto avevano pensato bene di obbligarli a versare un piccolo obolo per il loro personale sostentamento, fino al settimo piano, riservato agli alti papaveri.

Oaks si era sentito a disagio. Era nato nel primo livello di Newtown ed era vissuto a contatto della terra fino a che aveva deciso di guadagnare il passaggio per sé e Dianne. Allora era finito all’Emancipatore. Il tutto senza mai abbandonare la cara vecchia terra. Certe volte lui e Dianne si domandavano come dovesse essere vivere cento metri più in alto, in una città artificiale, costruita su milioni di pilastri di plastacciaio per avere l’illusione di trovarsi a terra. Per avere pavimenti fioriti che sembrassero giardini, per avere tramonti che non sembrassero affreschi sulla volta di una cattedrale.

Nel terzo strato si erano fermati a bere in un piccolo locale di second’ordine. Oaks aveva acceso l’olovisore che stava nell’angolo sopra l’imitazione di un vecchio juke-box. Subito le immagini tridimensionali del notiziario avevano occupato la stanza.

– La polizia ha scoperto un covo abbandonato dal commercio clandestino nella città di Newton… – Oaks era rimasto ad ascoltare. – Le attrezzature che vi sono state rinvenute indicano che è stato lasciato da almeno tre anni, e cioè prima dell’episodio della Stazione Centrale… –

– Cosa è successo nella Stazione Centrale? – aveva domandato.

Hill e Daker si erano guardati. Ed erano rimasti in silenzio.

Il barista aveva smesso di occuparsi del cocktail che stava preparando per il cliente del tavolo accanto.

– Volete rispondere o no? –

– E’ scomparsa. –

Oaks si era accigliato. – Che diavolo vuol dire è scomparsa? –

– Non esiste più – gli aveva spiegato Hill. – Se non avessimo trasferito una parte degli archivi magnetici all’Emancipatore non lo sapremmo nemmeno. Non ne è rimasta traccia nemmeno negli ultimi microdischi. Non è mai esistita. –

– Che cazzo stai dicendo Hill? E’ là che ho chiesto a Dianne di sposarmi. Lo ricordo come fosse ieri! –

– Perché ti trovavi all’Emancipatore. Probabilmente la versione di Dianne sarebbe molto diversa. –

Oaks non aveva aggiunto altro. Ora capiva perché l’analista di Fisica Quantistica, sì quello di Newtown, un povero diavolo che tirava sempre su con il naso, aveva cominciato a evitarlo. All’inizio aveva pensato di avergli fatto uno sgarbo, anche se l’altro non sembrava tipo da mettere il muso. La verità era che il povero diavolo lo sapeva e non voleva essere quello che glielo avrebbe detto.

Intanto la voce della presentatrice proseguiva: – …abbiamo chiesto a un famoso Critico Temporale, il dottor Senecs, la sua opinione sulle apparecchiature che la polizia ha rinvenuto… –

Hill si era avvicinato e gli aveva posato la mano sulla spalla.

– E’ chiaro che non si tratta di componenti di produzione autorizzata, di conseguenza la datazione non potrà essere precisa quanto richiederebbero le circostanze. Nonostante ciò, alla luce del modesto sviluppo scientifico che ha segnato gli ultimi duecento anni standard, l’attrezzatura in questione dovrebbe essere stata prodotta nell’arco di tempo che va da dieci a vent’anni. Se ne deduce la sgradevole ipotesi che potessero essere stati approntati viaggi temporali prima dell’entrata in funzione dell’Emancipatore, nove anni fa. –

– Intende dire che la tecnologia che ha reso possibile la creazione di una macchina tanto sofisticata potrebbe essere stata disponibile per i contrabbandieri prima che per l’Organizzazione? – aveva chiesto la donna.

– No. La Decadenza Crunciana, come alcuni sociologi hanno etichettato l’enorme fenomeno che ha coinvolto ogni campo della produzione scientifica, culturale e artistica a partire dalla diffusione della notizia dell’imminenza del Big Crunch 211 anni fa, è sicuramente un avvenimento di portata mondiale. Non è coerente che piccoli nuclei come quelli dei contrabbandieri possano aver continuato autonomamente a sviluppare una tecnologia tanto complessa da consentire un efficace collocamento temporale. Oggi si ritiene che abbiano esclusivamente applicato l’iter procedurale del viaggio nel tempo, così come ci è noto da secoli, al concetto di ricollocamento. –

Daker si era alzato e aveva tolto dalle mani di Oaks il comando dell’olovisore. Poi aveva spento l’apparecchio. – E’ ora di andare – aveva detto, posando sul bancone metallico tre unix d’argento. Sarebbero stati più che sufficienti, nonostante i tre cocktail di Oaks.

Avevano mangiato qualcosa in uno dei numerosi fast-food e poi Daker aveva promesso di accompagnarli in un locale dove ci si poteva divertire. Realtà virtuali e cocktail a base di serotonina.

Avevano preso uno degli ascensori che li avrebbe portati all’ultimo livello, il piano più alto di Langles. Daker doveva conoscere molto bene quei posti perché aveva fatto loro da guida lungo il Viale Principale fino a un club privato, cui un cartello proibiva l’ingresso ai non tesserati.

L’interno buio era saturo dell’aroma acidulo dei feromoni di sintesi, anche se ormai la moda di imbottirsi di quella robaccia prima di infilarsi nei locali notturni non faceva più notizia. Da quando avevano legalizzato l’uso della serotonina nelle bevande e nel cibo, i feromoni erano divenuti merce superflua. Chi diavolo avrebbe cercato i disagi di una scopata se il benessere fosse stato a portata di mano, così, semplicemente in un bicchiere d’acqua minerale o in un pacchetto di noccioline? Be’ la generazione di Hill e Oaks forse non la pensava esattamente così, ma i giovani come Daker sembravano trovare gli intrugli a base di serotonina molto più economici e pratici del sesso.

Si erano seduti su un divano magnetico. Quei dannati aggeggi erano comodi più del letto e per questo Oaks li odiava. Un’antipatia istintiva che non riusciva a spiegarsi. Forse perché rappresentavano bene la società in cui vivevano, in cui il lusso e i comfort sostituivano la necessità di avere dei sogni, la speranza di un domani.

La contrazione gravitazionale avrebbe portato la Terra dritta sul Sole entro i prossimi trentacinque anni e allora l’unica possibilità sarebbe stata trasferirsi su un pianeta più lontano, ma anche più freddo e inospitale. E anche così avrebbero solo guadagnato tempo, i ricchi naturalmente, coloro che potevano permettersi di imbarcarsi in un’impresa come quella, non certo un abitante del primo livello come Oaks.

Il divano era posato contro una parete di specchi e Oaks non aveva avuto difficoltà a rendersi conto che qualcosa non andava nella faccia di Hill. I suoi occhi scuri erano puntati su Daker e non lo lasciavano un istante. Il marmocchio si era avvicinato a un tizio sulla cinquantina che stava fumando. L’altro aveva fatto un cenno nella loro direzione e il pivello aveva annuito.

Un attimo dopo un paio di energumeni potenziati da decine di innesti si erano piazzati davanti all’unica uscita, altri due li avevano affiancati sul divano.

– Il signor Hill? – aveva chiesto il riflesso del cinquantenne dallo specchio.

– Chi lo cerca? – s’era intromesso Oaks.

– Penso che il signor Hill sia in grado di rispondere anche senza il suo prezioso aiuto – aveva risposto l’uomo, facendo loro cenno di seguirlo.

Li avevano portati in un buco puzzolente sul retro del club, probabilmente accanto ai locali per il riciclaggio organico. Oaks era stato preso da un conato di vomito che era riuscito a malapena a trattenere. Non voleva che pensassero che aveva paura.

Daker era rimasto nel locale.

L’uomo che fumava aveva un ventre prominente che lo faceva avanzare ondeggiando. Eppure lo sguardo vigile si spostava continuamente da Oaks a Hill, da Hill a Oaks. Non dava l’idea di essere stupido.

– Che volete? – aveva domandato Oaks.

– Prego? – aveva detto l’altro. – Credo di dover essere io a chiederlo. –

Hill aveva liberato il braccio destro dalla stretta del tirapiedi e si avvicinato a Oaks. – Ho insistito io per vederlo. Daker mi ha dato una mano. –

– Cosa? Che ti è preso Hill? Sai che …–

– Siamo contrabbandieri? – era intervenuto l’uomo. – Credo lo sappia, altrimenti non avrebbe senso. A proposito mi chiamo Damos. Piacere di conoscerla mister Hill. – Damos aveva teso la mano e Hill l’aveva stretta. – In cosa posso esserle utile? –

– Un ricollocamento. –

L’uomo aveva fatto cenno alle guardie di lasciarli soli. Un istante dopo i quattro si erano dileguati.

Oaks continuava a non capire. Non poteva credere che Hill volesse vendersi. Non Hill. Cosa avrebbe offerto in cambio di quel passaggio?

– Per chi? –

– Per me – aveva risposto Hill.

Erano rimasti in silenzio.

– Quanto? – aveva ripreso Hill.

– Non credo sia la domanda giusta. Quanto. Io direi cosa. –

– Cosa vuole in cambio? –

– Il progetto dell’Emancipatore. –

– Che cazzo dice? Il progetto? Nessuno degli analisti conosce per intero il funzionamento di quel dannato aggeggio! – aveva gridato Oaks. – Che diavolo ti è preso, Hill? Si può sapere? –

Hill non aveva risposto.

– Il signor Hill lo conosce. E’ lui che ha coordinato i lavori, signor Oaks. –

– Hilliard Bell? –

Hill aveva annuito.

Non poteva essere lui. Il dottor Hilliard Bell era una leggenda vivente. Aveva avuto l’idea da cui era nato il progetto dell’Emancipatore temporale e aveva seguito personalmente ognuna delle fasi di realizzazione pratica del meccanismo. Aveva lottato per ottenere i fondi dall’Organizzazione e aveva voluto essere il primo a usufruire del programma di ricollocamento assistito.

Scoprendo che variazioni infinitesimali nel corso della storia si rivelavano di entità trascurabile rispetto al suo andamento globale, era possibile individuare la tendenza di massima verso cui si orientava la progressione dei fatti principali. Studiando attentamente una Scenografia Esecutiva, e cioè la vita di un personaggio, si poteva sostituire a esso un individuo qualsiasi senza che il tessuto connettivo dell’epoca ne risultasse minimamente alterato. L’importante era mantenere fede alla Scenografia degli eventi nelle sue linee generali.

Su questo principio si basava il lavoro che facevano all’Emancipatore.

Poteva essere Hill? Be’ dopo quello che gli aveva visto fare in un momento di crisi quell’ipotesi non pareva poi così assurda.

– Non serve che io le fornisca il progetto dell’Emancipatore – aveva detto Hill, la voce perfettamente calma. – L’Emancipatore è solo una gabbia. Una prigione. Non è una speranza. –

Hill era sincero. Oaks glielo aveva letto negli occhi.

 

L’Emancipatore non è una speranza. E’ solo una gabbia. Una prigione.

Era sincero.

Oaks non riusciva a parlare. Non si era accorto della lacrima che era scesa lungo la sua guancia.

– Tornare indietro non dà la possibilità di un domani. Credevo che fosse così. Che se la Scenografia fosse stata abbastanza accurata, da principio colui che affrontava il viaggio avrebbe sofferto per uniformarvisi, ma alla fine ci si sarebbe adattato e, se non altro, avrebbe avuto l’occasione di veder crescere i suoi figli con la possibilità di un domani. –

– Che diavolo dici – aveva farfugliato Oaks mentre piangeva, ormai. – Mi stai dicendo che ho buttato otto anni della mia vita? –

– E’ così – aveva ammesso Hill. – Se agisci come qualcun altro l’unica cosa che rimane di tuo a quei figli è lo sperma. Finisci con il diventare l’uomo che imiti. Dell’uomo che sei non resta altro che un dannato spermatozoo! –

Damos aveva passato una mano sul muro e acceso un piccolo globo luminoso, poi era tornato a concentrarsi. – Cosa è un Emancipatore signor Hill? – aveva chiesto allora. Poi aveva premuto un pulsante ed era comparsa una bottiglia accompagnata da tre bicchieri di un materiale trasparente. Oaks avrebbe potuto giurare che si trattasse di vetro, sebbene il vetro fosse ormai solo una reliquia d’altri tempi.

– E’ un meccanismo che opera al di fuori del tempo. Così da poter vedere il tempo come qualcosa di statico, di fisso e imperturbabile. Senza l’Emancipatore l’operazione di ricollocamento produce necessariamente una serie di sconvolgimenti nel presente. Secondo la legge di conservazione della massa nei vari universi temporali l’universo di destinazione reagisce all’eccesso di massa liberando una quantità di energia pari all’energia contenuta nel corpo estraneo secondo la teoria einsteiniana. Di conseguenza l’energia in eccesso ha bisogno di un universo carente di energia su cui riversarsi: gli sconvolgimenti sono di fatto il meccanismo attraverso cui l’universo di origine compensa il suo deficit energetico. L’Emancipatore è sostanzialmente un compensatore energetico artificiale che sottrae energia all’universo di destinazione e ne cede all’universo di origine, con la differenza che ciò avviene in maniera controllata e non casuale. In questo modo, nell’universo di destinazione, il soggetto preesistente al soggetto collocato viene adibito a mansioni differenti e, benché privato dell’esistenza che avrebbe avuto senza il nostro intervento, non deve essere rimosso dal suo tessuto temporale.–

– Perché non creare un Emancipatore capace di ricollocare simultaneamente migliaia di soggetti? – aveva domandato Damos.

– Sì – aveva mormorato Oaks. Sembrava essersi ripreso tanto da parlare.

– Improponibile. A un Emancipatore di massa corrisponderebbe in linea di principio un’energia non quantificabile. Maggiore di quella del Sole che attualmente sfruttiamo. –

Damos sembrava stanco di spiegazioni scientifiche. – Cosa offre, signor Hill? –

– Me stesso. –

A Oaks si era rivoltato lo stomaco. Ancora quella stupida idea di passare dall’altra parte, quel povero pazzo aveva proprio deciso di finire male. Questa volta non aveva potuto trattenere il vomito.

Damos aveva afferrato la bottiglia e rimesso uno dei bicchieri sul ripiano di plastacciaio con uno sguardo a Oaks. – Si spieghi. –

– Cosa c’è oltre il Big Crunch? – aveva detto Hill. – Non lo sappiamo. –

L’altro versava il liquido nei calici. Con calma e metodicità. – Vuole andare a vedere? –

– Appunto – aveva risposto Hill. – E’ l’unica possibilità che abbiamo. –

Damos era scoppiato a ridere. – Non bisogna essere un fisico per sapere che il Big Crunch distruggerà qualsiasi forma di vita organizzata di questo universo, signor Hill. Intende suicidarsi? –

– No. E comunque la cosa non la riguarda, se non dovessi tornare lei cosa ci rimetterebbe? Solo il passaggio che le sto domandando e non è molto, vista la possibilità che le offro. –

L’uomo aveva raccolto i bicchieri porgendone uno a Hill. – Ha ragione, naturalmente. Ma come pensa di farla franca? –

– Il concetto di viaggio nel tempo. Viaggiare nel tempo significa saltare il tempo, non è così? – Hill sorrideva.

– Le auguro di avere ragione – aveva detto Damos, prima di brindare.

Qualche giorno dopo Hill aveva raggiunto Oaks nella sua cabina. Aveva tra le mani un sacco di materiale plastico, con un indicatore laterale. – Vado – aveva detto all’amico.

– E quello a che ti serve? –

– Questo? – aveva blaterato Hill indicando il sacco. – Questo è il mio Emancipatore temporale personale. Rudimentale ma utile. –

Oaks aveva sorriso, cercando di trattenere le lacrime. – Che diavolo ci farai con un sacco? –

– Lo riempirò di terra. –

Oaks aveva dato uno sguardo al meccanismo laterale. – E’ un misuratore di massa? –

– Appunto – aveva ammesso Hill. – Ottanta chili di terra. –

Oaks aveva cominciato a ridere mentre piangeva. – Verrò con te alla stazione clandestina. –

Avevano viaggiato in silenzio. Hill aveva ottenuto il permesso di raggiungere Langles e là aveva noleggiato una navetta di terra che li avrebbe portati al più vicino ascensore di livello. Da quel momento avrebbero proseguito a piedi come quel pomeriggio con Daker.

– Sapevo che quel figlio di papà avrebbe portato solo guai – aveva detto Oaks.

– Fui io a domandare che venisse assegnato all’Emancipatore. Sapevo che era amico di Damos. – Hill appariva calmo e padrone di sé, anche quando erano arrivati nei pressi della palazzina dove avrebbero dovuto incontrarsi con Damos.

L’uomo li aspettava nel piccolo atrio dell’edificio. Questa volta accompagnato da sette guardie armate. Li aveva guidati fino a un locale puzzolente nelle cantine, poi li aveva fatti perquisire.

Oltre la vecchia porta di legno marcio, (quanti anni avrà avuto quella porta, si era chiesto Oaks), che nascondeva una seconda porta in plastacciaio, si apriva una stanza circolare con una piattaforma cilindrica al centro. Lateralmente due poderosi avancorpi assicuravano un’alimentazione costante della camera temporale nelle varie fasi dell’operazione.

Oaks aveva dovuto faticare per non scoppiare a ridere. Che diavolo pensavano di fare quei poveri idioti con un marchingegno dell’età della pietra? – Non puoi entrare là dentro! E’ più vecchia di mia madre! – aveva sbottato.

Hill gli aveva sorriso e si era avvicinato alla consolle. Una ragazza di vent’anni si stava occupando della regolazione degli strumenti. Hill le aveva sussurrato qualcosa e poi si era diretto verso il cilindro trasparente.

– Sei ammattito? – aveva ripetuto Oaks raggiungendolo.

A un cenno di Damos due uomini avevano agguantato Oaks e l’avevano costretto a tacere trascinandolo in disparte.

Hill aveva regolato il puntatore sulle coordinate corrette ed era entrato nella camera. Un attimo dopo era scomparso.

Fu tutto quello che Oaks riuscì a ricordare una volta rientrato all’Emancipatore. Hill che spariva e tutti loro che aspettavano che tornasse, o che almeno tornasse un sacco di terra di ottanta chili che non arrivava.

Damos era rimasto ad aspettare insieme a Oaks per due ore e forse più. Ma il sacco non era arrivato. No signore. E nemmeno Hill.

Nessuno di loro sapeva se la legge della conservazione della massa sarebbe stata valida anche in universi temporali separati da un Big Crunch, ma la terra in ogni caso avrebbe rappresentato un segnale. Il segnale che Hill era vivo.

Alla fine Oaks se ne era tornato a casa. Da solo. Solo come non ricordava di essersi mai sentito. E all’Emancipatore aveva dovuto rimettersi immediatamente al lavoro. Una crisi di piccola entità aveva colpito le infrastrutture di mantenimento della stazione, ma fortunatamente non si trattava di nulla di grave. Aveva visto di peggio. La Sala Coordinamento aveva trasmesso le giuste compensazioni agli indicatori di stato e ogni cosa era andata per il verso giusto.

Nei momenti di calma che erano seguiti si era rimesso a pensare all’intera storia e le ore erano sembrate durare anni. Ferme, immobili, come dovrebbero apparire a qualcuno dentro un Emancipatore temporale.

Comico.

Dove diavolo era finito Hill? Non riusciva a farsi una ragione del fatto che probabilmente i suoi atomi si fossero fusi con trilioni di altri atomi nel casino del Big Crunch e, ammesso che a quest’ultimo fosse seguito un nuovo Big Bang, si fossero riaggregati in una combinazione nuova, e magari ora l’idrogeno del corpo del suo amico stava alimentando un ammasso gassoso che un giorno si sarebbe trasformato in una stella.

Quel pensiero ebbe il potere di fargli passare l’appetito. Non andò neppure in sala mensa quando venne il suo turno, domandò che gli portassero un bicchiere di succo d’arancia e rimase al suo posto. Aveva bisogno di starsene solo per un po’.

Alla fine della giornata se ne tornò in cabina con l’idea di buttarsi sul letto e dormire per trenta ore filate. Si spogliò, indossò il pigiama che gli aveva regalato Dianne prima di partire e si diresse verso il bagno. Non che dovesse fare molta strada, tutt’altro, quelle quattro pareti racchiudevano meno di due metri quadrati di spazio, tanto che a volte pensava di non trovarsi all’Emancipatore ma in un vecchio sottomarino russo, così come l’aveva visto al Museo Internazionale degli Armamenti una domenica pomeriggio di molti anni prima con Dianne.

Neppure quel ricordo riuscì a fargli tornare una briciola di buon umore. Sentiva un sapore metallico in fondo alla gola, come se qualcosa gli fosse andato di traverso. Si ripromise di usare una doppia dose di dentifricio e di spazzolare con cura i denti, sebbene capisse che non sarebbe servito a granché.

Dovette faticare per aprire la porta. Sembrava bloccata. Fu costretto a spingere con tutto il corpo e anche così l’uscio metallico si mosse lentamente. E più spingeva e più la porta sembrava farsi pesante.

Era fradicio di sudore quando riuscì a scostarla abbastanza da guardare che diavolo stesse succedendo nel suo bagno. Be’, nulla di grave fortunatamente.

Il bagno era pieno zeppo di terra.

Terra.

Ottanta chili di terra scura, profumata, preziosa.

Ottanta chili di terra per compensare la scomparsa da questo universo di ottanta chili di uomo dalla barba rossa e gli occhi scuri come il peccato.

Oaks si levò i calzini e spinse la porta finché riuscì a entrare nella stanza. Poi cominciò a saltare. Cominciò a saltare come non faceva da quando era bambino e saltava sul letto della madre, da una parte, dall’altra, da una parte e poi dall’altra. E intanto gridava. Gridava e cantava.

Ce l’aveva fatta. Diavolo di un uomo.

Hill ce l’aveva fatta.

Si era procurato un domani.

 

Domani.

Domani domani domani.

 

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