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Globe n. 1 anno I (1995)
PB
– Se si parte dal non piacevole presupposto che si consideri il fantastico una
lettura non degna di essere presa in considerazione, il lettore italiano ha
ancora voglia di leggere fantascienza?
FR
– Mi pare di sì, anche se occorre fare i dovuti distinguo. Il lettore
italiano è stato abituato male nel passato: Baliset ha pubblicato un buon
intervento di Franco Mariani nel quale si evidenziavano le distorsioni che il
concetto di Fantascienza ha subito a cavallo tra gli anni ’50 e ’60
nell’accezione comune, e solo adesso si comincia a demolire la barriera fra la
letteratura “alta”, colta, e quella popolare nella quale dovrebbe figurare
la science-fiction. E poi lo sanno tutti che gli italiani leggono poco: se è
vero che la media si assesta su 1 libro l’anno, è anche vero che io ne leggo
50. Non pretendo che all’improvviso anche gli altri facciano lo stesso, ma
almeno mettiamoci d’accordo, che so… dividiamo le spese.
FR
– Se fosse vero che l’editoria di SF fa un minimo di marketing penso che
sarebbe un passo avanti: ci si renderebbe conto che non vendono soltanto i
soliti pallosissimi cicli di romanzi standardizzati. La leggenda vuole che la
stessa Editrice Nord sia nata a seguito di una indagine di mercato commissionata
da Gianfranco Viviani, che negli anni ’70 evidenziò spazi per l’editoria di
SF in Italia. Il problema è che ogni pubblicato possiede l’ideologia che si
vuole che abbia: se lo si sottopone a massicce dosi di cattiva letteratura,
l’appassionato di fantascienza continuerà a chiederne altra credendo che non
esista antidoto. Ci sono poi le eccezioni: un autore come Dick è un perfetto
esempio di narrativa di qualità che a livello superficiale utilizza i canoni
tipici della fanta-scemenza (alieni invasori, mutanti, vita eterna,
space-opera).
FR
– Non mi pare malvagia. Forse è diminuito il numero delle pubblicazioni, ma
la qualità ha fatto un balzo in avanti impressionante. Quando ho cominciato ad
accostarmi al fandom, Giampiero Prassi compilava ancora “The Dark Side” con
una macchina da scrivere elettrica, spesso con un ciclostile. Guardate adesso:
ottimo software a disposizione pressoché di chiunque, stampanti laser,
fotocopie a qualità tipografica… Mi pare anche che la qualità degli
interventi sia migliorata, sia per la saggistica che per la narrativa, anche se
non di molto. Le fanzine rappresentano comunque un ottimo trampolino di lancio
per i nuovi autori, un tipo di pubblicazione grazie al quale possono ricevere le
prime, fresche impressioni sul proprio modo di scrivere. Non è da trascurare.
FR
– Sta andando verso una svolta semi-professionale. E nuovi spazi si stanno
creando nella rete telematica. Penso che proprio nel fandom si sperimenteranno
alcune delle forme di letteratura più interessanti dei tardi anni ’90.
FR
- Sì, ma devo avvertire i vostri lettori che saranno presenti anche le
mie figlie. Temo che la Repubblica di San Marino sarà costretta a chiedere lo
stato di calamità naturale.
PB
- Un tuo giudizio sulle due edizioni, quella di San Marino e quella di
Courmayeur. I loro punti deboli e i loro pregi…
FR
– Non è un mistero la mia avversione per l’Italcon di Courmayeur. Ritengo
che Morganti a San Marino dia prova di maggiore maturità democratica offrendo
molti più spazi alle fanzine. Il punto debole di entrambe è la velleità di
ricercare una patina di ufficialità, senza la quale probabilmente non
potrebbero ottenere finanziamenti pubblici, mentre sappiamo tutti che la maggior
parte degli iscritti sono fanzinari squattrinati. In quanto ai pregi, dal mio
ristretto punto di vista posso solo citare la possibilità di incontrare vecchi
amici e altrettanti conoscenti di penna. Comunque manco da 3 o 4 anni, spero di
non pentirmi di questa rimpatriata.
PB
– Cosa sta facendo, e cosa farà Franco Ricciardiello?
FR
– Continuo a scrivere i miei 5 o 6 racconti l’anno. Vorrei preparare un
romanzo per il concorso dell’Editrice Nord, ma non credo di fare in tempo per
giugno perché non ho molti stimoli. Per il resto, sto leggendo dei buoni libri:
ho da poco terminato “Isole nella rete” di Sterling e iniziato da due giorni
“Marte in fuga” di Greg Bear. E leggo sempre l’edizione italiana
dell’Isaac Asimov.
PB
– Quali sono i romanzi di Fantascienza a cui ti sei ispirato per scrivere?
FR
– Non posso citare singoli romanzi. Ritengo senz’altro che il mio stile nei
primi tempi sia stato influenzato dalla scrittura di James Ballard, e questo me
lo sto ancora portando dietro nella struttura degli incipit. Ammiro la
costruzione delle trame di Philip Dick e secondo mia moglie alcune mie cose
ricordano Ursula Le Guin. Ma non esiste un singolo romanzo speciale.
PB
– Cosa ne pensi degli ultimi film di fantascienza che sono usciti, come
“Stargate” o “Star Trek: generazioni” o “Time cop”?
FR
– Di solito la gente non mi crede quando dico che i film di fantascienza non
mi piacciono. In realtà io sono sia un appassionato di cinema che di
fantascienza, non necessariamente di cinema sf. La cinematografia ha uno
straordinario potenziale artistico nel realismo.
PB
– Non ti sembra che la tecnologia stia rovinando sceneggiature potenzialmente
valide ma che si svuotano di tutti i contenuti solo per il gusto dell’effetto
speciale?
FR
– Senz’altro. Tuttavia, è ciò che vuole il pubblico e ritengo che sarà
difficile cambiare rotta. Per anni, a partire da ben prima di “Guerre
Stellari”, gli spettatori sono stati invitati a credere che i film di SF siano
tali solo se contenenti una massiccia dose di effetti speciali, e come fai a
convincerli adesso del contrario? Per quanto riguarda le sceneggiature, se
fossero veramente valide riuscirebbero comunque a emergere: il problema è che
negli USA è il produttore ad avere l’ultima parola sul final cut, non il
regista, e perciò può farsi un baffo della sceneggiatura.
PB
– Quali sono i film fantastici che metteresti nella tua cineteca?
FR
– Possiedo diverse videocassette di SF: “Zardoz” di Boorman, “2001:
Odissea nello spazio” di Kubrick, “Brazil” di Terry Gilliam, “Fino alla
fine del mondo” di Wenders, “Blade Runner” di Ridley Scott. Metterei anche
“Arancia meccanica” di Kubrick, “L’uomo che cadde sulla Terra” di
Nicolas Roeg, “Orwell 1984”.
PB
– E quali libri vorresti vedere trasposti in celluloide? Oppure il fatto che
ogni trasposizione cinematografica tende sempre ad essere inferiore, per
contenuti ed emozioni, al libro da cui prende il soggetto, ti fa diventare
critico su tali operazioni…
FR
– Certo che sono critico. Ripeto, letteratura e cinematografia possiedono
ciascuna il proprio specifico. Ad ogni modo, ci sono senz’altro romanzi che
non farebbero brutta figura: penso a “Luce virtuale” anche se non possiamo
aspettarci le stesse suggestioni della scrittura di Gibson. Un altro romanzo che
ho letto di recente e che non sarebbe male vedere su pellicola è “Il sogno di
Lincoln” di Connie Willis, ma ho l’impressione che non ne verrebbe fuori un
film di fantascienza.