MOVENZE D'INCOGNITO AZZURRO, di Flavio Casella

 

 

A Hermann Hesse, il Mago

 

 

Genova è città in salita
e ancora non ricordo
chi lo disse
ma irta
ai passi stanchi
di crose e carrugi
accompagna il mio quieto vagare
notturno
svelami
aspersa d'aspra salsedine
trafitta da muri d'intonaco
grigio
al tenue fiorire dell'alba
movenze d'incognito azzurro

 

Se ci arrivi dal mare, ti aggredisce di fronte come un'aspra tenaglia, chele di gambero strette attorno al blu abbagliante del golfo ti abbracciano, quasi a volerti risucchiare, passivo, nel suo grembo accogliente.

Puoi percorrerla tutta per quanto è lunga, dai sobborghi grigi e irti di fabbriche di Sestri e Cornigliano, al frastuono indaffarato ed estraneo di via Gramsci e del porto, fino a perderti nelle mille curve sinuose e lente che ti accompagnano, tra Quarto e Nervi, ad un'uscita invisibile e inavvertita, dove solo i cartelli segnaletici avvertono della presenza di un immaginario confine, oltre il quale non è più Genova, ma Bogliasco Pieve Sori Recco, ma sempre le stesse case a sinistra e lo stesso mare a destra, e non ritroveresti più traccia della sua forma a mezzaluna né del suo incombere cupo e minaccioso sul mare, e potrebbe sembrarti – vista così dalla riva – addirittura una città piatta, se pure mai orizzontale, e potresti anche immaginarla, dimentico della lotta avida e feroce che hai visto svolgersi poco prima, quietamente posata accanto ad un mare amico.

Se la guardi dai monti, in discesa, dal Righi o dalle pendici di monte Moro, potrà sembrarti addormentata, sorniona, e forse, se fissi lo sguardo su un punto qualsiasi e sgombri la mente da tutti i pensieri, ti succederà di immaginare un movimento, un lento scivolare di tutta la città verso valle, in un'impercettibile ma inesorabile discesa nel grembo di quel mare che vedi laggiù, immobile e trasparente nella calura del pomeriggio, quasi a volersi finalmente concedere, dopo secoli d'indomita lotta.

Genova non è così come la vedi, e vedendola non puoi conoscerla; ti sembrerà di coglierla se la percorrerai a lungo, camminando in silenzio fino a farti dolere i piedi, per le stradine silenziose lastricate di mattoni rossi che si inerpicano, introvabili, per la collina di San Martino, a due passi dal traffico eterno e indifferente del centro, protette da due muri di pietra grigia dalla sommità cosparsa di aguzzi cocci di bottiglia; potrai sentirti battere il cuore di speranza, lasciandoti sommergere dagli odori grevi e dai colori notturni dei vicoli attorno al porto, sobbalzando ai movimenti furtivi nelle gole d'ombra dei portoni socchiusi, o sorridendo ai facili ammiccamenti di occhi bistrati e candide cosce spudoratamente invitanti; avrai l'impressione di finalmente capire, percorrendo via Garibaldi e soffermandoti a contemplare i suoi palazzi, dimore d'antica nobiltà ormai dimenticata; sosterai immobile, abbarbicato ad un lampione di corso Italia per resistere alla furia del vento, ad osservare il libeccio che scaglia in mezzo alla strada cavalloni lividi d'inaudita violenza, sommerso dall'odore pesante della salsedine che ti riempie i polmoni e ti appanna gli occhiali, e disegna nell'aria miriadi di arcobaleni dai colori sgargianti e dall'effimera durata di un secondo.

Ma resterai in ogni modo deluso, perché non potrà mai accaderti di cogliere l'anima della città, anche se sai, e ne sei convinto, che la città ha una sua anima, diversa dalla somma delle anime dei suoi abitanti e dei suoi monumenti e dei suoi ricordi e dei suoi fenomeni naturali.

Perché Genova, come tutte le città, è una città magica, e solo un Mago può penetrare i suoi misteri: se avrai fede nella magia della città, se davvero vorrai conoscerla, potrà accaderti, nel tuo lungo e inutile peregrinare, di imbatterti in un Mago, ed egli, se riuscirai a diventare suo amico, ti prenderà per mano e ti mostrerà l'anima della città.

Puoi trovare il Mago in qualunque posto e sotto qualunque forma: potrai riconoscerlo – s'egli, s'intende, vorrà farsi riconoscere – nelle vesti di un vigile urbano, o di un mendicante del sottopasso di piazza della Vittoria, o di un commesso della Standa, o ancora potrai imbatterti in lui nelle friggitorie di Sottoripa o negli uffici di un'agenzia di viaggi.

Nelle mie notti insonni, quando qualsiasi cosa e preferibile all'inutile tormento del letto, esco di casa e comincio a passeggiare senza una meta, certo di incontrarlo nel breve volgere di pochi passi.

Sempre mi sorride, ironico, lisciandosi i baffi biondi e porgendomi una sigaretta: è il suo modo di salutarmi in silenzio, con lo sguardo. Gliene sono grato, perché ogni volta provo un vago senso d'imbarazzo, come un bimbo sorpreso dalla madre a fare qualcosa di proibito, e tuttavia troppo voglioso ed eccitato per rinunciarvi.

– Non riuscivi a dormire? – chiede, incoraggiante.

Scuoto la testa senza parlare, mentre camminiamo fianco a fianco, fumando tranquillamente.

– Vuoi vedere Genova? – Ha un modo tutto suo di pronunciare questa frase, che ripete ogni volta che c'incontriamo. E' una domanda retorica, ovviamente, di cui conosce già la risposta. Ma penso che si tratti, invece, di una formula magica, un nesso misterioso che ci lega a quanto accadrà in seguito. Buttiamo la cicca quasi all'unisono, poi mi porge la mano, ed io la prendo, e insieme ci tuffiamo nel cuore della città.

Il tuo Mago lo potrai incontrare dopo un giorno, o un mese, di permanenza a Genova; ma potresti anche non incontrarlo mai. Io incontrai il mago dopo vent'anni, quando ormai credevo di conoscere tutto di questa mia amata ed odiata città. Lo incontrai poco dopo mezzanotte – la mezzanotte di una serata dominata dalla noia, mentre me ne stavo sdraiato, più che seduto, su un autobus della linea 13 fermo al capolinea, vuoto e paziente in attesa di essere condotto alla rimessa dopo un ultimo, quasi inutile viaggio. Avevo trascorso la sera facendomi scarrozzare dai mezzi pubblici – per la modica cifra di cento quaranta lire – da un capo all'altro della città, così, tanto per provare l'insipida ebbrezza di sfruttare a fondo il nuovo servizio offerto ai cittadini: "bigliettazione oraria", proclamavano pomposamente i manifesti dell'AMT affissi a tutti gli angoli; un'ora e mezza di viaggio, senza limiti di percorso, con un biglietto da settanta lire.

Avevo passeggiato per i parchi di Nervi sbirciando con voyeuristica indifferenza le silenziose effusioni delle coppiette rannicchiate sulle panchine; avevo bevuto un black russian – assolutamente inadatto all'ora ed alla circostanza – da Lino in piazza Alimonda; avevo scherzato con le passeggiatrici di via Gramsci, ed ero stato sul punto di cedere alle grazie di una bruna tascabile dallo spiccato accento francese e dai grandi occhi verdi da gatta che attendeva i clienti appoggiata allo stipite della porta dell'Hollywood Bar; avevo comprato due pacchetti di Marlboro da un marocchino segaligno che insisteva per vendermi preservativi e materiale pornografico; e mi ero infine ritrovato, coi piedi dolenti e i polmoni intasati di fumo, stufo di tutto – ma soprattutto di Genova e di me stesso – al capolinea del 13.

Il tranviere – "conducente", secondo i cartelli appesi alla cabina di guida che ammonivano severamente a non rivolgergli la parola – ciondolava sul sedile, tenendosi la testa con una mano, le dita affondate tra i riccioli biondi scomposti; rivolse verso di me uno sguardo assonnato e stanco, sbadigliando e passandosi le mani sulla barba del giorno prima, che gli cresceva qua e là sul viso, in rade chiazze cespugliose.

– Ce l'avresti una sigaretta? – chiese.

Gli tirai il pacchetto di Marlboro di contrabbando, già stazzonato e mezzo vuoto: – Tienilo; – gli dissi – ne ho un altro.

Mi ringraziò con un sorriso, mentre accendeva la sigaretta e tirava una boccata avida; ci guardammo a lungo, in silenzio, attraverso il fumo azzurrognolo. – Serata menosa, eh? – ridacchiò. Gli risposi con un grugnito.– Vuoi vedere Genova? – chiese all'improvviso, a voce bassa.

Risi amaramente: – E' tutta la sera che non faccio altro. – risposi – Ne ho proprio le palle piene. E' una vita che vedo questa città maledetta.

Sorrise ancora, senza scomporsi: – Tu non l'hai mai vista. – disse – Se vuoi te la mostro io.

Era un dialogo da pazzi, ma nulla può apparire pazzesco su un autobus vuoto dopo mezzanotte, quando hai addosso una serata inutile spesa a rincorrere il nulla per le strade di Genova.

– Meriti di vederla. – proseguì – Tutti quelli che amano la città meritano di vederla.

– Chi ti ha detto che amo la città? – chiesi – Che ne sai? Anzi, io credo proprio di non poterne più, di Genova.

– Oh, io lo so. – rispose, chinandosi verso il pulsante d'avviamento. Il rombo del motore invase l'autobus, e la sua voce si perse per un momento, per affacciarsi ancora, lieve e sinuosa, attraverso il pulsare sordo del diesel. – Io so tutto, della città. Io sono un Mago.

Poi la folle corsa verso l'altro capolinea, senza fermate intermedie, senza nessun altro passeggero che salga o scenda, e poi il buio fumoso della rimessa, e le strade dall'asfalto lucido e silenzioso sotto la luce fioca dei lampioni, e camminiamo fianco a fianco, fumando ancora un'altra sigaretta, e poi il Mago mi prende per mano, e cominciamo a girare per Genova, e la vediamo dal mare e dai monti e dalle strade e dall'alto e dal di sotto, tra i grigi meandri delle fognature e i condotti dell'acqua e i cavi della corrente elettrica; e vediamo i giocatori di dadi in piazza Sarzano e il tramonto sulla spianata di Castelletto, e i drogati di San Siro che si bucano davanti a un portone con centinaia di siringhe infisse nel legno, e sentiamo i respiri rauchi nel buio delle alcove di vico Carlone, e il mormorio della risacca alla Foce, e lo stridere dei gabbiani e il belato delle pecore sul greto del Bisagno; vediamo l'alba da monte Moro, e le mamme con le carrozzine all'Acquasola, e i ragazzi che pattinano in corso Italia, e i venditori di caldarroste sotto i portici di San Vincenzo; guardiamo Genova dal mare, e la città apre le sue braccia smisurate e ci chiama, e la guardiamo dal sagrato di Nostra Signora del Monte, e la vediamo stirarsi e fare le fusa quando allunghiamo una mano a farle il solletico sulla cupola verderame della chiesa di corso Sardegna.

Sul pian di Sant'Andrea ci sediamo sul muretto della casa di Cristoforo Colombo. – Lo sai che Colombo – dice il Mago – oltre che drogato e imbroglione, era anche invertito?

– Ma va! – quasi mi risento – E chi te l'ha detto?

– Io lo so.– ride lui – Io sono un Mago.

– Figurati! Tutte musse che raccontano gli americani. Colombo era un grand'uomo, altro che.

– Grand'uomo, certo, non discuto. Però buliccio.

– E dai...

– Te lo giuro! Se la faceva con certi negracci...

Il Mago guarda la mia faccia, tra il divertito e l'irritato, e sbotta a ridere: – Vedi?– dice – Basta toccarti Colombo che subito t'incazzi. E poi dici di non amare Genova? Vieni, dai, ci siamo riposati abbastanza. E guardiamo Genova dall'alto, e ne scopriamo geometrie insospettabili, e da altezze vertiginose riusciamo a crederla – adesso sì, finalmente – quasi orizzontale, appena corrugata in lievi rialzi, le aspre pendici dei monti spianate dalla distanza, e nel caos del centro si rivelano impensabili armonie, e guardiamo il netto e sinuoso svolgersi di via Balbi piazza Nunziata via Cairoli via Garibaldi via 25 Aprile legate da un filo invisibile, e le ferite diritte come coltellate di via Assarotti e via Caffaro, e la linea curva e precisa dei portici di Sottoripa, interrotta come da un grumo estraneo e possente da Palazzo San Giorgio; vediamo gli studenti sulla gradinata di piazza della Vittoria, e le sentinelle della caserma di Sturla, e gli operai dell'Italsider di Cornigliano attorno agli altiforni, e gli impiegati di banca negli uffici di vetro e acciaio di Piccapietra; vediamo i pesci e i granchi tra gli scogli di Quarto, e i passeri tra i rami degli alberi di piazza Verdi, e scarafaggi nelle cantine di San Fruttuoso, e un goal della Sampdoria al campo di Marassi, e un marinaio jugoslavo accoltellato per una birra in via del Campo, e i ragazzi che si baciano a villetta Dinegro, e un libro di poesie aperto su un tavolo della biblioteca Berio, e un cadavere sezionato sul tavolo di anatomia di San Martino.

– Guarda! – mi dice il Mago – Ascolta! Questa è la tua città.

E percorriamo Genova dal basso verso l'alto, per i carrugi del porto dove domina il grigio, su per le crose di mattoni rossi, col cuore in gola fino al Righi, tra il verde dei pini il blu del mare l'azzurro del cielo, e percorriamo Genova dall'alto verso il basso, a perdifiato per le infinite curve di via Cabella e corso Carbonara, fino a tuffarci ancora nel grigio eterno e opprimente cuore della città, ma ancora, prima che tutto sia finito, riusciamo a scorgere lassù in alto, tra le case vicine che ti si curvano addosso in una prospettiva impossibile, tra il lento e pigro sventolare dei panni stesi, movenze d'incognito azzurro.

 

E Genova è città in discesa
pigra coricata sul lungo
mare azzurro
fremito di volo lieve
maldestro l'occhio
t'interrogo
svelami
fremente d'umido scirocco
sospesa sul cielo d'incognito
azzurro
l'antico tuo cuore grigio

 

 

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