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Nel giugno del 1968 sulle riviste "Galaxy" e "If" comparvero due
pagine pubblicitarie, a pagamento, poste una di fronte all'altra. Diceva la prima: "Noi sottoscritti
riteniamo che gli Stati Uniti d'America debbano restare nel Vietnam e assumersi le proprie
responsabilità di fronte al popolo di questo paese". È inutile ricordare che sul Vietnam gli americani
hanno lanciato più bombe che durante la guerra mondiale sui fronti europei, africani, asiatici e nel
Pacifico. Né importa ricordare il numero altissimo delle vittime. Importa invece conoscere i nomi
dei firmatari del messaggio: John Campbell, Hal Clement, Poul Anderson, Robert Heinlein,
Sprague de Camp, Jack Vance, Jack Williamson, R.A. Lafferty, Larry Niven e altri. In tutto
settantadue scrittori di fantascienza. La pagina a fronte diceva: "Noi ci opponiamo alla partecipazione
degli Stati Uniti alla guerra del Vietnam". Seguiva un numero, leggermente maggiore, di firme:
ottantadue. C'erano Isaac Asimov, Bradbury, Philip Dick, Lester del Rey, Farmer, Harrison,
Silverberg, Leiber, Damon Knight, Ursula Le Guin, Spinrad, Delany, Ellison e altri, soprattutto giovani,
che avevano sposato la causa della fine della guerra.
Un anno più tardi il Lem della capsula Apollo 11 pose la sua zampa metallica sulla Luna. Come
ricordare l'avvenimento? Ancora una volta il fronte degli scrittori andò in frantumi. Ci fu chi si levò
il cappello di fronte a tanta impresa, ma la voce della maggioranza ebbe toni amari. "Con i soldi
spesi per l'Apollo si potevano risolvere i problemi d'un intero paese sudamericano o africano",
disse qualcuno. E altri: "Lunari, datevela a gambe". Opinioni analoghe manifestarono Asimov,
Brunner, Aldiss e Pohl.
Basterebbero questi due episodi a dimostrare che: 1) Talvolta gli scrittori di fantascienza scendono
dalle nuvole e pensano. 2) Hanno quindi idee politiche. 3) Queste idee, espresse, vanno a finire in
misura maggiore o minore nei libri. Altrimenti gli scrittori non sarebbero che macchine da scrivere a
due zampe, pertanto sostituibili da un qualsiasi robot.
Il rapporto che lega la fantascienza alla politica è strano. Assomiglia al rapporto fantascienza-sesso,
di cui s'è parlato anche su ROBOT. Non riesco a capire perché la fantascienza debba essere senza
apparato genitale, come non riesco a capire perché Heinlein o Asimov non dovrebbero avere le
proprie idee politiche. Eppure c'è chi sostiene (e sono in molti, purtroppo) che tra sf e politica non c'è
rapporto, che son faccende incompatibili, "che la sf non deve occuparsi di politica", eccetera. Questo
atteggiamento è giustificabile solo in due maniere: o si è sciocchi o si è in malafede. Contro, esistono
due ordini di argomenti: i fatti, e la logica.
Vediamo i fatti. La sf pesca nella politica (è bene sgombrare subito il campo: soltanto un imbecille
può fraintendere la politica con l'adesione a un partito. Politica è compiere delle scelte, partecipare
alla vita sociale, contribuire a determinarla, talvolta aderenda "anche" a un partito) abbondante
materiale: spunti narrativi, ideologici, argomenti. Trattare una storia secondo un'ottica invece che
secondo un'altra significa già far politica (magari inconsciamente). Di prove che negli uomini della
sf la politica è presente proprio come scelta ideologica precisa ce ne sono, d'altra parte, a bizzeffe.
Vediamone qualcuna.
John Brunner, uno dei più potenti autori contemporanei, è amministratore d'un fondo in memoria di
Luther King, e ha scritto l'inno dei pacifisti inglesi. Il suo Gregge alza la testa è "tutta la verità
sul 1983", e cioè: l'America in mano a mafiosi e industriali, un presidente rincoglionito, un sistema
capitalista in sfacelo, un sistema ecologico in collasso.
Norman Spinrad scrive Jack Barron e l'eternità: con questo libro i fermenti del glorioso e
ribelle '68 degli studenti entrano nella fantascienza.
Robert Silverberg, un altro "grande", conclude così il suo Manoscritto trovato in una macchina del
tempo abbandonata (vi si parla di Oswald e di Sirhan, di Nixon e di Che Guevara): "Avanti nella
lotta, potere al popolo, abbasso i porci fascisti".
Harry Harrison sostiene (Un eroe galattico) che fare il militare di carriera è una idiozia totale,
mentre per Robert Heinlein è una impresa da veri uomini, "veri americani".
Clifford Simak chiude così City: "Lasciate la città così, morta, abbandonata. È l'avvenimento
più felice per tutta l'umanità".
Si andrebbe per le lunghe continuando nell'elenco. Se facciamo una lista degli autori che hanno
portato nella sf un fiato progressista otteniamo, ugualmente, un altro elenco: Pohl e Kornbluth
scrivevano certo in sintonia con la propria fede politica quando, con I mercanti dello spazio,
immergevano la spada del loro fiele nell'abito mentale dell'americano medio. Non è, d'altra parte,
un romanzo politico pure I reietti dell'altro pianeta, ultima pluridecorata opera di Ursula Le
Guin? Dall'altra parte della barricata, non è fascismo puro quello dell'Ultimo vessillo di Ron
Hubbard? Non sono pura esaltazione di un protocapitalismo ideale e inesistente molti romanzi di
Heinlein? I libri di Anthony Burgess, l'Arancia meccanica e Il seme inquieto, non sono
guidati da una scelta ideologica assai precisa?
Senza ideologia non si fa niente. In realtà possiamo leggere un qualsiasi romanzo di sf, prendendolo
a caso, e comprendere subito l'ideologia di base dell'autore. Non c'è bisogno di conoscere la
storia della letteratura per conoscere l'ispirazione socialista di Herbert G. Wells, uno dei grandi
fondatori della sf: basta leggere i suoi libri. Se cambiamo orizzonte, e andiamo in Unione Sovietica,
troviamo una sf che subisce pesanti condizionamenti: ne risulta una narrativa triste, chiusa nei limiti
dell'imposto realismo socialista (ne è scappato a fatica soltanto Efremov). Negli Stati Uniti, d'altra
parte, troviamo altre barriere, altri condizionamenti: nei suoi primi trent'anni la sf è stata sterile, bendata
nelle prospettive del capitalismo ortodosso. La sf è sempre insomma sempre un frutto di posizioni
politiche, si nutre sempre di politica. Inevitabilmente.
Vediamo la logica. Ogni attività umana si esplica in politica. Ogni uomo fa, sempre, politica. Fa
politica perfino un editore che pubblica una rivista di sf, nel momento in cui sceglie, ad esempio, di
pubblicare disimpegnati racconti di space-opera piuttosto che storie sociologiche. Ogni uomo
è immerso nella politica, come un biscotto nel vino. La politica gli dà sapore. Dire: "Non mi interesso
di politica" e, per traslato "la sf non deve interessarsi di politica", è compiere un atto politico
gravissimo: la delega. Non interessarsi di politica significa abbandonarsi nelle mani di chi, con
qualsivoglia modo, gestisce il potere. Chi si professa apolitico non ha diritto d'aprir bocca. Rifiutare
la politica è il modo più subdolo di far politica.
C'è in realtà un discorso di fondo che, gira gira, non si può evitare. Riguarda la natura della sf:
vogliamo isolarla dal contesto sociale? È possibile? La sf dell'Ottocento, quella che secondo Aldiss
viene da Mary Shelley, ha radici nel positivismo, atteggiamento scientifico e politico. La sf tecnologica
degli anni '40 è prodotto d'uno sviluppo che troppo spesso ha identificato il concetto di progresso
con le conquiste della scienza. Huxley e Orwell scrivono per "impulso politico". Il Tallone di ferro,
uno dei romanzi più straordinari di Jack London, è fantascienza pura, unico grande romanzo americano
a sposare l'anticipazione con il marxismo.
Insomma, girala come vuoi questa frittata: la sf non può astrarsi dal suo tempo e dai suoi fermenti,
quindi dalla politica. Ogni scrittore li porta dentro, quei fermenti, più o meno a fondo: così, più o meno
velatamente, essi sono sempre presenti.
Anni fa nel mondo ristretto ma vivacissimo della sf italiana scoppiarono acide polemiche: le fazioni
non si rimproveravano l'un l'altra niente che non fosse la propria ideologia. Oggi queste posizioni
radicalizzate sono sfumate: le parti sono diventate adulte e sagge, ma nessuno (come è giusto)
ha abbandonato le proprie idee. Così mi fa abbastanza sorridere il commento di "Fantascienza", la
rivista di Ciscato, che rimprovera "Panorama" d'aver dato un giudizio politico sui curatori delle
pubblicazioni di Fanucci. Perché no? Essi sono d'una destra piuttosto definita, e ciò si riflette su un
particolare modo d'affrontare la sf, privilegiando le storie tecnologiche, d'orrore, e quelle di pura
fantasy. Ma perché farne ragione di scandalo? L'importante è, piuttosto, essere chiari fin dal principio.
Così, è più ambigua e disprezzabile una storia di Heinlein, che saltabecca fra il fascismo e gli umori
hippy, che una storia dichiaratamente reazionaria, o di pura evasione.
Di chi mi dice: "Non faccio politica, neppure in fantascienza", sospetto. Che vorrebbe dire? Una sf di
puro svago (o di puro affare commerciale)? Ma lo svago puro è ancora una volta una scelta politica.
Lo svago che non arriva al cervello, in qualsiasi modo, e si ferma al solo divertimento epidermico, è
come un osso di gomma per far giocare il cane. Lo illude e non gli risolve i problemi. Illudere la gente
fa comodo ad altra gente.
E, infine, se una sf apolitica esistesse davvero, bisognerebbe fuggirla come una malattia contagiosa:
sarebbe fatua, inutile e masturbatoria. Sarebbe come il fascismo che tagliava fuori dai libri di scuola
gli etruschi, perché bisognava parlar bene dei rozzi romani.
Insomma, esiste una sf conservatrice e una progressista, esistono autori che si dedicano al puro
intrattenimento del lettore (funzione statica, conservatrice), ed autori che hanno scelto un'arte che,
insieme con il divertimento, comunica con i lettori a livello ideologico.
Esiste una sf di destra e una di sinistra. E ciò è assolutamente inevitabile: qualsiasi riga messa giù su
un foglio ha, infatti, sempre una funzione. La sf non è letteratura di massa: anche una storia spaziale,
con le astronavi al posto delle diligenze nel west, ha una sua funzione alienante. Chi dice che tutto ciò
non ha nulla a vedere con la politica non è soltanto un bugiardo, o un uomo in malafede. È, al limite,
un fascista nel subconscio.
| Indice n.12 |
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