IL LUNGO SONNO, di Laura Iuorio

 

 

Per un attimo si sentì strano. Torpore, sì, ma anche un piacevole senso di rilassatezza, come di chi si fosse appena risvegliato da un lungo sonno ristoratore. Quando aprì gli occhi, la luce li abbagliò e lui fu costretto a proteggerli con la mano. Dovette concentrare tutta la sua forza di volontà per indursi a sollevarsi. Il movimento gli procurò una fitta lancinante alla testa, che per un attimo gli tolse il fiato. Fu allora che ricordò, e desiderò di non essersi mai risvegliato: il dolore al capo, i controlli medici, la macchia sospetta nelle radiografie, la diagnosi orribile, le cure inutili, la decisione disperata. La fitta si attenuò. Riaprì gli occhi, che nel frattempo si erano abituati alla luce. Si guardò attorno. Qualcosa doveva essere andato storto. D'altronde sapeva che non c'erano garanzie.

Non ricordava di aver mai visto il posto in cui si trovava, né all'ospedale né alla clinica specialistica: un camerone enorme e spoglio, occupato da una quarantina di letti metallici con le coperte verde scuro, tutti vuoti, tranne il suo. Forse l'avevano messo in un reparto speciale. Magari quello per i malati terminali. Rabbrividì.

L'ultima cosa che ricordava era il tubo criogeno. L'avevano avvertito che era ancora in fase sperimentale, e che nessuno era mai sopravvissuto in ibernazione per piu di quindici o vent'anni. Ma era la sua ultima speranza. La medicina faceva passi da gigante: non era forse ammissibile che i ricercatori potessero mettere a punto una nuova cura nel giro di una quindicina d'anni? Ma eccolo lì, qualcosa non doveva aver funzionato. Probabilmente il processo d'ibernazione non era nemmeno iniziato o era durato pochi istanti, poche ore. Aveva sentito dire che poteva accadere. E così era sfumata anche la sua ultima possibilità.

"Siamo svegli, finalmente", lo sorprese una voce femminile. I passi echeggiavano sul pavimento del camerone.

Si voltò. La donna era giovane, alta, aveva i capelli biondissimi e molto corti. In mano aveva qualcosa che assomigliava a una siringa, ma non indossava il grembiule da infermiera. Era piuttosto una specie di divisa, una tuta attillata, che ne metteva in risalto le forme asciutte e tuttavia armoniose. "Come ti senti?" chiese, quando gli fu accanto.

L'informalità con cui gli si era rivolta lo stupì. Lei dovette accorgersene, perché subito aggiunse: "Sono Dayna, la sorvegliante."

"Non capisco", disse lui. "Siamo ancora alla clinica'? Cos'è che non ha funzionato'?"

"Ha funzionato tutto alla perfezione", lo informò Dayna. "L'intervento è riuscito benissimo. Non era un'operazione difficile. Ora devi solo rimetterti in sesto: l'ibernazione non è quel che si dice un toccasana, per i muscoli." Gli premette la siringa contro il braccio, senza scoprirlo.

Lui non sentì la puntura dell'ago, ma solo uno strano formicolio. Gli ci vollero alcuni secondi per afferrare il senso delle sue parole. "Vuol dire... Vuol dire che sono guarito?" esclamò. "Vuol dire che non morirò?"

"Non morirai", confermò Dayna.

Lui si esplorò il capo con le dita. Sentì la cicatrice. "Sparirà nel giro di un paio di settimane", lo avvertì lei.

"Ho sentito una fitta poco fa."

"Niente di grave", assicurò Dayna. "E' per via dell'operazione. Spariranno anche le emicranie: le iniezioni servono anche per questo. Ora alzati", cambiò argomento. "Ti stanno aspettando."

Lui obbedì. Lo stavano aspettando. Sua moglie e i ragazzi, indubbiamente. Chissà se erano cambiati molto? Con i ragazzi non era mai andato granché d'accordo, forse per via del lavoro, che per anni, anzi decenni, era stato tutta la sua vita e gli aveva portato via anche il tempo che avrebbe dovuto dedicare a loro. Ma negli ultimi mesi le cose erano migliorate, almeno con sua figlia. Ricordava bene le lacrime di Christine e il saluto che gli aveva fatto con la mano dal vetro della camera in cui l'avevano fatto entrare per prepararlo al processo di ibernazione. Paul invece era sempre stato duro con lui, non gli aveva perdonato le occasioni perdute e, pur senza dichiararlo apertamente, non aveva voluto accettare la sua decisione. Come se ci fossero state molte alternative. Non aveva abbandonato il suo contegno nemmeno al momento del distacco, anche se lui credeva di aver notato un luccichio nei suoi occhi. Ma forse era semplicemente quello che avrebbe voluto vedere, o un'allucinazione indotta dal processo criogeno.

Non riconobbe il corridoio in cui Dayna lo condusse. Non c'erano finestre, come se fosse sottoterra. E i pavimenti non erano puliti com'erano di solito quelli degli ospedali.

"Aspetta qui", ordinò Dayna, quando arrivarono all'ascensore. Entrò in uno stanzino per uscirne subito dopo con un abito ripiegato. "Metti questo."

Era una tuta verde, non elasticizzata e piu semplice della sua. "A cosa serve?" damandò lui, dopo averla indossata.

"Non si può entrare nelle gallerie senza tuta", spiegò Dayna.

Prima che lui avesse il tempo di capire il significato delle sue parole, Dayna premette il pulsante dell'ascensore. O meglio, di quello che lui aveva scambiato per un ascensore. Infatti le porte non si aprirono su una cabina, ma su una galleria con le pareti di roccia.

"Dove siamo?" chiese, allibito.

"Sei su Alshain", rispose Dayna. "La tua casa per i prossimi quindici anni."

"Al...", balbettò lui. "Non capisco. E' forse uno scherzo?"

Dayna lo guardò con un'espressione perplessa. "Noi ti abbiamo risvegliato, dunque per i prossimi quindici anni presterai la tua opera nella nostra compagnia. Così è la legge."

Venne colto da un senso di vuoto. Tutto questo era ridicolo, assurdo. A che razza di crudele test lo stavano sottoponendo? "Ma di che legge sta parlando?" esclamò. "Cos'è questa storia?"

"Legge 28l4 del Codice Interstellare. La compagnia ha pagato la tua decriogenizzazione e l'operazione chirurgica. Tu devi compensarla per il disturbo."

"Ma io... Io ce li ho i soldi!" fece lui, spaventato. "Ditemi: quanto volete?"

Sul bel volto di Dayna si disegnò un sorriso di compatimento.

"Non essere ridicolo: tu non possiedi niente. Credi forse che i tuoi discendenti tirino fuori i soldi per te? Non ti conoscono nemmeno."

Lui ebbe come l'impressione che la terra gli si aprisse sotto i piedi. "I... miei discendenti'?" domandò. Improvvisamente le nebbie che gli offuscavano il cervello cominciarano a diradarsi, e la confusione lasciò il posto alla consapevolezza. "Per quanto... per quanto tempo ho dormito?" balbettò.

"Novecentodieci anni, quattro mesi, sei giorni, undici ore", lo informò Dayna e, ritenendo di aver liquidato l'argomento, lo invitò a seguirla nella galleria.

 

 

Nella miniera si estraevano minerali che lui non aveva mai sentito nominare: coridium, labacite, xedron... Il suo compito consisteva nell'individuare con una sonda i punti piu ricchi della roccia per poi sbriciolarla con una specie di cannoncino laser portatile. Doveva stare attento a inciderla nei punti giusti, evitando di creare dei crateri troppo grandi, perché la zona era sismica e troppi scavi nella roccia rischiavano di farla crollare alla prima scossa. Tutte queste cose gliele aveva spiegate Dayna, prima di abbandonarlo a se stesso, sette ore prima. E da allora lui aveva scavato, scavato e ancora scavato, senza un attimo di pausa. E la fatica si faceva sentire, nonostante il trattamento antiatrofizzante a cui i suoi muscoli erano stati sottoposti dopo l'operazione.

Ancora non riusciva a credere a quello che gli era capitato. In un attimo era passato dall'euforia all'angoscia piu profonda. Per mesi aveva concentrato tutti i suoi pensieri nella ricerca di una cura. Aveva creduto veramente che la guarigione sarebbe stata la oluzione di tutti i suoi problemi, e che dopo la vita gli avrebbe sorriso come nelle favole. Ora però non era più malato e scopriva che i problemi erano appena cominciati. Anzi, era proprio il caso di dire che fosse caduto dalla padella nella brace. Non avrebbe più visto sua moglie, i ragazzi, i suoi amici, l'ufficio. Non avrebbe più avuto la stima e l'invidia dei colleghi. Il suo mondo era crollato. Lui non era più nessuno. Non possedeva nulla. Era solo un prigioniero. Si era comprato la vita a prezzo della sua libertà.

"Umano, non stai lavorando al pieno delle tue potenzialità", lo avvertì una voce metallica alle sue spalle.

Lui si voltò. "Lasciami in pace!" gridò esasperato.

La sfera metallica galleggiava nell'aria a pochi passi dalla sua testa, ronzando. Era tutto il giorno che quei maledetti aggeggi lo stuzzicavano. "Lavora o sarò costretto a prendere provvedimenti", intimò.

Lui afferrò un sasso e glielo lanciò. La sfera si scansò quel tanto che bastava per schivarlo, poi tornò nella posizione precedente. Dal suo interno fuoriuscì un'antennina dall'aspetto minaccioso, che emise un sottile raggio bianco.

L'effetto fu quello di una scossa elettrica. Era ancora semiparalizzato, quando la sfera decise di andarsene.

"Avresti dovuto fare come diceva", osservò il suo assistente.

Lui lo guardò con stupore. Era da quella mattina che lavoravano insieme, lui frantumando la roccia, l'altro selezionando e rovesciando i detriti nel condotto pneumatico, ma per qualche motivo non gli era mai passato per la mente di rivolgergli la parola. Forse era per via di quell'aspetto vagamente alieno: la pelle chiara, gli zigomi alti, gli occhi obliqui, a mandorla, da folletto. Non credeva che sarebbe stata possibile la comunicazione. Adesso era sorpreso dall'armoniosità della sua voce. "E' da molto che lavori qui?" domandò, ansiosamente. Aveva bisogno di parlare con qualcuno. Forse lui avrebbe potuto aiutarlo.

"Due anni", rispose l'alieno, senza smettere di lavorare.

"Sai dirmi dove ci troviamo?"

Il compagno lo guardò con un'espressione perplessa. "Su Alshain."

"Alshain!" esclamò lui, spazientito. "Voglio sapere a che distanza siamo dalla Terra!"

L'alieno sussultò. "Non so. Non m'intendo molto di astrometria."

"Nemmeno approssimativamente?"

"Be'..." L"alieno si strinse nelle spalle. "Quaranta o cinquanta anni luce."

Lui si sentì ancora una volta crollare il mondo sotto i piedi. "C'è un mezzo per andarsene di qui?" mormorò, ormai privo di forza.

"Certo. Ogni tre mesi arriva il Nomad a caricare i minerali."

"Il Nomad?"

Il compagno lo guardò con sospetto. "Il Nomad: il complesso industriale mobile. Queste cose le sanno anche i bambini. Sei sicuro di essere sveglio?"

"Vorrei non esserlo", disse lui, spossato. "Vorrei che mi avessero lasciato dormire per sempre."

L'alieno corrugò la fronte, confuso. Poi un ronzio proveniente dal fondo della galleria attirò la sua attenzione. "Arriva il Guardiano", avvisò.

"Come ti chiami?" chiese lui, in tono d'urgenza.

"Han'a'el."

"Io Gerard. Gerard Dubois", si presentò lui, prima di rimettersi a lavorare con foga. La maledetta palla di metallo stava venendo di nuovo verso di loro.

 

 

Il refettorio era più grande della camerata e ugualmente spoglio. Le due sole prese d'aria non bastavano a depurarlo dal fumo che lo soffocava. I minatori erano seduti a gruppi di dodici o quindici attorno a lunghi tavoli di metallo. Nangiavano con appetito, rumorosamente, impugnando le posate come badili. Alcuni erano curvi e taciturni, altri, la maggior parte, erano allegri, chiassosi, ciarlieri. A volte bisognava alzare la voce, per farsi sentire sopra il rumore delle posate e gli scoppi di risa.

"Dunque sei un risvegliato", osservò Han, affondando il cucchiaio nella poltiglia azzurra che era stata portata loro per cena. "Era da un po' che non se ne vedevano. Sei della prima generazione, vero?"

"Cosa vuoi dire?" domandò Gerard.

"Voglio dire quelli che si facevano ibernare senza pianificare il risveglio. Hanno dovuto fare una legge apposta, altrimenti sareste rimasti in letargo per sempre."

"Me l'hanno detto."

Han lo scrutò, continuando a masticare con gusto. "Non credevo che ibernassero anche i vecchi", disse finalmente. "Facevano cose strane, una volta."

L'osservazione lo offese un po'. Non si sentiva affatto vecchio. Dopotutto aveva solo cinquantacinque anni. Forse erano i pochi capelli bianchi che gli restavano ad aver tratto in inganno Han. Aveva sempre avuto una tendenza alla calvizie, ma era stata la malattia a far precipitare la situazione. Però, anche così, era sicuro di non dimostrare più di sessanta-sessantacinque anni. Certo, Han sembrava molto giovane, quasi un adolescente. Doveva avere l'eta del suo Paul, se il ciclo vitale della sua razza era simile a quello terrestre. Era naturale che lo vedesse vecchio. "Toglimi una curiosità", gli chiese. "Tu non sei un terrestre: come mai sai parlare così bene la mia lingua?"

Han ingurgitò una cucchiaiata di poltiglia azzurra. "Quando sono arrivato c'erano un paio di sorveglianti terrestri", spiegò. "Uno parlava come te. Noi elvani abbiamo un orecchia eccezionale per le lingue. E un'ottima memoria. La tua poi facile, molto musicale. Come la mia, o i dialetti di Caryllon."

"Sei arrivato qui col Nomad?" domandò Gerard.

"Si. Ogni tanto attraccano in qualche base stellare. E prima o poi fanno rifornimento presso una colonia mineraria o agricola, a seconda del genere. Basta saper aspettare."

"Vuoi dire che hai atteso una di queste navi senza sapere né quando sarebbe arrivata né dove sarebbe andata?"

Han annuì. "Di solito ne arriva almeno una al mese. Io sono stato fortunato. Non avevo provviste per resistere più di due settimane. Era un complesso per la trasformazione dello xedron e del coridium. Ho lavorato nella fonderia finché non abbiamo fatto scalo qui per i rifornimenti di materia prima."

"Pagano bene?" chiese lui.

Han annuì nuovamente. "Ti danno due pasti caldi al giorno, un letto e un tetto sulla testa. Alla fine dei due anni di contratto, se decidi di andartene ti danno una buonuscita. Puoi viverci anche tre o quattro mesi, mentre aspetti di trovarti un altro lavoro."

Lui lo fissò, allibito. "Vuoi dire che ti sei fatto tutto questo viaggio per un letto e un paio di pasti al giorno?"

Questa volta fu Han a guardarlo con un'espressione confusa. "E per cos'altro?"

"Una paga!"

Han sorrise, con indulgenza. "Noi non siamo unit. Dobbiamo prendere quello che viene. Per voi è diverso: sempre sorveglianti o amministratori... A parte i risvegliati, naturalmente."

"Chi sono gli unit?"

"Gli unit", ripeté Han. "I padroni. Quelli come te. Quelli che vengono dai pianeti dell'Unione. Ma non sai proprio niente?"

Gerard scosse la testa, avvilita. Pianeti dell'Unione. Ai suoi tempi, la massima conquista del programma spaziale era stata la partenza di un'astronave generazionale con un'equipaggio di scienziati, alla ricerca di forme di vita extraterrestri. Na nessun contatto era stato ancora stabilito, quando lui era entrato nel tubo criogeno. Ora invece si trovava su un pianeta sconosciuto, a quaranta o cinquanta anni luce dalla Terra, circondato da alieni. E uno stava proprio di fronte a lui. Erano tutti umanoidi, a dire la verità, e solo una mezza dozzina di loro aveva un aspetto che usciva totalmente dalla norma, almeno da quella che lui considerava la norma. Ogni tanto si chiedeva come facesse a trattenersi dall'urlare. Forse aveva visto abbastanza film da abituarsi all'idea. "E dire che la fantascienza nemmeno mi piaceva", borbottò.

Han lo guardò senza capire.

"Lascia perdere. Piuttosto, spiegami una cosa. Se siete così tecnologicamente avanzati, perche la compagnia non impiega le macchine, in miniera?"

"Qualcuna c'è: i Guardiani, per esempio", rispose Han. "Ma possono circolare solo in zone delimitate. La labacite emette delle onde magnetiche molto forti, per cui le macchine disfunzionano. E' una fortuna per noi." Dovette notare la sua espressione interrogativa, perché aggiunse: "Nelle miniere meccanizzate servono operai qualificati. Tecnici. E' roba per unit. "

"Capisco", disse lui. Stava per parlare ancora, ma improvvisamente ammutolì. Il suo bicchiere si stava muovendo. Lo fissò, stupito. Si accorse che anche la brodaglia azzurra stava ondeggiando nel piatto. Le posate tintinnavano. Di colpo il bicchiere cominciò a vacillare e si rovesciò, spargendo il suo contenuto sul tavolo. Dovette balzare in piedi, per evitare che gli si versasse addosso. Quando si guardò attorno, scoprì che gli altri avevano avuto riflessi più pronti dei suoi. Qualcuno reggeva il piatto e il bicchiere. Han e altri li tenevano fermi sul tavolo. Nessuno di loro sembrava spaventato. Il tutto durò una quindicina di secondi. Quando la scossa fu terminata, i minatori ripresero a mangiare e a chiacchierare come se nulla fosse.

Mentre lui si risedeva, ancora tremant.e per lo spavento, con lo stomaco sottosopra e un vago senso di nausea, Han chiese, indicando il suo piatto con un'espressione bramosa: "Non mangi?"

"Serviti pure", lo invitò. Lo stette a guardare, in silenzio, mentre afferrava il piatto e faceva sparire in bocca una cucchiaiata di melma azzurrognola. Dovette fare uno sforzo per impedirsi di vomitare.

 

 

Il prossimo arrivo di un complesso industriale mobile era previsto entro tre settimane, stando a quello che diceva Han'a'el.

"Hai detto che il Nomad atterra a neanche mezzo chilometro dall'ingresso della miniera", rimuginò Gerard, soddisfatto.

"Mezzo chilometro su Alshain non è come mezzo chilometro sulla tua Terra", borbottò Han.

"Cosa intendi dire?" domandò lui. Han rovesciò l'ennesimo carico di minerali nel condotto aspiratore. Gerard li sentì allontanarsi rotolando rumorosamente contro le pareti.

"Ci sono quaranta gradi sottozero, là fuori", disse Han, senza voltarsi. "E' tutto coperto di ghiaccio."

Un sorvegliante si fermò all'imbocco della galleria e li fissò per qualche secondo con aria truce. Quel giorno non avevano ricevuto visite dai Guardiani, dato che il giacimento a cui stavano lavorando era particolarmente ricco di labacite. Ma i sarveglianti possedevano mezzi di persuasione forse anche piu convincent.i del raggio paralizzante dei Guardiani: a loro totale discrezione potevano affibbiare doppi e tripli turni ai minatori sorpresi a battere la fiacca. Han'a'el diceva che era meglio non inimicarseli.

"Potresti procurarmi una tuta termica", suggerì Gerard, quando il sorvegliante se ne fu andato. "Ne ho vista una addosso a un tecnico."

Han scosse la testa. "Lo sai cos'è che fa funzionare tutto qui?" disse. "L'energia eolica. Le raffiche superano i duecento chilometri. orari, a volte. Lo chiamano bodron, il vento senza fine. Non puoi avventurarti là fuori a piedi. Devi aspettare la navetta di collegamento. E sulla navetta puoi salire solo con un permesso di uscita."

Gerard grugnì. Ora capiva perché lo lasciavano circolare liberamente, nonostante fosse trattenuto contro la sua volontà. Non c'era modo di scappare. "Eppure io devo andarmene di qui."

Han corrugò la fronte. Non comprendeva quella che chiamava la sua "fissazione". Non capiva perché ci tenesse tanto a lasciare il pianeta. A sentir lui, sembrava che Alshain fosse una specie di paradiso terrestre, e che il lavoro in miniera fosse la migliore fortuna che potesse capitare a un uomo

"Mi aiuterai?" gli domandò.

Han scosse la testa, con un sospiro di rassegnazione, e riprese a lavorare. "Siete strani, voi unit", borbottò.

 

 

Han'a'el aveva un grande ascendente sui minatori, e non solo su di loro. Gerard aveva già avuto modo di accorgersene il giorno stesso in cui l'aveva conosciuto, quando, prima della ritirata, l'aveva sorpreso nell'atto di ingurgitare un'autentica fetta di torta. Con una punta di orgoglio, Han gli aveva confessato che il dolce proveniva direttamente dalla mensa dei dirigenti. Sulla spiegazione aveva preferito sorvolare, ma gli aveva fatto capire di avere i suoi giri. Qualche giorno dopo Gerard l'aveva visto intrattenersi piacevolmente in corridoio con Dayna e un'amministratrice. Se n'era stupito, perché, fin dal suo risveglio, aveva notato che gli unit, come li chiamava Han, tendevano a trattare con distacco, se non proprio con palese rudezza, i minatori.

Han'a'el non ci sapeva fare soltanto con le donne. Le rare volte che qualcuno se la prendeva con lui, c'era sempre qualcun altro pronto a difenderlo. I minatori gli si confidavano volentieri, nelle rispettive lingue, gli davano bonarie pacche sulle spalle e ogni tanto gli regalavano qualcosa. Le scarpe che portava ai piedi gliele aveva regalate un sorvegliante, raccontava con soddisfazione.

Una volta abituatosi al suo aspetto, Gerard aveva dovuto convenire che Han'a'el era bello. Era bello di una bellezza insolita, delicata e un po' perversa. Si muoveva con languida naturalezza. I suoi gesti erano aggraziati, anche se qualcosa, forse quegli strani occhi obliqui, gli faceva sorgere il sospetto che si trattasse di un'eleganza studiata. Han'a'el non era andato a scuola, e non sapeva leggere. Tutto quello che sapeva l'aveva sentito raccontare da altri. Sul complesso industriale mobile e in miniera aveva imparato una ventina di lingue, senza contare i dialetti, e alla base stellare su cui aveva trascorso appena due settimane aveva appreso i principi base nel campo della rilevazione e misurazione di grandezze fisiche e chimiche relative alle emissioni gassose, grazie a uno scienziato del laboratorio che l'aveva preso in simpatia. Immagazzinava tutto, a volte senza nemmeno capirne il significato, perché diceva che non si sapeva mai che cosa potesse tornare utile nella vita. E in effetti le nozioni che aveva appreso dallo scienziato della base stellare gli erano servite per stringere amicizia con un tecnico andoriano della colonia mineraria. Le sue capacità di adattamento dovevano essere inferiori solo alla capacità del suo stomaco. Almeno questo era quello che aveva concluso lui dopo quasi una settimana di osservazione.

Per lungo tempo Gerard era stato in dubbio se fidarsi o non fidarsi di lui. Almeno fino a quella sera. Dopo cena lui aveva avuto una discussione, o meglio uno scontro fisico, con un alieno dalla bocca larga e dagli occhi sporgenti da pesce, un bestione alto più di due metri, che gli si era seduto accanto, alla mensa, invadendogli lo spazio e costrinendolo quasi fuori dal tavolo. Per un po' si era divertito a scambiare battute con un compagno, sghignazzando ed esprimendosi con suoni gutturali e apparentemente inarticolati che però, Gerard l'aveva capito, dovevano avere qualcosa a che fare con lui. Na la situazione era precipitata quando, a causa di una scossa sismica e della sua solita lentezza di riflessi, un po' della sua minestra era schizzata sulla tuta dell'alieno. I presupposti per una rissa, che era probabilmente quello che il monumentale alieno andava cercando, sembravano esserci tutti. E per un attimo se l'era vista veramente brutta. Il colosso l'aveva già sollevato da terra, quando era intervenuto Han'a'el. Gli aveva rivolto poche parole in una lingua che doveva essere la stessa parlata dal bestione, ma che in bocca all'elvano assumeva un'accentazione incredibilmente più gentile e soave. L'alieno si era sgonfiato subito. L'aveva deposto sulla sedia, con un breve grugnito, e si era spostato con il compagno a un altro tavolo. Quando lui gli aveva chiesto che cos'aveva detto per rendere l'alieno così conciliante, Han si era limitato a rispondere che non era il significato, ma il tono delle parole che contava. Come con gli animali, gli aveva spiegato: fanno tutto quello che vuoi, se li sai prendere per il verso giusto. Allora lui aveva capito che gli altri non erano che strumenti nelle sue mani. Si era chiesto se per caso Han non stesse tentando di usare anche lui, per chissà quale recondito fine, e l'aveva disprezzato un pochino.

 

 

Quello che chiamavano jasbath, e che doveva corrispondere al sabato o alla domenica terrestri, era giorno di riposo per i minatori di Alshain. In questo giorno veniva messo a loro disposizione un locale di superficie. Era una vasta sala con tavolini di materiale plastificato, musica, alcuni giochi tridimensionali e un bar che distribuiva bevande gratuite, ma anch'esse razionate. Non era possibile superare la quota di tre bevande a testa, quattro in caso di bevande analcoliche. Se non fosse stato affollato all'inverosimile, sarebbe stato un posto decisamente squallido. Ovviamente, entrando, Han gli aveva lanciato un'occhiata eloquente, come per dire: hai visto se non avevo ragione? Come se avessero appena messo piede in un casinò di Las Vegas.

Lui per prima cosa invece era andato a una delle vetrate e aveva guardato fuori. Era rimasto sorpreso dal panorama, nonostante gli avvertimenti di Han. A dir la verità, in quegli ultimi giorni si era chiesto più volte se per caso il ragazzo non l'avesse preso in giro.

"Ed è tutto così", assicurò Han, appoggiandosi al davanzale, accanto a lui, con un bicchiere in mano.

Il deserto bianco si stendeva a perdita d'occhio, in tutte le direzioni. La neve ghiacciata picchiettava insistentemente contro i vetri, subito spazzata via dal vento furioso, ululante.

"La piattaforma di atterraggio è laggiù", spiegò Han, indicando un punto all'orizzonte. "Dove?" chiese lui, ansioso.

"La, vedi? Dove c'è quel radar."

Lui aguzzò la vista. "Io non vedo niente", dichiarò, seccamente, dopo qualche secorido. Ma, proprio in quell'istante, gli parve di scorgere una sagoma diversa dalle altre, in mezzo ai vortici bianchi della bufera. Bianca anch'essa, o forse grigio chiaro. "Ah, sì!" esclamò. "Eccola! Non è lontana."

"Sembra. Ma è mezzo chilometro", insistette Han. Io potrei anche resistere il tempo necessario, ma solo perchè ho una temperatura corporea e un metabolismo diversi dai tuoi. Tu non supereresti nemmeno i primi duecento metri."

Lui non lo ascoltò nemmeno. La piattaforma non era lontana. Il vento era forte, sì, ma aveva sentito dire da Dayna che l'anno precedente, nella stessa stagione, c'erano stati dei black-out, a causa di un calo nell'erogazione di energia. Questo voleva dire solo una riduzione della velocità del vento. E se era una caratteristica stagionale... Forse non avrebbero visto la sua faccia ancora per molto, da quelle parti.

 

 

A Han piaceva la sua catenina. Gliel'aveva fatto capire fin dal primo giorno. Era una catenina d'oro, con appesa una targhetta d'identificazione e una minuscola olografia della sua famiglia. Evidentemente, l'oro da quelle parti non aveva alcun valore, altrimenti la compagnia o qualche sorvegliante gliel'avrebbero già requisita. Era l'unica cosa che gli rimaneva del suo passato, ma il presente adessa aveva la precedenza. Si sarebbe tenuto l'olografia, ma avrebbe dato la catenina a Han. Il ragazzo conosceva bene le regole del dare e dell'avere. Avrebbe saputo ricambiarlo, al momento opportuno.

"E dove vorresti andare?" chiese Han.

Gerard continuò a lavorare. Aveva imparato a non distrarsi. I Guardiani passavano senza preavviso, ronzando minacciosamente, e quel giorno l'avevano già bersagliato due volte con le loro scariche paralizzanti. Lavorava ininterrottamente da diciotto ore, a parte una pausa per la cena, perché un sorvegliante si era lamentato di lui. "Ovunque, purché sia lontano da qui", grugnì.

"E che cosa farai?"

Lui per un attimo esitò. Non ci aveva mai pensato veramente, preso com'era a progettare piani di fuga. "Forse lavorerò sul Nomad, finché non riuscirò a tornare sulla Terra. Là mi verrà in mente qualcosa."

Han scosse la testa. "Tu non sei capace di far niente. Non sei come gli unit veri. Non sei andato alle loro scuole. Che lavoro pensi che potrebbero darti?"

"Mi va bene qualunque lavoro, purché sia retribuito." Non era un imbranato. Aveva cominciato dalla gavetta. Il classico self-made man. Era partito dal basso, come tutto.fare in una compagnia di assicurazioni. I suoi figli invece avevano avuto la vita facile. Il loro più grande problema era stato quello di studiare e prendere buoni voti. Non avevano mai dovuto fare a meno di qualcosa. E lui, fino a quando Christine e Paul. non gli avevano rinfacciato il poco tempo che passava con loro, era stato fiero di aver fatto in modo che avessero tutto quello che desideravano, e che lui alla loro età non aveva potuto avere. "Devo cercare di fare qualcosa della mia vita", disse. "Se resto ancora in questo dannato posto, io ci muoio." Quasi a sottolineare le sue ultime parole, si lasciò sfuggire un colpo di tosse. Era da qualche giorno che lo tormentava, e non accennava ad andarsene. Colpa dell'umidità, diceva Han.

"Morirai anche se esci", gli fece notare l'elvano. "Perché,correre il rischio? Sei vecchio: non puoi accontentarti di guello che hai?"

Gerard si voltò di scatto, e per un attimo lo fissò con odio. Era la seconda volta che Han gli faceva quell'osservazione. Lo faceva sentire come se avesse un piede nella fossa. "Ho solo cinquantacinque anni", ringhiò. "E poi piantala: mi stai irritando! Tu non sai niente della vita. Questo non è il migliore dei mondi possibili, sai? E' inutile che tenti di convincermi! Io avevo una moglie, sulla Terra, e dei figli! Ero ricco, stimato, lavoravo... ed era un lavoro che mi piaceva, che mi faceva guadagnare un sacco di soldi, che mi dava delle soddisfazioni! Avevo tutto, io! Non andavo in giro a fare le moine per raccattare gli avanzi degli altri!" Si pentì subito delle sue parole, appena gli furono uscite dalla bacca. Ma ormai era troppo tardi. Guardò Han, ansioso, e si stupì di non leggere astio, nei suoi strani occhi obliqui.

Per qualche secondo il ragazzo restò silenzioso. Si limitò a fissarlo, con un'espressione severa. "Ti procurerò quello che ti serve, non temere", lo rassicurò alla fine, con una dignità che lui non immaginava potesse avere. "Solo, mi domando: se è vero che avevi tutto, perché ci hai rinunciato?"

Sul momento, lui non seppe che cosa rispondere.

 

 

Il Nomad era atterrato. Aveva sbarcato una decina di nuovi minatori, un tecnico e un dirigente della compagnia, e aveva imbarcato un gruppo di minatori arrivati alla scadenza del contratto. Si era trattenuto due giorni per le operazioni di carico, e sarebbe ripartito il giorno dopo.

Il bodron si era calmato, in quell'ultima settimana, come previsto. Quella sera c'era stato un black-out, durante la cena. Il vento non si era trasformato in una brezza, come Gerard aveva avuto occasione di notare quel pomeriggioo in sala di ricreazione, ma sembrava decisamente meno violento. Doveva agire quella notte, o sarebbe stato costretto ad aspettare altri tre mesi, e a quel punto non era più sicuro che ci sarebbe arrivato. La tosse si faceva sempre più insistente, e la sera prima aveva vomitato quella brodaglia azzurra che chiamavano cena. Han aveva mantenuto la promessa. Gli aveva procurato la tuta termica e anche una torcia e delle provviste, ma dal giorno della discussione in galleria non si erano piu scambiati una parola.

"Parlami di Elvar", gli chiese quella notte, a bassa voce, quando erano già a letto. Una settimana prima si era scambiato di camerata e di branda con il vicino di Han, allo scopo di progettare più liberamente con lui il piano di fuga. A mensa chiunque poteva sentirli, e sul lavoro era meglio non distrarsi.

Han non rispose subito. Gli voltava le spalle, e per un po' lui non capì se stesse dormendo o se, semplicemente, avesse deciso d'ignorarlo.

"Perché?" chiese, finalmente.

"Voglio sapere com'è il mondo da cui provieni", rispose lui. Ora che sapeva che non l'avrebbe piu visto, sentiva il desiderio di conoscerlo meglio. O, forse, si sentiva semplicemente in colpa per averlo trattato male.

Non c'è n:iente da sapere", disse Han. Tacque ancora qualche secondo, poi spiegò: "Non è molto lontano da qui. E' un pianeta della fascia esterna, lontano da tutte le rotte. Uno dei tanti esclusi dall'Unione."

"Perché?"

"Perché non ha niente. Non è un punto strategico, non ha tecnologie avanzate, né minerali preziosi, e il clima è troppo rigido per l'agricoltura. Ci sono solo pidocchi e animali da latte, quando non vengono spazzati via dalle epidemie. Ogni tanto arrivano degli unit a portare viveri e medicinali. Niente di ufficiale. Organizzazioni umanitarie, credo che le chiamino."

"E' per questo che te ne sei andato?"

"E' una domanda stupida", gli fece notare Han.

"Già", ammise lui. Aveva capito. Finalmente, l'entusiasmo di Han per Alshain trovava una spiegazione. "Sai", aggiunse, "credo che ci sia qualcosa di meglio."

"Ne sei sicuro?"

"Tu sei giovane. Non seppellirti qui. Il tuo contratto è scaduto. Puoi prendere la buonuscita e lasciare questo buco d'inferno. Ci sono tante cose da vedere, lassù. Tanti mondi più belli di questo. Cento volte più belli. Ne sono sicuro, Han!" Aveva parlato con veemenza, con una passione che non credeva più di poter avere. Aveva parlato come avrebbe parlato a un figlio. A suo figlio. Aveva parlato con l'ardore di chi non vuole che si commetta uno sbaglio. O di chi cerca di rimediare a troppi errori. "Avevo un ragazzo, quanda vivevo sulla Terra", mormorò.

Finalmente, Han si voltò verso di lui. Gerard sentì su di sé la curiosità e la profondità del suo sguardo, nonostante che il buio gli impedisse di guardarlo negli occhi.

"Aveva più o meno la tua età", proseguì. "Si chiamava Paul. Studiava legge all'università. Aveva già dato qualche esame. E' sempre stato bravo a scuola..." La voce gli tremò. Non poté fare a meno di stupirsi della tenerezza con cui aveva pronunciato quelle parole. "E' strano pensare che sia morto da così tanti anni."

"Lui apparteneva a un altro tempo. E a un altro mondo", osservò Han, semplicemente.

"Tu pensi che abbia sbagliato, vero?" domandò lui, con foga. "Secondo te avrei dovuto restare, anche se mi mancava poco da vivere. Ma io non pensavo di restare là dentro così a lungo! Credi che l'avrei fatto, se l'avessi saputo?"

Han non rispose.

Era forse questo che gli rinfacciava Paul? Era questo che voleva da lui? Che passasse gli ultimi mesi di vita con loro, come quella famiglia che non erano mai stati? E lui non l'aveva capito. Aveva rinunciato all'ultima possibilità di diventare un vero padre per suo figlio, rimandando il proposito a un incerto futuro, così come aveva sempre fatto. Aveva voluto rischiare, e aveva perso.

"Sì, forse hai ragione tu", ammise, avvilito. "Ho shagliato. Ma ormai non ci posso più fare niente. Posso solo andarmene da qui, finché mi resta la forza per farlo. Forse sulla Terra troverò qualche notizia della mia famiglia. Voglio sapere cosa ne è stato di loro, se mia moglie si è risposata, se i ragazzi hanno avuto dei. figli... Voglio sapere cos'hanno fatto della loro vita. E voglio rifarmi una vita anch'io. Credo di averne diritto."

Ancora una volta, ci fu una pausa di silenzio, prima che Han si decides-e a rispondere: "Morirai, là fuori."

 

 

Aveva nascosto la tuta sotto il materasso del letto, e la torcia e le provviste sotto le coperte. Si era vestito rapidamente, poco prima dell'alba, ed era scivolato in corridoio senza far rumore. Era uscito dal deposito transito merci. Aveva imparato come attivare il portello ermetico osservando un sorvegliante, un giorno che era stato assegnato all'immaazzinamento. Quando le porte si erano aperte e il vento l'aveva investito, aveva ripensato alle ultime parole di Han.

 

 

Faceva freddo. Un freddo intenso, pungente, che la tuta termica riusciva a stento a respingere. Cristalli di ghiaccio gli graffiavano il viso, picchiettavano sulla maschera protettiva, gli turbinavano attorno in vortici ululanti. Il vento gli si gettava addosso con forza, lo aggrediva da ogni lato, lo spingeva indietro, gli toglieva il respiro.

Camminava curvo, come un vecchio. Arrancava, con i piedi pesanti, le braccia strette al petto, la testa bassa. Avanzava alla cieca. Non riusciva a scorgere nulla davanti a sé e nulla alle spalle. Il naso gli doleva, una fitta acuta a ogni respiro. Devo farcela, pensò, non posso arrendermi adesso

Un brivido gli corse lungo la schiena, fino alle punte dei piedi. Il gelo aveva cominciato a insinuarsi attraverso il tessuto sottile della tuta. No, si disse. No, non ancora. Non adesso. Aspetta ancora un po'. Aspetta. Il freddo gli penetrò nelle ossa. Strofinò freneticamente la maschera. Qualcosa che sembrava una struttura metallica apparve all'orizzonte. Gli era sembrata così vicina, vista dalla sala ricreazione. Invece gli pareva di camminare da ore. Da mesi. Gli sembrava di aver camminato per tutta la vita.

Il piede destro li restò incastrato nel ghiaccio. Cadde in avanti. Mentre tentava di rialzarsi, la terra cominciò a tremare. Attorno, con un rumore di tuono, il ghiaccio si spaccò. Lui si appiattì al. suolo, terrorizzato. La scossa durò quasi un minuto. Quando terminò, lui si accorse di avere metà del corpo e una guancia congelate. La torcia era scomparsa.

Estrasse il piede dal ghiaccio, ma non riuscì ad alzarsi. Guardò verso la piattaforma di atterraggio. Il ghiaccio in quella direzione sembrava intatto. Per qualche metro avanzò a carponi. Dopo un po' le mani gli cedettero. Si sfilò un guanto. Si guardò la mano, la toccò. Non la sentiva più. Il dolore al naso si fece insopportabile, costringendolo a inspirare con la bocca. Gli mancò il fiato. Si gettò a terra, supino. Non ho subito tutto questo per finire così, pensò. Non ho viaggiato attraverso i secoli per tirare le cuoia su un pianeta di ghiaccio. Non ho rinunciato agli ultimi mesi con la mia famiglia per tre settimane spesate su questo avamposto d'inferno. Sì, invece era proprio quello che aveva fatto. Dio, pensò, che stupido. Che modo stupido di morire.

Inaspettatamente, una sagoma confusa apparve nel suo campo visivo. Una figura china sopra di lui. Un diavolo. O forse un angelo. Poi gli parve di riconoscerlo. Allungò la mano per toccargli la guaricia. Era fredda e bagnata e quasi totalmente imberbe. Gerard sorrise, commosso. "Paul", disse. "Non piangere." Chiuse gli occhi. Si sentiva esausto, e allo stesso tempo stranamente sereno. "Lo so che non te l'ho mai detto", mormorò, "ma io..." La stanchezza lo sopraffece. La mano scivolò dalla guancia e cadde sul suolo ghiacciato. Quel poco di energia che gli restava la concentrò tutta nelle ultime parole, sussurrate, faticose, ma nitidissime: "Ti ho voluto bene... Paul. Ti ho amato... veramente."

 

 

Han'a'el sollevò da terra la mano che l'aveva accarezzato e la posò sul petto senza vita del vecchio. Con il polso si liberò dei cristalli di ghiaccio che gli si erano depositati sul viso e sulle ciglia, offuscandogli per un attimo la vista. Ti avevo avvertito, pensò, perché non mi hai voluto ascoltare?

Si era svegliato, quella notte, e aveva visto il vecchio uscire. L'aveva seguito, non sapeva nemmeno lui perché. Forse voleva vedere fino a dove riusciva ad arrivare. Forse voleva solo capire una volta per tutte quale folle motivo lo spingeva a tentare contro ogni logica. Era chiaro che sarebbe finita così.

Toccò con la mario i capelli bianchi che incoronavano il capo del vecchio. Era fra gli unit delle spedizioni di soccorso che aveva visto per la prima volta delle "teste candide". Alcuni dicevano di aver vissuto perfino sessanta inverni. Non avrebbe mai finito di stupirsi della longevità di certe creature.

Accanto al corpo, la neve aveva già cominciato a seppellire la sacca. Han l'apri. La torcia era scomparsa, ma i viveri c'erano ancora. Frugò nella tasca interna. Trovò l'olografia, quella che il vecchio portava appesa al collo, prima di regalargli la catenina. Gli era dispiaciuto che non gliel''avesse dato. Lo contemplò. Era un ritratto del vecchio assieme a tre umani sconosciuti, forse la famiglia a cui accennava agni tanto. Non aveva mai sentito di un elvano che fosse vissuto tanto a lungo da avere dei figli così grandi. E in ogni caso, non metaforicamente, su Elvar il sangue valeva molto meno dell'acqua. Lui non ricordava di aver mai avuto una famiglia. Faceva perfino fatica a immaginarne il significato, ma ne aveva sentito parlare, e si era .fatto l'idea che si trattasse di una buona cosa. Ripulì il ciondolo e lo reinfilò nella catenina. Mentre raccoglieva la sacca, guardò ancora per un momento il volto del vecchio, poi scosse la testa e si alzò. Il vento gli scompigliava i capelli castani e faceva svolazzare i lembi della coperta in cui si era avvolto. Stringendosela addosso, Han si avviò lentamente verso la miniera. Un violento colpo di tosse lo scosse in tutto il corpo. Non era. troppo brutta. Avrebbe tirato avanti ancora quattro o cinque anni. Forse dieci, se non si facevano sentire i postumi della febbre epidemica che l'aveva quasi ucciso due anni prima. Ma per il tempo che gli restava, su Alshain avrebbe vissuto bene. L'aveva capito subito, studiando gli unit che venivano su Elvar con le spedizioni assistenziali. Era così facile ottenere qualcosa da loro, sapendoli prendere. Era così facile impietosirli. Aveva capito che su un piarieta dell'Unione avrebbe avuto tutto quello che gli serviva per vivere. Il vecchio parlava di viaggi e di mondi migliori, ma quello che non capiva era che non esistevano mondi migliori per loro. Ci volevano anni per coltivare le relazioni che lui aveva instaurato su Alshain. Non desiderava altro. Gli bastava vivere la sua vita, e gli bastava che non fosse una lenta agonia, com'era stata su Elvar. Non avrebbe buttato via quello che aveva per tentare l'ignoto. I suoi territori di lotta e di caccia non potevano che essere i pianeti di frontiera. Spremere gli unit ai margini dell'Unione era l'unico modo civile di sopravvivere. Essi non avrebbero permesso ai reietti di insidiarli là dove stavano meglio. Non avrebbero condiviso con la feccia della galassia le loro fortune. Lì, nei sistemi periferici, essi si sentivano invincibili, e diventavano facili prede. Nel nucleo dell'Unione lui forse avrebbe vissuto più a lungo, anche più della maggior parte degli elvani, ma sarebbe stato un emarginato e uno schiavo. Su Alshain, almeno, era più libero di quanto non lo fosse mai stato, e un po' meno solo. Su Alshain aveva da mangiare tutti i giorni, un posto protetto in cui dormire, compagni allegri, qualche notte piacevole con le sorveglianti più disponibili e a volte perfino qualcosa di più, come le scarpe che portava ai piedi. Soprattutto, non avrebbe rischiato di morire d'inedia per la strada. E invece il vecchio cos'aveva fatto? Aveva buttato al vento tutto quello che aveva per una vita che non era la sua, che non poteva appartenergli. Doveva aver fatto molte cose in quei cinquantacinque anni. Che altro cercava? Stupido vecchio.

Albeggiava. All'orizzonte, in mezzo al turbine di neve, apparvero le basse superfici emisferiche della colonia mineraria, mentre un rombo confuso, in lontananza, annunciava il decollo del Nomad. Lui affrettò il passo. Iniziava un nuovo giorno di lavaro, e alla mensa lo aspettava la prima colazione.

 

 

Ritorna all'Elenco Racconti (7° Inchiostro n. 9)

Ritorna alla Home Page