ARIEL, di Laura Iuorio

 

 

"Spezie redoniane, signore, vere spezie redoniane... solo mezza aurica...

Bixby sgusciò tra la folla, sfuggendo al venditore ambulante. Subito un ragazzino gli si affiancò: "Un ibo, signore, compri un ibo. Non morde: è ben addestrato." Bixby lo ignorò. Gli era bastata la prima settimana di soggiorno su Valeris per imparare che una risposta qualunque, anche se negativa, sarebbe stata considerata un invito a nozze dagli ambulanti. Non ricordava quanti venditori gli si erano attaccati alle costole, i primi giorni. Sembrava che fiutassero la sua presenza a un miglio di distanza, che sapessero che era troppo debole e timido per resistere a un assedio tenace. Ancora adesso gli capitava ogni tanto di cedere di fronte alle insistenze di qualche venditore particolarmente pressante. Se non avesse dovuto attraversare la casbah tutti i giorni per andare al lavoro... Ma in fondo non gli dispiaceva affatto. Era tutto così nuovo e affascinante, per lui. Fino a qualche mese prima non se lo sarebbe sognato nemmeno in un milione di anni di lasciare il suo vecchio appartamento, quello che aveva ereditato da sua madre, e in cui aveva abitato per tutti i trentasei anni della sua monotona vita. Non credeva che avrebbe avuto il coraggio di accettare il trasferimento alla legazione terrestre su Valeris. Ormai si era costruito una specie di nicchia, un bozzolo caldo e protettivo nell'angusto ufficio informazioni del Dipartimento Affari Esteri. I funzionari lo salutavano, erano gentili con lui. Sapeva il suo mestiere a menadito, era convinto che nessuno potesse farlo meglio. Poi era arrivato quel giovanotto ambizioso, che aveva imparato tutto quello che c'era da fare in pochi giorni e il mese successivo era già stato promosso. Allora lui aveva cominciato a sentirsi insoddisfatto, a sentire l'ufficio, la casa, i giorni sempre uguali improvvisamente soffocanti. Era diventato inquieto. La staticità non gli dava più sicurezza. Tutto d'un tratto, non riusciva più a sopportare l'idea di passare il resto della sua vita come l'aveva passata fino a quel momento. Così aveva accettato quella proposta di trasferimento. Una cosa impensabile, solo fino a qualche mese prima. Era stato duro cambiare di colpo le abitudini di una vita. La prima settimana su Valeris era stata un vero incubo: la temperatura elevata, la sporcizia, i mille odori di spezie, cibi, profumi, e la folla brulicante, variopinta, vociante, puzzolente, straripante... Perfino i colleghi erano riusciti a rendergli la vita impossibile. Era facile approfittarsi di un nuovo arrivato.

Ma adesso sembrava che le cose stessero cominciando a girare per il verso giusto. In ufficio si era ambientato, i colleghi lo trattavano con maggior rispetto. Il suo appartamentino stava cominciando a prendere un aspetto abitabile. Attraversare la casbah non lo terrorizzava più come i primi giorni. Aveva imparato anche qualche parola nel dialetto locale, almeno quelle essenziali, come si, no, grazie, prego, buona giornata, buona sera.

"Qualche soldo per mangiare, signore", lo supplicò con voce querula una ragazzina, strattonandolo per la giacca. Lui si liberò e passò oltre.

Fu allora che lo sentì. Il suono più melodioso e insolito che gli avesse mai sfiorato le orecchie. Come un tintinnio, il trillo di mille minuscole campanelle d'argento.

"Fiori appena colti, camellule bianche, signore", lo distrasse una donna efénide, porgendogli un fiore con le lunghe dita squamose. "Sono una rarità..."

Lui fece segno di no con la mano, seccamente. Si fermò, tendendo l'orecchio, nella speranza di percepire ancora quello strano suono. Niente. Solo la consueta cacofonia di rumori, musiche e schiamazzi. Stava già per proseguire, con un sospiro, quando gli parve di avvertirlo. Si fece strada tra la folla a gomitate. Fu allora che la vide. Si dondolava sull'altalena, in una splendida gabbia dorata, di quelle antiche, in mezzo a specchietti e soprammobili, sistemati alla rinfusa su un banchetto di legno sul lato sinistro del vicolo.

"Dì, hai mai visto qualcosa di più bello?" domandò una voce virile, tranquilla e profonda.

Bixby fece segno di no con la testa, senza riuscire a distogliere lo sguardo dalla creatura che si dondolava nella gabbia.

"E' tua per quarantacinque auriche. Un vero affare", proseguì l'uomo seduto dietro al banchetto, in uno standard interplanetario quasi del tutto privo di accento. "Sei un impiegato, vero? Hai un'aria da impiegato."

Finalmente, Bixby lo guardò. La voce rendeva bene il suo aspetto fisico. Il viso era duro, non bello, marcato da una notevole stempiatura e da due occhi nerissimi e profondi. Anche il vestito era nero. Aveva un'aria navigata. Le donne l'avrebbero forse definito un tipo "interessante".

"Vi riconosco subito, voi impiegati", continuò l'ambulante. "Sembrate fatti in serie, come i vostri vestiti."

Bixby non riuscì a sentirsi offeso. Ultimamente non aveva una grande opinione di sé.

"Scommetto che la sera te ne torni mogio mogio nel tuo appartamentino vuoto, a guardare la televisione o a giocare a scacchi tridimensionali con il computer... Quaranta auriche, meno di così non posso. E solo perché mi sei simpatico. Ti renderai conto, spero, che ne vale almeno cento."

"Quaranta auriche...", ripeté Bixby, tra sé e sé. Quaranta auriche, in termine di crediti interplanetari, era poco meno di quanto guadagnava in cinque mesi di lavoro. "E' troppo", disse.

 

"Amico, questa non è merce che si può trovare in tutti i negozi", lo ragguagliò l'ambulante. "L'hai vista bene?"

Il tintinnio argentino gli sfiorò nuovamente le orecchie. Bixby spostò lo sguardo sulla gabbia. Il suono si ripeté, armonioso e seducente, come l'essere che ne era la fonte. Silfidi di Armorea le chiamavano, perché era su quel pianeta che erano state scoperte per la prima volta. Silfidi, o fate, per la somiglianza che sembravano avere con le leggendarie creature dell'aria della mitologia terrestre e di numerosi altri pianeti. Qualche scienziato spiegava la coincidenza argomentando che alcuni di questi esseri fossero stati dispersi casualmente o volontariamente in giro per le galassie dai cosiddetti coloni di Armorea, un popolo ormai estinto, ma di cui era documentata l'esistenza, e che sembrava aver sviluppato una notevole tecnologia spaziale.

Bixby si sentiva come intontito. Forse era per via di quello strano suono o dell'emozione. Non aveva mai visto una silfide di Armorea, a parte qualche figura sui visori scolastici. Si diceva che fossero piuttosto rare. Di tutte le creature dell'universo conosciuto erano sempre state quelle che l'avevano affascinato di più, così come le storie che ascoltava più volentieri da bambino erano quelle che parlavano di gnomi, fate, folletti, giganti... Gulliver, Peter Pan. Soprattutto Peter Pan.

"Come si chiama?" domandò" senza smettere di contemplarla.

"Come vuoi che si chiami uno spirito dell'aria?" replicò l'ambulante.

Bixby avvertì il sorriso nella sua voce.

"Ariel. Si chiama Ariel."

Ariel, si disse Bixby. Ariel. Non riusciva a staccare gli occhi da lei.

"Amico, cerca di deciderti in fretta. Se non la compri tu, la comprerà qualcun altro. Sa bene come ammaliare gli uomini, questa piccola rubacuori."

Bixby si sentì fremere dentro. Non poteva permetterselo. Non poteva sborsare tutti quei soldi. Eppure, per qualche motivo, non sopportava l'idea che qualcun altro potesse possederla.

"Guardala, amico. Immagina che compagnia sarebbe per te. Trasformerà la tua vita, te lo posso assicurare. Guardala. Guardala bene."

Bixby la guardò. Ariel si dondolava sull'altalena, in apparenza noncurante di ciò che le accadeva attorno. Le gambe oscillavano a ritmo, nude e lunghissime se proporzionate alle sue ridotte dimensioni. Il corpicino, nel suo piccolo assolutamente perfetto, era inguainato in un abitino succinto di petali d'aura. Una soffice aureola di capelli rosso-arancio le incorniciava il viso grazioso e dolcissimo, lasciando scoperte le minuscole orecchie a punta. Le ali erano trasparenti come quelle di una libellula e, all'apparenza, fragilissime. Era davvero la cosa più bella che avesse mai visto.

"No, è troppo cara", concluse Bixby, scuotendo energicamente la testa, quasi a scrollare via la tentazione che l'insidiava.

"Be', come vuoi amico", replicò l'ambulante, tranquillamente. "Ma non venire poi a cercarla, domani. Te lo dico per farti risparmiare il viaggio. Qualcuno saprà cogliere l'occasione meglio di te."

Bixby si strinse nella consunta giacca grigia e indietreggiò piano, lasciandosi fagocitare dalla folla schiamazzante. Ancora per un istante, prima che la corrente umana lo trascinasse via, poté udire il canto melodioso di Ariel, e gli parve di cogliere un sorriso sardonico sul volto affascinante del suo singolare padrone.

 

"Allora, Bixby, ha finito?"

"Un momento, mi manca solo..."

"Bixby, è da mezz'ora che l'ambasciatore aspetta quella lista."

"Ho... ho finito."

"Si sbrighi, non abbiamo tempo da perdere."

Il videofono si spense bruscamente.

Bixby si tolse gli occhialini e ripulì le lenti appannate con il fazzoletto. Erano estremamente scomodi per uno soggetto a sudorazioni frequenti come lui. Na non c'era stato verso di curare il suo difetto visivo con un'operazione, e le lenti a contatto non le aveva mai potute sopportare. Era un caso su un milione, dicevano. Di solito la gente guardava ai suoi occhiali come a una innocente bizzarria, una stravaganza, come potevano esserlo un orologio a molla, dei bottoni o i .lacci per le scarpe. Oppure lo scambiava per l'abitante di qualche pianeta retrogrado e incivile della galassia, di quelli che non erano in grado di produrre nemmeno un mezzo di trasporto interstellare e dovevano far affidamento sulla tecnologia degli altri.

"Sono nervosetti, oggi", commentò la signora Pianelli, distogliendolo dai suoi pensieri.

"Già", fece lui, annuendo distrattamente.

"E' sempre così, quando la signora prepara un ricevimento. Ho sentito dire che questa volta verrà anche il consigliere Gorcon. E' un uomo straordinario. E la moglie... una creatura adorabile. E che eleganza!"

Bixby la lasciò parlare, senza interrompere. I primi due giorni era riuscita a frastornarlo con tutte le sue chiacchiere. Ora però aveva imparato il trucco: bastava annuire ogni tanto, fare qualche osservazione generica, tipo "davvero", "ma guarda", "ah, sì?", senza darle troppe soddisfazioni, e prima o poi la macchinetta si esauriva da sola. Sapeva bene che zittirla sarebbe stato controproducente: era meglio non stuzzicare i colleghi, soprattutto se si era un nuovo arrivato.

Mentre la signora Pianelli parlava, Bixby si diede da fare a controllare le risposte degli invitati al ricevimento. Avrebbe anche dovuto occuparsi dei messaggi di ringraziamento a coloro che avevano inviato regali e auguri di buon compleanno alla moglie dell'ambasciatore, e contattare l'antiquario per chiedere se la cassettiera dell'Ottocento ordinata per lei dal marito era finalmente arrivata.

Era molto indietro con il lavoro. Era la prima volta in vita sua che gli succedeva, a parte il giorno in cui era tornato .in ufficio dopo il funerale di sua madre, ed era tutta colpa di Ariel. Non riusciva a togliersela dalla testa. Non sopportava l'idea che qualcun altro potesse possederla. Eppure era convinto di aver preso la decisione giusta. Non solo perché era troppo cara per le sue tasche, ma anche perché lui non ne sapeva proprio niente, delle silfidi di Armorea. Nessuno ne sapeva abbastanza. Come avrebbe potuto prendersi cura di lei?... Però... Che ne sarebbe stato di lei, nelle mani di un altro? Provò un brivido di disgusto. Gli parve di vederla, prigioniera di un uomo rozzo, ignorante, insensibile, che osava toccarla con le sue manacce luride e callose. Oppure soprammobile vivente nell'appartamentino di qualche vecchia svanita, che l'avrebbe lasciata divorare per sbaglio da un kelath o da qualche altra orribile bestiaccia zannuta. O ancora, regalata come giocattolo a una bambina sadica che si sarebbe divertita a strapparle le ali o a rasarle i capelli per vedere in quanto tempo ricrescevano. No, non la sopportava, non poteva sopportarlo. Non poteva permettere che quella eterea creatura finisse nelle mani sbagliate. Mani che avrebbero potuto spezzarle il collo o la schiena con una semplice pressione, per quanto magari involontaria. Doveva salvarla. Ma... se fosse già stata venduta? Il venditore era convinto di potersene disfare entro quella sera. Non poteva permetterlo.

Appena finita e comunicata la lista, Bixby chiese il permesso di uscire anticipatamente, che gli fu negato. Nell'ora e tre quarti che lo separavano dallo scadere dell'orario d'ufficio, gli parve di friggere sulla sedia. Non riuscì a combinare niente. La signora Pianelli gli chiese due o tre volte se si sentisse bene.

Alle cinque in punto si precipitò fuori dall'ufficio. "Bixby!" si sentì chiamare nell'atrio. Si voltò. Era il signor Fiodorov, il funzionario culturale dell'ambasciata. "Dove crede di andare? Sto aspettando il rapporto sugli scambi culturali con Phi Delta 4. E' pronto?"

Bixby sentì la terra mancargli sotto i piedi. Se n'era completamente scordato. "Oh, mi...mi dispiace", balbettò. "Io credo che..."

Il funzionario lo incenerì con un'occhiata di fuoco. "Lo voglio entro mezz'ora sul mio tavolo."

Bixby fu costretto a ritornare in ufficio. Sbrigò la faccenda in una ventina di minuti. Per la prima volta in vita sua svolse un lavoro male, in piena consapevolezza. Lo trasferì. sul computer personale del superiore e, senza attendere la verifica, fuggì dall'ambasciata come un criminale.

 

Si fece largo tra la folla a gomitate e spintoni, con il cuore che gli batteva forte e la mano sulla tasca della giacca, a proteggere la busta con le quaranta auriche, anche se sperava che l'ambulante ne accettasse meno. Non erano tutti i suoi risparmi, ma quasi. Non avrebbe potuto permettersi quella spesa, se non avesse preso i soldi della trasferta.

Giunto all'altezza del punto in cui quella mattina aveva sentito il canto di Ariel, allungò il collo nell'inutile tentativo d'individuare il banchetto dell'ambulante. Cominciò ad agitarsi. Si fece strada verso il lato sinistro del vicolo. Finalmente lo vide. Cercò la gabbia, con apprensione. Era lì anche lei, nello stesso punto in cui l'aveva lasciata quella mattina. Un enorme senso di sollievo gli ristorò l'anima. Non l'aveva venduta. Allora non era poi tanto facile. Forse non l'avrebbe comprata nessuno. Per un attimo pensò di lasciar perdere, di passare oltre e non pensarci più. Ma qualcosa..., lei, lo trattenne.

"Lo sapevo che saresti tornato", lo accolse l'ambulante. "Ho avuto diverse buone offerte, oggi, ma aspettavo te."

"A che devo questo onore?" tentò di scherzare Bixby.

"Oh, perché sono sicuro che saresti un buon padrone per la mia piccola rubacuori. E poi perché vedo che ti manca qualcosa. Te lo leggo negli occhi. Chissà, forse questo qualcosa potrebbe essere lei."

Questo venditore era molto abile. Sapeva individuare i suoi punti deboli. Sembrava conoscerlo meglio di quanto non si conoscesse lui stesso. Già quella mattina si era divertito a rigirare il coltello nella piaga della sua miserabile vita. C'era da chiedersi se non fosse un metazoide, o un selarita, e che quindi possedesse delle facoltà extrasensoriali. Non c'erano mercanti più scaltri e pericolosi di quelli.

"Sono quaranta auriche", lo informò l'ambulante. Era chiaro che non avrebbe concesso sconti.

Bixby tirò fuori i soldi, senza fiatare. Avrebbe voluto evitare di dargli quella soddisfazione. Eppure, in qualche modo, sapeva che non avrebbe potuto andare altrimenti. Doveva avere Ariel. Doveva portarla via da lì.

"E' tutta tua, amico", dichiarò l'uomo, allungandogli la gabbia. "E se ci sono problemi, chiedi di Moran. Sono sempre da queste parti."

Timorosamente, con il cuore che gli batteva forte nel petto, Bixby prese in consegna la gabbia. Se la sollevò all'altezza del viso, reggendola per l'anello dorato. Ariel aveva smesso di dondolarsi. Lo guardava con un'espressione interrogativa, la testolina inclinata di lato.

"Non aver paura", le disse lui, con un sorriso nervoso, che voleva essere incoraggiante. "Non ti farò del male."

La risposta gli s'infuse nell'anima, con il soave tintinnio di mille minuscole campanelle d'argento.

 

Bixby attraversò la piazza a passo spedito. Sotto il braccio stringeva il pacco che aveva appena ritirato nel negozio di giocattoli all'angolo. Ormai lo conoscevano. Era diventato un cliente fisso.

Infilò la tessera magnetica nel portone, e attese con impazienza che la serratura scattasse. Com'era diverso il ritorno a casa, ora che sapeva che ad aspettarlo c'era lei. Non si attardava più per la strada per rimandare il momento in cui avrebbe dovuto metter piede nel suo appartamentino solitario, per affrontare un altrettanto solitaria serata. Non andava più a letto alle nove. Anche in ufficio era tutto cambiato. Non vedeva l'ora di uscire. Non era più pignolo come una volta, non controllava il lavoro tre o quattro volte prima di consegnarlo. I rimproveri o le lodi dei superiori non gli facevano né caldo né freddo. Fino a dieci giorni prima, i dieci giorni più belli della sua vita, non l'avrebbe mai creduto. Per la prima volta in vita sua aveva qualcos'altro a cui pensare, che non fosse lo studio o il lavoro.

L'ascensore si fermò al nono piano. Bixby percorse il corridoio fino al suo appartamento. L'impronta della mano, riconosciuta dal visore, fece scorrere di lato il pannello della porta, rivelando l'ingresso un po' tetro dei bilocale.

"Sono tornato!" annunciò Bixby, mentre il pannello gli si richiudeva alle spalle.

Pieno di entusiasmo, Bixby corse ad aprire la porta della camera da letto, in fondo al corridoio. La gabbia era sistemata accanto alla finestra, appesa a un trespolo ricurvo di legno lucido.

Bixby si avvicinò, apprensivo, come ogni sera, per il timore insensato di trovarla vuota.

Invece, come ogni sera, Ariel era là, a dondolarsi serenamente sulla sua altalena.

"Ciao, piccolina", la salutò Bixby, mentre apriva la porticina della gabbia. Ariel balzò dall'altalena, venendo a posarsi, con un battito d'ali, sul palmo della sua mano. Espresse la sua gratitudine con un inchino e una giravolta. Poi spiccò il volo, gorgheggiando, piroettando, volteggiando gioiosamente. Bixby si sedette sul pavimento, senza staccare gli occhi da lei nemmeno per un attimo, incantato. Succedeva ogni sera, e ogni sera gli sembrava di tornare all'infanzia, quando sua nonna liberava i canarini in salotto e lui li osservava nei loro volteggi, affascinato. Ma nemmeno un uccello del paradiso avrebbe potuto superare la bellezza e la grazia di lei. Ariel si librava leggera, sedici centimetri di totale armonia. La lucentezza delle sue ali la illuminava tutta, in un bagliore soffuso di lucciola.

Bixby ascoltava estasiato il suo trillo gentile, cristallino, tenue e prezioso come il suono delle gocce che cadono nell'acqua. Se fosse semplicemente un canto, o un linguaggio coerente, come quello degli acquatici di Domenor, non avrebbe saputo dirlo.

Nessuno avrebbe potuto. Era per via della Legge 28 del Codice Interstellare, che impediva di condurre esperimenti scientifici su esseri senzienti senza il loro esplicito consenso. Un circolo vizioso, perché nessuno era mai riuscito a stabilire con chiarezza se le silfidi di Armorea fossero creature intelligenti. Un alone di mistero le circondava. Forse era per questo che lo affascinavano tanto. Si potevano attribuire loro le proprietà più bizzarre e fantasiose, senza troppa tema di essere smentiti. Molti ritenevano che, a parte le ali, fossero semplicemente degli esseri umani in miniatura, con un quoziente intellettivo inferiore, uguale, o perfino superiore a quello degli uomini. Le meretrici di Orione, invidiose della loro bellezza, assicuravano che spezzare loro il cuore fosse l'unico modo per non ritrovarsi con il proprio spezzato. I superstiziosi erano convinti che bastasse toccarle per avere i desideri esauditi, e che l'ucciderne una fosse cagione di disastri e sventure senza fine. I contrabbandieri di Denev dicevano che erano come le sirene, che attiravano con il loro canto e conducevano a morte certa...

Bixby valeva credere che Ariel lo capisse. Anzi, lo sapeva. Quando lei lo guardava con quegli occhi grandi e scuri e gli sorrideva, lui non sapeva vedere in lei che un essere umano, solo tanto più bello e fragile e tenero degli altri. Bixby scartò il pacchetto che teneva sotto il braccio. "Guarda cosa ti ho portato", disse, mostrandole orgoglioso il regalo. Era contento dell'acquisto. Lo era un po' meno del motivo che l'aveva spinto a farlo. Si era pentito di aver ceduto alle insistenze della signora Pianelli e di averle rivelato il motivo della sua improvvisa trasformazione. In meno di due ore l'aveva saputo tutto il personale dell'ambasciata. La moglie dell'ambasciatore in persona l'aveva avvicinato, un giorno, per invitarlo alla sua festa di compleanno. Con Ariel, naturalmente. Aveva sempre voluto vedere una silfide di Armorea. E sicuramente sarebbe stata una grande attrazione anche per gli altri invitati. A lui non piaceva l'idea che Ariel facesse la parte dell'"attrazione". Avrebbe voluto tenerla tutta per sé, come un tesoro segreto.

Ariel si posò sul pavimento, accanto a lui. Il bagliore attorno a lei si attenuò, fino a scomparire. "Provatelo", la incoraggiò Bixby, ansioso, porgendole il vestito. Era un abito da sera molto scollato, di un tessuto sintetico lucido, fra il semitrasparente e l'argenteo, con sbuffi sulle braccia e una gonna lunga e ampia.

Ariel l'osservò con un'espressione di stupore. Poi sollevò lo sguardo su di lui e gli sorrise. Con un tintinnio eccitato raccolse l'abito e volò nella camera da letto della sua casetta. Era una casa di bambole in legno, alta circa un metro e arredata fin nei minimi dettagli, che lui si era premurato di acquistare il giorno dopo l'arrivo di Ariel nel suo appartamento. Non poteva sopportare di vederla sempre in gabbia. Anzi, era intenzionato a lasciarla sempre libera per la casa, una volta che fosse stato sicuro del suo affetto e della sua fedeltà. E ne era già sicuro, in realtà. Avrebbe fatto passare solo un altro paio di giorni, per prudenza.

Ariel si era nascosta dietro il paravento. Bixby spiò l'ombra del suo profilo, dietro la carta di riso. Avrebbe voluto spogliarla e vestirla lui, come facevano le bambine con le bambole. Avrebbe voluto toccare la sua pelle nuda, accarezzarla, aspirare il suo profumo. Na se Ariel era in grado di capire, come lui credeva, il rischio di spaventarla o di offenderla era troppo grande. Non poteva permettersi di attirarsi il suo odio, o peggio ancora il suo timore.

Ariel uscì dal paravento con indosso l'abito nuovo. Era indescrivibile.

"La ragazza più bella della festa", commentò Bixby, fra sé e sé.

Ariel distolse per un attimo lo sguardo, portandosi una mano al petto, con un sorrisetto pudico e imbarazzato. Un gesto talmente dolce e spontaneo da fargli sciogliere il cuore.

Il suo cuore batteva per lei. E lei era sua, solo sua. Per la prima volta nella vita aveva un'amica, una compagna. Per la prima volta una ragazza gli sorrideva, non lo prendeva in giro, non lo ignorava. E non sembrava provare il desiderio di allontanarsi da lui.

 

"Oh, ma e adorabile!"

"Dolcissima."

"Divina. Una gioia per gli occhi."

Gli invitati si affollavano attorno alla gabbia dorata di Ariel, che Eleni Van Buren, la moglie dell'ambasciatore, teneva sollevata all'altezza del viso. Bixby osservava la scena, in disparte, ansioso ma, allo stessa tempo, stranamente compiaciuto, lusingato dalle attenzioni di cui la sua "piccola ragazza", come ormai la chiamava, era fatta oggetto. Ariel, intimidita, era indietreggiata verso il fondo della gabbia e volgeva attorno lo sguardo, come in cerca di lui, del suo sostegno. Allora lui le sorrideva, incoraggiante, amorevole, quasi paterno. La sua piccola ragazza. Tutta sua.

"E' una creatura stupenda", osservò la signora Van Buren, cercandolo al di sopra delle teste che si affollavano attorno. "Così esile e aggraziata!" La signora Van Buren era una donna molto bella, la perla dell'ambasciata terrestre su Valeris. La tunica cinese di seta celeste, lunga fino ai piedi, sottolineava il suo fisico alto e snello ed esaltava il suo portamento aristocratico. Il viso era fine, la pelle chiara e delicata, in contrasto con i lunghi capelli lucidi e neri, raccolti in un alto chignon sulla testa. "Venga, voglio farle vedere una cosa", aggiunse, dopo aver consegnato la gabbia a un servitore. "Venga, su", ripeté, vedendolo esitare. E si avviò, seguita da un nugolo di invitati.

Bixby si accodò, senza perdere d'occhio il servitore che reggeva il suo prezioso tesoro.

"Quasi non ci credevo, quando l'ho visto. Un regalo meraviglioso. Ovviamente devo ringraziare lei, consigliere Gorcon." Il valeriano annuì, con un sorriso di circostanza. Le tre creste brune e nodose che gli ornavano il capo calvo brillavano sotto le mille luci degli imponenti lampadari di cristallo del diciannovesimo secolo terrestre.

Bixby li seguiva a occhi bassi. Era stupito dell'onore che gli stava facendo la moglie dell'ambasciatore. Come impiegato semplice, non avrebbe avuto nemmeno il diritto di essere presente.

Entrarono nella saletta in stile settecentesco in cui erano esposti gli omaggi degli invitati. "Venite", ripeté la signora Van Buren, avvicinandosi a un tavolo di noce, lavorato, su cui erano disposti fiori, abiti, vasi, monili, profumi, e un oggetto piuttosto ingombrante coperto da un telo di raso. Bixby si vergognò un po' della piccola coppa di spezie redoniane che aveva consegnato al maggiordomo, all'ingresso. Con un rapido gesto della mano, Eleni Van Buren tolse il telo di raso che ricopriva l'oggetto. Attorno si levarono esclamazioni di meraviglia.

Bixby rimase a bocca aperta. L'oggetto misterioso era una gabbia. Dentro c'era un silfo d'Armorea. Subito, nella saletta risuonò il dolce tintinnio di Ariel. Il silfo si guardò attorno, in cerca dell'autrice del richiamo. "Non sono magnifici?" esclamò la signora Van Buren, eccitata.

Il silfo era bello, femmineo, quasi efebico. Aveva lunghi capelli neri e occhi profondi, dello stesso colore. Portava solo un paio di brachette nere e attillate, con decorazioni color smeraldo. Ed era privo di ali, come tutti i maschi della sua specie. Bixby lo fissò con orrore. Cercò Ariel e vide che si era aggrappata alle sbarre della sua gabbia dorata e guardava in basso, verso il tavolo, e continuava a cantare, con un sorriso nostalgico che la illuminava tutta, e la faceva dieci volte più bella.

Bixby sentì come una fitta al cuore. Tornò a guardare il silfo, e sentì il desiderio d'incenerirlo, e d'incenerire tutti quanti in quella stanza.

"Bixby, che ne dice d'imprestarmi Ariel, un giorno di questi?" propose la signora Van Buren. "Chissà che non riusciamo a farli accoppiare."

Bixby arrossì violentemente. Dunque era questo il motivo.

"Io ho sentito che non procreano mai in cattività", osservò uno degli invitati.

"C'è sempre una prima volta", obiettò un altro.

"Certo che sono due esemplari stupendi."

"E le femmine sono tanto più rare, lo sapevi? Non per nulla valgono almeno il triplo di un maschio."

"Allora, Bixby?" sollecitò Eleni Van Buren, riprendendo la parola.

Bixby esitò. Non poteva sopportare l'idea di saperla fra le mani di quel, di quel... Si poteva parlare di stallone da monta, quando si trattava di esseri così piccoli? Eppure non poteva rifiutarsi. Sarebbe stata un'esplicita scortesia, soprattutto il giorno del suo compleanno e dopo il regalo misero che le aveva fatto. "Si... si può fare", farfugliò.

La sua risposta fu accolta dagli invitati con un mormorio di soddisfazione. La signora Van Buren sollevò il calice di vino selita che teneva in mano, con un sorriso compiaciuto. "Bene", esclamò. "Al buffet, signori. Bisogna festeggiare!"

Il gruppo si mosse compatto verso il salone. Solo Bixby restò indietro. Si era fatto riconsegnare la gabbia dal servitore e, stringendola al petto, si diresse rapidamente verso l'uscita. Ariel lo guardava con un'espressione strana, che sembrava di delusione. "Quello non era per te", diceva Bixby, quasi a se stesso. "Con me non hai bisogno d'altro. Ti proteggerò sempre, non temere. Non ci andrai con lui, in qualche modo faremo. Resterai sempre con me, vero, piccola? Sempre insieme, noi due. Nessuno potrà mai separarci."

 

Bixby sedeva sul pavimento della sua camera, a gambe incrociate. Una strana luce azzurrognola lambiva i contorni delle cose, le tende, il letto, la casetta di Ariel. Erano le due lune di Valeris, e le stelle. Nient'altro rischiarava la stanza, a parte la sferica, soffusa luminescenza di Ariel.

Bixby mostrò il palmo della mano. Come a un richiamo, Ariel interruppe il suo volo e venne a posarglisi sopra, sedendosi con le mani appoggiate al bordo e le gambe penzoloni. Subito cominciò a dondolarle, guardandolo con un sorriso dolce e sbarazzino e gli occhi grandi. Lui ricambiò il sorriso, quasi commosso.

Era incredibile com'erano passati in fretta quegli ultimi giorni. Non aveva sentito nemmeno la mancanza del lavoro. Non pensava che sarebbe stato tanto facile ingannare il robot-medico. Erano bastate quelle due pastiglie di narcopan. Stress psicofisico e lieve disfunzione cardiaca, era stata la diagnosi. Così aveva ottenuto le sue due settimane di permesso. Poi avrebbe studiato qualcos'altro. C'era ancora tempo.

"Nessuno ci disturberà", disse. Ariel gli rispose con un breve tintinnio e un lieve fremito d'ali. Bixby le accarezzò la spalla nuda con un dito, delicatamente. Era stata la sera della festa all'ambasciata che aveva osato tentare quel primo approccio. Lei non se n'era risentita. Anzi, gli aveva sorriso e, proprio come adesso, gli si era stretta al dito, teneramente, come una bambina bisognosa d'affetto o una gattina che facesse le fusa.

Bixby si accarezzò il mento con la mano, e allora si accorse di non essersi fatto la barba. Se n'era dimenticato. Ultimamente si dimenticava di un sacco di cose. Il giorno prima si era scordato perfino di mangiare. L'unica cosa di cui non si scordava mai era lei. E quel piccolo intruso, e le proposte indecenti di Eleni Van Buren. Più ci pensava, più gli sembravano disgustose. Come si poteva concepire di sminuire un essere tanto bello e innocente facendolo accoppiare come un animale da riproduzione?

Bixby sollevò Ariel all'altezza del viso e se l'avvicinò alle labbra, baciandola lievemente sui capelli. Aspirò il suo profumo di bosco, poi se ne distaccò e le sollevò il mento. Lei aveva abbassato lo sguardo, e gli sembrò che fosse arrossita.

Lui sentì un fuoco dentro, e allo stesso tempo una fitta dolorosa al cuore. Avrebbe voluto stringerla forte, ma non poteva, perché l'avrebbe uccisa. Avrebbe voluto baciarla per davvero e amarla come solo un altro silfo avrebbe potuto fare. Come avrebbe potuto fare il bel bambolotto di Eleni Van Buren.

Non desiderava che si trasformasse in una donna, alta come lui, o forse di più, a voler mantenere le proporzioni. Non lo desiderava, perché sentiva che, se fosse stata appena un po' più grande, avrebbe perso molta della sua grazia, e le ali sarebbero state troppo fragili e sottili per consentirle il volo. E invece era proprio in quei momenti che gli sembrava più bella: quando si librava nell'aria, accompagnandosi con quei suoni arcani e indefinibili, che sembravano scaturire da tutto il suo corpo, dalla mente, dallo sguardo, dallo spazio che le stava attorno. Lei, piccola così, era perfetta.

Era lui che non andava, grosso, goffo e impacciato com'era. Era lui, erano gli uomini che erano imperfetti: pesanti, grossolani, sgraziati, ridicoli, oppressi dai propri pensieri e da preoccupazioni assurde. Esseri malformati e dai propositi osceni, imprigionati dalle convenzioni e dalle loro stesse ipocrisie, preoccupati solo di studiare i modi più diversi per dominare gli altri, per possedere e disporre a piacere perfino di una vita, arrivando a rinchiuderla in una gabbia dorata.

Bixby scosse la mano e Ariel, dopo il primo attimo di sorpresa, si alzò nuovamente in volo, con grazia. Bixby sorrise, debolmente, seguendola con lo sguardo, mentre gli occhi cominciavano a riempirglisi di lacrime.

Si alzò, faticosamente, aiutandosi con le mani. Le ginocchia, ormai fiacche, schioccarono. Andò alla finestra. Vide il suo viso riflesso nel vetro, e si spaventò. Era tirato, spettrale, aveva gli occhi infossati, come se non avesse dormito per diversi giorni. Ma aveva dormito? Per un attimo gli mancò il respiro. Spalanco la finestra. Lo zefiro della sera fece gonfiare le tende, e gli scompose i capelli, quei pochi che aveva. La fitta al cuore si ripeté, più intensa. Era peggiorata in quegli ultimi giorni. Strano, non riusciva a ricordare quando l'aveva sentita per la prima volta. Aveva come l'impressione di averne sofferto per tutta la vita. Ancora. Si portò la mano al petto, mentre il dolore si faceva più intenso. Si aggrappò alle tende, ma scivolò a terra, serrandosi sempre il petto con la mano. Disteso sul pavimento, con le spalle appoggiate contro la parete, restò a fissare per un attimo la sfera di luce che danzava sopra la sua testa. "'Campanellino", mormorò. "La mia piccola Campanellino." E restò così, gli occhi fissi, il sorriso rapito, una mano sul cuore e l'altra ancora aggrappata alla tenda. Sembrava felice, e forse lo era davvero.

Ariel volteggiò ancora per qualche minuto, cantando. Poi, ormai stanca, scese a posarsi sul petto di Bixby. Si sedette sul dorso della sua mano e lo guardò in viso. Gli occhi celesti erano immobili. Fissavano un qualche punto nell'aria o sul soffitto. Anche il resto della sua persona era immobile. Perplessa, Ariel si levò di nuovo in volo. Per qualche secondo lo sorvolò, studiandolo con curiosità. Fu allora che la brezza della sera la sollevò, piacevolmente, abbandonandola poi a se stessa come un'onda di mare. Ariel si voltò e vide la finestra aperta, e le tende volare libere all'aria. Per un attimo indugiò. Tornò a fissare la figura stesa sul pavimento, come indecisa. Poi non ebbe più dubbi. Infilò la finestra, gioiosamente, e volò via nella notte, sopra i tetti, sotto le stelle, ed era una sfera di luce, un fulgore, un tripudio. Non era mai stata così bella.

 

Moran la vide arrivare, al di sopra del brulichio di teste che affollavano anche a quell'ora il mercato. Sorrise. Non l'aspettava così presto.

Ariel si posò sulla sua spalla, tintinnando. Gli si strinse al collo con entrambe le braccia, con gli occhi chiusi e un sorriso beato.

"Basta ora", le ordinò Moran. Le porse il dito e lei, con un'espressione delusa, vi si appollaiò. Moran aprì la porta della gabbia, e adagiò Ariel sull'altalena. Era dorata, identica all'altra. Sempre così le prendeva: sembravano esaltare ancora di più la bellezza di lei.

Ariel prese a dondolarsi, con aria triste, mentre lui richiudeva la gabbia. "Piccola strega", sorrise, tirando una boccata dal sigaro. "Sei la mia miniera d'oro."

Quell'impiegatuccio era durato meno del previsto. A vederlo, gli avrebbe dato almeno due mesi. Tanto meglio, di polli da spennare se ne trovavano tanti. Stupidi terrestri, andoriani, nassiti e altri che non avevano la più pallida idea di dove fosse Armorea, e di cosa fosse veramente una silfide, e che si sentivano troppo evoluti per dare retta a chi ne sapeva qualcosa. Le chiamavano leggende, superstizioni, ma non esitavano un istante a farsi intrappolare dai loro stessi miti.

Moran aspirò un'altra boccata di fumo e incrociò i piedi sul banchetto, restando in bilico sulle gambe posteriori della sedia. Ariel si dondolava a testa bassa, in silenzio. Moran sogghignò, divertito. "Su, fammi un sorriso", la sollecitò. "Non mi vuoi più bene, forse'? Preferisci che me ne trovi un'altra?"

Ariel alzò la testa, con un'espressione spaventata, e tentò di accontentarlo. Spezzale il cuore, o ne avrai il cuore spezzato.

"Sì", approvò Moran. "Sei bellissima."

Questa volta Ariel sorrise davvero, e tintinnò. Bastava poco per farla contenta. La mia piccola spezzacuori. Adesso era pronta per un'altra corsa. Ah, ed erano fortunati. Moran si voltò. Aveva percepito l'esitazione dell'uomo, come se ce l'avesse di fronte. Non lo vedeva, era nascosto tra la folla. Ma sapeva che stava fissando Ariel.

"Ehi, amico", disse. "Vieni, avvicinati. Coraggio, non aver paura."

L'uomo avanzò, timidamente. Sembrava un andoriano. Anche lui aveva un'aria da impiegato. I suoi occhi erano fissi su Ariel, con un'espressione di meraviglia. Moran sorrise. "Dì, hai mai visto qualcosa di più bello?"

 

 

 

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