LA PASSEGGIATA, di Mauro Franzin

 

 

Uscendo, Giacomo era stato piuttosto evasivo riguardo la sua destinazione. ma una passeggiata non ha bisogno di una meta precisa. solo di un uomo bene equipaggiato di tempo da perdere. Sua moglie Alice era seduta vicino alla finestra, accanto alla scatola per il cucito e infilando il filo nella cruna dell'ago, l'aveva sbirciato adocchiando con occhio esperto k-way e scarponi.

"Dove vai a quest'ora'?" - aveva chiesto ironica - "E' un po' tardi per andare a mangiare caramelle sul Colombo."

Erano le quattro del pomeriggio, decisamente troppo tardi per una scarpinata impegnativa e il Colombo era la montagna più alta della valle. Giacomo, provandoci, sarebbe schiattato a un terzo del percorso, visto che si trascinava dietro una ventina di chili di troppo per non parlare di una decina d'anni più del necessario. Afferrando una manciata di plumcake da sopra la credenza e ignorando le proteste di suo figlio Marco, che stava appesantendosi anche lui e per merenda avrebbe mangiato cracker, aveva risposto poco convinto:

"Mah ! Voglio vedere se verso Ceresa riesco a trovare dei funghi, ho sentito dire che questa è un'annata speciale!"

Alice l'aveva guardato di nuovo, con più attenzione questa volta. In quella valle dove lei, ormai nauseata, lo seguiva OGNI fine settimana, tutti cercavano funghi e ne trovavano, tranne suo marito, che li cercava e basta. Quell'uomo aveva dell'altro in testa, di cui preferiva non parlare, ma siccome dodici anni di matrimonio le avevano insegnato che dentro ad ogni uomo sonnecchia il cow-boy che è stato da piccolo, si era limitata a sbottare laconica:

"Va pure a giocare al montanaro, ma non fare tardi per cena."

Giacomo aveva grugnito mandandole un bacio e dando un'occhiata distratta sopra la spalla di suo figlio, occupato a fare i compiti e a lamentarsi dei padri che derubano le merendine dei figli.

"Ricorda, figlio, che digiunare fortifica lo spirito."

Gli aveva scompigliato affettuosamente i capelli ed era uscito senza ulteriori precisazioni. sapendo benissimo di non averla data a bere ad Alice che conosceva bene il suo talento di nicologo. Coi fondi di bottiglia che aveva al posto degli occhiali. sarebbe stato capace di trovare un fungo solo cadendoci sopra. Aveva attraversato fischiettando Ribordone, località del Canavese rinomata solo per la velocità con la quale andava spopolandosi, non incontrando nessuno e non meravigliandosene: si era già al ventuno di Ottobre e su centosei residenti ufficiali, in pieno inverno il numero degli abitanti effettivi sarebbe sceso a due vecchi scontrosi che nemmeno si parlavano tra loro a seguito di un bisticcio del quale il tempo aveva cancellato la causa ma non gli effetti. Si lasciò alle spalle il campanile, che alquanto ottimisticamente segnava mezzogiorno e prese per la discesa, scartando plumcake che si infilava in bocca come fossero state pillole per la pressione. Sentiva sotto i denti il gusto della libertà, che sempre gli metteva appetito e covava l'assurda convinzione che ciò che mangiava camminando non avrebbe recato conseguenze alla bilancia che lo salutava ogni mattina. Inalò a pieni polmoni aria pulita ed osservò compiaciuto il bosco che lo circondava, ammirando il meraviglioso acquerello dei colori autunnali. Se gli piaceva la montagna? Eccome! Mai una volta, nemmeno inerpicandosi su qualche sentiero impervio e farcito di merda di vacca come un cannolo al cioccolato, si era ritrovato a rimpiangere la poltrona che lo aspettava in ufficio. Puah! Gli veniva il magone solo a pensare che ora di lunedì. avrebbe indossato di nuovo la cravatta, come un nodo scorsoio al collo di un condannato, per passare poi la giornata a spiegare ai suoi tanto lagnosi quanto ricchi clienti che la finanza non è un'associazione a delinquere a scopo di estorsione e lasciandosi poi convincere a elaborare sempre nuovi stratagemmi atti ad aggirare il fisco esoso. Addentando l'ultimo plumcake, scacciò il pensiero molesto e si concentrò sulla strada.

L'autunno era la stagione che preferiva, perché c'era in giro ancora meno gente del solito e in quella particolare occasione non voleva incontrare qualche conoscente sfaccendato che gli si sarebbe magari appiccicato alle costole "così per compagnia", perché, dopotutto. una destinazione Giacomo ce l'aveva eccome.

Poco prima di arrivare al bivio ed essere salutato dall'abbaiare indiscreto dei cagnacci di Gamba il pastore, l'uomo si arrestò lungo la striscia asfaltata, diede attorno un'ultima occhiata colpevole e, non vedendo anima viva, si inoltrò senza esitazione nella macchia, scomparendo agli occhi del mondo.

Sbuffando e penando tra rami bassi e zolle franose, come un cinghiale in cerca di tuberi, l'uomo marciò per una mezz'ora o giù di li e già pensava di essersi sbagliato sulla direzione quando incappò in un sentiero che doveva essere il suo. L'avesse disceso, sarebbe ben presto arrivato alle case di Rongobogno. Ansante, prese per la salita, godendosi il sole di quella meravigliosa giornata che faceva capolino tra i rami illuminandogli il cammino, sopportando stoicamente il puzzo del proprio sudore e i moscerini, presenti in quantità industriale. Dopo un'altra mezz'ora, Giacomo poteva dirsi arrivato.

Le vecchie pietre che lo guardavano dai buchi neri che erano le loro finestre sfondate, erano ciò che rimaneva del paese di Pertia. Già prima della guerra. non ci abitava più nessuno, l'ultima era stata la vecchia Irma così tanto tempo prima che nessuno di vivo poteva dire d'averla veduta se non nei suoi incubi. I vecchi della valle, solitamente così loquaci, erano stranamente restii a parlare di Pertia. E di Irma. Evitavano l'argomento se appena potevano e comunque l'affrontavano malvolentieri. Altre frazioni erano state abbandonate negli anni della fuga in pianura ma nessuna era stata così efficacemente RIMOSSA dalla memoria collettiva.

Giacomo si passò le mani sudate sui pantaloni: "Lo metterò nel mio libro", sogghignò eccitato.

Quella del libro era una fantasia con cui si baloccava ormai da molti anni. Rappresentava il frutto di intere stagioni passate ad ascoltare bracconieri e pescatori, contadini e allevatori, impiegati comunali e custodi di dighe, gente sempre con le mani in tasca e in bocca una storia da raccontare, vera o falsa, comunque di seconda mano. Anni di fine settimana assolati di scarpinate ad alta quota, o piovosi di lumache in marcia ai bordi dei fossati. Quante volte, in quegli anni, aveva indossato la mantella da pesca e preso la pioggia solo per andare da Toni, all'osteria, a trovare da giocare a carte per una posta di pinot grigio e sentire storie che gli facevano drizzare i capelli o magari l'uccello, che lo facevano piangere col nodo in gola come quando da piccolo, quelle sadica di sua madre gli raccontava la storia della piccola fiammiferaia, o ridere da pisciarsi addosso come gli capitava ormai sempre più di rado.

E c'era anche la volta che il discorso cadeva su Pertia come una tegola sulla testa di un passante. Allora tutti tacevano e si guardavano la punta delle scarpe o si alzavano per andare a mettersi più vicino alla stufa, o di nascosto si toccavano le palle e, ogni tanto, si sbirciavano tra loro, aspettando che il momento passasse da se, come il sapore di un cucchiaio di olio di ricino dopo un'indigestione. Loro sapevano e Giacomo no. Ne avrebbe mai saputo perché anche avesse venduto casa a Torino e si fosse stabilito lì nella valle e fossero passati magari trent'anni e avesse sposato i suoi figli con i loro e cresciuto nipoti, sarebbe rimasto sempre uno di fuori e c'erano cose per cui non c'era confidenza abbastanza forte ne legame sufficientemente saldo. Pertia era tabù. Ma era lì davanti a lui, ora. Bastava allungare una mano per prenderla, o meglio allungare un piede per entrarci e magari per tornare a Ribordone o a Talosio, in osteria e saperla più lunga di tutti loro.

C'era stata una volta che si era permesso di insistere con Giovanni. che da vivo era stato il più vecchio di tutti e più che di insistenza sarebbe logico parlare di plagio.

Si erano seduti accanto al vecchio lavatoio, sulla strada che porta al santuario, quando ancora assomigliava a una strada, prima che ci passasse su l'alluvione e Giacomo aveva attirato il vecchio su Pertia nel modo in cui un indiano fa entrare in un canyon un viso pallido per scalparlo con comodo.

Giovanni non aveva parlato per un tempo che era sembrato lunghissimo, le mani unite appoggiate al bastone da passeggio, così simili agli artigli di un rapace, e Giacomo aveva pensato che si fosse addormentato, cullato dal rumore dell'acqua, o che magari si fosse perduto dietro i pensieri stonati e senili che affollano la mente dei vecchi come bollicine di anidride carbonica dentro una bottiglia di acqua minerale. Ma poi Giovanni aveva cominciato a parlare con voce bassa e ferma:

"Era Irene. Era toccato a Irene," aveva detto

"Irene era stata male. Era piccola, ma per me era grande, che ci avevo solo tre anni, o quattro."

Il vecchio aveva fatto una pausa, forse cercando di dominare il tremito che lo scuoteva.

"Irene era figlia della sorella di mia mamma. La figlia unica e non volevano che la morisse, che morisse in quella maniera. La zia Maria piangeva tutte le lacrime che aveva e lo zio Michele aveva due occhi,... due occhi da matto!"

Poi si era girato, col collo che ruotava con la fatica di un vecchio portone che si muove su cardini arrugginiti e per un attimo solo aveva guardato Giacomo dritto negli occhi, facendogli desiderare di alzarsi e tornarsene a casa a dimenticarsi dei suoi trucchetti meschini che non si arrestavano neppure di fronte a un vecchio quasi centenario.

"Così dopo tanti giorni che la Irene doveva morire e non moriva, era venuto il prete a darle i sacramenti e le donne piangevano, ma gli uomini guardavano da sotto e masticavano amaro. Via il prete avevano mandato fuori anche le donne, che tanto, cosa mandi a fare una donna fuori dalla porta, se poi ce l'hai nel letto la notte a dirti cosa devi fare il giorno...."

Giovanni era ansante dopo quel rivolo di parole come avesse esaurito il fiato e Giacomo aveva temuto che dopo miliardi di battiti l'orologio del vecchio si fermasse proprio lì, accanto a lui, sul sedile vicino al lavatoio, ma dopo qualche momento, l'anziano aveva continuato a parlare con una voce che sembrava troppo giovane per essere la sua.

"Così gli uomini si parlarono, ma era già tutto deciso e anche se poi nessuno aveva il coraggio, alla fine ci andò zio Michele, perché la figlia era la sua.. Ma era inverno e il tempo era sbagliato...."

Giacomo aveva atteso con pazienza, mentre il vecchio si dondolava avanti e indietro penosamente abbarbicato al bastone come fosse l'unico legame che lo trattenesse dal precipitare nuovamente in quella tragedia di tanti anni prima, poi con gentilezza aveva chiesto:

"Dove? Dov'era andato lo zio Michele?"

E il vecchio, rannicchiandosi su se stesso, aveva biascicato:

"Irma. Era andato da Irma, a Pertia."

E il dondolio si era fatto più forte.

Giacomo si era guardato intorno meravigliato. C'era il sole, gli uccelli cinguettavano sui rami e ogni cosa era al suo posto in modo rassicurante e quasi confortevole eppure, improvvisamente, la temperatura sembrava scesa di parecchio.

"E la ragazzina? com'è finita poi?" Aveva chiesto

"E' Morta." Aveva sbottato il vecchio.

"Era figlia unica ed era morta. Gli fecero un funerale, che di funerali belli non ne ho mai visto uno, di tanti che mi son toccati, ma quello sarebbe potuto essere meglio, non fosse stato per Irma, che c'era venuta anche lei. Dritta in piedi, fuori dal cimitero e non parlava e non faceva gesti, ma si vedeva dagli occhi che poteva mettersi a ridere forte da un momento all'altro, e se lo vedevo io, che ero così piccolo, ma anche il prete con tutta la sua rumenta di stola, crocifisso, incenso e compagnia, teneva la testa bassa e in nomine patri et fili e tanti saluti, la messa è finita e andate in pace e via come una schioppettata a chiudersi in sacrestia, a toccarsi i coglioni anche lui. Finalmente! Povera Irene. Che freddo faceva! C era la terra che l'era dura come il ferro e lo zio Michele saltava come un grillo e andava da questo e da quello e li tirava per la giacca. ma quelli si facevano piccoli e si giravano dall'altra parte perché nessuno se la voleva tenere in casa e non c'era badile che potesse rompere quel gelo, che la povera Irene non la voleva più nemmeno la terra. Così la misero nella cappella sotto al roc, che c'è ancora adesso, solo che adesso è di cemento e serve solo per scriverci sopra parolacce, invece allora era di pietra, con un cancello di ferro che si chiudeva con la chiave e lo stesso ne lo zio Michele con tutto il suo gridare, ne la zia Maria con tutte quelle lacrime per quella figlia unica, non c'era un anima col coraggio di vegliare quella morta...."

Il vecchio a quel punto si era alzato faticosamente, con le giunture che protestavano gemendo.

"Alla mattina dopo della Irene c'era rimasto poco. Il cancello era aperto, la bara rovesciata e spaccata. Io non ho visto. Ero piccolo. Ma gli uomini tra di loro ne parlavano, pensavano che tanto io non capivo, piccolo com'ero. C era quasi tutta la gamba sinistra e nell'erba vicino al sentiero dove adesso c'è la strada c'era una mano e un bel pezzo di stomaco..."

Giacomo, impietrito dall'orrore, aveva fissato incredulo il vecchio, che scuoteva la testa con disgustato sarcasmo.

"Così ficcarono tutto quel che c'era rimasto dentro un sacco di quelli dove una volta tenevamo la farina di segala, perché non c'erano i soldi per un'altra bara e comunque una bara sarebbe stato uno spreco per quel poco che c'era rimasto e finalmente riuscirono a fare una buca nel cimitero, anche se poco profonda. E buona notte. Lo zio Michele con Adelina e un'altra, mi pare si chiamasse Agnese, andarono tutti e tre a chiamare di nuovo il prete, ma quello nemmeno li fece entrare. Gli disse dalla finestra che era malato e la benedizione del giorno prima doveva bastare, se no non c'era sacramento che teneva e secondo me, mentre gridava dalla finestra come un pescivendolo al mercato, si teneva tutte e due le mani sui coglioni!"

Giovanni aveva terminato bruscamente quel liberatorio torrente di parole raschiando rumorosamente e sputando un lobo verdastro, come un punto in fondo a un tema, quindi, accesi i motori si era avviato per la discesa, apparentemente dimentico d'essere accompagnato.

"Ma ... cos'era capitato? Dio buono cosa mai era capitato?" Gli aveva chiesto Giacomo alzandosi a sua volta e incominciando quello che aveva tutta l'aria di un inseguimento. Il vecchio, senza rallentare aveva grugnito con poca convinzione "Dissero che erano stati i lupi. A quel tempo ancora ce n'erano."

A Giacomo era sembrato ragionevole.

"E perché no? Voglio dire, cos'altro...."

Ma Giovanni si era arrestato di colpo, voltandosi verso di lui e fronteggiandolo a così breve distanza che l'uomo più giovane fu investito dall'aroma di aglio e brillantina che fluttuava attorno alla testa del vecchio.

Giovanni aveva stirato le labbra sottili in un sogghigno molto simile alla smorfia di un teschio e aveva sibilato:

"Perché voialtri a Torino, avete dei lupi capaci di scassinare la serratura di un cancello?"

Quindi s'era macchinosamente girato involandosi con un passo che faceva pensare non avesse intenzione di fermarsi fino a Rivarolo, lasciando Giacomo di stucco, nel mezzo della strada, a chiedersi quale fosse il sunto di quelle elucubrazioni. Ora come ora, sul punto di avere finalmente delle risposte, se mai c erano, Giacomo si sentiva scorrere nelle vene un bel po' di fifa, ma siccome non aveva intenzione di rinunciare, avanzò lungo il sentiero che l'aveva portato sin lì animato da una sorta di esaltazione euforica. Cos'è che spinge un uomo a cercare la fonte della propria paura e a tuffarcisi dentro? Camminando con fare guardingo lungo quella striscia di terra battuta quel ragioniere grasso e imbranato si sentiva trasportato indietro verso la propria infanzia, quando i suoi genitori lo portavano al giardino zoologico. Lui ci andava solo per i serpenti. I serpenti accoglievano indifferenti il suo sguardo rimanendo acciambellati dietro le loro vetrine e nonostante fossero magari in molti in un ambiente ristretto e scarsamente arredato, alle volte Giacomo impiegava alcuni istanti a identificarne le forme, mimetizzate in modo inquietante. Allo Zoo c'erano molti altri animali, alcuni più grandi, altri più feroci, ma quelli erano solo la caricatura di ciò che avrebbero potuto essere in libertà. I serpenti invece stavano dietro a un vetro che non teneva loro dentro ma gli altri fuori e non sembravano accorgersi di essere prigionieri. Loro, non mangiavano noccioline dalle mani di nessuno e le lucertole se le sbucciavano da soli.

I serpenti erano il pericolo. Come John Wayne sulla pista degli indiani, arrivato a una manciata di metri dalle prime abitazioni, Giacomo si accovacciò sui talloni, impegnato ad osservare uno stupefacente indizio di attività umana. Immondizia. Sul terreno, i cespugli, i rami bassi, ovunque. Spingendosi gli occhiali sul naso. l'uomo lasciò scivolare lo sguardo su bottiglie a pezzi e no, su lattine accartocciate e no, su mignon, sui resti di consumazioni a base di vino, birra e superalcolici. Mozziconi di sigarette a centinaia a migliaia, costellavano il terreno come i bossoli di un prolungato e cruento scontro a fuoco, siringhe usate spuntavano da terra e dai tronchi degli alberi come frecce dopo un attacco di pellerossa, preservativi evidentemente usati giacevano abbandonati alla rinfusa o pendevano dai rami come osceni festoni natalizi. Fazzoletti scottex appallottolati, carta igienica, escrementi umani a diversi gradi di essiccazione, tutto fittamente riunito in una fascia larga due o tre metri che si perdeva a destra e a sinistra a una decina di metri da Pertia. Tutto intorno, evidentemente, come un segno di confine involontariamente tracciato da continui e spiccioli pellegrinaggi scanditi nel tempo dal variare delle marche dei pacchetti di sigarette gettati via. Giacomo si rialzò perplesso a guardare quelle finestre buie. Dov'era il serpente? Costrinse gli scarponi a calpestare quel ciarpame e a superare quella sorta di terra di nessuno che sostituiva il vetro dello zoo. Tra l'immondizia e le case, il terreno era relativamente spoglio, tra i rami e le rocce era piantato un palo dal quale pendeva un cartello del comune di Ribordone che ammoniva: "Ruderi pericolanti. E' vietato l'accesso."

Giacomo gli sorrise beffardo "non sarai tu a fermarmi..."

E si ricordò di Gigi, e di quell'altra volta che non si era fermato. Aveva otto o nove anni e Gigi era qualcosa di simile a un amico, un mingherlino rosso di capelli, anche lui con gli occhiali, di cui i più avevano un'opinione oscillante tra lo svitato e lo scemo completo. Giacomo molto prosaicamente credeva che un bambino grasso e mezzo cieco non dovesse fare il difficile in fatto di amicizie e fino a quel giorno si era sempre astenuto dal giudicare il compagno. Ora, Gigi a un certo momento si era messo ad insistere che nella cantina di casa sua albergava un orribile mostro, sosteneva d'averlo veduto ed era stato generoso di agghiaccianti particolari riguardo a come riusciva a sfuggirgli in modo rocambolesco ogni volta che sua madre lo spediva giù a prendere il vino o un vasetto di marmellata. Giacomo ne aveva fatto una questione personale e non perché Gigi sostenesse la realtà del mostro, ma perché sembrava persino sincero nelle sue pazzesche rivelazioni. Così Giacomo si era avventurato, da solo, giù per quella scala buia e ancora adesso, dopo trent'anni e più, gli bastava chiudere gli occhi per avvertire l'odore di muffa e di umido e soprattutto il terrore paralizzante che lo aveva colto quando aveva cacciato il braccio in quell'oscurità sconosciuta alla ricerca di un interruttore. Ricordava il panico mentre annaspava, con gli occhi spalancati che minacciavano di esplodergli fuori dalla testa come quei pupazzi a molla che zompano fuori dalle loro scatole. Lui sapeva che non ci sarebbe stato nessun mostro. Ma non poteva esserne veramente sicuro fino a che non avesse acceso la maledetta luce, fino ad allora, non poteva dire di non avergli già messo il braccio in bocca e di essere sul punto di sentire lo schianto delle propria ossa frantumate. Poi dopo quel magico e terribile momento, l'interruttore era scattato tra le sue dita sudate e il neon appeso al soffitto aveva inondato di luce il desolato spettacolo che quella cantina offriva: muffa, oggetti non bene identificati e di ogni dimensione, malamente accatastati alla rinfusa, protetti da sacchi neri e vecchie coperte. Polvere e sporco, escrementi di topo e calcinacci piovuti giù dal soffitto scrostato. Il padre di Gigi dopotutto non doveva essere stato un uomo molto ordinato. Rinfrancato ma deluso, ancora tremante d'eccitazione, Giacomo si era voltato e aveva visto, in cima alle scale, Gigi che lo fissava sornione, col suo sorriso ebete imprigionato in un robusto apparecchio. Giacomo aveva deciso che tutto sommato un mostro c'era per davvero e concluso che anche un grassone ha diritto a riempire i propri pomeriggi con qualcosa di meglio che un coglione. Eppure Giacomo sapeva che in quel giorno lontano dentro di lui era scattato un meccanismo, come la carica di un giocattolo a molla, che passo dopo passo l'aveva alla fine condotto a Pertia, alla ricerca dello stesso mostro di allora.

Pervaso da un insieme di contrastanti emozioni che sfumavano nel melanconico ricordo dei giorni della sua infanzia, si addentrò tra le catapecchie diroccate, mentre il cielo incominciava a tingersi di rosso nella luce del tramonto. Anche tra le case il terreno era molto accidentato, e il cammino ostacolato da cumuli di macerie su cui era attecchito il muschio, dai resti marci delle travi dei tetti crollati su cui si annidavano colonie di funghi nerastri, da un proliferare di piante parassite e di rovi che sembravano tenere insieme il tutto. Facendosi largo con cautela tra quell'inospitale sottobosco, Giacomo si accorse che anche lì l'immondizia era in qualche modo riuscita ad arrivare sotto forma di cocci di vetro e lattine. Probabilmente qualche bullo di paese doveva aver dato prova del proprio coraggio lanciando i suoi vuoti a perdere tra le case. Imprecando a denti stretti tra le spine, Giacomo cominciò a dubitare di riuscire a trovare il tempo per cercare dei mostri, occupato com'era a salvare quanto più possibile delle proprie gambe dai morsi di quei tenacissimi rovi. Con una certa preoccupazione, superò la bocca circolare di un pozzo mezzo coperto da travi così marce che non avrebbero certo retto il peso di qualcuno anche più leggero di lui. La reale possibilità di ritrovarsi immobilizzato in fondo a un pozzo artesiano, con una gamba rotta, diede un bel colpo al suo entusiasmo. Avrebbe fatto meglio a guardare dove metteva i piedi. Raggiunto uno spiazzo un po' più libero, si guardò attorno con crescente disappunto. Si era aspettato veramente di trovare perlomeno un indizio che potesse fornirgli la chiave della cattiva fama di quel luogo, anche una piccola cosa che potesse compensarlo di tutto il tempo che aveva perso e delle cautele di cui si era circondato per arrivare a conoscere l'ubicazione di quel postaccio senza urtare la sensibilità dei bifolchi del luogo. Invece, niente. Pertia aveva lo stesso fascino rugginoso di una discarica abbandonata. Fu allora che cominciò a sentire i rumori. Piccoli rumori ovattati che provenivano da dentro le case, rumori agili e veloci. Poco lontano, contornato da macchie di noccioli, c'era l'apertura di un altro pozzo simile al primo. Laggiù i rumori sembravano più forti, forse amplificati da un eco.

"Ma cosa Cristo...?"

Poi dopo il primo istante di smarrimento gli balenò l'idea che dovevano essere piccoli animali di qualche genere. Scoiattoli, o tassi. Il suo interesse sopito si riaccese per un attimo. Poteva essere, che un montanaro superstizioso si fosse fatto spaventare da rumori come quelli fino a creare, con gli anni, la sinistra aura di leggenda che aveva condotto lui fin lì? I rumori erano effettivamente inquietanti. Giacomo, perplesso, raccolse un sasso e lo lanciò verso l'imboccatura circolare centrandola. Dopo circa tre secondi sentì la pietra toccare il fondo e i rumori cessarono di colpo. Giacomo rise, scuotendo la testa incredulo. In fondo c'era voluto proprio poco a domare quei mostri. La cantina di Gigi era stata di gran lunga più terribile. Cancellò i rumori dalla propria mente con la stessa subitaneità con la quale essi erano cessati e si girò ad esaminare la strada più breve per uscire da quell'intrico. Qualcosa lo colpì alla nuca abbastanza forte da strappargli un grido. Si portò una mano alla testa e la ritrasse sporca di sangue. Ciò che lo aveva colpito era lì, accanto al suo piede, impossibile da ignorare. Era il sasso, lo stesso che aveva lanciato nel pozzo. Roteò sui talloni come un ballerino che accenna un passo di danza, col cuore che gli tumultuava nel petto.

"Non è possibile."

Lo ripeté un paio di volte, cercando di convincersi. Il pozzo lo guardava indifferente. Nero. Morbosamente affascinato, resistendo alla tentazione di voltare i tacchi e filarsela alla massima velocità consentita dalla sua dignità scricchiolante, si avvicinò a quel cerchio oscuro di due metri di diametro. La luce del sole morente non sembrava capace di perforare quella tenebra. Forse, se fosse andato più vicino.... ma le sue gambe proprio non volevano saperne. Gli scoiattoli non restituiscono i sassi che gli tiri e lo attanagliò alla gola la certezza che se fosse andato oltre, da quel buio che sembrava dipinto sarebbe sorta una mano adunca a ghermirgli una caviglia, e trascinarlo laggiù...

Vicino all'imboccatura orlata di vecchie pietre, qualcosa attirò il suo sguardo, c'erano delle travi ormai marce, scure e percorse da scarafaggi, delle pietre squadrate, un badile arrugginito il cui manico era ormai letteralmente fuso con il terreno e una cazzuola a dir poco arcaica che aveva seguito la stessa sorte. E una scarpa gonfia di umidità. Qualcuno aveva pensato di chiudere l'imboccatura. Di murarla, per la precisione. Ma poi aveva lasciato perdere così in fretta da abbandonare dietro di sé persino una scarpa! Giacomo soffocò contro una mano un risolino isterico. Si chinò e toccò il manico del badile che si sbriciolò sotto le sue dita. Poco più lontano c'era anche un secchio rovesciato simile a un grosso fungo scuro. Forse qualcuno, molti anni prima, s'era armato di coraggio e aveva deciso di farla finita con quello che c'era là sotto. Giacomo prese con due dita la scarpa, rivoltandola. Dentro c'era qualcosa. La sollevò, incuriosito e l'agitò, come un giocatore che scuote il bussolotto prima di lanciare i dadi. Alcuni piccoli oggetti di varia forma ne caddero. Giacomo urlò e fece un passo indietro mollando la scarpa come scottasse e passandosi più volte le mani sui calzoni per ripulirsele. Non occorreva essere un medico per capire di cosa si trattava. Quel tizio doveva avere avuto davvero molta fretta se oltre alla scarpa, s'era dimenticato di portarsi via anche il piede che c'era dentro! Ma a Giacomo la voglia di scherzare era passata. Scrutò oltre il ciglio del buco nero mentre il panico, come un aspiratore da dentista gli asciugava la bocca. Era fin troppo facile immaginarsi lo zio Michele del racconto del vecchio Giovanni, arrivare lì, pazzo di rabbia, deciso a seppellire là sotto la causa della sciagura che aveva devastato la sua vita. Ma non ne aveva avuto il tempo. Giacomo era uno di quegli esseri infelici che svengono durante i prelievi di sangue. Lui stava male dopo, quando l'infermiera gli applicava il cerotto sulla vena e lo invitava sorridendo a "premere forte". Era in quel preciso momento che si sentiva mancare, quando doveva obbligarsi a schiacciare con le dita il buco dal quale gli avevano appena spillato del sangue. Ora stava male nella stessa maniera, con gli occhi premuti contro quell'ipnotico e maleodorante cratere dal quale, se fosse svenuto, sarebbe salito ben altro che una graziosa infermiera ad occuparsi di lui. Era venuto a Pertia a conoscere quello che si nascondeva là sotto, ma se la curiosità è una malattia, lui era guarito e il desiderio di avere informazioni di prima mano era svanito come una pisciata nella neve. Si voltò con l'intenzione di gettarsi in una corsa che non cominciò mai. A non più di tre passi davanti a lui, ferma contro il sole ormai scomparso dietro le cime più alte degli alberi, c'era una figura da incubo, avvolta in un lurido mantello nero. Mentre strabuzzava gli occhi, valutando la possibilità di essere sull'orlo di una crisi cardiaca, Giacomo cercò di convincersi, per la seconda volta in pochi minuti, che no, non era proprio possibile, quella bieca megera era troppo simile alla strega della cassetta di Biancaneve che aveva regalato a suo figlio per Natale perché potesse essere veramente reale, ma, come stava per sperimentare a sue spese, ci sono versioni della realtà in cui sarebbe meglio non avventurarsi. La vecchia aveva una gobba sulla schiena che letteralmente la piegava in due e l'occhio destro mancante. Avanzava penzolando avanti a sé le braccia come una scimmia antropomorfa, con l'unico occhio che brillava di una allegria demenziale e un sorriso che, scompaginando quei lineamenti grotteschi, scopriva gengive nere dalle quali si staccavano disordinatamente sporadici spuntoni acuminati simili alle zanne di un vecchio predatore. Una incredibile voce di basso scivolò fuori da quelle labbra screpolate, come una registrazione di cattiva fattura inserita nel manichino sbagliato:

"Ma guarda! Guarda cosa abbiamo qui. Mammh! Vediamo"

Giacomo, paralizzato dall'orrore, scuoteva la testa come una marionetta cercando di scollarsi via dagli occhi quella pazzesca visione che si ostinava a stargli davanti. La verità che quell'uomo robusto stava imparando su di sé era che, tanti anni prima, da bambino, aveva effettivamente considerato la possibilità di incontrare un mostro nella cantina di Gigi. Anche a Pertia un bambino non avrebbe esitato: sarebbe senza dubbio scappato, credendo a ciò che vedeva. Ma Giacomo era grande, era un commercialista e non era preparato ad avere a che fare con niente di più eccezionale della compilazione di un modello 740. Ciononostante era ormai chiaro che quell'essere che gli si stava avvicinando, non era in cerca di sgravi fiscali a cui non avesse diritto. La voce diventò lasciva.

"Vieni. piccolo mio. Ti porto a casa mia. Sapessi che cosa ho per te!"

E si leccò le labbra col rumore di una raspa che sfrega su di una tavola, con una lingua così lunga e spessa da apparire inverosimile. Giacomo fece il primo passo indietro, incerto sul da farsi, timoroso di voltare le spalle per tentare la fuga.

"Non avrai paura di questa povera vecchia, eh? Avrai sentito parlare. della vecchia Irma! Che bravo sei stato a venirmi a trovare! Può succedere di avere bisogno di me da queste parti!"

Irma?. Ma certo e chi altri! Tutto sommato non doveva mancare più molto perché suonasse la sveglia. Quell'incubo non poteva diventare peggio di così. O no?

"Non penserai mica che voglia ..... mangiarti !"

La vecchia fece scattare verso la faccia di Giacomo una mano adorna di unghie sporche e affilate come rasoi. L'uomo fece un grottesco balzo all'indietro riparandosi la faccia con un braccio levato, squittendo come un topo che cerca di sfuggire ad un serpente.

Si ricordò del pozzo forse non più di un secondo troppo tardi. Sentendosi mancare il terreno sotto i piedi, l'uomo lottò mulinando le braccia come un giovane albatro che tenta di spiccare il suo primo volo, già sapendo che non c'era legge fisica che potesse impedirgli di cadere.

"NO! "

Gridò precipitando nel buio, inseguito dalle risa ululanti di Irma. Giacomo continuò ad agitare vanamente le braccia, ma non imparò a volare ne quel giorno ne mai. Atterrò due secondi dopo su un cumulo di detriti ricoperti di muschio con la grazia di un rinoceronte africano che salta giù da un elicottero. La violenza dell'impatto fu sufficiente a fargli perdere i sensi, ma questa fu una fortuna. Così non vide cosa lo attendeva laggiù, nel buio.

Quando riprese conoscenza scoprì di essere al centro di un cerchio di luce lunare proveniente dal buco dei quale era precipitato. All'inizio l'intontimento prodotto dalla botta alla testa gli produsse il duplice effetto di fargli esaminare ogni fatto con estrema chiarezza, ma con distacco, come se quel che avveniva non lo riguardasse da vicino, come se in realtà fosse accomodato nel salotto di casa sua a visionare uno scadente film dell'orrore. C'erano delle cose lì con lui. Sopra di lui. Sarebbe stato definito improprio definirli animali, perché un animale è un prodotto ottenuto dalla natura mediante una selezione, quelli invece sembravano l'animazione del disegno di un mentecatto. Erano piccoli come ratti, camminavano su due gambe ma parevano avere più braccia del necessario, facce cattive con bocche grandi ed espressive, piene di denti affilati. Quando Giacomo si svegliò, si stavano già allontanando dal suo corpo accasciato e lui li sentì strisciare via frettolosi, impacciati e gonfi del suo sangue al punto da esserne quasi tramortiti. Uno di loro si girò a fargli uno sberleffo prima di scomparire nel buio. Gli fu chiaro da subito in quel modo così lucido e distante che si erano allontanati non certo a causa del suo risveglio. Nonostante le dimensioni ridotte, sembravano abbastanza numerosi da continuare a salassarlo anche da sveglio fino a completo esaurimento. Qualcosa li aveva disturbati, la stessa cosa che lo aveva destato dal suo torpore. Era qualcosa di più grosso e più cattivo di loro, qualcosa che costituiva un grave pericolo. Udì un respiro profondo e il brontolio cupo di una bestia che si sveglia. La sotto l'ambiente era abbastanza grande da provocare un'eco. Giacomo, steso sulla schiena sentì distintamente il rumore di un corpo enorme che si scuoteva alzandosi. Della paglia frusciò contro il pavimento e quelle che sembravano grosse catene sferragliarono rumorosamente. Un rutto che era quasi un ruggito rimbalzò contro la volta. Giacomo si alzò a sedere, cominciando a sudare nella luce della luna impietosa che illuminava le sue vesti a brandelli. Scoprì di avere il corpo costellato di piccole ferite circolari, come minuscoli morsi dati a una mela. Le orecchie gli ronzavano. Alla fine gli avevano davvero fatto un bel prelievo. Qualcosa oscurò parte della luce e non era una nuvola. Era un'ombra curva e ciondolante. Lo raggiunse una risatina sgangherata e una voce da basso che gli fece accapponare la pelle.

"E' meglio che ti muovi, piccolo mio. Tra poco sarà sveglio del tutto. E tu sarai davvero nei guai !"

Giacomo, fissando l'ombra di Irma, si accorse di non avere neppure perduto gli occhiali nella caduta. Si accorse anche di amare sua moglie. Tante volte se lo era chiesto senza mai darsi una risposta vera, ma nel fondo di quel pozzo buio, era tutta la sua vita che si illuminava di una nuova luce. Aveva una voglia disperata di tornare in ufficio, lunedì, a frodare il fisco e fare soldi a palate, perché c'era della poesia nel fare quattrini, oh si ! E cosa avrebbe dato per un Plumcake! Alle sue spalle un brontolio che era come un temporale incombente squarciò il silenzio, seguito da uno sniffare potente e ripetuto. Dall'alto, la strega gli fece un gesto concitato con la mano, come se per salire fin lassù fosse sufficiente montare sulla scala mobile. C'erano cinque metri buoni di parete verticale di vecchi mattoni umidi e l'unico appiglio era costituito da una rada ragnatela di rampicanti che crescevano in superficie per poi gettarsi la sotto in una sorta di suicidio. Forse dopotutto Giacomo sarebbe rimasto lì, seduto come un ebete ad attendere che quella cosa enorme allungasse una zampa o qualsiasi surrogato di un arto adoperasse per portarsi il cibo alla bocca e ponesse definitivamente fine alle sue sofferenze. Poi però lo sguardo gli cadde tra le pietre muscose illuminate dalla diafana luce lunare, poco più in là dei suoi piedi. Anche lui ricoperto di muffa verdastra, un teschio dalla mandibola spalancata urlava all'eternità la sua muta angoscia. Quel macabro resto gli fece ricordare gli altri che aveva scoperto in superficie e prendere atto dell'orrore della propria posizione e del reale pericolo cui era esposto. Il suo cervello venne galvanizzato da una scarica elettrica ad alto potenziale. Si alzò di scatto in piedi e, ignorando il sordo ronzio che gli trapanava il cranio, si gettò sui viticci fradici di rugiada notturna che gli tendevano le loro estremità, cominciando a issarsi con la forza della disperazione. Dietro di lui, il silenzio fu rotto da un nuovo grugnito interrogativo seguito poi da un vero e proprio ruggito che parve scuotere le fondamenta stessa della terra. Un urlo che nonostante la sua terrificante bestialità, conteneva in sé il germe di un umanità perduta. Una belva ruggisce secondo il proprio istinto di cacciatore. In quel grido però, oltre alla brama feroce del predatore, c'era l'odio di un nemico che ne riconosce un altro. Annichilito dall'orrore per un secondo, come un antilope paralizzata dal boato ferino del leone, Giacomo annotò a margine della propria mente la certezza apparentemente assurda che l'essere che aveva emesso quel ringhio e che ora incedeva pesantemente verso di lui, una volta, era stato un uomo. Con rinnovata energia si lanciò verso l'alto, le orecchie sature del rombo che quella creatura provocava calpestando il terreno con le flaccide estremità che polverizzavano un tappeto di ossa e cartilagini, il naso invaso dal fetore della propria morte imminente.

Si aggrappò al bordo superiore del pozzo con le braccia ed emerse dalla terra strillando, seminudo e ricoperto del suo stesso sangue come una creatura appena espulsa dall'utero della propria madre. Farfugliando come un pazzo, ignorando le risa sguaiate della strega che si era fatta indietro e lo additava quasi presentando a un invisibile pubblico quella rarissima fonte di divertimento, Giacomo si rialzò in piedi barcollando e cominciò a correre incespicando verso la vicina foresta.

"Aspetta ! Dove vai ?" Lo richiamò la vecchia. L'uomo sbirciò dietro di sé senza rallentare e vide con sollievo che Irma non lo stava inseguendo ma si teneva ancora a rispettosa distanza dal pozzo. Appena sotto la superficie di esso qualcosa si agitava frenetico.

"Torna qui stupido" gli gridò la strega.

"Senza di me non avrai altro posto che questo dove tornare!"

Col cavolo, pensò Giacomo tuffandosi nel bosco scuro e cominciando una folle corsa. Aveva perduto l'orientamento, aveva perduto l'orologio e anche buona parte della sua sanità mentale. Solo gli occhiali continuavano a cavalcargli il naso imperturbabili invitandolo a immaginare una via che non trovava mai per uscire da quell'intrico che gli sferzava le membra intirizzite dal freddo.

Si fermò solo una volta e solo per un momento. Alla luce della luna vide le ferite disseminate sul suo corpo che in ogni momento gli ricordavano che era emerso da qualche cosa più che un incubo. Gli prudevano in modo fastidioso, si erano gonfiate, spaccate ai bordi e stavano assumendo rapidamente un colore violaceo e malsano. Aveva ripreso a correre, occupatissimo a gettare chilometri dietro di sé. Facessero pure infezione le ferite, per quello c'erano gli antibiotici. Continuava a vedere davanti a sé la smorfia di sofferenza e terrore di quel teschio in fondo al pozzo. Nella testa lo sentiva urlare con la sua voce. Per lui non ci sarebbero stati mai abbastanza antibiotici. Cadde in una sorta di trance indaffarata fatta di alberi morti da scavalcare, rocce da aggirare, rami da scostare, fino a che, quando già il nero della notte cominciava a sfumare nel grigiore dell'alba, sfondò una siepe di noccioli e il terreno gli mancò sotto i piedi. Scivolando sul terriccio morbido, rotolò verso il basso, lungo quello che sembrava un argine, agitando le braccia e le gambe nel vano tentativo di rallentare la propria caduta e, in uno schianto di rami spezzati e sassi smossi, capitombolò nel vuoto atterrando subito dopo su una strada e sbattendoci duramente.

"Cristo !" Esclamò a metà tra l'invocazione e la bestemmia, strofinandosi sull'asfalto come fosse stato la terra promessa. Quasi contemporaneamente udì il suono terrificante di un clacson pestato selvaggiamente accompagnato dallo stridere disperato dei freni. Si drizzò sui gomiti, troppo frastornato per muoversi più di così. mentre una ventata di aria calda e puzzolente di gasolio lo investiva. Il camion passò sopra ai suoi occhiali, annientandoli, mancando la sua testa di forse due centimetri e arrestandosi solo una decina di metri più avanti. Faticosamente, Giacomo si alzò a sedere, guardandosi attorno con gli occhi miopi nella incerta luce del nuovo giorno. Piano, piano, incominciò a ridere, a ridere e poi a piangere di sollievo. Ce l'aveva fatta. Ne era fuori. Finalmente il mondo si era ricomposto attorno a lui secondo lo schema abituale. Un chilometro più in su era visibile il muraglione di sostegno di Ribordone e il suo campanile che continuava a segnare mezzogiorno. Singhiozzando girò la testa nella direzione opposta e vide il camion della macelleria di Sparone fermo in mezzo alla stretta carreggiata, con le luci d'emergenza accese e l'autista in piedi lì vicino, che lo guardava a bocca aperta. Giacomo lo conosceva ma proprio non riusciva a ricordarsi del nome. L'uomo lo guardava paralizzato dallo stupore, ancora incredulo per essere riuscito a non investire quel disgraziato senza uccidersi giù per la scarpata. Dall'altro lato della strada, proprio di fronte a Giacomo c'erano Ernesto Balma e suo figlio Pietro, con cui tante volte aveva giocato a carte: il vecchio era in piedi, con la scure in una mano e suo figlio gli stava accanto con le braccia cariche di legna. Il tempo sembrava essersi arrestato per un secondo attorno a Giacomo, come se non avesse previsto che il destino avrebbe rimesso in gioco quel ciccione sputandolo fuori dal bosco proprio in tempo per essere quasi falciato via da un camion che con tutta probabilità sarebbe stato l'unico mezzo a passare di là ancora per parecchie ore. Poi la legna che il giovane Balma reggeva, scivolò fino a terra e il ragazzo attraversò la strada a rapide falcate accucciandosi accanto a Giacomo e guardandolo con attenzione. Suo padre lo seguì con una certa riluttanza.

"Ma ... questo qui è Giacomo Guarina. Il ragioniere. Ma.... da dove salti fuori? Ci saranno mille persone che ti cercano e tu..."

II giovane scosse la testa, eccitato, guardando da Giacomo al vecchio in piedi li vicino al camionista ancora immobile e sotto shock.

"Ma dove eri finito ?" Riprese

"E' tutta la notte che ti cercano, tua moglie è disperata...."

Suo padre lo interruppe seccamente:

"Non lo vedi ? Non lo vedi da te da dove arriva? Guardagli le ferite."

Giacomo, che incominciava a riprendersi, ansimava, con la schiena appoggiata contro la riva dalla quale si era fiondato, alzò lo sguardo verso l'uomo alto che lo sovrastava, una figura immobile contro il cielo. La luce della comprensione si fece strada sul volto non troppo sveglio di Pietro, congelandogli il sorriso in una smorfia.

"OH, no! " sussurrò facendosi subito più indietro e rialzandosi accanto al padre.

"Alla fine l'hai fatto per davvero. Ci sei andato. Ma perché? Perché hai fatto una cosa del genere? Eri così sfigato a carte da essere persino simpatico."

Ernesto girò la testa di lato e disse al camionista:

"Tu puoi andare. Ci pensiamo noi."

Quello lo guardò perplesso.

"Come sarebbe a dire che... a momenti lo ammazzo, mica posso..."

Poi anche lui sembrò capire qualcosa che era stato fino ad allora evidente solo a Ernesto Balma e cominciò a sbirciare dal vecchio a Giacomo seduto per terra, quindi si voltò e schizzò via verso il camion ancora acceso. Mentre il vecchio autocarro partiva come un proiettile verso valle, Ernesto disse:

"Mi dispiace. Credimi che mi dispiace."

Dal basso, Giacomo intuì che qualcosa di grave gli stava sfuggendo. Guardando la faccia di Balma, si sentì certo di una cosa: di qualunque cosa si trattasse, non era vero che gli dispiaceva. Non gliene fregava un bel niente.

Pietro continuava a scuotere la testa, contrito.

"E' toccato a te, amico. Rassegnati."

E' toccato a te. Quelle parole lo colpirono come schiaffi. Era toccato a Irene, aveva detto Giovanni. E ora a lui. Sollevò le braccia e guardando quello spettacolo desolante comprese che nemmeno per lui ci sarebbero stati antibiotici a sufficienza. Le piccole ferite erano diventate squarci grandi come fondi di bottiglia dai quali la pelle si era ritirata polverizzandosi. In alcuni punti, ribolliva del pus giallastro, in altri sembrava in corso una sorta di guarigione costituita dal formarsi di una crosta dai colori giallo-ocra e verdastro, ricoperta da piccole squame. Sulle gambe, invece, anche questo stadio sembrava superato e la nuova pelle era anch'essa sul punto di deteriorarsi per lasciare posto a nuove e più orrende mutazioni ancora in embrione. Ripensò alla cosa in fondo al pozzo, quella cosa che era stata un uomo e sollevò uno sguardo disperato verso i due uomini alti.

"Ma cosa diamine..." cominciò a dire e nessuno sentì mai il seguito, perché Balma alzò la scure che ancora reggeva tra le mani, le fece compiere un'ampia parabola nel cielo ancora scuro lasciando poi che si abbattesse acquistando peso e velocità. Un colpo come migliaia di altri, preciso come tutti gli altri. Incredulo, Giacomo udì il rumore sordo della scure che arrivava a destinazione e un attimo dopo realizzò che l'attrezzo era diventato un'appendice del suo corpo. In tutto questo non c'era dolore, ma non c'era nemmeno giustizia. Giacomo roteò gli occhi immergendoli prima in quelli disgustati di Pietro e poi in quelli terribilmente inespressivi del vecchio. Possibile che fosse quella, la faccia della morte? Si, non poteva essere altro che quella maschera di impassibile idiozia. Inarcò la schiena cercando di urlare la propria rabbia con un fiato che non aveva più. Cercò di inalare aria, ma comprese che quella elementare funzione non poteva più essere assolta dal suo petto sfondato e che alla fine sarebbe morto della stessa morte che lui stesso aveva riservato a tanti pesci pescati proprio in quel torrente che rombava sereno poco più in basso e in questo, forse, una giustizia c'era. Con le dita che già si andavano intorpidendo, si aggrappò al manico della scure che gli spuntava dal petto come a cercare nella causa della sua morte un legame che lo trattenesse alla vita. Alzò lo sguardo al cielo che già si tingeva di rosa all'approssimarsi di un'alba che lui non avrebbe mai visto. Ma il cielo si richiuse su di lui col rumore di una pietra che ricade su una tomba e l'ultimo pensiero fu per quell'interruttore che alla fine gli era sfuggito e non avrebbe mai più dato luce.

I due uomini rimasero a guardarlo morire, poi lo trascinarono per i piedi fino al loro furgone.

"Dici che è pericoloso?" Ansimò Pietro, sollevando il cadavere da sotto le ascelle.

Suo padre fece cenno di no, evitando gli occhi del figlio.

"Da morto è solo carne per i vermi."

Lo issarono sul cassone assieme alla legna e richiusero la sponda.

"Chiama qualcuno che ti dia una mano. Deve sparire. Sai come."

Pietro annuì, sospirando.

Un'ora e mezzo dopo, due ragazzoni accaldati e di malumore, giungevano tra i rifiuti che circondavano Pertia. Uno era Pietro l'altro Luigi, il postino della Valle. Lasciarono cadere a terra il loro carico e si guardarono, ansanti per lo sforzo. Luigi tirò fuori dalla tasche della tuta da lavoro due lattine di birra e ne lanciò una al compare che l'afferrò con disinvoltura. Bevvero con calma, ruttarono rumorosamente e risero piano, rinfrancati, poi Luigi lasciò cadere il vuoto in mezzo a tutti gli altri e fece rotolare il corpo avvolto in una vecchia coperta, spingendolo verso le case. Pietro, già mezzo sbronzo, lanciò la sua latta oltre i primi tetti e, accostate le mani alla bocca, gridò:

"Ehi ! C'è posta !" Quindi si piegò sulle ginocchia a ridere della propria spiritosaggine. Luigi lo guardò di traverso.

"Non è il caso di scherzare. Andiamocene da qui prima che qualcosa venga a firmare la ricevuta."

"Che ti piglia! Ormai è giorno fatto."

"Sarà!"

I due si voltarono e presero la strada del ritorno con l'aria soddisfatta di chi ha appena finito un lavoro come si deve.

Naturalmente il corpo di Giacomo non venne mai trovato. Parte della coperta in cui era stato avvolto il suo cadavere venne ritrovata, a primavera, in Val Soana, dalla forestale. Le guardie ritennero fosse servita ai bracconieri per trasportare un animale e la bruciarono senza ulteriori accertamenti. Tutto sommato non si erano sbagliati di molto. Quell'anno la montagna si prese il solito centinaio di vittime. Del trenta per cento di esse non si sarebbe mai più saputo nulla. Se Giacomo avesse potuto dare un'occhiata dietro di sé, avrebbe osservato con sgomento il modo che il mondo ha di passare come un rullo compressore sopra un uomo per trasformarlo in un ricordo che poi nemmeno gli assomiglia. Sua moglie lo aveva pianto, aveva incassato il premio dell'assicurazione, aveva giurato che non avrebbe mai più mangiato funghi e si era in breve trovata un amante di dieci anni più giovane che, assieme al suddetto premio, molto l'avrebbe aiutata a farsi una ragione dell'accaduto.

Suo figlio invece non gli avrebbe mai perdonato di essere morto e col tempo avrebbe maturato una complessa nevrosi che avrebbe per sempre caratterizzato in modo molto imbarazzante la sua vita sessuale. Per la gioia del suo analista.

A Giacomo sarebbe stato invece di conforto sapere che il suo antico compagno di giochi, Gigi lo svitato, era anche lui scomparso da molti anni. La sua famiglia lo aveva fatto cercare a luogo inutilmente.

Nessuno aveva pensato di guardare bene in cantina

 

 

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