DORA E L'ARCANGELO, di Gloria Barberi

 

 

All'età di cinque anni, Dora si era innamorata dell'Arcangelo caduto. Adesso, di anni ne aveva ben otto, e il suo amore per Lucifero diventava sempre più grande.

S'incontravano quasi ogni giorno quando lei usciva, mano nella mano al nonno, per andare a scuola. Avevano appuntamento in cima alla salita – una salita ardua come la via alla virtù – dove la strada s'allargava in una piazzetta lastricata. Lì, la facciata dilavata del convento dei Francescani si univa a quella altrettanto scolorita dell'oratorio di San Michele. E su quella facciata, proprio al di sopra della porticina di legno biondo e vetri smerigliati color caramella d'orzo, stava Lucifero. Incurante delle intemperie, nelle pallide mattine autunnali come in quelle celesti di primavera. D'inverno, la pioggia lacrimava sul volto del Peccatore dalla grondaia. D'estate, quel volto pareva annullarsi nello sfolgorio del calore che alitava su dall'asfalto, denso come il fumo dell'incenso che, appena aldilà della porticina chiusa, colmava la penombra afosa tra le sedie impagliate e i marmi.

All'inizio del secolo – un tempo incalcolabile sulla minuscola clessidra della vita di Dora – Lucifero era stato dipinto sul muro esterno dell'oratorio in abili tratti di colore nero-inferno. L'Arcangelo Michele che incombeva su di lui, ovviamente, risplendeva tutto di celeste-paradiso e rosso-giustizia, con tocchi d'oro divino sulle ali e nell'aureola. Radioso e inflessibile, brandiva una fiamma in forma di spada e premeva il niveo tallone sul capo del Ribelle. Lucifero si rattrappiva sotto quella minaccia, le ali membranose di pipistrello accartocciate, le mani protese ad artiglio come a volersi aggrappare al bordo inferiore dell'affresco, nell'estremo tentativo di sfuggire ai fumi brunastri dell'inferno che ribollivano sotto di lui. Una nera, triste figura, monito angoscioso ai peccatori di passaggio. Eppure era bello, adesso che il tempo e il clima avevano scolorito la smorfia minacciosa in un sorriso di fierezza. Abbattuto, scacciato, ma non sconfitto. Per tanta fierezza, Dora lo amava. Ecco qualcuno che non piangeva quando veniva maltrattato e scacciato soltanto per aver cercato di assomigliare a chi era più grande di lui. Ecco qualcuno che accettava la punizione senza sentirsi in colpa, incrollabilmente fiero di se stesso e delle proprie idee e scelte. Tutto il contrario di lei, la bambina pavida che tremava ad ogni sguardo d'adulto; la bambina insicura, così facile da umiliare con una parola stizzita o un gesto impaziente ogni qual volta cercava di esprimere i desideri più istintivi, i sogni più grandi. . "Obbedisci!". C'era sempre un dito alzato, fiammeggiante, nell'immaginazione di Dora, come la spada di Michele. Avrebbe dato tutti i suoi futuri anni di vita per poter essere come Lucifero. Almeno una volta. Almeno per un attimo.

 

Si svegliò.

La stanza odorava di mezzanotte. Odor di mezzanotte. Lo zucchero che cristallizzava in un residuo di camomilla al fondo del bicchiere posato sul tavolino da notte; un'ultima traccia della minestrina col brodo di dado cucinata ore prima; candeggina e pipì dal vasino di plastica rosa sul pavimento ai piedi del letto. Anche la luce era quella della mezzanotte. Scomparso il riflesso rossastro dell'insegna del Bar Orchidea, rari i fanali delle auto; soltanto la fluorescenza fredda delle lampade stradali. La madonnina fosforescente guatava spettrale dallo scaffale dei giocattoli, in un'aureola violacea che illividiva il visetto della Barbie accanto a lei. Il mondo intero sembrava fatto di pietra. Un mausoleo consacrato agli incubi.

Dora sentiva la gamba destra addormentata. Mosse l'alluce – di più non osava – e un formicolio pungente le invase tutte le dita e la pianta del piede, risalendo su per il polpaccio. Erano morsi di formica. Rabbrividì pensando alle formiche che correvano, nere e fameliche, tra le lenzuola. Una volta Carlo le aveva raccontato che potevano divorare un uomo in tre minuti. Non avrebbe resistito a lungo senza muovere la gamba. E poi doveva per forza scendere, aveva voglia di far pipì.

Scendere. Sì che ci voleva del coraggio, a mezzanotte!

Si era infilata a letto piena di terrore, sicura che avrebbe fatto brutti sogni – il nonno gliel'aveva assicurato – perché era stata cattiva. "La solita capricciosa!". Aveva pianto e strillato - perché voleva restare alzata a guardare il film western. Carlo, suo fratello, poteva. Perché lei no? "Lui è più grande, e poi e un maschio. Non sono cose da bambina, queste!". E suo fratello ridacchiava, la bocca sporca di Nutella.

Già, lui poteva. Tutte le cose divertenti – correre, saltare, dire parolacce – gli erano permesse, per quei due punti di vantaggio: più grande, e maschio. E come venivano sottolineate, quelle due magiche particolarità, lasciapassare per l'onnipotenza, ogni qual volta lei pretendeva gli stessi diritti di suo fratello. "Tu non puoi! Tu sei una bambina!". Soltanto una bambina.

Soltanto una bambina terrorizzata dalla notte. Eppure...

Non aveva fatto brutti sogni, no? La minacciosa certezza del nonno non aveva trovato conferma. Dora non riusciva a ricordare esattamente cosa avesse sognato, ma di certo non era qualcosa di spaventoso, altrimenti si sarebbe svegliata urlando, e la mamma l'avrebbe sgridata.

La mamma...

Si girò nel lettino, adagio adagio, cercando di non fare il minimo rumore; e guardò sua madre, a un metro da lei, così piccola e tutta sola nel grande letto che Dora non le aveva mai visto dividere con nessuno. Il lenzuolo, candido, la copriva interamente, salendo fin quasi a metà del viso, e di lei restavano visibili solo i capelli d'un biondo spento, la fronte cerea e le palpebre illividite dalla stanchezza di una giornata di lavoro fuori e dentro casa. Avrebbe potuto benissimo esser morta, pensava Dora, e il suo aspetto non sarebbe mutato. Le forme, sotto al lenzuolo, erano così vaghe e immobili che la donna addormentata ricordava la figura di marmo di una antica lapide sul pavimento di una chiesa, un ritratto funerario consunto da secoli di passi.

L'immagine le riportò qualcosa del sogno. Chiesa. Il sogno - aveva a che fare con una chiesa. Si, l'oratorio di San Michele. 'affresco. Lucifero!

Aveva sognato di lui, anche se non ricordava i dettagli, e il sogno le aveva lasciato dentro delle sensazioni particolari, come un languore alla bocca dello stomaco e un brivido lievissimo ma continuo che le smuoveva i capelli sulla nuca, quasi che qualcuno alitasse su di lei attraverso l'imbottitura del cuscino. Le stesse inesplicabili sensazioni che a volte la coglievano la sera, una malinconia di braccia in cui rifugiarsi, di tepore, sofficità di carne su cui appoggiare la guancia e lasciar scivolare le lacrime che le pizzicavano le palpebre. Ma c'erano sempre piatti da lavare, qualche notizia estremamente importante al telegiornale, i compiti da finire, e le lacrime restavano a gonfiare tra le ciglia, brucianti. Era così difficile trattenerle, doloroso, ma in questo era diventata brava.

Le formiche erano arrivate alla coscia e s'arrampicavano verso il gluteo. Dora azzardò un piccolo movimento con la gamba, trattenendo il fiato per sentire se il lenzuolo frusciava. Ma il cotone, ammorbidito da Coccolino e decine di lavaggi in lavatrice non avrebbe prodotto rumore neppure se stropicciato con forza tra le mani.

Bene. Poteva alzarsi. E doveva comunque. Guai se l'avesse fatta a letto. Sgridate da parte della mamma e del nonno e canzonature da parte di suo fratello per un mese almeno. Carlo era parecchio tenace quando si trattava di rammentarle pecche e figuracce, soprattutto in presenza di quei ragazzotti dalla risata maligna che chiamava "amici".

Scostò lenzuolo e plaid e si mise a sedere, senza perder d'occhio la madre. Immobile. Non si poteva nemmeno capire se respirasse. Bene. Cercò di immaginare cosa avrebbe provato sapendo che era morta, lì in quel letto accanto al suo. Smarrimento, certamente; paura. Ma riusciva soltanto a pensare a quelle sensazioni, non a provarle. L'impressione del sogno era più forte, occupava ogni spazio dentro di lei. E poi la mamma non era mica morta davvero, no?

Zampettò in punta di piedi fino al vasino, tirò giù i calzoni del pigiama e si accoccolò. Peccato che non ci fosse modo di non farla scrosciare così forte.

Niagara! Era così che la chiamava suo fratello. "Pisciona come tutte le bambine".

Se fosse la pioggia... Il diluvio universale... E annegassero tutti. Annegati nella mia pipì! Un pensiero esaltante. E subito seppe che doveva pentirsene. Le sarebbe toccato confessarsi, quella domenica. Le ginocchia magre torturate dal legno del confessionale, ascoltare il rimprovero che alitava sul suo viso attraverso i forellini della grata; non lo vedeva, ma sicuramente c'era qualche dito puntato. Sarebbe stato umiliante, ma ora non poteva togliersi l'immagine dalla mente. Annegati nella mia pipì... Che sensazione di trionfo!

E intanto guardava la porta spalancata. L'oscurità del corridoio la guardava; ma – insolito! – non le faceva affatto paura. Anzi.

Tic, tic, tic. Qualcosa le solleticò la nuca. Di nuovo quel piccolo brivido. Si grattò, ma il formicolio non era sulla pelle, era dentro. Sembrava... Qualcuno la stava chiamando.

Si rimise in piedi, tirandosi su i calzoncini. Era perplessa. Chi poteva chiamarla? Eppure ne era certa. Si trattava di una voce: senza parole, silenziosa. Guardò di nuovo verso la porta. Ha voce, l'oscurita?

Comunque fosse, si trattava di un richiamo.

Si voltò a dare un'occhiata alla mamma. Immobile. Forse non se ne sarebbe accorta se lei fosse uscita dalla stanza per un attimo, un attimo solo, il tempo di capire chi era che la stava chiamando.

In punta di piedi. Passo passo verso la porta. Poi, quasi di corsa.

Il corridoio: una galleria tappezzata d'ombre e fugaci scintillii sul vetro dei quadri. L'attaccapanni a stelo, di sentinella accanto alla porta d'ingresso, nero, minaccioso e fieramente eretto pur sotto il peso di giacche e cappotti. Le incuteva un po' di timore. Ma era soltanto un attaccapanni, no?

Il pavimento freddo sotto le piante dei piedi.

Si guardo attorno. A destra, la porta della camera da letto del nonno. A sinistra, quella di Carlo. Carlo aveva diritto a una stanza tutta per sé perché era nato prima. E poi era un maschio.

Le porte erano accostate. Due strisce larghe un palmo di luce verdastra – l'illuminazione esterna che filtrava dalle persiane nelle stanze – s'allungavano sul pavimento del corridoio, intersecandosi. Sembrava che un fuoco alieno ardesse aldilà di quelle porte. Forse lì dentro, sotto il travestimento umano, complottavano marziani. La prospettiva dell'invasione non la sgomentò più di quanto, poco prima, avesse fatto l'idea della morte. Però era curiosa. Si avvicinò alla stanza del nonno, spinse delicatamente la porta. Nessun cigolio.

Odor di tabacco da pipa. Il quadro con il Bambin Gesù di Praga. Il promontorio gibboso del letto che si proiettava dalla parete di sinistra al centro della stanza. Un tempo, in quel letto aveva dormito anche una nonna che però Dora non ricordava se non sotto forma di una fotografia in una cornice d'argento. La cercò con gli occhi. Riluceva sul tavolino da notte accanto alla pipa e alla bottiglia di vetro verde dell'acqua minerale digestiva.

Tutto regolare. Lo specchio sull'anta del guardaroba non era una via d'accesso a un'altra dimensione. Niente alieni.

Controllò anche la stanza del fratello. Odor di scarpe da tennis, colla, inchiostro di pennarello, snack al formaggio. I poster sulle pareti, un disordine di abiti sulla sedia, il radioregistratore in bilico su una piccola pila di libri. Un braccio penzolava dal letto: pigiama azzurro, ovviamente, come si addice a un maschio.

Anche qui, niente d'insolito. Curiosamente, si sentiva un po' delusa.

Tornò in corridoio. Le sembrava che il sonno fosse un muro di nebbia attorno a lei. Si innalzava dai letti, spirava attraverso le porte aperte, e andava solidificandosi. Presto sarebbe diventato pietra. Doveva fuggire prima di restarvi intrappolata.

Fuggire, che idea folle! Lo sapeva bene cosa succede ai bambini che scappano da casa. Il nonno e la mamma glielo ripetevano spesso, le mostravano sul giornale e alla TV le fotografie sorridenti dei bambini scomparsi e le lacrime dei genitori, le raccontavano dei piccoli corpi straziati ritrovati in canali o cantine d'edifici abbandonati. "Vedi, a essere disobbedienti? Non bisogna mai allontanarsi da casa o dar confidenza a chi non si conosce!"

E il richiamo continuava a solleticarle la nuca: tic, tic, tic...

Be', non poteva succederle niente di male se avesse aperto la porta d'ingresso – appena appena, un filino! – e sbirciato – un attimino ino ino soltanto! – sul pianerottolo. Sapeva che la serratura non faceva rumore, o quasi. Ma se l'avessero sorpresa mentre tentava d'aprirla? Che scusa poteva inventare? Che aveva sentito un rumore ed era scesa a controllare che non fossero i ladri? Carlo le avrebbe dato della fifona.

Tic, tic, tic...

Solo una sbirciatina...

Il pianerottolo. Il rettangolo di luce disegnato dalla finestra. La porta dei vicini: luccichii di ottone e l'occhio spento dello spioncino. E nient'altro. Per esserne proprio sicura aprì la porta di un altro filino. No, nessuno. L'aprì di un palmo. Proprio nessuno.

Tic, tic, tic...

Forse il richiamo proveniva dal fondo della rampa di scale. Ma uscire sul pianerottolo era fuori discussione; no, proprio non esisteva. Però...

Giusto quattro passi. Non ce n'erano di più, dalla porta al primo scalino della rampa. Bastava trovare il coraggio per muovere il primo.

Uno... Il cuore in gola... Due... Cos'era quel rumore dietro di lei?... Tre... Niente, niente. Meglio non voltarsi... Quattro... Uno strapiombo di marmo bianco. Ma, in fondo ad esso, nessuno.

Tic, tic, tic...

Allora doveva provenire per forza dal portone. Ma lei non poteva... Non poteva! Si guardò attorno freneticamente, grattandosi la nuca. Tic, tic, tic! Oh, era così forte, così imperioso! Ma lei non poteva! Le lacrime già salivano a soffocarla, le pungevano gli occhi. Rientrare in casa, nascondersi sotto le coperte, mordere il lenzuolo e singhiozzare il più silenziosamente possibile. Questa è l'unica cosa concessa a una bambina.

Tic, tic, tic...

No!

L'urlo le esplose dentro con la forza di quell'ira silenziosa che a volte l'afferrava oscurando il mondo intero attorno a lei, quell'ira che la portava a prendere a calci le bambole e i mobili, e per la quale riceveva rimproveri e sculacciate e il sarcasmo di Carlo. "Matta, matta! Chiamate l'ambulanza! Eeeeeeeeh!", e quell'imitazione di sirena le lacerava il cervello.

Dora si guardò attorno. Ma non poteva prendere l'ascensore, non arrivava bene al pulsante. E poi aveva paura, da sola. Ma le scale... Quello strapiombo marmoreo chiazzato d'oscurità, come una cascata pietrificata da un sortilegio... Con la punta di un dito sfiorò la ringhiera del corrimano. Ferro e plastica liscia come il ghiaccio. Sì, poteva far le scale in fretta come aveva sempre desiderato, e come sempre le era stato impedito. Così i mostri non avrebbero avuto il tempo di schizzar fuori dai muri e divorarla. Bastava lasciarsi scivolare a cavallo dei corrimano. Silenziosa come una goccia di pioggia su un vetro.

Arrivò nel portone mentre un campanile scandiva il quarto dopo la mezzanotte. Già quindici minuti in un altro giorno. Ma l'alba restava comunque lontanissima. Le notti sono lunghe, in autunno.

Il portone era una caverna risonante. Raccoglieva i rumori più lontani e li amplificava sotto la sua volta imbiancata, tra le grandi appliques di plastica lattea. Dora si morse la punta della lingua. Non doveva aver paura. Erano rumori, rumori e nient'altro, non potevano farle nulla. Tantopiù che li non c'era proprio nessuno.

Tic, tic, tic..

Aldilà dei vetri del portone, si spalancava la notte. Un mare calmo in cui si riflettevano stelle al neon. Gli squali d'acciaio erano lontani, inoffensivi, smarriti negli abissi del sonno lungo i marciapiedi deserti e nei garage.

Tic, tic, tic...

Una nuotatina in quel mare, soltanto una nuotatina, non poteva essere pericolosa. Non c'erano bandierine rosse ne indici minacciosamente alzati.

Tic, tic, tic...

Si era aspettata che il portone fosse pesante da aprire - sapeva che lo era – invece si lasciò spalancare senza sforzo, come se una mano invisibile l'avesse spinto dall'esterno.

Tic, Tic, tic...

Era inverno. Natale non era lontano. Avrebbe avuto freddo? Si strinse nelle spalle, e uscì.

"Ninna ninna nanna, la mucca è nella stalla..." Le parole della cantilena le saltellavano nella mente, seguendo il ritmo che il richiamo scandiva sulla sua nuca. "La mucca.... tic... ha il suo vitello, la pecora... tic... l'agnello..." Il marciapiede era gelato, ma non le dava fastidio. Non c'erano più formiche nei suoi piedi. Le caviglie avevano ali. "Il bambino ha la sua mamma..."

La salita le si rovesciava incontro come un torrente d'argento. Nuotò controcorrente, ma senza fatica. In fin dei conti, non era la via al Paradiso.

Per associazione di idee, alzò per un attimo lo sguardo al cielo. Fanali e stelle. Il volo di un pipistrello. Le luci di posizione di un aereo.

L'orologio del campanile scandì la mezz'ora. Trenta minuti nel nuovo giorno!

Dora affrettò il passo.

"Stella stellina... tic tic tic... l'alba s'avvicina..."

 

Alla luce delle lampade stradali, la facciata dell'oratorio appariva ancor più sbiadita che di giorno: un immenso lenzuolo di bucato, candeggiato dal detersivo fantasmatico.

Dora alzò gli occhi sull'affresco. Risplendeva. Forse era soltanto la rugiada notturna sul vecchio muro. O no? Forse, qualcuna delle stelle che palpitavano lassù nel cielo era andata in frantumi, ricadendo sulla terra in un pulviscolo cristallino che la terribile immagine di dannazione aveva attratto come una calamita. Gli occhi di Lucifero erano ghiaccio e fiamme.

Bello! Più bello che mai. E quel ghiaccio e quel fuoco, all'improvviso, Dora li sentì nei propri occhi. Così simili a lacrime! Ora si sentiva smarrita, e aveva quasi paura. Il richiamo era cessato. La nuca non le prudeva più. Era sola. Istintivamente, tese le braccia in un'invocazione d'aiuto. E Lucifero rispose.

Il muro prese a vibrare, un tremore in crescendo, come se mille convogli fantasma scorressero nelle viscere di una metropolitana gigantesca, scuotendo la chiesetta dalle fondamenta. Il supporto del più vasto e solido edificio del convento al quale s'appoggiava, adesso era del tutto inutile. E la superficie dipinta tremolava, rabbrividiva come acqua sfiorata dal vento. L'immagine dell'Arcangelo caduto parve dilatarsi, .vibrò con maggior violenza, come sul punto di sgretolarsi, poi si staccò dal muro.

Galleggiò nell'aria. Lieve come un cirro, ma concreta come una tempesta.

Eccomi. E ora stava davanti a lei. Nuda carne color del rame drappeggiata in nero velluto d'ali.

Dora aveva lasciato ricadere le braccia lungo i fianchi, ma non indietreggiò. Doveva aver paura? Probabilmente sì. Ma non ne aveva. Lo guardo da sotto in su. Bello.

Con la grazia morbida di un filo d'erba nel vento, Lucifero si piegò su di lei.

Dora non aveva mai visto un volto umano tanto distintamente. No, non certo i volti degli adulti, perpetuamente rannuvolati di disapprovazione o fastidio, ne quelli radiosi di stolidezza dei piccoli inquisitori che la torturavano a scuola e ai giardini, ridendo delle sue paure e la sua timidezza. No di certo, e neppure i volti che erompevano in sorrisi immacolati dallo schermo della TV, le fisionomie tutte occhi e bocca dei personaggi dei cartoni, . e quelle altrettanto artificiali dei presentatori dei programmi per bambini. Ma il viso di Lucifero le appariva chiaro in ogni particolare, dal più piccolo poro alla spolveratura dorata sulla punta delle ciglia.

Sì, qui stava la grande meraviglia, l'inaspettato. Non c'era nulla di fosco nell'aspetto dell'Arcangelo caduto. I capelli erano neri, certo, ma lustri come il dorso di uno scarabeo sacro, bagliori d'oro e lapislazzuli. E gli occhi risplendevano argentei e limpidi, simili a due gocce d'acqua sul fondo di un recipiente d'acciaio. La bocca, poi, sorrideva: un sorriso completamente diverso da quelli che la bambina aveva visto in otto anni di vita. Non dissimulava noia o fastidio; non era troppo ampio, così da sopperire con una maggiore esposizione di perfette otturazioni alla mancanza di sincerità, e non nascondeva dietro menta e fluoro l'acido dello scherno. Questo era un sorriso perfetto. Appena accennato, che rivelava invece di mascherare; affettuoso, comprensivo; ed era tutto per lei. Un autentico sorriso, per la prima volta.

Ma non osava ricambiarlo.

Lucifero tese le mani verso di lei. Le unghie risplendevano, erano falci di luna, adunche schegge di diamante.

Senza riflettere, Dora rispose al gesto e posò le sue piccole mani in quelle dell'Arcangelo caduto, palmo contro palmo.

Il tepore della carne! E il sorriso sul volto di Lucifero si era fatto più ampio. Poi: – Ti aspettavo. – La voce l'avvolse come quell'onda lunga che a volte ti sorprende sulla battigia, ma non la spaventò. Sapeva nuotare, no? Aveva nuotato fin lì.

Mi aspettavi? – chiese, ed ebbe l'impressione di averlo soltanto pensato. Da tanto tempo. Neppure le labbra di Lucifero si erano mosse e la voce adesso aveva il timbro dell'acqua in una bottiglia di - vetro, la stessa nota limpida e un po' pigra. Da tanto tempo.

Davvero?

Lucifero si voltò a guardare lo spazio vuoto nell'affresco. Il ritaglio di muro che l'aveva ospitato, al di sotto del calcagno vendicatore di Michele, appariva pulito, candido come appena imbiancato.

E lui? chiese Dora.

Dorme. Anzi, non è mai stato vivo. Come può esser vivo chi obbedisce ciecamente senza mai seguire l 'istinto, senza mai decidere secondo i propri desideri? Ma questa ci servirà.

Lucifero tese il braccio sinistro, ed esso, per un istante, sembrò allungarsi a dismisura, protendendosi come un tentacolo verso l'affresco. Le dita dalle unghie lucenti si chiusero attorno alla lama fiammeggiante della spada divina, poco più su dell'elsa incastonata di gemme, e la strapparono dalla stretta di Michele.

Ecco. Adesso risplendeva nelle sue mani. Prendila.

Perché?

Lo sai.

Lo sapeva? Davvero?

Lucifero la prese delicatamente sotto le ascelle.

Davvero.

La sollevò.

Oh, davvero!

Un fruscio come di vento tra gli alberi, ed erano già al di sopra della piazza, del tetto della chiesa e, sfiorando il campanile, salivano incontro alle nuvole.

Andiamo lontano?

No. Prima devi fare qualcosa.

 

Calarono sulla città come una raffica di pioggia, sulle case avvolte nel bozzolo del sonno. Le finestre chiuse s'aprivano senza rumore al respiro di Lucifero.

Scivolarono nelle stanze, più leggeri degli aliti odorosi di dentifricio che sibilavano tra i denti dei dormienti.

Eccoli, bisbigliò Lucifero, un battito d'ali nella mente di Dora.

Eccoli. I piccoli inquisitori delle ricreazioni scolastiche e del parco giochi. Eccoli, gli adulti indifferenti, insegnanti e bidelli e commessi di negozio. E adesso non torreggiavano più su di lei con indici puntati come bacchette di rabdomante e acuminati sorrisi di scherno. Ignari, ammansiti dal sonno, si offrivano inermi. A lei. E alla spada.

Come la folgore! Cantò la brezza notturna tra le ali di Lucifero, seta nera che scivola su ancor più cupo velluto. Come la folgore di Dio.

E Dora rise di una lunga risata segreta e silenziosa come il volo dei pipistrelli, e alzò le braccia, le sue fragili braccia di bambina che non avevano mai saputo opporre scudi alle malignità e agli ingiusti rimproveri. E la spada, tra le sue mani, non pesava più di un raggio di luna, ma tagliava, tagliava come il più affilato acciaio.

 

Visitarono molte case immerse nel sonno notturno, lasciandole, nell'andarsene, ancor più silenziose, mentre i quarti d'ora gocciavano dall'orologio del campanile sulla città, e la notte si addentrava nell'alba.

Ad est, la brezza agitava un fazzoletto di luce color perla quando giunsero alla casa di Dora. La bambina sapeva che l'aurora sarebbe stata rossa.

L'appartamento era ancora come lo aveva lasciato. Il corridoio macchiato di riflessi, l'attaccapanni-sentinella intabarrato d'ombre, inutile spauracchio. Le porte delle camere da letto. Aperte.

Dora si voltò per un attimo a guardare il suo Arcangelo. Fatto d'oscurità e vento. Nessuno all'infuori di lei poteva vederlo. E così la spada, anche se era folgore e risplendeva.

Per prima visitò la stanza del nonno. L'odor di tabacco da pipa, il luccichio della cornice d'argento sul tavolino da notte. Il nonno russava, sembrava un grosso gatto raffreddato che cerchi di fare le fusa. Quel rumore disturbava la quiete della notte.

Quando Dora tornò in corridoio, la notte era di nuovo quieta.

Poi passò da suo fratello. L'odore stantio di scarpe da tennis e snack al formaggio, di colla e pennarello. I poster. Il radioregistratore. Il braccio vestito della manica azzurra adesso era nascosto sotto alle coperte.

Penzolava di nuovo fuori dal letto, quando lei lasciò la stanza; ma la manica non era più azzurra.

Infine, la bambina entrò nella stanza di sua madre.

Devo svegliarla? Dovrei.

Almeno vedere la bianca figura di antica lapide animarsi, assumere contorni più definiti, umani.

- Mamma... – Tirò leggermente il bordo del lenzuolo per scoprire le labbra. Serrate, come sempre, in una linea corrucciata. – Mamma.

Le palpebre livide sbatterono, il capo accennò brevi movimenti torpidi, gli angoli della bocca disegnarono rapide contrazioni nervose.

– Mamma!

Gli occhi si spalancarono, dilatati in un atteggiamento d'allarme, le pupille velate da una cataratta di sonnifero. – Eh? Cosa succede? Chi è?

- Io, mamma.

Faticosamente, le pupille la misero a fuoco. – Che c'è? Sta male qualcuno? – La donna annaspò cercando di mettersi a sedere. Sembrava proprio una consunta figura di marmo che cerchi di strapparsi al coperchio del sepolcro. – Il nonno?

Dora scosse la testa.

– Carlo! Gliel'avevo detto di non bere tutta quell'aranciata!

Di nuovo, Dora scosse la testa. – Carlo e il nonno stanno benissimo... adesso.

La donna emise un lamento, la testa le ricadde sul cuscino. – E allora cosa rompi? Domani mattina devo andare a lavorare, io! Lasciami dormire.

E dire che sarebbe bastato pochissimo: l'accenno di una carezza, di un sorriso. No, neppure. Soltanto il tono della voce. Non era necessario fosse proprio affettuoso; bastava non così sbrigativo, non così stizzito. Ma dopotutto, quello era il tono abituale della mamma quando si rivolgeva a Dora – la noiosa, piagnucolosa, capricciosa bambina! – di giorno come di notte.

– Lasciami dormire!

– Va bene mamma. Dormi.

E non avrai nemmeno più bisogno dei sonniferi.

 

E quando anche quel lavoro fu terminato, Dora alzò gli occhi su Lucifero. – E adesso? – bisbigliò. Non si sentiva spaventata, neppure smarrita, soltanto molto stanca. Ora la spada pesava proprio come ferro, l'elsa scivolava tra le dita imbrattate di sangue.

Adesso... Una mano bruna si tese a liberarla dall'enorme peso della spada. Se vuoi puoi venire con me.

All'inferno?

Un sorriso. Nell'affresco. Si sta bene lassù, sai? Ti nasconderò nel fumo. E' soffice e caldo. Terrò le mie mani sulle tue spalle e, non vista, potrai guardare il mondo di lassù. Sarai al sicuro, e non avrai mai freddo.

Davvero? Mai più?

Per l'eternità.

Era una promessa. E sarebbe stata mantenuta. Non come quelle a cui Dora era stata abituata attraverso gli anni – una bicicletta da non dover dividere con Carlo che si prendeva sempre i giochi tutti per sé perché era il più forte, e le lezioni di nuoto in piscina per non essere costretta a mettere di nuovo quegli stupidi braccioli, e magari un papà, un papà nuovo al posto di quello che se ne era andato prima che lei nascesse perché non la voleva, un papà al quale non importasse se lei era soltanto una bambina – le promesse mai mantenute.

Lucifero non era così. Quel che prometteva avrebbe mantenuto. Come un vero papà.

Dora gli tese le braccia. Andiamo.

 

E adesso è impossibile dire se ci sia davvero una bambina lassù, nascosta nel fumo dell'affresco, e se quelle due piccole macchie nere sull'intonaco bruno siano i suoi occhi, o quell'altra più grande, bianca, sia il suo sorriso. Chissà quanti anni dovranno trascorrere ancora prima che un restauratore si arrampichi – se mai lo farà – a ritoccare i nero-inferno e i celeste-paradiso e i rosso-giustizia, scoprendo tra le volute caliginose un piccolo volto infantile.

Così come è difficile dire se ciò che ancor oggi, a volte, turba il sonno della piccola città sia il ricordo di una serie di feroci e inesplicabili delitti, o soltanto la scomparsa di un'altra bambina di cui non fu mai ritrovato il corpo. Orribili fatti di sangue avvengono dovunque, di questi tempi, così come quotidianamente scompaiono bambine disobbedienti.

Ma molte città, piccole e grandi, hanno affreschi scoloriti su antichi muri.

 

 

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