Stella Doppia

di Riccardo Giandrini

 

 

Se recentemente vi è capitato di leggere qualche rivista inglese o americana, vi sarà accaduto di sentir parlare della fine o quanto meno della crisi della Fantascienza, della difficoltà crescente da parte degli autori di presentare, in modo originale e convincente, idee e tematiche legate all’evoluzione in campo scientifico e sociale, o da parte degli editori specializzati, della difficoltà di vendere romanzi a meno che non siano direttamente collegati a qualche serie televisiva o cinematografica che fa da traino. D’altra parte, in Italia e più in generale in Europa, si avverte un certo ottimismo nel settore, soprattutto per quanto riguarda gli autori di casa, non solo per un rinnovato interesse da parte della critica non specializzata, ma anche per i recenti successi commerciali. Da anni oscurata dalla "magnitudo" della fantascienza americana, la FS italiana ha ora l’occasione di "brillare" indisturbata nel firmamento della letteratura. E’ tuttavia molto importante che si tratti di luce propria e non di luce "riflessa" come spesso è accaduto in passato, perché se l’astrofisica insegna che le "stelle doppie" sono astri legati dalla mutua attrazione gravitazionale, talvolta così vicini da scambiarsi l’involucro gassoso, affinché il sistema non collassi è indispensabile che la fantascienza italiana non si limiti a sfruttare passivamente la contingenza favorevole ma rechi con sé quegli elementi di novità e di esuberanza creativa necessarie per rivitalizzare l’intero genere.

Gli oggetti più "luminosi" che questa estate sono apparsi nell’obiettivo del mio instancabile "telescopio" portano il nome de Il gioco infinito (Urania) e I mondi di Delos (Nuovo Millennio). Si tratta in entrambi i casi di antologie, ma mentre la prima raccoglie autori di lingua inglese, la seconda presenta esclusivamente autori italiani.

 

David Hartwell (uno dei più importanti editor americani) ne Il gioco infinito, ha il difficile compito di scegliere i migliori racconti dell’anno (1997, N.d.R.; negli U.S.A. è da poco uscito il volume dedicato al 1998), limitandosi a 22 opere di lunghezza variabile. Dalla lettura del volume risulta ben presto chiaro che l’intento di Hartwell non è quello di compilare una classifica, bensì quello di presentare tutte le sfaccettature della FS moderna, sforzandosi di includere tutti i sottogeneri e le correnti letterarie. Mi sembra comunque che le preferenze del curatore siano indirizzate verso una FS dalla narrazione lineare, di stampo classico e quindi più legata allo sviluppo di un’idea piuttosto che all’introspezione psicologica dei personaggi. Non si spiegherebbe altrimenti l’esclusione di scrittori come Ian Mac Donald, Walter Jon Williams, Gwyneth Jones e Ian Mc Leod (presenti invece nell’antologia rivale curata da Gardner Dozois) a favore di opere a mio avviso meno interessanti dal punto di vista meramente letterario.

La raccolta inizia con Piccolo zoo, un gioiellino di Gene Wolfe che in poche pagine riesce a regalarci una semplice ma acuta descrizione di un mondo in cui vige l’omologazione della personalità e dell’istintiva ribellione di un ragazzino che per un giorno riesce a sconvolgere il sistema grazie all’aiuto di un tirannosauro. Come sempre William Gibson non delude i suoi estimatori e ci presenta il pezzo più d’avanguardia dell’antologia (Tredici inquadrature di una città di cartone già apparso in Italia nella collana Avant-pop edita da Fanucci), un’opera sperimentale di grande fascino, nonostante l’apparente freddezza, che deve il suo successo alla capacità dell’autore di far suo quella sensibilità e quell’attenzione che la cultura giapponese riversa nei confronti degli oggetti, anche quelli più semplici. Yeyuka, il racconto di Greg Egan, è ambientato in Africa e narra di un medico bianco alle prese con una grave malattia che miete vittime nei paesi del terzo mondo ma che è in realtà curabile per mezzo di una sofisticata tecnologia già a disposizione del ricco mondo occidentale; l’autore australiano abbandona per una volta le ardite speculazioni scientifiche a cui ci aveva abituato e ci presenta una storia più passionale, dagli spiccati risvolti politici e conferma l’ecletticità del suo non comune talento. Non ha bisogno di conferme invece "l’eterno" Robert Silverberg che da diversi decenni continua a regalarci ottima fantascienza; il suo Bellezza nella notte che ha per tema un’invasione aliena, è uno di quei racconti che non si dimenticano facilmente: la storia dai toni drammatici e commoventi si intreccia armoniosamente con lo sviluppo della trama e trova il suo perfetto epilogo nel finale. Tra i nomi nuovi spicca invece quello di John C. Wright l’autore di Trattato di accoglienza, una sorta di versione fantascientifica de "La mascherata della morte rossa", che spicca per la riuscita descrizione di un equipaggio di un’astronave dai costumi e abitudini estremamente decadenti e crudeli e della nemesi che lo attende. Come sempre magistrale la prova di James P. Kelly che in Ragnetto, bel ragnetto utilizza un elemento fantascientifico (un androide con le fattezze che la protagonista possedeva da bambina) per indagare la complessità dei rapporti umani, in modo specifico quello tra genitori e figli. Terminerei il mio excursus delle opere più interessanti con il delicato ed ironico racconto di Terry Bisson Storia d’amore in ufficio, ambientato non tra le "mura" di un ufficio ma letteralmente all’interno delle applicazioni di Windows: un moderno corteggiamento scandito da un "copia e incolla" e un "salva con nome".

Una nota negativa riguarda invece un paio di grandi maestri del passato Jack Williamson e Ray Bradbury presenti con un paio di brevi e, aggiungerei io, inutili racconti, copia sbiadita di temi classici che gli autori hanno sfruttato con più vigore in passato. Mi sembra che la loro presenza nella raccolta sia dovuta più che altro alla voglia di celebrare due nomi illustri che hanno fatto la storia della fantascienza ma che purtroppo non hanno più nulla da dire. Per non dimenticare questi grandi del passato sarebbe meglio allora leggere (o rilleggere, dipende dai casi) Cronache marziane e Il figlio della notte senza ostinarsi a cercare di rinverdire a tutti a costi i fasti un tempo.

 

Nell’antologia I mondi di Delos il ruolo di Hartwell spetta invece a Franco Forte che ha il compito di scegliere i migliori racconti apparsi sulla rivista telematica Delos, una delle realtà più importanti del panorama italiano nel settore della fantascienza. Rispetto all’antologia americana i racconti sono mediamente più brevi mentre i generi presentati sono altrettanto eterogenei con qualche escursione persino nel horror e nella fantasy. Gli autori presenti sono per la maggior parte espressione delle iniziative editoriali e dei premi letterari di questi ultimi anni; fanno eccezione una manciata di autori della vecchia guardia che dovrebbero rappresentare la continuità con il passato. Anche in questo caso però la deferenza nei confronti della vecchia generazione si rivela a doppio taglio; se i racconti di Curtoni e Guerrini rappresentano dei validi esempi, molto diversi uno dall’altro, delle potenzialità letterarie della fantascienza (non dei capolavori, comunque), ironico e irriverente quello di Curtoni (L’apocalisse può attendere), esistenzialista e introspettivo quello di Guerrini (Fiori di cartapesta), ho trovato assolutamente deludenti Ma come si può uccidere così un amore? (ma come si può pensare ad un titolo del genere, aggiungo io?) di Lanfranco Fabriani ed il deprimente Dove muore l’astragalo di Livio Horrakh, che paragonerei ad una sorta di guida Michelin scritta da un turista con il mal di denti!

Meglio quindi dedicarsi alla fantascienza di oggi, assai più generosa di emozioni. Infatti emozioni forti ce le regala Enrica Zunic con Seconda giustificazione: la macchina; non si tratta di un thriller badate bene, ma di un convincente racconto che ha per tema centrale la tortura (non solo fisica, ma anche morale) e da cui emerge con insolita profondità, il grido di dolore dell’autrice nei confronti dei crimini compiuti contro l’umanità; non si tratta comunque di una rappresentazione di un dramma fine a se stessa, ma è l’accorato tentativo di trovare un significato e una speranza nonostante tutto. È poi un piacere constatare la padronanza linguistica raggiunta da Francesco Grasso in Lacio Drom, un’esplicita variante di "Carrie" di Stephen King, anche se in futuro attendiamo una conferma del suo talento con una storia più originale e personale. Violet Blue di Alberto Cola (autore emergente di cui sentiremo ancora parlare) è un ottimo racconto sulla realtà virtuale, intenso e visionario come nella migliore tradizione cyberpunk. In questa categoria possono essere inseriti altri due interessanti racconti Beethoven Blues di Pier Luigi Ubezio e Yogurt Trip Girl di Giovanni Burgio, il primo più freddo e speculativo, il secondo dai toni più cupi e passionali tipici della sensibilità underground; in entrambi i casi si avverte il rammarico durante la lettura che gli autori non abbiano voluto, o potuto, sviluppare ulteriormente i personaggi e quindi la narrazione in un numero maggiore di pagine. Davvero esilarante "Splatter" di Roberto Beccali che in un solo scoppiettante racconto di zombie, riesce a confezionare una brillante satira sulla televisione in tutti i suoi aspetti: come mezzo di comunicazione in sé, sulle persone che la guardano e su quelle che la fanno, nonché sui film ed i programmi che vi vengono trasmessi. Antonio Piras con Una rotta per Asintote ci regala l’unico racconto inequivocabilmente fantasy della raccolta; sebbene l’ambientazione marina sia accattivante l’autore cade nel solito difetto tipico di molta fantasy italiana di forzare la narrazione con toni eccessivamente solenni e uno stile magniloquente. Chi invece da qualche anno si è imposto all’attenzione generale grazie ad un suo personalissimo stile è Salvatore Perillo i cui racconti surreali e i suoi personaggi che sembrano perennemente avvolti da un incantesimo indelebile, sono ormai un marchio di fabbrica; peccato che nel racconto presente nell’antologia Le ultime notti di Joe smalto allo specchio, l’autore ecceda in qualche virtuosismo stilistico di troppo.

Il giudizio complessivo dell’antologia è senz’altro positivo ed alcune "individualità" se sapranno ulteriormente affinare i propri mezzi espressivi, lasciano ben sperare per il futuro prossimo della fantascienza italiana che sempre più spesso, come si diceva all’inizio, sarà chiamata a raccogliere il testimone da quella inglese (un po’ come Lorenzo Smythe che nel romanzo di Robert Heinlein "Stella Doppia" veste con successo i panni di John Joseph Bonforte, l’uomo politico più importante del sistema solare) sullo scaffale delle librerie e delle edicole.

RG