Fernando
Bassoli intervista Franco Ricciardiello
giugno
2002
FB
— Ci parli un po’ di te e delle cose che hai fatto?
FR
— Se fossi uno scrittore vero, risponderei prendendo in prestito un verso di
David Bowie: "I've never done good things, I've never done bad things,
I've never done anything out of the blues". Tutto ciò che ho fatto è blues,
atmosfera più che sostanza. Ho cominciato negli anni Ottanta pubblicando science
fiction, che rappresenta la quasi totalità della mia produzione, una
cinquantina di racconti e tre romanzi, l'ultimo dei quali uscito su Urania nel
giugno 2002 con il titolo "Radio Aliena Hasselblad".
FB
— Da cosa nasce questa grande passione per la fantascienza?
FR
— Da una violenta attrazione per il "senso del meraviglioso", il sense
of wonder, che mi ha irretito da ragazzo. Quando ho cominciato a scrivere, a
fine anni Settanta, esisteva in Italia tutta una serie di pubblicazioni
periodiche amatoriali, le fanzine, che stampavano la fantascienza scritta
dai lettori e destinata ai lettori, con poche centinaia di copie di tiratura e
una distribuzione via posta. Questo è stato il mio palcoscenico, almeno fino a
quando i miei racconti sono stati notati da qualche addetto ai lavori e ho
cominciato ad apparire su pubblicazioni professionali come Stampa Alternativa o
l'editrice Nord, fino all'approdo da Mondadori. Oggi le fanzine di fantascienza
non esistono quasi più, e il vuoto non è stato occupato dalla pubblicazione
online in rete. Nel frattempo i miei gusti si sono evoluti, ma la science
fiction è comunque il genere letterario che conosco meglio: lo prova il
fatto che quando ho creduto di scrivere un thriller, "Ai margini del
caos", ho vinto il Premio Urania.
FB
— Secondo te gli extraterrestri esistono davvero?
FR
— Senz'altro sì, se intendi riferirti a vita su altri pianeti, sotto
qualsiasi forma. Sarebbe un errore da parte nostra non ammettere che possa
esistere vita fuori dalla Terra fino a prova contraria: molto presuntuoso,
direi, considerate le dimensioni dell'universo e la probabilità statistica che
si riproducano condizioni identiche a quelle che hanno permesso la vita organica
sul nostro pianeta. Se però la tua domanda significa "credi all'esistenza
di extraterrestri già entrati segretamente in contatto con gli abitanti della
Terra", la risposta è no.
FB
— Vuoi raccontare quali sono stati i tuoi modelli letterari?
FR
— Risponderò alla tua domanda riferendomi a modelli di scrittura: per
quanto riguarda i miei argomenti, infatti, credo di non ispirarmi a altri autori
bensì alla letteratura scientifica e storica. Da ragazzo ho molto amato lo
stile di scrittura di Oriana Fallaci, fino a quando ho scoperto gli autori
sudamericani, in particolare Gabriel García Márquez e Isabel Allende: uno
stile ridondante e magico, ricco di iperboli, metafore, similitudini e
metonimie. Oggi ammiro più di tutti la scrittura ellittica e pirotecnica di
Thomas Pynchon, mi piacerebbe scrivere come Don DeLillo, ma in fondo mi
accontenterei di riuscire a ottenere i risultati di Neal Stephenson in "Cryptonomicon".
FB
— Come sei giunto all’agognata pubblicazione?
FR
— Ammetto che non è facile approdare all'editoria professionale; io ho fatto
molta gavetta su pubblicazioni a diffusione limitata, mentre continuavo a
leggere soprattutto science fiction. Tanti autori dilettanti pensano di
arrivare a pubblicare un determinato genere, per esempio il noir o il thriller o
la fantascienza, senza leggere abbastanza, e quindi senza conoscere i trucchi di
quel genere. Non hanno nessuna possibilità con gli editori. A me non
interessava arrivare ad ogni costo alla pubblicazione professionale: mi sembrava
più importante il modo con cui avrei raggiunto il pubblico. Quando ho
vinto il Premio Urania che mi ha permesso di pubblicare con Mondadori il mio
secondo romanzo, "Ai margini del caos", un mio racconto era già
apparso su una raccolta di Stampa Alternativa che ha venduto più di 60.000
copie: il passo dall'opera breve a quella lunga non è mai facile, e una volta
ottenuto un risultato devi consolidarlo con la prova successiva.
FB
— Che consigli daresti ad un giovane che desidera fare lo scrittore?
FR
— Di leggere più che può. Di non scoraggiarsi, e provare a partecipare con
opere brevi a uno dei molti concorsi letterari che premiano anche con somme in
denaro: il passo per arrivare a pubblicare un romanzo è molto lungo, le case
editrici maggiori difficilmente prendono in considerazione un esordiente. Meglio
non avere fretta e farsi le ossa per qualche anno con i racconti brevi, per
imparare la tecnica. Una scorciatoia può essere la frequentazione di un corso
di scrittura creativa, che mette in condizione di apprendere subito i trucchi
del mestiere.
FB
— Secondo te come mai gli italiani leggono così poco?
FR
— Ah, bella domanda. Credo si tratti di una concomitanza di cause: una
questione culturale di fondo, cioè una concezione elitaria della letteratura
dovuta al mancato sviluppo di una vera cultura di massa; una certa pigrizia
intellettuale dell'italiano "furbo" che considera i tempi lunghi della
lettura molto meno gradevoli dei tempi brevi della fiction televisiva; una
carenza di qualità nell'offerta da parte degli autori italiani, non compensata
dalla variegata offerta di autori internazionali: quest'ultima motivazione si
riallaccia alla prima.
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