I CUSTODI DEI CANCELLI D'OMBRA, di Federica Leva

 

Aveva nevicato, quella notte, e un vento gelido, sferzante, sibilava tra gli alberi spogli del viale. Silenziosi, i monaci attraversarono il chiostro ed entrarono in chiesa per gli uffici del mattino; i novizi li seguivano in file ordinate, raccolti in meditazione, ma qualcuno ridacchiava e spintonava i compagni, e un ragazzino sbirciò da sotto il cappuccio calato sul viso, sorridendo all'alta donna che si allontanava sul viale. Lei seguitò a camminare, senza voltarsi, e scomparve sul fondo degli alberi. Aveva quasi quarant'anni ma era ancora slanciata e snella, e i pantaloni di flanella grigia - uno scandalo, per i monaci - mostravano la linea seducente delle gambe. La si incontrava di rado nel chiostro, ma di notte non era infrequente scorgere i riflessi argentei della luna agitarsi nella trappola dei suoi capelli d'ebano, lunghi e folti, e aggrappati alle sbarre dei dormitori i novizi sospiravano malinconici. Notando l'occhiata amichevole del ragazzo, il maestro gli assestò uno scappellotto, ammonendolo aspramente; e rattrappito in sé stesso, l'allievo scivolò in lacrime nella chiesa.

Remisia sollevò il viso ai fiocchi che avevano rincominciato a cadere, e si strinse nel mantello. Le campane presero a suonare, ma tristemente. I rintocchi erano poco più che sussurri sospesi nell'aria, dei timidi richiami alla preghiera.

"In rispetto alla morte imminente dell'abate.", pensò Remisia, asciugandosi furtivamente una lacrima. Sperò che nessuno la vedesse. Ma ovattato dalla neve, un gridò la chiamò alle spalle. Il giovane prete si avvicinò e abbassò gli occhi, rispettosamente.

"Mia signora... Madama Elisabetta - disse,- Padre Amanzio si è aggravato e desidera parlarvi."

"Ti ringrazio, fratello. Precedimi, e avvisa l'Abate di attendermi."

Il prete si allontanò di corsa. Nella neve, Remisia tracciò con il piede un simbolo che subito cancellò. "Elisabetta... Perché non accetti la mia natura per metà pagana, Amanzio? Non sarei diversa da quella che sono, se anche mio padre fosse stato cristiano!"

Nella stanza del morente, le imposte erano accostate e il riverbero luminoso della neve era un nastro sbiadito sul soffitto affrescato di immagini sacre. Con un cenno, - Remisia allontanò i due sacerdoti che accudivano il vecchio abate e s'inginocchio al capezzale. Amanzio, il respiro affaticato e fischiante, socchiuse gli occhi e le prese una mano nelle sue. "Elisabetta... - mormorò, - Sei venuta..."

"Non affaticarti, riposa. Domani starai meglio."

"Non vedrò nessun domani, Elisabetta. La fine è vicina... No, è l'inizio di un viaggio a cui ho teso per tutta la vita. Ho vissuto a lungo, carissima, ed è giusto che mi spenga. Non piangere, la morte non mi angoscia e sono vecchio... troppo vecchio. Ho compiuto gli ottant'anni e sono stanco di oziare in questo letto e di non partecipare ai riti. Ma non perdiamo tempo in cose di poco conto. Piuttosto, allontana quei preti e proibisci a chiunque di entrare. Devo parlarti di argomenti a cui pochi sono iniziati, e ho una preghiera da rivolgerti. Ma nessun orecchio estraneo deve udire quello che tu sola puoi ascoltare."

I preti uscirono e le porte vennero richiuse.

Amanzio ansimò: "Ho poco tempo, e le forze mi stanno abbandonando. Ancora non conosci il mio segreto, il segreto degli abati di Kleineston... Avrei dovuto parlartene già da tempo, sapevo di potermi fidare di te. Guarda."

Si punse un dito con uno spillone, e dalla ferita sgorgò una goccia di sangue scuro: nell'ombra della stanza pareva nero, come la linfa degli alberi leggendari che crescevano nei boschi al di là dei laghi e dei monti che marcavano i confini del ducato.

Poi Amanzio mosse il dito al riverbero della brace, e la goccia luccicò violacea.

"Conosco da anni il tuo segreto,- confessò Remisia,- Ma ho taciuto, temendo d'indispettirti. L'ho scoperto quand'ero ancora ragazzina, e tu mi curavi dalle febbri... ricordi? Al tuo tocco il dolore svaniva e la febbre cadeva. A volte, quando credevi che dormissi, dicevi cose strane, parlavi al vuoto e tracciavi nell'aria simboli magici..."

"Che altro sai?"

"So che non sei un uomo comune e che a oriente, in una terra irraggiungibile dai non eletti sorge il tempio in cui tu e i tuoi fratelli venite allevati fin dalla giovinezza. E so che il vostro compito è superiore a quello di cui siete investiti indossando i paramenti sacri. Siete custodi dei cancelli che separano il nostro mondo da quello dell'ombra, e siete iniziati ai più alti misteri... e ben sapete amministrare le cose divine, esperti come siete nella lotta contro i demoni. Dunque, cosa vuoi che faccia? Sai che non ti rifiuterei niente, Amanzio."

"Da oltre un mese attendo il mio successore, perché, lo prepari adeguatamente a governare questa abbazia; ma mi e giunta notizia che mentre si avviava al monastero ha deviato in compagnia di uno sconosciuto e da qualche tempo è ospite nella fortezza del Duca Alfonso. Non so se vi è trattenuto contro la sua volontà - ma Alfonso e nostro amico e benefattore! Farebbe questo a me; che per lui sono stato come un fratello nei momenti di difficoltà? - o se vi soggiorna per sua scelta. Cercalo laggiù, Elisabetta. Si chiama Lucas. Esortalo ad occupare il posto che gli sto lasciando; è giovane, ma è l'unico che possa tenere imbrigliate le creature dell'occulto. Se vi sarà salvaguardia nella terra di Dio, mia cara, anche tu ne avresti parte, se accettassi..."

"Lo devi chiedere? Partirò oggi stesso."

Amanzio sorrise. "Sei rimasta per questo... l'avevo previsto... Dio è stato generoso, mi ha concesso il tempo necessario, ma prima che ritorni a lui, vorresti...?"

Il fiato gli mancò, e fissò intensamente Remisia, posandole il dito ferito sulle labbra.

"Il sigillo della benedizione del tuo sangue? - sussurrò lei,- Si, lo voglio." Baciò il sangue viola, e bevve avidamente. Con sforzo estremo, Amanzio bisbigliò: "Elisabetta, Remisia...- era la prima volta, dopo trent'anni, che la chiamava con il suo vero nome,- E' stato saggio tenerti al monastero, piccola orfanella... Avevo capito che avresti mantenuto pura la mia discendenza, anche se non appartieni al nostro ordine..."

Sussultò, emettendo un gemito stonato, e reclinò la testa sulla spalla. Era morto. Piangendo, Remisia gli abbassò le palpebre socchiuse, e sfiorò le labbra esili con le sue. Poi si ricompose e annuncio ai monaci in attesa nell'anticamera che l'abate era stato accolto nella misericordia divina. E mentre i sacerdoti affollavano la stanza cantilenando i salmi funebri, si appoggiò ad una finestra, esausta. Aveva vegliato Amanzio per molte notti, ed ora la stanchezza l'assaliva; non desiderava far altro che piangere. Ma le lacrime si asciugarono presto, e non ne vennero altre ad alleviare la sua sofferenza. I novizi più arditi si sottrassero all'attenzione dei maestri e le si avvicinarono per stringerle le mani e confortarla con poche, svelte parole; uno, il più piccolo, si alzò sulle punte e le baciò la guancia.

"Vuoi fare una cosa per me? - sussurrò Remisia, e il ragazzino assentì,- Il cellario sta vegliando la salma: pregalo di raggiungermi al più presto. Lo aspetterò nel chiostro."

Rapido, il ragazzino s'intrufolò tra i monaci, e scivolò agilmente nella camera dell'Abate.

Era scesa da poco, quando il cellario uscì coprendosi il capo rasato col cappuccio. Era il solo di cui si potesse fidare, almeno in parte, e che potesse mantenere l'ordine nell'abbazia fino a quando non fosse giunto il nuovo superiore prescelto da Amanzio. Gli disse che si sarebbe recata al castello del duca per ricevere l'abate, e Padre Severo - questo era il suo nome - l'abbracciò e la benedisse. Ordinò che ogni cosa fosse disposta alla sua partenza, e nell'accomiatarsi da lei, sussurrò:

"Siate prudente, mia signora. Ho sentito voci inquietanti sul nostro giovane abate. Si - dice che abbia sangue viola nelle vene."

"Allora - sorrise lei,- è un uomo saggio e fidato. A presto. E che Nostro Signore vegli sulla pace del convento."

 

Partì quello stesso mattino. Le strade erano fangose, e il cielo plumbeo e turbolento. I villaggi, sparsi nei campi chiazzati di neve, tacevano, e i comignoli sbuffavano pennacchi di fumo perlato. Un quadretto tranquillo, grazioso, che ispirava pace e silenzio. Ma ad un tratto l'occhio di Remisia cadde su una catapecchia bruciata anni addietro e lasciata là, sul ciglio della strada, a cadere a pezzi. La mente le volò a un tempo lontano, quando i predoni avevano assalito e incendiato il suo villaggio. Non si era salvato quasi nessuno, e lei, senza più famiglia, aveva vagato nelle campagne per alcuni giorni; poi, spinta dalla fame, era salita a Kleineston, una cittadina arrampicata su un colle di ulivi. Lassù aveva stretto amicizia con Petres, un ladruncolo di pochi anni più grande di lei, troppo onesto per essere un abile furfante, ma simpatico e allegro. Per qualche mese aveva vissuto assieme a lui e alla sua numerosa famiglia sotto i ponti di Kleineston, rubando per vivere, ma un giorno Petres era stato sorpreso nella casa di un signorotto e gli era stata falciata la mano destra sulla piazza della città. Inorridita, Remisia era fuggita e aveva implorato ospitalità al convento dei frati, che però l'avevano messa alla porta con parole sgarbate. Alcuni le avevano consigliato di chiedere rifugio alle suore del convento di clausura, oltre il Lago delle Streghe. " Non è lontano, piccola, puoi andarci anche a piedi - le avevano detto- Coraggio, va'. Sei una femmina, non puoi restare qui."

Ma subito era intervenuto l'abate, che aveva accolto la bambina e le aveva assegnato una minuscola celletta sul retro dei dormitori. E fissandola negli occhi, strani, inconsistenti, simili ad acqua mista a nuvole, aveva sussurrato: "Ti aspettavo, piccola. Il tuo arrivo ha placato un'angoscia che mi tormenta da sempre. Resterai, e mi servirai come tu sola potrai fare, quando verrà il momento."

 

Pioveva da poco, e il cortile era ancora spolverato della neve caduta quella mattina.

Remisia smontò, affidò il cavallo ad uno sguattero e chiese del duca. Alfonso, che stava rientrando da una galoppata nei campi, si volse e discese di corsa la gradinata, tendendole le braccia:

"Elisabetta! - esclamò, stringendola,- Dovrei rimproverarti, invece di abbracciarti! Sei rimasta lontano così a lungo che sospettavo ti fossi scordata di noi. Ma sei venuta proprio ora che l'abate è malato... Forse è... No, non dire niente... - le baciò i capelli con affetto paterno, e mormorò, piano, - Che Dio l'accolga nella sua grazia. Era tanto buono e pio... E tu, Elisabetta, sei venuta fin qui per portarmene l'annuncio... Vieni, entriamo. - il forte braccio, abituato alla spada e alle redini, sorresse quello di lei, galantemente,- Siedi con me nel salone. Manderò una donna a preparare la tua camera per la notte."

Accompagnò Remisia nella sala, e l'aiutò a sedersi su una panca vicino al fuoco; una fantesca portò del vino caldo e diede ordini ad una servetta di ripulire la stanza che si affacciava sullo stagno delle anitre e di accendere il camino. "Sei venuta sola? - domandò Alfonso, appoggiando il boccale sul pavimento, - Una donna non dovrebbe viaggiare senza scorta. Amanzio non te l'avrebbe permesso."

"No, avrebbe insistito perché portassi con me qualche vecchia e un paio di uomini virtuosi e gagliardi che allontanassero i malintenzionati. La nipote di un Arcivescovo - sorrise, ironica, e Ruggero ricambiò la complicità di quel sorriso,- si sposta accompagnata da una guardia adeguata al suo rango."

"E non indossa calzoni da uomo, ne porta i capelli sciolti sulle spalle come una ragazzina, per il gusto di provocare una cinquantina di frati perbene - osservò il vecchio duca, accarezzandola con lo sguardo,- Ricordi ciò che ti disse il Capitano Ruggero della Pubblica Sicurezza, dieci anni fa? Che una donna della tua età e della tua posizione doveva vestire come le si conveniva, con vesti di seta, gioielli e veli profumati e non come una barbara del nord. Osservò che eri bella, e si rammaricava del modo in cui ti trascuravi. E tu, in risposta, lo hai insultato di fronte all'intera sala."

"Quell'uomo è un fanatico, e non mi piace - osservò Remisia,- Mi corteggiava in modo indecente e parlava con sarcasmo di Amanzio e delle sue opere. Diceva cose strane che non capivo... ma certo i miei insulti l'hanno ripagato delle cattiverie che raccontava. Prego che non ricompaia più sul mio cammino; nessun uomo mi ha mai ispirato tanto ribrezzo quanto lui."

"Lo sospettavo. - Alfonso sorseggiò il vino, pensoso,- Per questo ho sempre cercato di non lasciarvi mai soli in una stanza, e, per quanto mi era possibile, di evitare che vi incontraste. Ma oggi mi hai colto di sorpresa. Ruggero è al castello da qualche settimana, per sbrigare certe faccende personali, ed altre per mio conto. Non ti biasimo, se preferisci evitarlo. Se vuoi, stasera ti verrà servita la cena nella tue stanze, anziché nella sala grande. Ma presto o tardi dovrai rassegnarti ad incontrarlo."

Remisia si guardò le mani, accigliata. "Mi dispiace rinunciare alla tua compagnia e a quella di Camilla, ma preferisco cenare sola. Ruggero non si farebbe scrupoli ad assillarmi e ad intralciare le mie ricerche, se sapesse che mi tratterrò per qualche giorno..."

"Ricerche?", ripeté Alfonso, e la fiamma del camino parve abbassarsi e gettare la stanza nell'ombra. Remisia rispose, con voce fievole, incerta: "Sto cercando un sacerdote. E' venuto al castello lo scorso mese assieme ad un amico, e credo che non sia ancora ripartito."

"Si, ospitiamo un giovane sacerdote, ma non so molto di lui. L'ha ricevuto Camilla mentre ero fuori ad ispezionare le terre del ducato. E' taciturno e riservato, ed esce solo all'imbrunire. Camilla l'ha alloggiato in un vecchio appartamento del primo piano, nell'ala destra. Non lo voleva vicino a noi. Diceva che al suo passaggio le sembrava di essere sfiorata dall'alito gelido di uno spettro."

Remisia non tradì una certa sorpresa, ma tacque. Uno spettro... ma no, Camilla era facilmente impressionabile e il giovane sacerdote dell'ametista, pallido e assiduamente raccolto in preghiera, doveva aver infiammato la sua fervida immaginazione.

In quel momento la fantesca scese ad avvertire che la stanza era pronta. Ma prima che uscissero, Alfonso richiamò l'amica:

"Non andare da quel prete, non da sola. E' un uomo misterioso, e la sua riservatezza . mi inquieta. Se vuoi visitarlo, domattina ti accompagnerò nelle sue stanze. Anche i demoni più infidi perdono forza alla luce del giorno, e fuggono inorriditi davanti al segno del crocefisso."

Remisia annuì, ma nel suo cuore sapeva che non avrebbe potuto attendere. Dopo cena, decise, scenderò al primo piano. Devo sapere troppe cose. Subito.

 

Aveva raccolto i capelli in una retina, e indossava una vecchia casacca grigia. Non voleva che qualcuno nel castello la riconoscesse e vista da lontano e trasfigurata dalla penombra sarebbe stata facilmente confusa con un uomo. Un servo passò, non la notò. Rapida, sgusciò nella penombra e si fermò sulla soglia delle tenebre aperte sulla scalinata che si arrotolava fino al primo piano. Una torcia lingueggiava poco distante, e la prese; ma non l'aveva ancora sfilata dall'anello che una mano nerboruta si strinse attorno al suo polso e la costrinse a voltarsi. Soffocando un grido di spavento e di collera, Remisia si contorse su se stessa e affondò nell'abbraccio ruvido, maldestro, di Ruggero. Nauseata, respirò l'odore di vino e incenso che gli impregnava la barba e lottò inutilmente per svincolarsi dalla sua stretta.

"Lasciami!", ordinò, ma lui sorrise, lascivo, sciolse la retina e l'afferrò per i capelli, tenendole la testa alzata.

"Nessuno potrà biasimarmi, se cedo alla provocazione di una sgualdrina - disse, facendo scivolare la mano libera sulle curve delle sue gambe, - E non raccontare che non lo vuoi..."

Remisia si dibatté, cercò di urlare, ma lui le chiuse la bocca con mano e con l'altra la schiaffeggiò, sbattendola contro il muro. Spalancò una porta con un calcio e la spinse nella stanza.

"Non fingere di vergognarti, maledetta! Togliti quegli stracci che hai addosso!"

Tramortita dalle percosse, Remisia vedeva la camera e Ruggero roteare attorno a sé, e la fiamma di una torcia - era quella che voleva prendere? - avvampare in un enorme incendio. Lui l'afferrò, cercò di stringerla, di buttarla sul letto, e Remisia lottò ciecamente, agitando le braccia, le gambe... le unghie. Affondò in qualcosa di morbido - la faccia di Ruggero - e sentì il capitano sussultare e lanciare un acuto ululato di dolore. Svelta, lo spinse da parte e corse via. Stringendosi la guancia graffiata a sangue, l'uomo non tentò neppure di agguantarla, e l'eco delle sue bestemmie si perse in quella dei passi di lei, in fuga sulle scale divorate dall'oscurità.

 

Si fermò ad ascoltare, nessuno la seguiva. Trasse un profondo respiro per calmare il galoppo del suo cuore e si addentrò nella penombra. In passato era già stata nei primi piani dell'ala destra, e Alfonso le aveva mostrato i corridoi meno frequentati dai servitori. In quella zona del castello viveva qualche servo, ma molte stanze erano chiuse da parecchi anni. L'appartamento che si apriva sul giardino era disabitato da due generazioni. D'inverno era sempre umido e le stanze erano buie e anguste. Nessun ospite di riguardo avrebbe acconsentito a dimorare laggiù, e solo un uomo abituato alla semplicità - come un prete - non si sarebbe risentito di una simile sistemazione.

Avanzando, Remisia si sorprese ad avere paura. Se l'ospite di cui Alfonso aveva parlato era Lucas, era vicina a sciogliere l'enigma: era forzato a rimanere - ma da chi? - o aveva tradito il suo abate di sangue e si sarebbe rifiutato si sorvegliare i Cancelli d'Ombra lasciati incustoditi dalla morte di Amanzio?

Svoltò. Qualcuno suonava, in una delle camere non più abitate: le note dell'arpa si rincorsero, lente e dolci, suonate con la morbidezza dei bardi del nord. Si accostò alla porta socchiusa e sbirciò attraverso la fessura. La stanza era celata nell'oscurità e un braciere di bronzo ardeva su un tripode, arrossando le pareti in sasso; da quel punto, scorgeva solo una spalla e una gamba maschile, e la curva lignea dell'arpa. Solitario, il canto dell'uomo s'innalzò senza parole: solo vocalizzi caldi e profondi e appassionati, e Remisia sognò, trasportata dalla malinconia. Infine, il canto cessò, l'arpeggiare scemò e si spense. Remisia si asciugò gli occhi inumiditi dalle lacrime. Non amava la tristezza e preferiva i canti festosi dei contadini al tempo del raccolto, ma quella musica, così sincera, era la più bella che avesse mai sentito. Si mosse per allontanarsi, ma l'uomo, la voce bassa, come se parlasse a sé stesso, la chiamò senza voltarsi: " Entrate, madama. Sono lieto che apprezziate la mia musica. Non restate sulla soglia, venite e se l'oscurità vi infastidisce accendete la torcia appesa al muro. Il braciere è ancora caldo." E poi, più piano, tanto che lei non sentì, aggiunse: "Lui mi aveva assicurato che saresti venuta, Remisia..."

Esitando, la mano appoggiata sullo stiletto legato alla cintura - un vecchio dono di Alfonso -, Remisia prese la torcia, e l'accese. La stanza era spoglia e umida, e non conteneva altro che un letto e una cassa per gli indumenti spinta sotto la finestra.

"Non abbiate paura - sorrise l'uomo,- Guardatemi. Ho forse un aspetto deforme o pericoloso?"

No, non era deforme né minaccioso: era gigantesco, eppure fluido nei movimenti, un puma invecchiato ma ancora grintoso e fiero. I capelli avevano riflessi argentati, ma un tempo erano stati biondi, e ragnatele di rughe si ramificavano attorno agli occhi e agli angoli della bocca. Aveva lineamenti regolari ed era avvenente. Ma con un sussulto, Remisia si accorse che gli mancava la mano destra. Solo la sinistra accarezzava le corde dell'arpa, e le strappava i sospiri che l'avevano commossa.

L'uomo noto la sua occhiata sgomenta, e con una smorfia indifferente sollevò il braccio monco. "Oh, questo... - disse,- un incidente, molto tempo fa. Ma venite, madama, sedetevi sulla panca. Vi ho attirata sin qui con la mia musica e non vi lascerò scappar via senza aver prima conosciuto il vostro nome."

Remisia si sedette. "Mi chiamo Elisabetta.", rispose.

"Elisabetta... E' cosi che vi hanno chiamata i cristiani? Invece di rispettare le vostre origini per metà pagane vi hanno imposto il nome di una loro santa?"

"Come osate...! Io sono cristiana!", gridò lei, offesa, e si alzò per andarsene.

"Lo siete diventata. Un tempo non avreste saputo distinguere la dea delle messi dal Figlio di Dio morto sulla croce. No, perdonatemi, non intendevo insultarvi. - l'uomo la trattenne per un braccio, ma Remisia si divincolò con uno strattone, - Restate, signora, e riflettete: non vi domandate come ho appreso il vostro segreto? Quasi tutti vi credono la nipote del defunto Arcivescovo, ma entrambi sappiamo... Guardami, Remisia: non mi riconosci? Sono passati molti anni, e io sono cambiato, ma non puoi aver scordato... Eri tra la folla, quando il boia ha eseguito la sentenza..."

Alzò il braccio falciato, e a quel gesto la brace del camino divampo... no, era stata una sua fantasia, eppure era quasi certa che un'intensa fiammata gli avesse schiarito il volto, e per un attimo aveva rivisto-l'amico d'infanzia. Amanzio era capace di simili portenti: era un suo monito a non credere allo sconosciuto o un invito a non dubitare di quanto diceva?

"No, - si rifiutò di credere,- Petres era più esile,- e tempo fa è stato impiccato un ladro. Sono certa che fosse lui. Mi state ingannando."

Ma invece di indietreggiare gli si accostò e si sforzò di ravvisare in lui il giovane ladruncolo biondo del passato. Gli anni l'avevano segnato, e la linea delicata della mascella si era indurita; non era più snello e dinoccolato, ma forte e nerboruto. Eppure mille dettagli coincidevano con quelli del ragazzo che le aveva insegnato a rubare, trent'anni prima. "Petres...- sussurrò, sopraffatta dalla gioia,- Tu..:"

"Torna a sedere. Ti racconterò ogni cosa."

Parlò a lungo. Aveva smesso di rubare poco dopo l'esecuzione, non era mai stato abile, e privo di una mano non sarebbe sfuggito a lungo alle carceri del duca. Per molti anni aveva vissuto tra gli stenti, poi aveva incontrato Alfonso ed era stato assunto nelle file di braccianti che coltivavano una piccola tenuta ai confini del ducato. Alfonso lo chiamava 'amico' e poiché Petres aveva dato prova di competenza nell'amministrare i terreni di sua signoria, da qualche anno ne era stato nominato castaldo.

"Ti ho vista molte volte, al castello, e avrei voluto salutarti. Ma temevo di offenderti. La nipote di un Arcivescovo non ha amici fra i ladri e i servi del duca."

"Mi avrebbe fatto piacere rivederti e salutarti, invece.", gli assicurò Remisia, e gli sfiorò la mano, come faceva quand'era bambina e non osava abbracciarlo. Pensò che Petres era una delle poche persone a cui era stata affezionata; non la rimproverava mai ed era sempre allegro e vivace.

"Stasera ho sentito la servitù parlare della morte di Amanzio - proseguì Petres, e non appena lo nominò un'inspiegabile fitta di dolore gli trafisse il capo; corrugò la fronte, come se lottasse con un violento mal di testa, - Non lo conoscevo, ma ti ha allevata e ti ha voluto bene. Era senz'altro un brav'uomo, e tu devi averlo amato come un padre. Avrei voluto correre al monastero a confortarti, ma sap... ero certo che presto saresti venuta qui; e ti ho aspettata."

Lei esitò: "Sì, sono venuta, ma non per cercare conforto, come tutti voi credete - svelò, - Sto cercando un uomo, e forse tu mi puoi aiutare."

"Sono al tuo servizio, signora."

"Dimmi, l'appartamento in fondo a questo piano è occupato da un ospite? - Petres assentì,- Hai notato se si tratta di un giovane prete piuttosto riservato... se fosse l'uomo che cerco dovrebbe chiamarsi Lucas."

La mano di Petres sfiorò distrattamente le corde dell'arpa. Sbatté gli occhi, scosse la testa, e lei si accorse che era diventato pallido. Una smorfia di sofferenza gli attraversò la faccia, ma subito passò. E ritrovando la voce, annunciò: "L'hai trovato, madama. Si trova qui da oltre un mese, e quando lo conobbi, dieci giorni fa, mi disse che la sua anima era tormentata, perché il suo cuore gli suggeriva di partire, mentre la sua volontà era legata a quella di un grande amico. Credo che si riferisse al Capitano Ruggero, perché li ho scorti sovente appartarsi insieme. Non mi fraintendere, Remisia, non facevano nulla di...hem, riprovevole -. Si limitavano a parlare sottovoce..."

Remisia impallidì. "Ruggero.", esclamò. Le tornarono alla mente i discorsi strani, sardonici, che faceva su Amanzio, i riferimenti a qualche mistero magico, pagano, che praticava nel segreto della sua cella. E spogliandola con la sguardo aggiungeva che se fosse stato dotato di simili poteri avrebbe saputo come utilizzarli meglio, non per possedere i misteri degli spettri ma un corpo pieno e piacente, come il suo... Allora non capiva appieno, ma adesso ogni tassello balzava nell'intarsio giusto di un grande mosaico. "Ruggero! Allora è ancor peggio di quanto non immagini! Lui sa, ne sono certa, ha sempre saputo...! E se confabula con il prete di cui ti ho chiesto...! Allora Amanzio non sospettava invano! Che Dio lo maledica, traditore immondo...!"

S'interruppe ansimando. Petres non l'aveva mai vista tanto in collera.

"Traditore? - ripeté - Ruggero o Lucas?"

"Lucas, il prete! - sbottò Remisia,- Il grande custode... Ma non posso parlare. Siamo in pochi a sapere e ho taciuto anche con Alfonso... Eppure, se tu potessi aiutarmi ad allontanare Lucas dall'influenza di Ruggero, forse..."

Gli raccontò ogni cosa, e di tanto in tanto Petres annuiva, e talora sbarrava gli occhi, incredulo.

"I monaci dell'Ametista esistono davvero? - esclamò,- Non sono miti di vecchie leggende, come racconta la gente?"

"Sono reali, e purtroppo non sempre saggi. Parlami di Lucas. Che uomo è?"

Petres rise, vincendo la fastidiosa sensazione che ancora non lo lasciava, e blandì l'arpa, che rise con lui. "Uomo? E' appena un ragazzo, non dimostra più di vent'anni. Vuoi sapere se mi piace? E' istruito e ha un animo pacifico; ma non è adatto a governare un'abbazia e a custodire i Cancelli d'Ombra. Non è abbastanza scaltro e non ha fermezza. Chiunque lo raggirerebbe con poche parole ben scelte. - s'incupì d'un tratto, e anche la luce della stanza parve abbassarsi,- Il capitano è un uomo furbo. Forse ignora la nobiltà del sangue di Lucas o, com'è più probabile, mira a sfruttarla per qualche suo scopo. In ogni caso, il titolo di Abate di Kleineston è prestigioso e se restasse nell'ombra dell'Abate Lucas, Ruggero governerebbe indisturbato su tutte le terre dell'abbazia."

Remisia annuì, lentamente. "Lo devo fermare e accompagnare Lucas al monastero. Lassù vi sono monaci anziani che lo istruiranno nella saggezza, e dimenticherà gli insegnamenti di Ruggero."

"E io ti aiuterò - s'offrì Petres, stringendole la mano,- Il capitano e infido e non si lascerà scappare facilmente una preda cosi rara."

Non aveva finito di parlare che un fremito lo squassò, da capo a piedi, e senza un lamento si accascio sullo sgabello; la mano ebbe una scossa, si contrasse, e poi s'inflaccidì, scivolando sul pavimento. Remisia si slanciò a sostenerlo: "Petres! . Cos'hai?", gridò, e lui le si abbandonò contro svenuto. Il grido di lei echeggiava lontano, e non fu capace di risponderle. Poi raccolse le forze e socchiuse gli occhi; il volto dell'amica galleggiò nell'oscurità.

"Un esercito d'ombra - sussurrò,- Si avvicina. Frecce infuocate s'inarcano nel cielo e mi cadono accanto... Il cavaliere cinto di una corona di fuoco mi indica... Vuole il mio sangue, la mia anima..."

Delirava, ma Remisia aveva già udito quelle parole nei momenti in cui Amanzio era assalito dal nemico e credeva di essere inascoltato. Lo scosse, dolcemente, scacciando gli spettri di quella visione, che si volsero a guardarla con astio.

"L'hai visto anche tu?", domandò Petres, ricomponendosi a fatica sullo sgabello. Si asciugò la fronte madida con una mano. " Non è stata una fantasia? No, era reale..."

Remisia scosse la testa. "Non ho visto nulla, perché non possiedo il potere del sangue viola. Non ricordavo che avessi simili visioni, quand'eri ragazzo."

"Ho iniziato ad averle dopo i vent'anni, e da allora mi hanno sempre tormentato, vedo creature strane, odo voci... innaturali. E' come se qualcuno volesse forzare una porta inesistente ed entrare... Ma non so dove..."

Remisia lo scrutò con sospetto. "Questo potrebbe significare che sei un eletto dell'ametista - osservò, e la sua voce divenne dura, - E' per questo che sei qui? Per spodestare Lucas e appropriarti dei suoi privilegi?"

Petres si ritrasse, trasalendo. "Per l'amor di Dio, Remisia, non scherzare! - esclamò,- Io non sono...- deglutì, e il sudore lucidò il viso sgomento,- Non sono un prete e il mio sangue... e scuro, forse, ma non e viola! Sono un uomo comune. Ti prego, credimi! E se sono qui... non è per Lucas, ma per te. Un sogno... una visione, mi ha detto di venire al castello perché avresti avuto bisogno di me per completare un'opera ..."

"I demoni sono stati premurosi, questa volta!"

"Non erano demoni, ma un uomo canuto, in una stanza affrescata in blu e oro..."

Remisia fu scossa da un fremito. "Cosa ti disse?", soffiò.

"Di venir qui e di aspettarti. Ci avrebbe pensato lui a farti venire da me."

"Amanzio... - gli strinse le mani, un modo silenzioso di chiedergli scusa, - Posso credere che ignori di essere un prescelto, ma non che tu non lo sia. Comunque, so come appurarlo. Non sei un prete, e vero, ma molti discendenti dell'ametista non lo sono. Alcuni crescono nel Tempio dell'Ametista, e vengono inviati in monasteri per amministrare la chiesa. Ma altri rimangono laici e altri ancora non osano confessarsi di essere diversi..."

"Molti anni fa sono stato al Tempio dell'Ametista - ricordò Petres,- Alfonso mi aveva mandato a Parganta per risolvere dei problemi di terre... ma mi persi, e i monaci mi accolsero al tempio. Non sapevo chi fossero, ma avrei voluto restare. Mi sentivo..."

Remisia concluse per lui: " ... a casa." Gli prese la mano ed estrasse lo stiletto dal fodero legato alla cintura; e ancor prima che Petres se ne rendesse conto, gli solcò la pelle e scese in profondità; il sangue inondò la ferita e la goccia si gonfiò. "Voi eletti avete vene profonde - mormorò,- per nascondere la sfumatura scura del vostro sangue. Per questo non vi si distingue dagli altri uomini. Al contrario, avete la pelle pallida e mai calda come la nostra."

Quindi posò le labbra sulla ferita, era quella la prova che avrebbe confermato le origini dell'amico. Il sapore del sangue di Amanzio era particolare, del tutto diverso da quello di un uomo comune. E la linfa vitale di Petres aveva il medesimo gusto.

"Sangue viola come le ametiste - sussurrò Remisia,- Si racconta che la vostra stirpe nacque da un'ametista fusa su un monte sacro... sangue viola dei custodi dell'occulto... Petres, non chiedermi come sia possibile. La discendenza non si riconosce negli avi, ma segue vie divine. Ora più che mai ho bisogno di te, amico mio. Se Lucas si rivoltasse contro di me, non lo potrei fermare: comanda il fuoco e l'acqua, e il pensiero. Ma tu sei suo fratello di sangue e potrai fronteggiarlo."

"Dio non voglia che ci scontriamo - pregò Petres, scosso da un brivido,- Non so maneggiare i poteri che mi attribuisci e potrei convocare orde di demoni in mio aiuto, invece di respingere le visioni inviate da Lucas per farmi impazzire!"

L'amica gli sorrise e lo baciò sulla guancia. " Andrà tutto bene. Abbi fiducia in te."

Indugiarono un istante, tenendosi le mani, e Remisia provò il desiderio di stringerlo. Non aveva mai abbracciato un uomo, e adesso si sentiva disposta a fare di più... Ma Amanzio non avrebbe approvato. Si alzò bruscamente, e quasi non lo salutò, mentre correva fuori dalla porta.

 

Lucas passeggiava nel giardino della duchessa insieme a Ruggero. Camilla sistemava alcuni cespugli rinsecchiti dal freddo, e salutò Remisia che risaliva il sentiero fra le terrazze insieme a Petres. Lucas si volse a guardarla; probabilmente, Ruggero gli stava parlando di lei, e non aveva scordato il graffio che ancora gli segnava la faccia. Era molto giovane, e aveva l'espressione ingenua di un fanciullo. Ma gli occhi azzurri, trasparenti, rivelavano ostilità.

Remisia pensò: Petres ha ragione, non è adatto a diventare Abate. Già ora mi disapprova a comando di Ruggero... Ma non giudicherò la scelta di Amanzio e rispetterò la promessa che gli feci in punto di morte.

Si rivolse a Petres, che osservava incupito il fratello di sangue e il suo maestro. "Parla con lui - gli disse,- Forse ti ascolterà. Ma temo che sia troppo tardi per restituirgli il giudizio e il senno."

Rintoccava la mezzanotte, quando bussarono alla sua porta. Aprì, e Petres l'afferrò per un braccio e corse alla finestra che si affacciava sul cortile.

"Non l'ho convinto, Remisia. Mi ha accusato di tramare alle spalle del suo più caro amico e ha cercato di colpirmi. Ma quel che è peggio è che ha raccontato ogni cosa a Ruggero, e il capitano lo sta portando via. Guarda!"

Cinque cavalieri attendevano nel cortile, ammantati in blu e grigio. Lucas si assestò il cappuccio sul capo e Ruggero s'avvio in testa al gruppo.

"Ai cavalli, presto!", esclamò Remisia, ma Petres la trattenne

"Non è necessario, so dove si stanno dirigendo: al Tempio Sacro dell'Ametista. Rivestiti senza fretta, partiremo all'alba."

Alfonso era dispiaciuto di separarsi da entrambi. "Elisabetta, mia cara bambina, sei arrivata da pochi giorni soltanto...! Questo briccone ti ha conquistata a tal punto da voler già fuggire con lui?" Li abbracciò e li accompagnò per un tratto.

"Ecco il bivio: qui le nostre strade si dividono, ma confido che si ricongiungano presto." Indicò la landa innevata che si estendeva a oriente, offuscata dalla nebbia del primo mattino. Una strada poco battuta e fangosa serpeggiava fra i campi.

"Seguite la via finché il sole non sarà alto, a mezzogiorno - aggiunse,- E poi chiamate i rematori: vi condurranno sulla sponda opposta con la barca, e risparmierete altri due giorni di viaggio. E se a Dio piacerà, troverete la strada per il tempio. Buona fortuna, amici miei."

"Tu... sai...!", balbettò Remisia, stupefatta.

Alfonso rise, una risata piena, divertita. "Figliola, mi offendi. Ho davvero l'aspetto di un vecchio rimbambito? La vecchiaia è ancora generosa con me, e non sono cieco a ciò che avviene nella mia casa... e oltre! E ora andate, o non troverete più rematori disposti a traghettarvi: le ombre li terrorizzano come poppanti."

La landa non era piana come appariva da lontano; era un incostante ammontarsi di terra, e nelle sue pieghe accoglieva un tratto esile del fiume che scorreva verso il tempio. Ne seguirono il decorso fino a mezzogiorno. Il letto si era allargato e le acque scorrevano calme, impigrite dal freddo del tardo inverno. Il cielo era terso, la giornata assolata e senza vento. Pagarono gli uomini sulla spiaggia e presero posto su una barca. I cavalli vennero issati su un'altra, che li seguì dappresso.

"Respiro il profumo di casa, Remisia, e te ne ringrazio, perché sei stata tu a restituirmi la mia identità.", disse Petres, cingendo le spalle dell'amica con il braccio mutilato. La mano rimasta indicava le sponde, i prati digradanti delle colline coltivate che li circondavano. Le mostrò la strada che avrebbero seguito per raggiungere il tempio e l'isola lontana, dove riposavano i templari dell'ametista e i fratelli dispersi nel mondo. "Nessuno di noi può rimanere sordo al richiamo di questa terra - spiegò,- E' la voce della madre che ti chiama, e prima che giunga la fine devi tornare a lei, per dormire nel suo grembo il sonno eterno. Amanzio è laggiù - non chiedermi come lo so -, dei monaci del suo monastero l'hanno riportato alla sua terra prima che fosse sepolto nella cripta dell'abbazia, e un giorno riposerò accanto a lui."

Parlava sottovoce, all'orecchio di lei. Fraintendendo, il vogatore distolse lo sguardo e sorrise. Lentamente, le barche scivolarono verso riva. I rematori le ormeggiarono e aiutarono i passeggeri a scendere, e portarono a terra i cavalli.

 

Rimasero soli. Petres chiuse gli occhi e fiutò l'aria. "I miei fratelli ci stanno osservando - disse,- Ma non hanno inviato grandine e venti ad ostacolarci, e aspetteranno di averci ascoltati, prima di giudicare. Chissà quali menzogne avrà raccontato Ruggero, per giustificare il loro arrivo frettoloso e il nostro inseguimento!"

"Non avrei dovuto coinvolgerti - si pentì Remisia - Se i sacerdoti sosterranno Lucas, sarai accusato di tradimento. E i seguaci di Ruggero saranno appostati ovunque, pronti a sorprenderci e a tagliarci la gola!"

Petres sorrise, spavaldo, e il suo tono lanciò una sfida: "Che si appostino dove preferiscono! Non sono che in tre, e io ho con me una compagna che saprà stroncare le loro pretese!", e accarezzò l'elsa di una spada che gli scendeva al fianco. Spalleggiando il fiume, raggiunsero al tempio dopo il tramonto.

"Cosa possiamo fare, adesso? - domandò Remisia,- Non possiamo bussare e chiedere di conferire con Lucas. E' plagiato da Ruggero e non ci ascolterebbe. E i soldati del capitano non esiterebbero a tenderci un'imboscata, fosse anche all'interno di quelle sacre mura."

Petres annuì, pensoso. "Eppure dovrò insistere a parlare con Lucas, o richiedere un'udienza con il Sommo Sacerdote: egli disporrà di ogni cosa, se avrà l'assennatezza di credermi- sbadigliò, e stese a terra il mantello,- Vieni, dormiamo un po'. Siamo stanchi, e qualunque decisione prendessi ora, temo che in seguito me ne pentirei."

Si sdraiarono vicini, la testa di Remisia sulla sua spalla. La mano di lui le accarezzò i capelli, dolcemente, finché non si addormentò.

 

Remisia si svegliò di soprassalto. Nel sonno aveva udito un urlo, il frastuono di una colluttazione, e cozzi di spade. Era notte, e Petres si era allontanato o era stato condotto via con la forza. Si avvolse nel mantello, rabbrividendo all'aria gelida e stagnante della collina. Le stelle gettavano una pallida luce sulla landa innevata, che riluceva bianca e sterminata all'orizzonte. Oltre gli alberi, qualcuno gemette. Un armigero di Ruggero giaceva trafitto alla gola e un altro aveva il ventre squarciato. Pochi passi più in là, dove gli alberi erano radi, Ruggero giaceva riverso a terra. Sputava sangue e stringeva una gamba trapassata dalla spada di Petres. Remisia impugnò lo stiletto che portava al fianco e la sua ombra lo sovrastò. A fatica, il capitano sollevò il volto cinereo.

"Dov'è Petres? - ringhiò, e il bagliore della lama tagliò la notte,- Parla, o com'è vero che l'inferno esiste ti sgozzerò come un animale!" Ruggero alzo un braccio per parare l'affondo. "No, Elisabetta, non farlo... - singhiozzò, - So che ne saresti capace...! E' corso via dopo avermi ferito, e il mio soldato l'ha inseguito... Non so cosa gli sia successo... Ma se è entrato nel tempio, si starà battendo con Lucas..."

Remisia lo rovesciò con un calcio. "Un prete pronuncia il voto di non portare armi e di non combattere, in nessuna circostanza! Ma tu, maledetto, l'hai convinto ad uccidere Petres!" L'afferrò per il giustacuore, e un impeto di follia le infuocò il volto. La lama sibilo. Ma ricadde lentamente, senza affondare.

"Non meriti che insozzi la mia coscienza e il mio ferro con il tuo sangue. Ti disprezzo, Ruggero. Se Dio vorrà, morirai dissanguato e assiderato prima che sorga l'alba."

Corse via, leggera come un felino, discendendo il colle. Trovò il corpo del terzo soldato in una fossa e entrò nel tempio. I cancelli erano aperti e i monaci non li sorvegliavano. Rimase in ascolto per un istante; sul retro dei dormitori, due uomini duellavano. I preti, destati dal clangore del ferro, stavano scendendo per fermarli.

Lucas era figlio di un conte, e un abile spadaccino. Incalzava con ferocia, aggressivo, e Petres arretrava, in difficoltà.

"Non sono venuto per battermi, ma per parlarti - ansimò, schivando un affondo,- Ascoltami..."

"Anche tu, come il Sommo Sacerdote, credi che non sappia distinguere il giusto dal falso? - ritorse il prete,- Ma Amanzio ha scelto me e Ruggero e stato paziente, e mi ha aiutato a superare le debolezze del mio spirito!"

"Per renderti il suo pupazzo più fedele...!" Lucas urlò qualcosa in una lingua inumana e afferrò l'elsa con ambedue le mani. Petres arretrò, ma Lucas si slanciò su di lui, colpi, e spinse la spada sotto le costole, affondando con violenza.

"Tu vuoi distruggere la forza che ho tanto faticato a conquistare!", ruggì, poi la sua voce si spezzò in un gemito. Il dolore, un bruciore insopportabile, dilagò nel petto di Petres, e all'improvviso il braccio che sorreggeva la spada divenne pesante, insostenibile; e prima di stramazzare a terra, scorse Lucas trafitto, la tunica azzurra inzuppata di sangue viola; poi, il cuore spappolato del giovane s'arrestò, e insieme i due fratelli crollarono al suolo.

Remisia accorse urlando, e si buttò in ginocchio accanto alla pozza di sangue viola che si allargava sciogliendo la neve. Adagiò la testa dell'amico sulle sue gambe e lui socchiuse gli occhi, cercò di bisbigliare qualcosa, ma le forze lo abbandonarono e svenne.

Il trepestio dei monaci che si affrettavano nel cortile si zittì all'unisono sotto il porticato, e il Sommo Sacerdote avanzò, abbassando la lucerna perché Remisia potesse guardarlo in volto. Non parlò e non si mosse, ma alla donna parve che mormorasse antiche parole, parole che andavano oltre il tempo e il suono, e nel loro silenzio i monaci risposero alla sua preghiera con una cantilena a più voci. Si issò il corpo morente di Petres sulle spalle, e il Sommo Sacerdote annuì - eppure era immoto come una statua - e l'allontanò con un gesto benedicente - o l'aveva soltanto immaginato? Nessuno tentò di fermarla, e due novizi spalancarono i cancelli che si aprivano sulle sponde del fiume. Nei loro occhi, Remisia lesse pietà e dolore; uno piangeva la perdita dei fratelli. "Tornerò - promise,- E pregherò il Sommo Sacerdote di inviare un templare al mio monastero, perché ne sia Abate."

Alcuni preti erano affaccendati sulla piana dove giacevano i tre armigeri di Ruggero. Udì il lamento del capitano, assistito dal guaritore; ma non aveva tempo per soffermarsi, doveva far presto.

Il fiume era liscio e quieto, e la barca li attendeva, ormeggiata alla riva. Non dubitava di trovarla, i monaci - o la forza sovrannaturale che avvolgeva quel luogo - l'avevano preparata per lei. Depose Petres sul fondo e sciolse gli ormeggi. Nasceva l'alba, e l'acqua era tinta d'un viola trasparente cosparsa di riflessi argentati.

La corrente li fece scivolare verso l'isola dei morti.

Petres riprese conoscenza, ma il respiro era affannoso e il volto esangue.

"Remisia...", sussurrò.

La donna si chinò su di lui. " Sì, amico mio... Ti sto portando a casa. E' un privilegio che nessuno ti può negare." Petres sorrise, a stento. "No...", perse nuovamente i sensi, e infine si riprese, per l'ultima volta. "Remisia... - invocò,- Remisia..."

"Ti ascolto."

Ma riusciva soltanto a ripetere il suo nome, e la guardava implorante. Lei scese a baciargli la fronte, gli occhi, e indugiò sulle labbra. Quando si rialzò, la bocca di lui era tesa, ma ombreggiata dal vecchio sorriso; e beato, Petres morì. Il sole era fulgido nel cielo, quando urtarono la terraferma. Oltre il fiume, rintoccavano le campane a lutto del tempio.

 

FINE

 

 

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