E' NATA UNA STELLA, di Francesco Grasso

 

 

Alexander W. Connelly Jr. realizzò di essersi alzato troppo presto dal suo severo seggio di direttore esecutivo. Controllò la propria immagine, riflessa sulla superficie lucida del tavolo della Sala del Consiglio, e si accertò che la sua espressione, come sempre, fosse impenetrabile. Poi attese in silenzio che gli assistenti medici terminassero di sistemare a capotavola l'elaborata sedia a rotelle del presidente, e che questi desse qualche segno di vita oltre il velo delle protesi e della pelle cadente del viso cereo.

Finalmente poté schiarirsi la voce. - Signor Presidente... signori membri del Consiglio... Vi ringrazio di aver accolto il mio invito, e di aver acconsentito a quest'incontro non programmato... Come vi è noto, la Compagnia attraversa un momento di crisi. Conoscete i dati dell'ultima analisi finanziaria: se il film attualmente in lavorazione non avrà successo, non riusciremo a compensare il flusso di cassa, il bilancio annuale si chiuderà con perdite consistenti, gli azionisti fuggiranno come lepri. E' dunque della massima importanza riuscire a rispettare i tempi previsti, ed accompagnare la distribuzione con la migliore pubblicità possibile.

Connelly riprese fiato e scrutò i volti dei suoi ascoltatori: i subordinati diretti pendevano docilmente dalle sue labbra; i pari grado lo squadravano con aria perplessa e vagamente ostile; i responsabili delle aree periferiche palesavano indifferenza. Connelly era un maestro nella "psicometria delle riunioni di vertice": semplicemente osservandone le reazioni, egli avrebbe potuto inquadrare nell'organigramma della Compagnia ogni persona presente nella sala.

II presidente non lo ascoltava. l capo chino, la bocca socchiusa, le labbra tremanti, il vecchio ciondolava sulla sedia a rotelle, lo sguardo perso nel vuoto. Unico segno che fosse cosciente, la spia accesa sul sistema di sostentamento circolatorio. Un lampo di disprezzo sfuggì dagli occhi grigi di Connelly.

- E' dunque con grande preoccupazione che vi informo delle minacce giunte questa mattina. - proseguì - I miei collaboratori hanno ricevuto un messaggio anonimo: ci chiedono un milione di dollari in contanti, o saboteranno la produzione del film...

Un brusio allarmato si levò tra le poltrone. Molti impallidirono.

- Cosa mi può dire, Gomez?

- Un pazzo. Un mitomane. - suggerì l'imponente responsabile della sicurezza - Non credo ci sia da preoccuparsi, signore.

- Purtroppo il "mitomane" ha voluto dimostrarci la serietà delle sue minacce. - Connelly impugnò il telecomando e accese lo schermo piatto che costituiva un'intera parete della sala. - Questa sequenza è stata girata stanotte: osservate con attenzione, vi prego...

Linda Ryan, la protagonista femminile del film, si aggirava per le rovine della città devastata alla ricerca di Omar, il piccolo zairese che ella aveva preso sotto protezione. La donna impugnava un lanciagranate, portava una pistola e due pugnali alla cintola, nastri di munizioni intorno alle spalle. Sul viso madido di sudore, la determinazione di chi vive per la pace ma è costretto a combattere per far trionfare il bene. La colonna sonora sottolineava con abilità la tensione del momento, in un crescendo emotivo di ritmo struggente.

All'improvviso qualcosa nella scena divenne sbagliato. La Ryan si fermò senza una ragione, si guardò intorno e scoppiò in una risata sgraziata, malata, folle. I suoi lineamenti si trasformarono, si deformarono, donando alle sue sembianze un aspetto raccapricciante, innaturale. Infine la donna si strappò i vestiti, impugnò il lanciagranate e se ne servi per un portentoso e grottesco numero da pornostar.

Connelly interruppe la proiezione. I presenti adesso lo fissavano come fossero ipnotizzati. - Io non sono un tecnico. Lascerò quindi al mio collaboratore il compito di spiegarvi... Coraggio, Ted.

Il giovane nero a fianco di Connelly si alzò in piedi: tra le dita brandiva un sottile disco ottico.

- Ho esaminato personalmente il di-disco di Linda Ryan. - disse, balbettando leggermente - Qualcuno è riuscito a inserire un virus e lo ha co-contagiato: il personaggio, come avete visto, è impazzito. Purtroppo il danno è permanente, e non c'è mo-modo di porvi rimedio. Solo l'autore del virus potrebbe ri-rimettere le cose a posto.

- Ma questo è un sabotaggio interno! - Gomez batté furioso un pugno sulla scrivania. Poi si rese conto di aver fatto cadere una goccia d'acqua dal bicchiere posto di fronte al presidente. Impallidì. - Mi... mi scuso profondamente, signore. Non era mia intenzione...

Dietro la maschera, Connelly si concesse una smorfia di disprezzo. Il vecchio non aveva avuto reazioni: difficile dire se si rendesse conto di quanto gli accadeva intorno.

- Non è detto, Signor Gomez. - replicò Ted - Noi a-affittiamo le matrici dei personaggi dalla Simulated Actors Studio so-solo per la durata delle riprese. Il dischetto della Ryan ci è arrivato appena un paio di giorni fa. L'infezione può e-essere avvenuta durante il trasporto, o in magazzino: non c'è modo di saperlo con certezza.

- Conta poco scoprire il come. - lo interruppe Connelly. - Si tratta di trovare una soluzione, e nel più breve tempo possibile... Io penso che cedere al ricatto sia una grossa sciocchezza, ma vorrei conoscere la vostra opinione.

- Possiamo chiedere alla SAS un duplicato del disco? - propose un consigliere.

Dilettanti, pensò con disprezzo Connelly. Non c'era neppure gusto.

- Jones... - disse con perfidia - Se lei avesse letto il contratto, com'era suo dovere, saprebbe che non è possibile. Noi siamo responsabili dei nostri attori, anche penalmente. Se denunciassimo alla Simulated Actors Studio un fatto del genere, dovremmo pagare una penale altissima, e loro sarebbero autorizzati a considerare risolti tutti i nostri accordi di opzione.

- Ma... questo è assurdo! - balbettò I'altro.

Connelly, con la massima calma, estrasse un documento dalla cartellina di pelle e lo fece girare lungo il tavolo.

- Questa è la valutazione del nostro ufficio legale, che conferma quanto ho appena detto: spero che lei sia capace di leggerla, Jones... Dobbiamo risolvere il problema tenendo la Simulated Actors all'oscuro di tutto, o siamo rovinati.

- Possiamo rinunciare a Linda Ryan?

Connelly scosse ancora la testa.

- Follia pura: "Restore Hope" è imperniato sul suo personaggio; cambiare attrice significherebbe sconvolgere la trama del film.

- Ma il MovieMaker non può simulare la Ryan anche senza la sua matrice? Magari utilizzando una matrice simile?

- Ted? - mormorò Connelly.

Il giovane sorrise. - A-Anche il MovieMaker è un prodotto SAS, non dimenticatelo. Quella gente non è stupida. Se fosse possibile simulare un attore senza la sua matrice, loro perderebbero i gu-guadagni degli affitti. No, il MovieMaker da solo può simulare unicamente le comparse.

I membri dell'assemblea si guardavano costernati.

- Ma esiste una soluzione, direttore?

- Signor Presidente?

Il volto del vecchio era una maschera mortuaria, le rughe profonde come solchi di un aratro su una terra assetata. La sua voce fu appena avvertibile. - Cosa...?

- Qualche suggerimento, signore? - disse Connelly, un tocco d'ironia nel tono falsamente ossequioso. Jones, ed altri fra i presenti trasalirono: nessuno aveva mai osato tanto.

- Hai carta bianca, Alex... - sussurrò il vecchio. Attraverso la protesi laringea, le sue parole giungevano come in un sogno.

Connelly incassò la sua piccola vittoria e sembrò soddisfatto. - Forse c'è una soluzione, signori, ma non posso assumermi l'intera responsabilità: chiedo venga messa ai voti. E' senza dubbio rischiosa; però, in caso di successo, non solo ci salverebbe dal disastro, ma ci procurerebbe a buon mercato una pubblicità straordinaria. Ascoltatemi attentamente.

 

...

 

Il locale era un formicaio impazzito, un dedalo di corpi sudati, odori pungenti delle salse e tanfo delle fritture, voci gravi di uomini ed acute di donne come stridio di insetti che neppure la musica, tecnorock a tutto volume, riusciva a vincere.

La cameriera vuotò il suo vassoio e si fermò a riprendere fiato. Indossava l'uniforme bianca e verde della catena Bit'n'Chips, era alta e di spalle larghe, i capelli tagliati a caschetto, il viso non truccato.

Due clienti le fecero cenno. Indossavano abiti costosi, scarpe raffinate, occhiali dalle lenti polarizzate e filtri nasali organici. Del tutto fuori posto in quella folla popolare di formiche. La donna si avvicinò incuriosita.

- Cosa prendete?

- Non siamo qui per mangiare.

La donna sbuffò. - Grande! Cosa pensate, che questo sia un museo? Sentite, belli, non fatemi perdere tempo...

- Sieda un attimo con noi, la prego. Dobbiamo parlarle.

La cameriera batté le palpebre. - Chi diavolo siete?

- Mi chiamo Alexander Connelly, direttore esecutivo della New Paramount. E questi è Ted Brandon, responsabile tecnico. Siamo qui per lei. E adesso, vuole sedersi?

La donna obbedì, stupita. - Cosa volete da me?

- Ha mai pensato di tornare a recitare, signora Ryan?

Il vassoio cadde sul pavimento. II metallo risuonò sulle piastrelle acuto come l'urlo d'un bambino. - E' uno scherzo, vero?

Connelly sorrise. - No: è un'offerta.

- Volete prendermi in giro? Non usate più attori veri, lo sanno tutti.

L'uomo intrecciò le dita. - E' vero, lavoriamo con la tecnica MovieMaker ormai da un decennio. Purtroppo, al momento ci troviamo alle prese con un grave problema... Mi creda, lei può rappresentare la salvezza per "Restore Hope", il film che stiamo girando.

- Non capisco...

- Ted? Spiegale, per favore.

Linda Ryan ascolto con occhi sbarrati. - Incredibile... - commentò alla fine. - Ma cosa volete da me, in definitiva?

- Le chiediamo di recitare le scene ancora non girate davanti all'occhio" del MovieMaker. La macchina creerà il set e gestirà gli altri personaggi. Lei sarà l'unica attrice umana del film.

- Sta scherzando!

- E' già stato fatto. - replicò placidamente Connelly - Ed anche prima dell'invenzione del cinema virtuale. In "Roger Rabbit", per esempio: un bravo attore è in grado di recitare senza problemi anche su un set deserto. Lei pensa di esserne capace?

Linda Ryan si alzò, raccolse il suo vassoio e li guardò sprezzanti.

- Andatevene.

- Cosa?

- Trovate qualcun altro per i vostri giochetti.

Connelly scosse la testa. - Aspetti, non capisce...

La donna lo fulminò con un'occhiata.

- Sei tu che non capisci, bello. La gente come te ha ridotto l'arte del cinema a un videogame. - il suo sguardo era duro, amaro, tagliente, uno sguardo di un'intensità straordinaria, che dava i brividi. - Non sai neppure lontanamente cosa voglia dire recitare! Io mettevo il cuore nei miei personaggi, li vivevo, soffrivo, gioivo con loro. Ero un'attrice... un'attrice, capisci, non un pupazzo elettronico! Il nostro era un mondo unico: l'amore/odio col regista, i truccatori, le luci, la rivalità tra le star, le comparse che vivevano solo per un'occasione che forse non sarebbe arrivata mai, le scene girate cento volte alla ricerca della perfezione, la paura e l'estasi del set; e poi il pubblico, gli autografi, la gloria che ti brucia il sangue nelle vene... Voi avete distrutto tutto questo, l'avete cancellato con un colpo di spugna: con che faccia mi chiedete di aiutarvi?

- Non le ho ancora parlato del suo compenso. - disse Connelly, con la massima tranquillità.

- I suoi soldi può metterseli nel... - Linda gli volse le spalle e lasciò che la bolgia l'inghiottisse. Le sue ultime parole furono coperte da un assolo di batteria.

I due uomini si scambiarono uno sguardo pensieroso.

- Cambierà idea.

 

...

 

- Vado a casa, Linda. Chiudi tu quando hai finito, d'accordo?

La donna guardò depressa la lunga fila di tavoli ancora da pulire.

- Non puoi aspettarmi, Mel? Ancora una mezz'ora e...

- Mi spiace: devo andare. A domani.

Linda sospirò e si mise al lavoro. Il locale era in penombra, deserto, la musica spenta, l'odore di hamburger e di olio stantio mescolato a quello acuto del disinfettante. Rossetto sui bicchieri, cicche di sigaretta, appunti scarabocchiati frettolosamente sui tovaglioli e poi gettati via, tracce di esistenze come granelli di sabbia in un mandala, briciole di vita che svanivano, fondendosi insieme nell'oblio dello straccio bagnato.

- Stasera hai proprio fatto tardi. - disse a se stessa - E devi ancora passare in clinica... Forza bella, cerca di muoverti.

Un rumore improvviso la fece sobbalzare. Si voltò, ma non vide che il buio.

- Ehi! C'è qualcuno? Mel?

Nessuna risposta. La donna si guardò intorno, allarmata. Tese l'orecchio e avvertì con timore il respiro di un'altra persona.

- Chi è là? - disse, con voce meno ferma di quanto avrebbe voluto.

Ancora nessuna reazione. Linda impugnò il bastone per i pavimenti e avanzò.

- Dev'essere un gatto - pensò, tentando di tranquillizzarsi - Un cane randagio, forse... Accidenti a Mel e alla sua mania di spegnere le luci!

Ma i cani non portano scarpe coi tacchi come quelli di cui lei sentiva il rumore contro le piastrelle del pavimento. La donna si fermò, un brivido di freddo lungo la schiena; poi cominciò lentamente a indietreggiare.

E si trovò tra le braccia di qualcuno. Prima che avesse il tempo di gridare, una benda umida le fu spinta contro il viso: sentì in bocca l'odore aspro del narcotico. Tentò di divincolarsi, sferrò un calcio all'indietro, ma il suo assalitore continuò a tenerla stretta. Fu solo mentre piombava nell'incoscienza che riuscì ad intravedere le sagome degli intrusi, quasi nascessero solo allora dall'oscurità. Non riconobbe nessuno di quei volti.

- E' nel mondo dei sogni.

- Svuotate la cassa. Io avverto il capo.

- Spacchiamo qualcosa? Diamo fuoco alla baracca?

- Nessuna iniziativa. Limitatevi agli ordini.

L'uomo adagiò con attenzione il corpo di Linda su un tavolo, le controllò il polso e annuì. Poi si diresse all'uscita: nel parcheggio del locale, un'auto di grossa cilindrata dai vetri oscurati lo attendeva come un mostro in agguato. Egli bussò sullo sportello finché il finestrino non si abbassò con un ronzio.

- Tutto a posto, signore.

- O-ottimo lavoro. Q-questo è per lei.

L'uomo prese la busta, sorrise e si allontanò soddisfatto.

 

...

 

- Sei nei guai, Linda, lo sai?

La donna non era ancora riuscita a calmarsi. Il bicchiere tremava nella sua mano: gocce di liquore coloravano già il tappeto in macchie dalle forme malsane.

- Che diavolo vuoi dire, Mel? Potevo lasciarci la pelle, stasera. Non è la prima volta che i teppisti dei dintorni prendono di mira il locale, no? Le bande metropolitane...

L'uomo grasso scosse la testa. - La Polizia la pensa diversamente: tu non solo non sei stata violentata, ma non hai neanche un graffio. La cassa è stata vuotata, ma non ci sono segni vicino alla serratura, come fosse stata aperta con le sue chiavi. Teppisti davvero abili, non ti sembra?

Linda non credeva alle proprie orecchie - Vorresti insinuare che...

- Non ha importanza quello che penso io. Ma il nostro contratto parla chiaro: in casi come questo la responsabilità del personale. Il licenziamento è automatico.

La donna restò a bocca aperta. - No, non puoi farlo.

- Ti consiglio di non creare problemi. Non vorrei essere costretto a denunciarti.

- Che figlio di puttana!

Il grassone fece una smorfia. - Sta' attenta, Linda: potrei anche ripensarci. Ora vattene. Tratterrò la tua liquidazione finché la Polizia non chiarirà le cose.

II volto della donna era rosso di rabbia, i suoi occhi stretti come fessure. Raccolse il soprabito e senza una parola gli voltò le spalle.

- Solo una cosa, Mel. - disse a denti stretti, ferma sulla soglia.

- Si?

- Va' a farti fottere!

La porta sbatté con fragore alle sue spalle.

L'uomo grasso rimase immobile a lungo, pensoso. Puzzava di olio rancido e di hamburger, di polli fritti, di tabacco bruciato e di birra da quattro soldi. Era una metafora umana del suo stesso locale.

- Sensi di colpa? - chiese Connelly, uscendo dall'ombra.

- Forse.

- Non ne ho mai sofferto, ma credo ugualmente di conoscere il miglior antidoto per questo genere di malanni.

Mel afferrò la busta che l'altro gli porgeva, la aprì e ne esaminò il contenuto: i suoi occhi porcini si illuminarono.

- E' vero: mi sento già meglio.

 

...

 

- Può svegliarlo?

L'infermiera annuì, manovrando con destrezza i comandi della complessa apparecchiatura a lato del lettino.

- Credevo ormai non venisse più: è molto tardi.

Linda sospirò. - Giornata disastrosa. Credo di essere pronta anch'io per il ricovero.

- Suo figlio scambierebbe volentieri posto con lei... - l'infermiera le rivolse uno sorriso carico di comprensione - Ecco fatto. Sono nella guardiola, se ha bisogno di me.

Linda la ringraziò distrattamente. - Ehi, campione... Ci sei?

Il ragazzo mosse la testa, aprì gli occhi color nocciola e fissò il volto di Linda.

- Mamma... Sei tu... Ho fatto un sogno orribile: ero in ospedale, su un letto, bloccato e...

Lo sguardo del ragazzo si abbasso sul suo corpo immobile, le flebo al braccio, gli elettrodi sul petto, il catetere, la padella. I suoi occhi si riempirono di lacrime.

- Non era un sogno...

Linda si morse le labbra. Accarezzò i riccioli biondi del figlio. - Ancora poche settimane, Timmy. In primavera potrò farti operare, lo sai...

Il ragazzo non l'ascoltava. - Che succede, mamma? Io ricordo di essere andato a scuola stamattina, di aver corso dietro l'autobus, di aver giocato a pallone coi compagni, di aver scherzato con le ragazze... Ed invece sono qui. Perché?

La donna sentì l'angoscia morderle l'anima. - Te lo spiego ogni volta, campione, ma tu riesci a dimenticarlo: da quando sei stato trasferito in questo reparto ti hanno connesso ad una realtà virtuale. Fa parte della terapia. Un ragazzo della tua età soffrirebbe troppo, costretto in un letto così a lungo; questa macchina ti permette di passare le giornate in maniera normale, fa in modo che tu non soffra di solitudine. E' un bel regalo, non credi?

II ragazzo tentò di muoversi, ma i muscoli del suo corpo erano morti. Represse a stento un singhiozzo.

- Mamma...

- Sono qui, campione.

- Collegami di nuovo. Non mi piace questa realtà.

- Ma Timmy, io...

- Ti prego. L'infermiera, ombra silenziosa ed efficiente, era già lì. Sfiorò l'interruttore e attivò la macchina. Gli occhi del ragazzo si chiusero, i lineamenti del suo viso si distesero. Linda lasciò la mano del figlio e si alzò in piedi.

- Maledetta terapia... - mormorò, mordendosi ancora le labbra - Non capisco se sta aiutando mio figlio o me lo sta portando via.

- Il dottor Morris vuole parlarle, signora Ryan. - disse l'infermiera. - L'aspetta nel suo ufficio.

- E va bene. In fondo, a cosa serve la mia presenza qui?

- Non è giusto che sia cosi amara, signora. - la redarguì l'altra - Lei in fondo è fortunata: prima delle terapie virtuali, le vittime del virus Azatoth morivano più per perdita di volontà di sopravvivere che per il blocco dei nervi motori. Il suo Timmy non corre questo rischio: riesce persino a dimenticarsi di essere malato.

- Spero solo che non si dimentichi anche di me. - disse Linda, assorta. Nel sonno innaturale indotto dalla simulazione, il ragazzo sorrideva sereno.

 

...

 

- Buonasera, signora Ryan. E' un piacere rivederla.

Linda strinse la mano al medico, un ometto calvo, minuto, perso dietro l'imponente scrivania di mogano lucido. Insignificante. Persino il portacenere colmo, a suo confronto, sembrava brillare di luce propria.

- Buone notizie, dottor Morris? Ha deciso di anticipare l'operazione?

- No, non si tratta dell'intervento. - l'uomo intrecciò le mani sulla scrivania. La pelle delle sue dita, gialla di nicotina, trasudava un odore malsano. - Mi creda, per me è spiacevole trattare simili argomenti, ma sembra ci siano dei problemi... finanziari.

- Cosa?

- Vede, questa struttura recentemente ha cambiato gestione; la nuova dirigenza ha deciso di mettere ordine nelle pratiche in sospeso, e di risolvere quelle... chiamiamole fuori standard come la sua.

Linda batté le palpebre. - Non capisco.

Il medico si accese una sigaretta. Le volute di fumo lo avvolsero, quasi volessero nasconderlo agli occhi del mondo. - Lei non fuma, vero? Fa bene, naturalmente: il mio è un vizio che...

- Lasci perdere! - tagliò corto la donna.

- Certo saprà di essere in debito con la nostra clinica di una somma non trascurabile.

- Ma... l'accordo era che avrei saldato dopo l'operazione.

- Certo, è così. - l'uomo esibì un sorriso da rettile - Ma, come le ho detto, il suo è un caso non standard. Il funzionario che le ha proposto l'accordo ha commesso un errore, ed è stato sostituito. Secondo le regole dell'Amministrazione, dovrebbe versarci un acconto di almeno il trenta per cento.

- II trenta per cento adesso? Non ho tutti quei soldi!

- Potrebbe farsi anticipare la somma dal suo datore di lavoro, non crede? Sarebbe un peccato interrompere il trattamento sul piccolo Timmy...

Linda batté un pugno sul ripiano di mogano. Frammenti di cenere, sottili come pensieri, volarono dal portacenere, nell'aria, verso la libertà. - Non parlerà sul serio! Lei è un dottore!

- Si calmi, signora Ryan: non è nulla di personale, mi creda. La legge è uguale per tutti: lei regolarizzi la sua posizione e noi saremo lieti di operare suo figlio.

- Non può farmi questo!

- Non vedo motivi di proseguire il nostro colloquio. Se vuole scusarmi, signora Ryan, ho molti altri casi di cui occuparmi.

- Figlio di puttana. - disse Linda tra i denti. Ma la porta si era già chiusa. Era simbolico, pensò la donna: sulla sua strada, nel suo passato, nel suo presente, nel suo destino, di fronte a sé aveva avuto sempre e soltanto porte sbarrate.

Il comunicatore sulla scrivania di mogano trillò, il verso acuto e chioccio della fauna elettronica. Morris sfiorò il pulsante per accettare la chiamata.

- D-dunque? - disse la voce all'altro capo dell'apparecchio.

- Tutto come concordato. - rispose il medico.

- Mo-molto bene. Verseremo quanto pa-pattuito sul suo conto. E' stato un piacere lavorare con lei.

Ted spense l'apparecchio soddisfatto; poi si voltò verso l'uomo che lo fronteggiava.

- Credo che presto la signora Linda Ryan verrà a trovarci.

- Lo credo anch'io. - approvo Connelly.

 

...

 

Gli studi della New Paramount non dissero nulla ai ricordi esausti di Linda. Dieci anni erano molti, pensò, sufficienti per invecchiare, per morire e poi rinascere. Ma se questa era una nuova incarnazione, meditò la donna, gli studios avevano meritato davvero un brutto karma. Quanto vedeva intorno non aveva più nulla di uno studio cinematografico. Al contrario, l'ambiente asettico, impersonale nel suo squallore, ricordava un centro di calcolo: Linda non scorse neppure un set, un attore, un camerino, una cinepresa; ovunque volgesse lo sguardo, soltanto operatori di consolle, tecnici in camice bianco, silenziosi, vacui, ossequiosi adepti d'una misteriosa religione intenti ad officiare riti ai loro idoli elettronici.

- Sei Linda Ryan, vero?

Un uomo le si fece incontro, un sorriso gioviale, la mano tesa. Dimostrava una trentina d'anni; era bianco, una barba rossiccia ben curata, occhi cerulei, in testa un cappello di tela color crema, stravaganza singolare in quel mondo di metallo e silicio.

- Sono il regista di "Restore Hope". Chiamami pure Stan. Ho sempre sognato di conoscerti...

Linda guardò gelida la mano dell'uomo, immobile, finché l'altro non arrossì e la ritirò imbarazzato. - Mettiamo subito le cose in chiaro... Stan. Io non sono qui per mia volontà, ma solo perché ci sono costretta. Non approvo ciò che fate ne come lo fate. Quindi niente chiacchiere: dimmi qual è il mio lavoro e cercherò di farlo in fretta.

L'uomo fischiò, con ammirazione. - Questa sì che è grinta, Linda!

- Per te sono la signora Ryan. - disse la donna, scandendo bene le parole, quasi avesse a che fare con un idiota.

Stan sorrise, allargando le braccia. - D'accordo, se è questo che vuoi... Eccoti il copione. Puoi darci un'occhiata mentre io faccio colazione... Oppure vuoi farmi compagnia?

Linda si diresse verso un terminale libero senza degnarlo d'una risposta. L'uomo alzò le spalle e proseguì per il bar: ma sorrideva ancora, come per uno scherzo segreto.

La donna inserì il dischetto del copione nel lettore e accese il terminale. Nonostante il pessimo umore, si appassionò subito all'intreccio del film. Susan Colter, il suo personaggio, era un'ausiliaria delle forze di pace statunitensi in Uganda, una donna che scopriva con stupore un mondo così diverso dal suo, eppure così vicino e toccante nei suoi drammi di fame e miseria, nelle sue atrocità di guerra civile e di carestia. Susan giungeva in quella terra bruciata dal sole carica di buoni propositi ed intessuta di pregiudizi, convinta di riuscire da sola a risolvere i problemi del mondo, sicura di poter fare a meno delle armi e dei metodi a volte brutali dei marines. Eppure, attraverso le vicende narrate dal film, il personaggio cambiava, cresceva e maturava, anche e soprattutto attraverso esperienze dolorose: una banda di mercenari tutsi la prendeva in ostaggio e la violentava brutalmente; la sua migliore amica moriva nell'esplosione di un elicottero di fronte ai suoi occhi; i guerriglieri, approfittando dell'assenza dei marines, davano alle fiamme il campo profughi hutu e rapivano il bimbo nero che lei aveva promesso di portare con sé in America. Ed allora qualcosa si spezzava nell'animo della donna, ed ella decideva di mettere da parte le sue idee, di impugnare le armi e di lottare fino in fondo, anche a costo della vita, contro il male e chi lo rappresentava.

Il copione era un documento multimediale: con pochi rapidi comandi era possibile passare dalla trama scritta alla visione delle scene già girate. Linda osservò a lungo sé stessa e gli altri attori del film: essi agivano come se fossero persone reali, e non già simulacri elettronici. Conosceva bene quei volti: Paul Hurden, Robert Willer, Jessica Sheen, i suoi vecchi colleghi...

- Nostalgia, vero? - disse Stan, appoggiandosi allo schermo del terminale e indovinando i suoi pensieri. - Scommetto che li ricordi ancora tutti.

- Ne parli come se fossero morti. - replicò Linda. - Sono tutti ben vivi e vegeti.

Stan annuì, pensieroso.- Sai una cosa? Io davvero non capisco perché voi attori abbiate firmato quei contratti con la SAS. Voglio dire, per noi registi il MovieMaker è stata una manna: non più prove interminabili, capricci dei divi, giorni persi a trovare l'inquadratura, luci false a rovinare la pellicola, tutta quella merda... Girare un buon film oggi è solo un problema software. Ma voi avete perso il lavoro: dando in esclusiva la vostra matrice di personalità alla SAS vi siete stroncati la carriera da soli. Non è così?

La donna scrollò le spalle. - Ci siamo resi conto di quanto accadeva solo quando è stato troppo tardi. - mormorò amara - All'inizio pensavamo che le tecnologie di animazione, il morphing, fossero solo giochetti, utili al massimo per gli effetti speciali, per i gusti grossolani del botteghino. Anche quando è stato creato il primo attore virtuale abbiamo creduto si trattasse di una semplice trovata pubblicitaria. Chissà, forse pensavamo di essere intoccabili... Poi le cose ci sono sfuggite di mano: quando la Simulated Actors Studio ha fatto l'offerta, potevamo scegliere se accettare le briciole dei diritti d'autore o sperare che cambiasse il vento. Ma noi tutti sapevamo che il vento sarebbe soffiato sempre più forte.

- Capisco...

- Da allora la Simulated Actors e le case di produzione hanno continuato a usare le nostre facce e il nostro nome per attrarre il pubblico. Gli attori virtuali sono eterni, non invecchiano, non chiedono aumenti. Credo che tra cent'anni si gireranno ancora film con Linda Ryan e Paul Hurden.

- Be', in un certo senso siete immortali. Non è questo che voi artisti avete sempre sognato?

Linda sorrise per la prima volta. - Toccata. - poi si rese conto che la sua maschera ostile, sopraffatta dai ricordi, aveva rischiato di cadere, e rapidamente, quasi adirata con sé stessa, si ricompose. - Basta con le chiacchiere. Fammi vedere il set!

- Sono ai tuoi ordini. - si inchinò Stan, gioviale.

 

...

 

Susan Colter si aggirava per le rovine della città devastata alla ricerca di Omar, il piccolo zairese rapito dai guerriglieri. La donna impugnava un lanciagranate, portava una pistola, due pugnali alla cintola, nastri di munizioni intorno alle spalle. Sul viso madido di sudore, la determinazione di chi vive per la pace ma è costretto a combattere per far trionfare il bene. Era sola: nessuno dei suoi compagni aveva intuito ciò che ella aveva deciso, o non l'avrebbero lasciata tentare. Era una follia e lei lo sapeva. Ma non le importava: voleva salvare Omar, ad ogni costo. Doveva farlo. Da quando era in Africa aveva visto morire centinaia di uomini, donne, bambini, e lei non aveva potuto impedirlo; nulla di ciò per cui era venuta, per cui tutti loro erano venuti aveva avuto successo. Aveva visto la speranza ridursi in cenere; aveva visto fame, disperazione, atrocità senza fine; aveva conosciuto la paura e il dolore. La guerra aveva riso dei suoi ideali e distrutto i suoi sogni. Eppure lei sentiva che se fosse riuscita a salvare quell'unica piccola vita, insignificante in quell'oceano di barbarie, forse tutto avrebbe avuto ancora un senso.

La guerra civile aveva spinto la maggioranza della popolazione a cercar scampo lontano e, dopo l'ultimo attacco di rappresaglia dei jet della Forza Multinazionale, i cecchini erano rimasti gli unici inquilini di quelle case diroccate.

All'improvviso, un sibilo: una pallottola le sfiorò una guancia. Susan si gettò a terra e strisciò al riparo. Lo sparo era venuto da un edificio che si ergeva orgoglioso nella sua solitudine lungo la strada. La donna caricò il lanciagranate, si concesse un lungo respiro e uscì allo scoperto facendo fuoco. Il bersaglio esplose in una nuvola di fumo. Susan udì grida umane: erano sempre strazianti, fossero di amici o di nemici. Ma non c'era tempo di pensare. Si gettò in avanti a perdifiato, fermandosi solo con le spalle contro la parete dall'intonaco a pezzi. Lasciò cadere il lanciagranate e impugnò la pistola. Un calcio, e il portone d'ingresso cedette.

L'interno era deserto. C'erano tracce del passaggio d'una banda di irregolari, forse proprio i guerriglieri che lei stava braccando. Salì con prudenza le scale e si accinse a ispezionare il piano superiore. Udì un lamento dietro una delle porte del corridoio. Forse era una trappola, ma non aveva il tempo di preoccuparsene: entrò nella stanza sparando.

Il cecchino era solo, disteso sul pavimento, l'arma distrutta. Le sue gambe, che sembravano essere passate attraverso un tritacarne, non gli avevano permesso di fuggire; ma era ancora vivo. Susan gli premette lo stivale sul petto, con una rabbia cieca a mordergli l'anima.

- Dov'è? Dove lo avete portato?

Il cecchino alternava lamenti a bestemmie. Non sopportava il dolore e non era riuscito neppure a perdere i sensi.

- Dimmelo, bastardo! Tu sai di chi sto parlando

- I prigionieri... alla vecchia missione... - l'uomo sputò parole e sangue - C'è... il colonnello Bedi... laggiù.

- Grazie. - disse Susan, infierendo il colpo di grazia.

Senza degnare il cadavere di un'occhiata uscì dal palazzo, raccolse il lanciagranate e lo issò in spalla. Si sentiva determinata, fredda come una macchina.

- Preparati, Bedi, maledetto macellaio. - ringhiò - Sto venendo a prenderti...

- Stop! Buona questa.

Linda si tolse di dosso le armi e sorrise, stanca ma soddisfatta. Spento il MovieMaker, il set era tornato ad essere una piccola stanza dalle pareti candide come la neve.

Stan si esibì in un applauso. - Ottima interpretazione, Linda.

- Si... non cè0 male. - la donna si rese conto di aver perso tutto il suo astio. Il regista era cortese e faceva bene il suo lavoro: non aveva senso essergli nemica.

L'uomo si carezzò la barba. - Sono sorpreso. Non credevo si potesse recitare in maniera tanto convincente circondata da ologrammi e manichini. Quando hai sparato a quel pupazzo di plastica avevi un'espressione semplicemente perfetta: mi hai fatto quasi paura.

Linda sedette accanto al regista. Lui le versò una tazza di caffè. Il calore della bevanda le formicolò nelle dita, risalendole poi sulla pelle in un tocco pungente eppure piacevole.

- Perché ti sorprendi? - disse la donna dopo il primo sorso - Lavoro in un fast-food, è vero, ma sono pur sempre Linda Ryan: ho il cinema nel sangue.

- Non ne ho mai dubitato. Sei una donna eccezionale.

- Ti ringrazio per l'aiuto che mi stai dando. Il set olografico e tutto il resto, intendo dire.

- Niente di speciale: il MovieMaker può fare quasi di tutto. Lo vedrai: quando avrà finito di elaborare la scena che abbiamo appena girato, sarà indistinguibile da quelle realizzate con la tua sosia virtuale.

- E queste armi? Sembrano vere.

Il regista strizzò un occhio. - Infatti lo sono.

- Cosa?

- La New Paramount non usa più materiali di scena, e non avevamo tempo per fare delle riproduzioni in plastica. Mi ero quasi rassegnato a farti recitare con un bastone di legno e ritoccare poi la scena con il MovieMaker. All'ultimo momento, però, abbiamo ottenuto il reale equipaggiamento bellico della Marina. Il signor Connelly, il nostro direttore esecutivo, è un uomo molto influente.

La donna fece una smorfia. - Me ne sono accorta...

- Lo sono più di quanto tu possa credere... - commentò Connelly. Le dita intrecciate, lo sguardo pensieroso, l'uomo seguiva tranquillamente il dialogo tra Linda e Stan grazie ad una microcamera spia.

- Sembra che il p-piano proceda per il meglio, signore.

L'altro annuì, accendendosi un sigaro. - E' tutto perfetto. Quando questa storia sarà finita, Ted, sarà il momento del mio trionfo. Allora potrò regolare una volta per tutte i conti con il presidente: quella mummia ha vegetato anche troppo sulla leva del Potere.

Brandon sorrise, condiscendente.

- E' stata una b-buona idea istruire Stan di essere gentile con la Ryan. Lei ora sta co- collaborando.

- Quel ragazzo è in gamba. I suoi ordini sono di andarci anche a letto, se è necessario, e lui sta eseguendo alla perfezione. La Ryan deve avere qualcuno di cui fidarsi...

II giovane annuì, guardando ancora sullo schermo.

- Lo sa, signore? Tutto questo mi ricorda un ve-vecchio scritto di Miller, ma non ricordo il titolo.

- "Il mattatore" - precisò l'altro. - Mi fa piacere che tu lo abbia letto, Ted. E' proprio da quel racconto che ha tratto ispirazione il mio piano.

- D-davvero?

Connelly si controllò distrattamente le unghie ben curate. - Thornier, il personaggio di Miller, decide di morire sul set durante il suo ultimo spettacolo, circondato dai manichini elettronici che hanno ormai preso il posto degli attori. Aveva creduto di essersi rifatto una vita lontano dalle scene, di averne ormai vinto il ricordo. Ma quando torna di fronte al suo pubblico, egli comprende che semplicemente non può vivere senza quelle emozioni, che fuori da quel mondo niente per lui ha più senso; così, simbolicamente, si toglie la vita facendosi uccidere dai manichini, proprio come costoro hanno ucciso e seppellito per sempre il teatro di attori umani. E sarà proprio il suo sacrificio a rendere lo spettacolo indimenticabile.

Ted lo guardò con l'espressione affascinata che sapeva compiacere il superiore. - Allora...

- Hai capito bene. Linda Ryan morirà nell'ultima scena del film, proprio come il personaggio che interpreta. E allora scoppierà uno scandalo: saremo sulla prima pagina di tutti i giornali, verremo accusati di omicidio, andremo sotto processo. Ho già comprato tutti i giudici necessari... Fingeremo che "Restore Hope" rischi la censura, parleremo di film "maledetto", rimanderemo la sua uscita più e più volte, finché l'opinione pubblica si ribellerà e lo vorrà vedere a qualunque prezzo: avremo una campagna pubblicitaria come mai si è vista, come nessuno potrà mai avere.

- L-Lei è un genio.

Connelly si concesse un sorriso. - Penso a quei dilettanti del Consiglio... Si sono bevuti la storia del mitomane e del virus come dei perfetti idioti, e adesso sono costretti a stare dalla mia parte qualsiasi cosa succeda... Mi diverte manipolarli, vederli ballare come marionette alla mia musica. Non c'è piacere più grande nel vederli obbedire contro la propria volontà.

- Lei s-sarà un grande presidente, signore.

Un istante di silenzio. Poi il tono di Connelly si fece più roco, il suo respiro ansimante.

- Grazie, Ted, amico mio. Dico davvero. Era tanto che sognavo d'ascoltare questa frase... - l'uomo si avvicinò piano al collaboratore - Lo sai? La tua presenza al mio fianco mi stimola. E' eccitante mostrare i miei piani a qualcuno in grado di apprezzarne la sottigliezza...

La mano di Connelly si poso sul ginocchio del giovane nero, poi risalì a carezzarne dolcemente la coscia. Ted assecondò quei movimenti. Sulle loro teste, ombra tra le ombre del soffitto, una piccola telecamera faceva il suo lavoro come la più silenziosa delle spie.

 

...

 

- Per oggi basta, Linda.

- Non sono stanca, Stan.

Il regista scosse la testa con compiaciuto disappunto. - Sei una tigre... Be', io sono stanco. Continueremo domani, d'accordo?

- Come preferisci...

- Ceni con me? Cè4 questo nuovo posto giù a Santa Monica che...

- No, Stan. non mi sembra una buona idea.

- Andiamo, Linda, rilassati. Stiamo facendo un buon lavoro insieme, no? Perché devi considerarmi ancora un nemico?

La donna si morse le labbra, indecisa. - Io...

- Avanti, ho proposto noi due seduti compostamente al tavolo di un ristorante, non a dibatterci nudi sotto un lenzuolo - scherzò Stan, tentando di vincere la tensione - Della seconda parte dovrai preoccuparti soltanto più tardi...

Nonostante tutto, Linda fu costretta a sorridere. - E va bene... Sei un pagliaccio, lo sai?

L'uomo le strizzò l'occhio. - E' il mio secondo nome.

- Ma ho bisogno di cambiarmi, e di una doccia.

- I potenti mezzi dei nostri studios sono a sua completa disposizione, mia diva. - si inchinò Stan, indicandole la strada per i camerini.

- Stupido...

- Ti aspetto tra un'ora all'ingresso. Fatti bella: sarà una notte di follie.

Linda chiuse lentamente la porta della piccola stanza a lei riservata. Il malumore le scivolò ai piedi insieme al vestito di scena. Il getto bollente della doccia restituì ordine ai suoi nervi ed ai suoi pensieri...

Tornare a recitare, dopo tutti quegli anni, aveva rivelato alla sua mente ed al suo cuore che dopotutto non aveva mai smesso di amare il suo lavoro. La stavano sfruttando, d'accordo, era stata obbligata ad accettare l'offerta di Connelly... Ma cosa le importava, in fondo? Era ancora un'attrice; aveva una parte: una parte entusiasmante, ritagliata alla perfezione sulla sua figura. La Paramount non era più il mondo fascinoso della sua giovinezza, d'accordo, ma era pur sempre una piacevole vacanza tra i suoi ricordi, una gradevole parentesi nella squallida realtà del fast-food e della sua vita martoriata dai problemi. Era tra gente che apprezzava il suo lavoro, e che per giunta pagava bene. Perché non avrebbe dovuto accontentarla?

Infine c'era Stan, che l'ammirava, come attrice e come donna, e che non si stancava mai di riperterglielo. Era molto caro: Linda non ricordava da quanto tempo un uomo le avesse riservato tante attenzioni. Sorrise. Le misteriose e terribili traiettorie della vita, pensò, la ruote di quella fortuna che tante volte nella sua amarezza aveva chiamato puttana, forse per una volta, finalmente, avevano girato verso di lei.

Chiuse il getto d'acqua. Nello specchio del bagno, appannato dal vapore, il suo corpo nudo s'indovinava appena. Sulla superficie trasparente, tra il riflesso dei suoi seni, pendente come un bizzarro ragno di carta, la donna scorse un biglietto adesivo.

Perplessa, lo staccò dallo specchio e lesse.

Apri gli occhi.

Un amico

Ai piedi della specchiera, un baule con serratura a combinazione; su di questo, un disco ottico. Linda lo trattenne a lungo tra le dita, pensierosa. Piccole gocce ambrate cadevano lente dai suoi capelli, e disegnavano umidi arabeschi sulla moquette, morbida sotto i suoi piedi nudi. Non fu sorpresa di trovare un terminale in un angolo della stanza: chi le aveva lasciato il messaggio voleva essere ben certo che lei potesse leggerlo. Decise di stare al gioco. Lo accese.

E visse per pentirsi di averlo fatto. Sullo schermo corsero veloci i fotogrammi della videochiamata tra il dottor Morris e Ted Brandon, del colloquio tra Connelly ed i teppisti del Bit'n'Chips, del dialogo in cui il direttore esecutivo spiegava orgoglioso come e quando l'avrebbe fatta uccidere.

- Mio Dio... - mormorò Linda. Un nodo di rabbia e d'angoscia le serrava la gola. Non riusciva a crederci: era troppo malvagio, troppo cinico per essere vero, o forse lo era troppo per non esserlo. Avevano giocato con la sua vita, sin dall'inizio, e adesso avrebbero venduto la sua morte in cambio di qualche altro biglietto di platea. Ansimò, sconvolta, il cuore che le martellava impazzito in petto.

Quando seppe che anche Stan faceva parte del complotto, sentì qualcosa spezzarsi dentro di lei. Il dileggio, la frode, la sopraffazione, le esplosero in petto, dilaniandole l'anima. Tutti le erano contro: non le rimaneva che la vendetta.

La registrazione terminò, e sul video comparve un numero di sei cifre, lampeggiante. Come era facile prevedere, si trattava della combinazione del baule. In preda ad una rabbia incontenibile, Linda lo aprì e ne esaminò il contenuto. Erano munizioni, granate, proiettili traccianti: tutto ciò che occorreva per mettere in funzione le armi di scena.

Si sentì come se le avessero esaudito un desiderio.

- Preparati, Connelly, maledetto bastardo. - ringhiò - Sto venendo a prenderti.

 

...

 

Il direttore esecutivo udì il fragore dell'esplosione persino attraverso le pareti insonorizzate dell'ufficio.

- Che diavolo succede!?

Prima che potesse premere il pulsante del comunicatore, la porta della stanza andò in pezzi. Non ebbe neppure il tempo di prendere la pistola dal cassetto della scrivania: lo spostamento d'aria lo gettò a terra con la forza di un maglio. Un dolore lancinante alla schiena, lo schiocco terribile delle ossa che si spezzavano, poi il buio.

Quando riuscì a riaprire gli occhi, Linda Ryan torreggiava su di lui. La donna portava un lanciagranate in ogni braccio, esplosivo legato intorno al corpo, munizioni a tracolla, un pugnale alla cintola: minacciosa e mortale come una dea della guerra.

Connelly tentò di muoversi, abbozzò una difesa, ma il dolore era spaventoso.

- Aiuto... - rantolò, incredulo: si era sempre creduto intoccabile, e la prospettiva di morire in modo così brutale lo atterriva - Qualcuno mi aiuti...

- Non contarci. - disse gelida la donna. - Non lo meriti.

- Cosa... cosa vuoi fare? Sei impazzita?

- So tutto, bastardo. - ringhiò Linda - Sono venuta a saldare il conto.

- Ascoltami! - disse in fretta l'uomo, disperato, facendo appello alle ultime risorse - Non fare la stupida: posso coprirti di dollari, più di quanti ne hai mai sognati. Avanti, fai tu il prezzo.

- Ti ho già detto cosa puoi farci coi tuoi soldi. - replicò glaciale la donna, prendendo la mira.

Connelly roteò gli occhi e perse i sensi. Bizzarramente, la sua espressione restò incredula: aveva previsto tutto, manipolato tutto, comprato tutti... Non aveva lasciato nulla al caso, e aveva fallito nel modo più definitivo.

- Ma... che sto facendo? - Linda guardò la canna dell'arma, l'uomo indifeso che stava per uccidere, ed all'improvviso ebbe un attacco di nausea. Un'istante di vertigine, uno solo. Poi, attraverso i fumi dell'ira, il raziocinio riprese il sopravvento. Non era un'assassina. Avrebbe potuto interpretarne il ruolo, ma non poteva viverlo. Aveva dei doveri, come essere umano e soprattutto come madre: la rabbia assoluta che la divorava non poteva costringerla a dimenticarli. Abbassò l'arma.

- Mio Dio! Signor Connelly... Linda si voltò. Ted Brandon, impalato sulla soglia, fissava terrorizzato la scena. Il cervello della donna ricominciò a lavorare a ritmo frenetico.

- Devo andar via da qui... - mormoro - Tu! Hai una macchina?

- Una T-toyota. - balbettò il giovane nero. - Nel p-parcheggio.

- Dammi le chiavi! Subito!

Brandon non si oppose. Linda gli strappò il mazzo di chiavi dalle mani, lo incenerì con un'ultima occhiata furente e si precipitò fuori. - Che tu ed il tuo capo possiate produrre il prossimo film all'inferno! - furono le sue ultime parole.

Il giovane non fece neppure in tempo a chinarsi sul corpo esanime di Connelly. Gli agenti della Sicurezza fecero irruzione nell'ufficio devastato a passo di carica. Gomez era alla loro testa. - Voi due! Seguite la Ryan!

- Subito, signore!

- Mi raccomando: conoscete gli ordini!

- E' ferito g-gravemente! - balbettò angosciato Ted - B-bisogna portarlo subito in ospedale! Presto!

- Al tempo, signor Brandon. - replicò placidamente il massiccio responsabile della Sicurezza.

- Non mi risulta che lei sia autorizzato a darmi ordini. La gerarchia...

- Gerarchia? T-ti sembra il momento per q-queste cazzate? Guarda Connelly! Non c-capisci che non c'è tempo da perdere?

L'altro ghignò. - Non sprechi il fiato, Brandon... Tra l'altro, sentirla balbettare mi urta i nervi... Gli uomini di Gomez erano già di ritorno. - La donna è fuggita su una Toyota bianca, signore. Abbiamo preso la targa.

- Molto bene.

- Dobbiamo inseguirla?

- No. Per il momento potete andare.

Ted fissò Gomez allibito, quasi non credesse alle sue orecchie. - Ma... C-cosa vuol dire? L'avevate in p-pugno. Perché...

L'altro scrollò le spalle. - Ho delle direttive ben precise, signor Brandon.

- D-direttive? Direttive di chi?

- Mie.

Ted strabuzzò gli occhi. - Presidente?

La sedia a rotelle si fece strada con noncuranza sui calcinacci, disseminati come foglie morte sul pavimento devastato. Il vecchio dirigente sembrava essersi trasformato: il suo aspetto, la pelle del viso, il colorito terreo, suggerivano ancora la rovina fisica; ma i suoi occhi... in essi vi era una luce nuova: una luce vitale, acuta, inquietante.

- La vedo un po' confuso, signor Brandon. Forse è sotto shock. Vuole qualcosa da bere? Gomez, la prego, trovi una bottiglia di qualcosa di forte.

- Sì, signor Presidente. Subito, signor Presidente. - il responsabile della Sicurezza si precipitò fuori dalla stanza, quasi la sua vita dipendesse dal rispetto di quell'ordine.

- P-presidente, Connelly e ferito g-gravemente. - balbettò Ted - Bisogna c-chiamare un'ambulanza...

- Oh, non si preoccupi del nostro direttore esecutivo. A tempo debito ci occuperemo anche di lui. Ma adesso, venga, si avvicini: non sono abituato a parlare ad alta voce...

Meccanicamente, Ted obbedì. Si accostò alla sedia a rotelle, e per la prima volta colse nell'aria il sentore metallico, l'odore sottile del lubrificante. Il ronzio dei servomeccanismi s'accordava al respiro del vecchio in una sommessa sinfonia inumana.

- Ma lei, p-presidente... e un cyborg!?

- Solo al dieci per cento. In realtà preferisco organi di feti umani per i miei innesti, ma lei sa quanto è difficile procurarsene al giorno d'oggi, per via di quelle sciocche leggi sul commercio biologico. - il vecchio si esibì nella parodia di una risata - Come disprezzo quegli stupidi moralisti: io ho duecentonove anni, e sono sopravvissuto da tanto tempo alla mia morale.

Ted sussultò. Non aveva mai visto il presidente così da vicino, ne mai cosi in piena luce: la carne del vecchio si intrecciava al metallo della sua carrozzina in un abbraccio di cavi e di tubicini traslucidi. Era uno spettacolo straordinario e ripugnante ad un tempo.

- Lo sa, signor Brandon? Non tutti riescono a comprendere quanto sia difficile controllare una compagnia grande come la nostra. Il potere è una droga: se ne desidera sempre di più, a qualunque prezzo, e non ci si ferma davanti a nulla pur di ottenerlo...

Il vecchio sospirò, un verso rauco che non aveva nulla di naturale - Io mi trovo in una posizione difficile: sto al centro del bersaglio e ne sono ben conscio. Ogni giovane squalo che lavora per me non pensa che a prendere il mio posto; ed io non posso neppure ostacolare apertamente i miei rivali, o licenziarli, perché sono proprio le persone più ambiziose a essere le più produttive. Cosi fingo da anni di essere un invalido dal cervello putrefatto, un relitto umano non più pericoloso d'un pulcino, e ci riesco così bene che nessuno di voi mi considera un'insidia. E' così, non e vero?

Ted continuava a lanciare occhiate angosciate verso l'esanime Connelly. - Io... io non...

- Mi creda, sarebbe facile circondarmi di collaboratori inetti e servili come il nostro caro Gomez: il mondo è pieno di aspiranti leccapiedi. Ma io ho bisogno di belve, signor Brandon, di autentici figli di puttana. Io devo usarli a loro insaputa, sfruttare i loro complotti e i loro intrighi a mio vantaggio, e fermarli solo quando è necessario... - il presidente si leccò le labbra esangui - Connelly era il migliore di tutti, era un bastardo cinico e geniale. Mi dispiace perderlo, ma cominciava a diventare pericoloso. E poi... il suo sacrificio servirà a salvare la compagnia. Il piano che voi due avete elaborato può ancora funzionare: basterà qualche piccolo ritocco.

- C-come fa a sapere...

Il vecchio rise.- Mi delude, signor Brandon. Il come non ha importanza, non crede? Sa cosa farò adesso? Venderò ai media l'intera storia: lascerò che i giornalisti raccontino di come Connelly abbia tentato di incastrare Linda Ryan, e di come lei lo abbia ucciso per vendetta.

Ted sbiancò, colto da un brivido di terrore folle. - Connelly è ancora v-vivo.

- Dettagli. - tagliò corto il vecchio - Con una buona campagna stampa avremo ancora il nostro scandalo: la gente andrà in delirio. E poi... ho intenzione di organizzare una grande caccia all'uomo contro Linda Ryan, magari con una taglia sulla testa della nostra affascinante "stella". Sarà uno spettacolo indimenticabile.

Il giovane nero, lentamente, arretrò verso la soglia dell'ufficio. - Lei è pazzo!

- La sua balbuzie è scomparsa. - osservò amabilmente il vecchio - Merito della paura? Comunque devo farle un appunto: avreste dovuto forzare le cose in modo che la Ryan andasse a letto col nostro Stan e poi lo uccidesse. Il pubblico popolare ama le trame morbose: avremmo avuto uno share migliore.

- Mi dispiace tanto. - sibilò Ted tra i denti.

Il vecchio sospirò - Be', tenteremo di rifarci dando la "prima" del film in contemporanea con l'esecuzione della Ryan sulla sedia elettrica. Ma non credo sarà la stessa cosa...

Il giovane fece ancora un passo verso la porta, preparandosi a scattare. Poi si fermò, impietrito, fissando orripilato la canna della pistola che il presidente gli puntava contro.

- Va via di già, signor Brandon?- ghignò sarcastico l'uomo sulla carrozzina - Abbandona la platea prima del gran finale? Mi delude ancora...

- La prego... non...

- La riconosce? - disse il vecchio, indicando la pistola - E' una delle armi di scena, coperta dalle impronte di Linda Ryan... So cosa sta pensando: lei crede che io non sia in grado di usarla. Bene, voglio toglierle subito questo dubbio.

Senza minimamente cambiare espressione, come se stesse bevendo un sorso d'acqua, il presidente prese la mira e centro la fronte di Connelly, dandogli il colpo di grazia.

- Mio Dio! - strillò Ted, disperato - Alex!

- Oh, oh! Ma questa è una rivelazione... - commentò il vecchio, sorridendo - Credevo che il giovane servo cedesse alle voglie perverse del padrone per spirito d'obbedienza... ed invece dietro c'era il sentimento. Mi dispiace... non posso sopportare il tormento di due anime affini prematuramente separate. Mi sento in dovere di far qualcosa...

Sparò ancora. Un solo colpo, proprio in mezzo agli occhi. Il presidente rifletté che i nuovi innesti oculari valevano quanto li aveva pagati, sino all'ultimo centesimo: la sua mira era perfetta.

Gomez tornò portando una bottiglia e dei bicchieri. Di fronte ai due cadaveri, per un momento, restò interdetto. Ma fu solo un istante.

- Va tutto bene, signor Presidente?

- Tutto bene? No, purtroppo. - corresse contrito il vecchio. - Oggi è un giorno di lutto per la nostra compagnia. Due abili e preziosi dipendenti hanno perso la vita sotto i colpi della folle Linda Ryan... Ne conviene, Gomez?

- Certo, signor Presidente. Come lei dice, signor Presidente.

- Lei, Gomez, e stato testimone, ma non è riuscito ad impedire il delitto... Triste destino il suo, io lo capisco. Avrà una gratifica per superare l'amarezza.

- Troppo buono, signor Presidente. Grazie, signor Presidente.

Il vecchio afferrò la bottiglia. - Faccia ripulire quest'ufficio, Gomez. Il disordine qui dentro è davvero intollerabile.

La carrozzina si rimise in modo con perfetta efficienza. Il presidente si allontanò fischiettando "E' nata una stella", il brano musicale lanciato dai MicroChannel, il gruppo tecnorock in vetta alle classifiche.

Un motivo orecchiabile, pensò il vecchio. Sarebbe stato un'ottima colonna per i titoli di coda.

 

FINE

 

 

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